Part 9
Il Pellegrino appoggiato il capo ad una mano e tutto raccolto in se stesso, sembrava non prestare punto d’attenzione ai parlari di quella gente; ma quando il Mulinaro profferì gli ultimi veementi suoi detti si scosse, s’agitò e il pallore che coprivagli le guancie si fece più intenso. Nello stesso mentre Bernardo che esalata la bile, riprendeva placidamente le sue faccende, volse gli occhi a lui e disse: — «Pur troppo, eh Pellegrino! vi sono degli uomini cattivi i quali pare proprio che ci godano nel tormentare gli altri. Di questi tali non ne mancherà certo anche dalle vostre parti non è vero? Fortunati noi che per misericordia del cielo qui comanda un Vescovo sotto di cui certe birbonate non si fanno, e chi prende moglie può condursela a casa... senza che prima... ma lasciamola lì. Pensiamo ora a mangiare in pace questa poca grazia di Dio... Galantuomo (proseguì dopo aver guardato più attentamente lo Straniero) v’è forse saltata addosso la febbre o avete fatto penitenza tutto il giorno? siete smorto come uno a cui abbiano data la corda. Bisogna che non prolunghiate il digiuno, altrimenti perderete le forze di proseguire il viaggio. Venite qui, sedete a questo tavolo e rinvigorite lo stomaco dividendo con noi il poco frutto delle nostre fatiche.
Così parlando aveva Bernardo staccato a due mani il pajuolo dalla catena e lo aveva capovolto sul tagliere stato coperto da Maria di un ruvido ma pulito tovagliuolo.
Rialzato il recipiente vi rimase una soda e fumante polenta che ne conservava intera la forma. Il Pellegrino che provava più cocenti stimoli che quelli della fame, si mostrò sulle prime restìo, ma vinto poi dalle cordiali ripetute tute offerte, appressò e s’assise a quel desco frugale.
«Domani se vi risvegliate gagliardo e riposato (disse il Mugnajo ponendogli innanzi ampia porzione) in un’ora di cammino arrivate vate giù a Pella dove troverete delle barche quante volete per farvi mettere all’Isola. Non dimenticatevi di pregare San Giulio per il povero Bernardo, per sua figlia e per il bravo Gaudenzo ed invocatelo che tenga da noi lontane nuove tribolazioni.
«Sì buona gente (rispose il Pellegrino con voce che forzavasi a render dolce), pregherò per voi non solo a San Giulio, ma anche in Santuarii più lontani e miracolosi, e pregherò di tutto cuore ancorchè i presenti vostri mali siano lieve ombra a fronte di quelli... (e si corresse) che opprimono un gran numero de’ vostri pari.
Mentre andavano consumando la villeresca cena, Bernardo e Gaudenzo continuarono a parlare delle faccende che stavano ad entrambi tanto a petto, proponendo alternativamente varii progetti sul modo in cui meglio conveniva impiegare il ricavo che il giovine contadino avrebbe fatto de’ suoi pochi tenimenti di Civiasco, affine di prendere stabile dimora nelle terre soggette alla giurisdizione vescovile, sottraendosi al dominio del prepotente Biandrate. Dirigevano nel calore del discorso alcuna volta la parola anche allo Straniero, ma questi, sempre assorto ne’ proprii pensieri, non rispondeva che motti tronchi ed insignificanti. Dopo molti ragionamenti protratti in lungo sinchè Maria ebbe sparecchiato, Gaudenzo sorse in piedi dicendo: — «La notte s’innoltra e mia madre che sta aspettandomi potrebbe essere agitata da sinistri presentimenti se non mi mettessi subito in cammino. A passare la Colma ci vuole il suo tempo; e va e va non si è mai giunti là in cima. Una volta però che vi sia arrivato balzo giù dalla punta della Croce ai pascoli e in quattro salti sono a casa.
«Giacchè hai risoluto di partire mio figliuolo (disse Bernardo alzandosi anch’esso) sì, è meglio che non ritardi di più. L’ascesa è lunga, e mi ricordo che io pure quando aveva le gambe buone come le tue a pervenire colassù non faceva mai tanto presto quanto desiderava... Ora tu, o Maria, che hai versato l’olio nella lanterna, accendila e dagliela che egli se ne possa andare con San Giuliano che l’accompagni.
«No, no: non voglio lume (soggiunse Gaudenzo trattenendo il braccio della fanciulla in atto d’accenderlo). Un Romito con una gran barba bianca ch’è venuto da poco ad abitare vicino al nostro paese, ha detto che di notte le anime dannate se veggono un chiaro andare in volta gli corrono dietro ed i diavoli saltano giù dagli alberi a graffiare chi lo porta.
«E volete passare in mezzo ai boschi e vicino al campo dei morti solo ed all’oscuro? (esclamò Maria con amorosa temenza).
«Ho gran pratica di questi luoghi e tu lo sai, Maria; nè poi è tanto bruno di fuori (in così dire spalancò la porta). Guarda come risplendono le stelle: se spuntasse la luna non potrebbe il cielo essere più lucente, si distingue il sentiero a meraviglia — Addio, addio, state sani, doman l’altro si rivedremo ed ogni fastidio, spero, sarà finito.
Si pose quindi a spalle la scure, diede la buona notte al Pellegrino che gli augurò felice il viaggio, e prese la via. Bernardo e la figlia lo seguirono sino al cancello che fu aperto fra nuovi saluti, e un momento dopo non si udirono che le sue pedate per il bosco, il rumore delle quali fu ben presto coperto da quello dell’incessante caduta del vicino torrente.
PARTE SECONDA
Dopo il bacio di Giuda il primo è questo De’ tradimenli umani, ma la fama Sdegnò pietosa numerar le arcane Orrende fila onde fu ordito un tanto Delitto e il tacque alla futura istoria. _Romanzi-Poetici._
Non iscorse che un giorno e fu commesso un fatto esecrando. La misera Maria sorpresa all’improvviso presso il suo casolare venne portata a Monrigone e rinchiusa nelle mura del castello del Conte. Quivi vano è ogni suo grido, vano ogni pianto, poichè quelli che la circondano non hanno orecchio pei lamenti femminili.
Ma chi è mai colui che nella gotica antica galleria tutta guernita intorno di ampj oscuri quadri frammisti a corazze rugginose, ad elmi, ad azze, a daghe passeggia a lenti passi colle braccia incrocicchiate e gli occhi rivolti al suolo?... Oh tradimento!... Egli è il Pellegrino accolto sì ospitalmente nel mulino di Arola... lo stesso conte Jago Biandrate![11].
Mostra all’aspetto più di trent’anni: è alto, magro, con muscolatura risentita e nervosa. Ha spaziosa fronte, pallide le guancie che alquanto sceme rendono oblungo il suo viso. Nerissimi sono i suoi occhi e nera del paro la capellatura, una ciocca della quale gli sta ritta sulla fronte essendo nei rimanente fitta ma breve. Una striscia di barba ricciuta e bruna ma non lucida come i capelli gli contorna il volto passando sotto il mento bipartito. Nudo, slanciato, tendinoso gli si scorge il collo chiuso al confine dall’orlo trapunto del giustacuore color verde-bruno, spoglio in tutto d’ornamenti e che s’informa strettamente alla persona come i calzoni rossi che riveste, i quali gli scendono ristretti sino alla nocca del piede. L’unico oggetto che s’abbia sulla persona, il quale non consuona colla simplicità del vestimento è un cordone d’oro che lo cinge ai lombi nel quale porta infisso un pugnale col manico cesellato di argento in vagina d’avorio.
Benchè i suoi lineamenti rimangono quasi immoti, un certo fremito che gli erra sulle labbra, un leggiero corrugarsi della fronte ad intervalli, un tener fiso lo sguardo ora in un punto ed ora in un altro, mostra ad evidenza che la sua mente sta appuntata in immagini vive che lo scuotono dalle intime fibre.
Ad un tratto fermasi presso una finestra che guarda nel cortile rinserrato fra le alte merlate mura, al di sopra delle quali s’alza la torre del Castello. Guarda verso di questa, porge l’orecchio, ed udendo come il suono d’un gemito soffocato, che parte da quella torre, si ritrae dal davanzale con moto di dispetto.
Passava in quel mentre in fondo alla galleria il falconiero Tibaldo, confidente e Consigliero suo prediletto; ei gli fece segno colla mano d’entrare in sala, rimanendo immobile in prossimità della finestra. Quando gli fu vicino accennò col guardo la torre e disse:
«Che fa là dentro?
«Piange» — rispose con tutta indifferenza il Falconiero.
«Quel suo miagolare continuo mi annoja.
«Fateci mettere un bavaglio alla bocca e non la sentirete più.
«No. — Benchè sia una villana non voglio usarle violenza... se venisse a deformarsi colle contorsioni, il suo promesso potrebbe non volerla più, ed io non ho intenzione di rompere il loro matrimonio.
«Ah!... ah!... v’è da scommettere una moneta d’oro contro un soldo che al matrimonio non v’è più un’anima che vi pensi (disse Tibaldo con riso beffardo).
«Oh! perchè credi che non si celebreranno le nozze? lo sposo è mio vassallo, ed alla fine del conto troverà convenirgli assai meglio venire a fare gli sponsali nel mio castello, vedersi qui festeggiato e godere poscia egli ed i suoi figli della mia protezione, che condursi ad abitare sotto altro dominio vendendo i suoi averi ad ogni vil prezzo.
«Sì, mettete la pecora nella tana del lupo e poi sperate che si consoli il pastore coll’offrirgliene i resti.
«Come? non fosti tu stesso che mi dicesti che per introdurre l’uso di quel diritto già da tanti altri feudatarj praticato, era necessario adoperare per le prime volte la forza, e che poi i vassalli vi si sarebbero a poco a poco abituati, piegandovisi senza difficoltà? Tu m’hai narrato del mio contadino Gaudenzo che sposare doveva la mulinara di Arola; tu me l’hai dipinta quale bellissima fanciulla, gli imponesti tu di venire a far le nozze al castello ed allorchè giungesti a scoprire ch’egli meditava di sfuggire al mio potere, fosti tu quello che consigliasti il modo d’impedirlo. Ora che la fanciulla è qui in mia mano, e che il nostro scopo non può essere raggiunto se non viene lo sposo a ricercarla ed ottenerla da me, tu sembri dubitare della riuscita di quest’impresa!... M’avresti tu posto a repentaglio di sostenere una guerra col Vescovo Signore d’Orta e dell’Isola per avere rapita una donna del suo dominio, senza poter venire a capo di stabilire quanto ci eravamo proposto?...
«Che mai v’importa ancorchè il primo colpo andasse fallito?... ma che dico: andare fallito?... non è anzi riuscito ottimamente? Senz’ombra di pericolo, senza che a voi nè ad alcuno dei vostri alabardieri sia stata pure scalfita la pelle colla scure o colle mazze dei villani, vi siete impadronito della più bella fanciulla di tutto il dominio della Riviera e vorreste far lamento se il miserabile a cui era destinata non viene a riprendersela?... Vi ricordate quanto costò l’ultimo fatto consimile, quando faceste qui trasportare la nipote del Priore di Serravalle? dodici arcieri rimasero sul terreno, tre furono presi ed appiccati, io ebbi da un graffio scorticata una mano ed a voi uccisero il cavallo.
«Per ciò appunto aveva determinato di non mettermi mai più in cimento a causa di donne: esse alla fin fine non recano che svantaggio, non sono che di peso. Almeno si potesse ottenere alcuna buona somma pel loro riscatto; tutti fanno grande apparecchio e rumore per non lasciarsele portar via, ma una volta che siano state qua dentro non darebbero una lira per riaverle. Lo sai ch’io non voleva pensarci più: se non venivi in campo colle tue maladette parole, io non usciva certamente a questa caccia... e nel momento in cui siamo!
Rimase pensieroso alcun istante, poi riprese a bassa voce: — «Due delle mie bande più valorose sono perdute; erano cento uomini, i migliori che portassero elmo e giaco in tutte le terre che bagna la Sesia... Ma poteva io far di meno per sostenere Fra Dolcino, quell’uomo santo e incantatore che mi aveva legato a lui con tante promesse!... Se non erano le genti d’armi di Novara alla battaglia di Zebello il Vescovo Vercellese non cantava vittoria di certo! nel momento che si menano le spade ci vuol altro che gli scongiuri e le invocazioni del piviale e della mitra, abbisognano buone loriche e braccia di ferro... Or bene, i castellani Novaresi che diedero ajuto a quel di Vercelli non potrebbero impegnarsi a sostenere il Vescovo loro, se questi mi chiedesse ragione della violazione del suo dominio? Ora che mancano gli uomini e che i miei vassalli hanno ardito di manifestare qualche segno di malcontento.....
«Da quali pensieri mai vi lasciate dominare? Vivete pure nella massima tranquillità, poichè il Vescovo di Novara signore della Riviera ha troppo gravi impegni in questi momenti per volersi impacciare in simili faccende. Che mai gli deve importare d’una villana ignorata da tutto il mondo, per torsi la briga poi di sfidare un signore potente e temuto come siete voi e di cui sono sì celebri le imprese. Oh! via scacciate ogni temenza, nè abbiate alcun sospetto sopra i vassalli, che se lo desiderate vi faccio vedere a ridurli in pochi giorni umili e timorosi più che un branco di pecore. Un pajo solo di que’ mascalzoni che si prendono, e si.....
«Sono stanco ti dico di vedere i miei soldati a fare da carnefici; nè voglio più che i cameroni del mio castello siano luoghi da tormenti come le sale nel convento degli Inquisitori. Fra Dolcino insegnavami che egli è opera meritoria il dare soccorso agli infermi, e non accrescerne il numero; che il demonio si fa compagno di chi sparge inutilmente il sangue umano.
«Gran pazzo briccone ch’era Fra Dolcino! Ed egli crede alle massime di quell’eretico impostore che a forza di ciarle lo spogliò di danaro e di soldati (così pronunciava tra sè Tibaldo mentre il conte Jago s’era posto a passeggiare di nuovo per la galleria come assorto in un grave pensiero).
«Orsù voglio che questa faccenda finisca lietamente per tutti, e nel termine di pochi giorni (esclamò il Conte arrestandosi d’un tratto presso il Falconiero). Farai che Maria sia levata tosto dalla torre e condotta nelle stanze che erano di mia madre; mi recherò io poi colà a consolarla; le regalerò dei giojelli per il giorno delle sue nozze, e mi proverò a parlarle da galante cavaliero: essa non possiede il candore del latte, nè sa agire e proverbiare secondo i precetti della corte d’amore come le dame dei nostri castelli, ma ha un non so che di deciso nella sua fisonomia che mi va sommamente a genio. Quando poi sarà sposa la colmerò di nuovi doni e allora tutte le altre la invidieranno e ambiranno di godere nello stesso grado il mio favore e la mia protezione.
«Oh quanto mai vi siete cangiato! (disse Tibaldo facendo un gesto di stupore). Usare di queste dolcezze verso i vassalli egli è un volerli far diventare orgogliosi, caparbi ed intrattabili.
«Ho determinato di far così e tanto basta (pronunciò il Conte imperiosamente). Tu andrai in cerca di Gaudenzo, gli dirai che la sua Maria non gli fu tolta che per punirlo dell’aver tentato di sottrarsi a’ miei comandi ed al mio dominio, e lo persuaderai a venire fra due giorni al castello dove gli sarà resa la sposa e si celebreranno pomposamente le sue nozze.
«Io andare in cerca di Gaudenzo, di quel villano impertinente, di quel...
«Oseresti tu rifiutare d’obbedirmi? (disse il Conte prendendolo con forza per un braccio). Se fra due giorni non conduci Gaudenzo placato al castello ti faccio seppellire vivo in fondo al sotterraneo.
«Non ho mai ardito, nè ardirei esitare un istante ad eseguire la volontà vostra (rispose timidamente il vile Falconiero). Non era che per serbare più completamente il grado e il decoro... che io osservava... ma se altrimenti vi piace faccio subito porre l’arcione al mio ronzino falbo e non gli leverò il freno di bocca se non ho ritrovato e ridotto Gaudenzo al vostro volere.
Così dicendo levò il berretto salutandolo rispettosamente, s’incamminò verso la porta della galleria ove il Conte lo seguì e nell’atrio gli ripetè il comando di far condurre la fanciulla di Arola dalle rozze ed anguste stanze della torre ove gemeva, nelle camere più addobbate del castello ch’erano quelle in cui aveva dimorato la defunta contessa Isabella sua madre.
La notte che susseguì al rapimento di Maria, Bernardo il mugnajo solo e desolato passò la Colma e discese a Civiasco, narrando il crudele evento a Gaudenzo. Un furore indescrivibile invase alla prima l’animo di questi; ma poi si raffrenò; stette alcun tempo silenzioso, indi rivolto a Bernardo disse con voce di disperata risoluzione: — «Le lagrime, i lamenti, le imprecazioni sono inutili: fa d’uopo vendicarsi o morire. Datemi la mano, o padre di Maria, e promettete di accompagnarmi nell’impresa che sono per tentare.
«Oh noi miseri! (esclamò Bernardo). Che mai possiamo intraprendere contro un signore chiuso in un forte castello, e circondato da tanti uomini d’armi? Ohimè noi poniamo a sicuro pericolo la nostra vita, e forse rendiamo più crudele la sorte della mia misera figliuola!
«Non temete: vi sono molti e molti che odiano mortalmente il Biandrate. Gli uomini d’Ara, quei di Vintebio, a cui esso tolse più volte i buoi e le messi, non attendono che il momento opportuno di concorrere a sterminare il feroce loro aggressore: anche i montanari della Val grande covano contro di lui un astio mortale per le sue crudeltà, e per avere con ogni possa favorita l’eresia di Fra Dolcino.
«Ma a che mai può questo giovarci? Abbiamo noi mezzo di parlare con quelle genti, di adunarle secretamente onde il Conte non ci sorprenda e ci assalga coi suoi prima di essere in grado di opporgli resistenza? Potremo noi persuaderli a versare il loro sangue per nostra cagione? O figliuol mio, non lasciarti trascinare dalla smania di una impossibile vendetta.
«No, ripeto, non è impossibile. Io sono disposto a tutto, e gli ostacoli che voi calcolaste non sono insuperabili. Noi avremo il soccorso d’un potente ausiliario.
«Di chi?
«Di Padre Anastasio l’Eremita.
«Oh che mai dici? L’Eremita di Civiasco coopererebbe alla depressione del Conte? darebbe egli mano ad unire le genti dei dintorni per liberarle dal loro oppressore?... Ma come lo sai tu?
«Gli ho parlato più volte, e quando gli riferii la prepotente esigenza del Biandrate che io facessi le nozze con Maria al suo castello, come mi significò lo scellerato Tibaldo, quel sant’uomo, il quale benchè vecchio conserva tutta l’ardenza e il vigore della giovinezza, si scagliò contro di esso colle parole più violenti e disse che un giorno o l’altro la mano del cielo lo avrebbe colpito in un modo esemplare e tremendo.
«Se l’Eremita è con noi egli ci assolve da ogni colpa: andiamo; andiamo da lui ed io eseguirò ciecamente quanto egli saprà consigliarmi.
Arrivarono di notte al romitaggio, ch’era una casupola presso una cappelletta posta verso la metà del monte; entrarono colà mentre il vecchio solitario appoggiato a rozza tavola stava meditando sopra un ampio volume al chiarore d’una lucerna che rischiarava un teschio umano. Si gettarono i due villici a’ suoi piedi, poichè quell’uomo era per l’austera sua vita venerato qual santo, e rialzati poi da lui cortesemente, fecero il racconto delle loro sventure, e Gaudenzo annunziò energicamente i suoi arditi progetti.
Nessuno sapeva di qual patria fosse quel vecchio Eremita di nome Anastasio e tutti parimente ignoravano da qual paese egli provenisse. Comparve in quella terra e si stabilì sul monte presso Civiasco allorchè Fra Dolcino l’eresiarca aveva posta la sua sede in quelle vicinanze, favorito e sostenuto apertamente dal Biandrate.
Vedevasi di quando in quando alcun monaco straniero recarsi a visitarlo nel suo eremo, lo che accresceva la di lui riputazione, ma nulla però traspirava intorno alla vita antecedente di lui, a’ suoi rapporti ed al suo stato. Egli s’adoperava con tutta possa a far sparire dagli spiriti le tracce lasciate dalle dottrine ereticali seminate da Dolcino e da’ suoi seguaci e a ritornare in forza i sentimenti di sommissione e d’obbedienza verso il Pontefice, i Vescovi ed i Sacerdoti che gli eretici avevano tentato di distruggere. La severità de’ suoi costumi, la vita di penitenza ch’egli menava, corroborando i suoi detti, davangli sommo vantaggio sopra i suoi avversarii, la rilasciatezza ed immoralità dei quali favoriva le perverse inclinazioni dei potenti, ma era oggetto di scandalo alla maggior parte del popolo. Non tralasciava pure nei caldi sermoni che teneva alle bande villerecce ora nei prati, ora ne’ boschi ove soleva adunarle, di parlare con veemenza contro i ricchi, di minacciare ad essi la maledizione del Signore in pena dei loro gravi peccati, e soventi volte dipingendo un reprobo incallito nella colpa, si serviva di tali immagini che tutti facilmente vi riconoscevano ritratto il conte Jago.
L’Eremita udì la narrazione di Gaudenzo e di Bernardo senza punto lasciare apparire sentimento di piacere o di dolore: appena appena la sua calva e rugosa fronte si raggrinzò per un lieve moto di sdegno quando ascoltò il modo in cui era stato condotto il nero tradimento.
Allorchè essi ebbero cessato di parlare, egli rimase alcun tempo meditabondo, appoggiata una mano alla gran barba, sostenendo il capo: poscia disse ai due contadini che riedessero agli abituri senza palesare i loro progetti a persona, e ritornassero da lui il giorno seguente prima del cader del sole che avrebbe ad essi dati que’ consigli che il Cielo per le sue preghiere gli avrebbe ispirati migliori. Benedetti con sante reliquie i due villici ritornarono al casolare colla mente ingombra di mille pensieri ed agitati dal timore e dalla speranza.
Nel dì vegnente quando i raggi del sole che s’inclinava ad occidente facevano rosseggiare le vette nevose delle Alpi vicine, e penetravano obbliqui per entro gli ampii annosi boschi fra cui era tracciato sul monte l’incerto sentiero che guidava al romitaggio, Gaudenzo e Bernardo armati delle loro scuri vi salivano impazienti d’udire se la divina ispirazione nel venerando vecchio avesse a confermarli o distoglierli dalla meditata perigliosa impresa. Pervenuti nel praticello che formava piazza innanzi alla capanna del Solitario, lo viddero starsi ritto innanzi alla porta, ed appena gli ebbe mirati, venire loro incontro. Brillavano d’insolito fuoco i suoi sguardi e sembrava avere acquistata in tutta la persona straordinaria energia e robustezza.
«La vostra proposta è ben accetta dalle anime beate (esclamò con voce ferma e sonora verso i due sopraggiunti). Siete voi ancora disposti ad eseguirla con tutta intrepidezza versando anche l’ultime gocce del vostro sangue?
«Sì, vi persisterò sino all’estremo respiro» — rispose focosamente Gaudenzo.
«Se i voti del cielo non ci sono contrarii io non risparmierò la mia vita» — aggiunse moderatamente ma con risolutezza Bernardo.
«Ebbene giuratelo su questa divina immagine!» — e porse innanzi a loro il Crocifisso che gli pendeva da un lato appeso ad un cordone.
«Lo giuriamo» — pronunciarono quei due unitamente piegando un ginocchio a terra e stendendo su quel Crocifisso la mano.
«Ora che siete legati con questa inviolabile promessa, io medesimo mi unisco a voi (proseguì l’Eremita), e quantunque non abbia mano capace di adoperare le armi, pure sono certo di prestarvi un ajuto di opere e di parole non meno valide ed efficaci. — Osservate nel breve giro di un giorno quanti alleati vi trovai nell’impresa. — Olà uomini di Vintebio, di Seravalle, montanari di Valsesia, uscite, venite ad abbracciare questi due nuovi vostri fratelli.
A tale chiamata balzarono fuori dalla casupula del Solitario e dall’interno della chiesetta varii contadini in diverso costume, armati chi di balestre, chi di scuri, chi di ronche, e si schierarono sul prato intorno all’Eremita, prendendosi in mezzo e stringendo con aria e con isguardi di viva intelligenza la mano a Gaudenzo e Bernardo, sorpresi oltre modo e giojosi di quella inaspettata comparsa.
«Udiste il giuramento che questi due prestarono di sacrificare nel periglioso cimento la vita? (domandò l’Eremita con voce grave e solenne). Ho bramato che vi convinceste con tutta certezza della loro decisa volontà e della fiducia che ripongono non in me ma nella onnipotenza di Quello che tutti ci regge. Ora voi stessi se viltà e codardia non v’invase, giurate che siete egualmente pronti a perire.
TUTTI.
Lo giuriamo.
EREMITA.