Racconti storici

Part 8

Chapter 83,719 wordsPublic domain

Unfredo era oltre modo bramoso che distinti personaggi contemplassero il lusso e la magnificenza da lui spiegati entro le proprie mura; e siccome andava superbo di possedere una bellissima sposa, gioiva che venisse ammirata ed elevata a cielo da tutti: fiero e contento che gli altri invidiassero a lui quella beltà famosa, a lui già d’età provetto, a lui d’ispidi lineamenti, a lui che giovane in quella patria aveva dovuto subire l’umiliazione d’un rifiuto quando pretese alla mano di donzella uscita da un lignaggio ch’ei stimava paro al suo. Aveva abbandonata la terra nativa giurando di vendicarsi di quel disprezzo o morire: e la sua vendetta era completa quando alcuno proclamava non esservi nell’Ossola castello più ricco, nè sposa più leggiadra di que’ d’Unfredo. Raggiante di gioja, dopo avere fatto osservare gli atrii fastosi e le stanze più addobbate; condusse il giovine Templario nella gran sala ove fece dare annunzio ad Evelleda di presentarsi.

Esiste un’arcana relazione fra i diversi sentimenti dell’uomo, per cui allo svilupparsi di un solo, più altri s’intraveggono con secreto presentimento. Armando di Nerra al primo mirare avanzarsi dalla spalancata porta la Dama del castello, sentì con certezza che da nessun altri che da lei sola potevano essere partite quelle maravigliose note che avevano richiamate tante dolci e dolorose memorie al suo spirito. Unfredo nominò alla moglie il Cavaliero, magnificandolo per la nobiltà del sangue e le illustri sue gesta. Ella lo salutò con sorriso gentile, e allorchè si fu assiso in prossimità di lei e del marito, le chiese se recavasi allora nei campi della Palestina o ne retrocedeva. Rispose il Cavaliero che di là veniva e ritornava nelle sue terre di Francia per riabbracciare il padre cadente, che più non aveva veduto dal giorno che s’indossò la bianca sopravveste dei Templari.

— Oh voi felice (esclamò con trasporto Evelleda), che avete la bella sorte di ricalcare quel suolo ove apriste gli occhi alla luce coll’indiscrivibile consolazione di esservi atteso dall’autore dei vostri giorni! Quanti e quanti hanno posto il piede fuori della patria terra e non la rivedranno mai più! —

Queste ultime parole furono pronunciate con tutta l’espressione della soavità e della melanconìa, ed Armando assorto nel contemplare quel volto e quell’angelico sguardo che s’abbassò con tristezza, vi lesse la storia della profonda piaga d’un cuore senza amore e senza speranze. — _Oh figlia di una terra prediletta dal sole, perchè non ho io pel tuo spirito languente un balsamo più dolce del frutto della palma, più del ditamo fragrante?_ — così susurrò a bassa voce in favella orientale il giovine Cavaliero e una gioja inaspettata si diffuse sul volto alla bella. Ma Unfredo s’alzò, onde fu forza ad Armando seguirlo, e ad Evelleda ritirarsi nelle proprie stanze.

Chi può descrivere i sogni d’una mente colpita dallo spettacolo incantatore della bellezza, d’una bellezza mesta e pensierosa a cui si sente il potere d’infondere nel cuore il sorriso della felicità? A tale immagine la fantasìa vagando fra il sereno e le rose, dà forma alle beatitudini eterne e si crede la favorita del cielo. Ahi troppo ingannata! poichè non sa che il destino alla coppa dei beni aggiunge irremissibilmente quella delle più crudeli amarezze.

Unfredo accolse più volte Armando nel proprio castello, sicchè questi divenne famigliare a segno, che pure allorquando il Signore n’era assente, o per sedere nel consiglio dei capi della valle o per seguire le alpestri caccie, entrava liberamente tra quelle mura e vi stanziava a suo talento.

Fragile è l’uman cuore e troppo possente incanto esercitano su di esso le grazie, gli amorosi sospiri e le dolci animate parole che giungono sommesse all’orecchio con un alito fragrante, carezzevole e quasi affannoso, allora quando si è liberi da ogni altro umano sguardo e il sole stesso non manda che timido il suo raggio a traverso i cristalli colorati e le tende!

Nell’oratorio di Evelleda troppo felici scorrevano le ore per lei, per Armando. Allorchè essa s’accompagnando con flebili o lieti suoni cantava a piana voce canzoni piu tenere dell’usato, il Cavaliero in un’estasi voluttuosa stava immobile contemplandola, sorreggendo il mento col braccio appoggiato sul morbido velluto del sedile di lei, e quando egli narrava le proprie imprese o ripeteva le novelle apprese sulle rive del Giordano dagli Arabi pastori, ella pendeva beata dalle labbra di lui, immemore per sino di sè medesima.

L’invidia rabbiosa e la vigilante maldicenza non concessero però che lunghi corressero quei giorni di felicità. Tronche parole, maligni sorrisi, inattese interpellazioni stillarono il veleno della gelosia nel cuore d’Unfredo: si fece cupo e taciturno, parlava rado e sulla moglie più non alzava che severo lo sguardo. Intese tremando Evelleda la giusta causa di quel cangiamento, e risolvette di sacrificare anche sè stessa al proprio dovere. Da fido messo fece recare un foglio ad Armando in cui dicevagli «Non doversi essi rivedere mai più; averli il cielo riuniti un istante per disgiungerli per sempre; solo giurava che vivrebbe nell’anima sua eternamente la memoria di lui, che pregava non dimenticarsi d’una infelice per la quale erano estinti tutti i beni della terra.

La disperazione s’impossessò d’Armando. Il pensiero di non più rivedere Evelleda era per lui tremendo come quello della morte: egli sentiva di non potersi staccare da quei luoghi, di non poter sopportare la vita se non le porgeva un addio, un ultimo addio, e se non udiva ripetere dalla bocca stessa di lei il giuramento di mantenere sempre impressa nel seno la sua immagine. Fece ogni cosa disporre per la propria partenza, e messo frattanto uno scudiero in agguato, quando seppe che Unfredo erasi allontanato a cavallo dal castello, ei vi si recò e penetrò nell’oratorio di Evelleda.

Scorse però breve spazio di tempo da che egli aveva posto piede in quelle soglie e già Unfredo, benchè discosto, n’aveva avuto avviso: rivolge a furia il destriero, galoppa per una via fra’ boschi, rientra nel castello e sale nella camera di riposo di Evelleda, da cui a passi sospesi s’affaccia alla porta dell’oratorio, e vede... oh che vede egli mai!... Il Cavalier del Tempio, un ginocchio a terra innanzi ad Evelleda, con ambe le proprie mani premevasi al cuore una mano di lei, ed essa seduta e colla faccia inclinata verso la sua lo inondava singhiozzando di lagrime e faceva forza per rilevarlo.

A sì tenero spettacolo la pietà imbrigliò il furore, e le dita di Unfredo rimasero un momento arrampinate al pugnale senza trarlo dalla vagina. Ma ohimè! non fu che un lampo: una crescente foga d’affetti vinse gl’incauti amanti, le loro labbra s’accostarono, s’unirono ed essi si perdettero in un bacio di delirio... Era il primo... e fu celeste quanto fatale. Il pugnale d’Unfredo s’infisse fino alla guardia nel cuore d’Armando, Evelleda acciecata con un ferro rovente perì fra gli spasimi: ruina e desolazione regnarono in quel castello dal quale Unfredo disparve senza che più traccia si trovasse di lui.

FINE.

LE NOZZE AL CASTELLO

SCENE FEUDALI

PARTE PRIMA.

Sei giorni se n’andò mattina e sera Per balze e per pendici orride e strane. Dove non via, dove sentier non era, Dove nè segno di vestigia umane. ARIOSTO.

La campana del solitario villaggio di Arola dava i primi segni dell’Avemaria, ed il rimbombo di quei tocchi radi e prolungati spandevasi come una patetica voce per la ristretta valle a cui quel villaggio dà nome. Il cielo che da un lato erasi fatto d’azzurro bruno mostravasi verso occidente del colore dell’oro; su tutte le cime d’intorno e pei rialzi dei valloncelli vedevasi il fogliame imporporato, e l’ultima luce trapassando pel varco de’ monti scendeva ben anco al fondo della valle ove faceva apparire d’argento quei tratti di corrente del limpido Plino che le rupi e le piante non celavano sotto la nereggiante loro ombra.

Scendevano dal ripido sentiero che dall’erta metteva ai casolari le contadinelle, mandando innanzi chi le capre, chi un branco di pecore. Calavano drappelli di donne portando altre le gerla ed altre elevati fardelli sul capo; veniva di quando in quando un vecchio montanaro spingendo il somiero che mutava a fatica i passi sotto il pesante carico delle legna o del fieno. Alcuni di questi entravano negli abituri di Arola, varj passavan oltre, e procedendo verso inferiori disperse capanne valicavano il torrente sopra un ponticello là dove parte dell’acqua, artatamente divertita in altro canale, correva poco lungi a far girare le ruote d’un mulino.

Era già deserta interamente quella via e null’altro rumore udivasi, fuorchè quello che ad intervalli faceva la brezza vespertina tra le frondi, quando alla sommità del sentiero apparve un Pellegrino. Lo indicavano per tale il cappello a larghe falde circolari, la veste oscura che tutto l’avvolgeva colla sovrapposta dalmatica sparsa di conchiglie e il lungo bordone che portava. Camminava spedito, ma al vedere il gruppo di casolari e l’acuto campanile colla chiesuola formanti il paesetto d’Arola, di subito s’arrestò e poscia abbandonando il viottolo calò lungo la balza e si condusse al ponticello, lo passò, indi fermossi di nuovo ad esaminare il luogo onde prendere più certa direzione.

Cominciava già più vasta a regnare l’oscurità, chè avanzavasi la sera e meno rade scintillavano le stelle. Volgendo il Pellegrino gli sguardi per entro la selva di cui toccava il limitare, scorse fra mezzo ai tronchi degli alberi splendere un lume che sembrava trapellare da finestra o porta di non lontana abitazione. Si mise pel bosco, il quale constando di grossi castani poco stipati, offriva non disagevole passaggio e s’avviò verso la casa d’onde partiva quel chiarore. Era dessa il mulino. Dal lato della selva questo rustico edificio andava cinto da un muricciuolo di pietre che sorgeva a trenta passi di distanza dal caseggiato e inchiudeva un picciol orto, al quale faceva parete verso il canale una siepe di bianco-spino. Al centro del muricciuolo eravi praticato l’ingresso chiuso allora da rozzo cancello di legno. Là pervenuto il Pellegrino accostossi al cancello e prima di bussare, udendo dentro la casa parlare con voce molto alta, si trattenne un momento in ascolto.

Abbenchè la ruota fosse arrestata, lo scroscio che faceva l’acqua, cadendo per gli ordigni del mulino, non lasciava luogo ad udire distintamente le parole. S’accorse però che chi parlava era un uomo il quale doveva trovarsi seduto avanti ad un gran fuoco, poichè scorgevasi l’ombra della metà superiore della sua figura disegnata sull’impannata della finestra di prospetto e vedevansi le sue braccia alzarsi e distendersi con energici e rapidi moti. Al lembo della stessa impannata stava l’ombra d’un’altra mezza figura, ma questa rappresentava un bel profilo femminile che si sarebbe giudicato essere quello d’una statua, tanto era regolare ed immobile.

Dopo alcuni istanti il Pellegrino s’avvedendo essergli impossibile comprendere sillaba di quanto veniva profferito, percosse col suo bordone ripetutamente il cancello; nè sembrandogli d’essere stato inteso pronunciò sonoramente — Date ricovero ad un povero pellegrino! —

A quella voce cangiarono d’un tratto gli atteggiamenti delle due figure projette in ombra sull’impannata; quella di profilo si fece ovale e l’altra si mostrò di profilo inchinando il capo e alzando un dito. II Pellegrino ripetè la sua inchiesta e allora spalancatasi la porta uscì un uomo d’avanzata età, che dal casaccone infarinato indicavasi pel mulinaro, tenendo la lanterna in una mano e un pezzo di mazzafrusto nell’altra. S’appressò al cancello, sporse in avanti il lume onde farlo riflettere sul viso dello sconosciuto e guardatolo ben bene tutta raggrinzando la pelle intorno agli occhi ed alla bocca, con che dava alla propria fisonomia una singolare espressione di sospetto e di stizza. — Chi siete voi? — gli chiese in modo iroso.

«Vedete: sono un povero viandante che contava giungere prima di sera giù alle sponde del lago per recarmi all’Isola di San Giulio e fui sorpreso dalla notte in questa valle.

«Perchè non vi siete fermato là su ad Arola da mastro Seghezzo l’ostiere?

«Perdonatemi, non ho pratica di questi luoghi ed avrò oltrepassata la terra che m’indicate senza essermene accorto, poichè è già qualche tempo che cammino alla cieca a causa dell’oscurità che mi ha fatto perdere la traccia. Datemi di grazia ricovero per questa sola notte! Un giorno sarete ricompensato largamente della vostra ospitalità.

Il mugnajo che gli aveva sempre tenuta la lanterna appuntata al volto, l’abbassò; e mormorando fra sè alcune parole trasse dall’imposta la spranghetta di ferro onde il cancello si aprì; entrato l’estraneo, rifisse la bandella e lo precedette verso l’uscio ch’era rimasto spalancato.

Nel mezzo d’una camera modicamente spaziosa, fornita di contadinesche masserizie miste a tramoggie, stacci e sacchi, eravi un rotondo focolare sul quale ardeva molta legna la cui fiamma lambiva i margini d’ampio pajuolo; la catena che sostenevalo scendeva dalle travi coperte di nera gromma e tappezzate qua e là da qualche tela di ragno imbiancata dallo spolvero della macina. A poca distanza del focolare stava seduto un villico alto, destro, nerboruto, di ventott’anni all’apparenza e presso a lui una giovane montanina di forme assai belle e appariscenti.

«Gli ho dovuto aprire, o Gaudenzo, perchè è un povero Pellegrino che va a San Giulio ed ha smarrita la strada (così spegnendo la lanterna disse il mugnajo al villico che balzando in piedi alla venuta di quell’incognito gli fissò addosso gli occhi con sorpresa e diffidenza). Nel bujo poteva capitare in un mal passo o precipitare da qualche burrone. Mi ha chiesto per carità gli dessi alloggio questa notte, e Bernardo non rifiutò mai di ricettare nel suo mulino un viandante anche a rischio di vedere sotto il cappello da pellegrino la testa d’un eretico o d’un bandito.

Lo Straniero a tali detti fece un moto sdegnoso, ma il Mugnaio nel quale l’amaro di quelle espressioni non era suggerito dall’indole sua naturalmente umana e fidata ma da un giro momentaneo di acri idee, di cui il lettore conoscerà fra poco l’origine, quasi pentito d’avere offeso quell’ospite nell’atto stesso che lo accoglieva, soggiunse con viso accaparante in tuono gajo: — «Venite qui, qui presso al fuoco, buon galantuomo, sedete. L’aria della sera è frescolina ed umida, il calore vi ristorerà.

Il Pellegrino senza profferir parola appoggiò alla parete il suo bordone e avanzata una panchetta di legno si sedette in prossimità del focolare. Gaudenzo stando in piedi continuava ad esaminarlo attentamente. Ma l’incognito non alzando mai lo sguardo egli alfine gli domandò:

«Da qual parte venite o Pellegrino?

«Da Val d’Antrona.

«Sempre per le montagne?

«Sempre.

«La strada che avete scelta è la più lunga e disastrosa: venendo pel piano dell’Ossola ad Omegna sul lago l’accorciavate della metà.

«Il piano e mal sicuro poichè vi sono a campo le masnade dei Ponteschi[8], e d’altronde dovetti risalir l’Anza per toccare Calasca.

«Vi recate a San Giulio per isciogliere un voto o per ottenere favori dalla Corte del Vescovo?

«Per un voto» — rispose esitando, ma con qualche asprezza lo Straniero.

«Non foste a Varallo?

«No.

«E dalle parti della Sesia?

«No» — ripetè il Pellegrino con manifesto dispetto, indicando quanto già fosse infastidito da quell’insistente interrogare.

Gaudenzo tornò a misurarlo coll’occhio da capo a piedi, poi mirando in volto Bernardo e la sua figlia fece un atto come di chi dicesse: costui non dev’essere quel che pare. Si riassise quindi sullo sgabello che occupava da prima e voltosi di nuovo alla figlia del Mugnajo, il quale s’era posto intanto a versar la farina nell’acqua del pajuolo che bolliva. — «Torna a sederti qui o Maria (disse battendo col palmo della mano la seggiola ove essa si pose mesta e taciturna), e dimmi tu se quelle che ti ho raccontate non le sono cose da far uscire dai gangheri qualsiasi cristiano? Quel... quasi sarei per dirlo... quel nostro conte Jago da Biandrate vuol ora introdurre nel paese anche di queste belle usanze! Non s’accontenta il signor feudatario di farci pagare doppia gabella pel sale, d’avere imposto il balzello d’un soldo d’argento per ogni ruota di carro e d’obbligare noi poveri vassalli a lavorare per lui un giorno ogni settimana, quando la buona memoria del conte Bonifacio suo padre non c’imponeva altro carico che quello della decima del mosto e delle legna, egli vorrebbe adesso che tutti quelli che contraggono matrimonio si sottoponessero a questa nuova qualità di tributo.

Maria mandò un profondo sospiro e abbassò gli occhi al suolo; Bernardo, che inginocchiatosi sulla pietra del focolare, andava col matterello tramestando la polenta: — «Ah il conte Bonifazio, esclamò, non avrebbe mai fatte azioni di questa sorta! Gran brav’uomo ch’egli era! veniva soventi a cacciare in questa valle e qualche volta ho prestato ajuto io stesso al suo scudiero a condurre a mano i cavalli nei passi più scabrosi.

«Sapete poi (proseguì Gaudenzo) chi mi ha significato il comando del Conte?... fu Tibaldo il suo falconiero, quella faccia da giudeo col naso più adunco che il becco degli uccellacci con cui preda le allodole e le pernici. M’incontrai seco lui a Quarona nell’atto ch’esso usciva dalla bottega di Zancone il fabbro, ove va soventi a far acconciare le lasse de’ suoi grifagni. Ne portava uno infatti sul braccio a cui andava lisciando le penne. Oh perchè non gli è saltato agli occhi e non glieli ha cavati entrambi nell’istante che s’avvide di me!

«Ebbene che ti disse il Falconiero?» — chiese con impazienza Bernardo.

«Gaudenzo di Civiasco, mi gridò egli subito che mi scôrse, appunto con te ho bisogno di parlare — E avvicinatosi a me con un sorriso infernale sul ceffo disse: — Corre voce pel paese che tu ti sposi e prendi in donna la mulinara di Val d’Arola, la figlia di Bernardo, è ciò vero? — Verissimo, risposi io; mia madre invecchia e voglio darle la consolazione prima che chiuda gli occhi di tenere un mio bambolo sulle ginocchia — Ottimamente, soggiunse il ribaldo. Il Conte nostro padrone m’ha imposto d’avvertirti che vuole che le nozze siano celebrate a Monrigone nel suo castello. — Perchè nel suo castello? (dissi io stupito) non ho forse una chiesa nella mia terra? — Non vi sono repliche: esclamò Tibaldo. Così vuole il conte Jago e tu devi ubbidire. Se tu ignori i suoi diritti li sa ben esso. Altri feudatarj già da molti anni gli esercitano e se egli ne ha trascurato l’uso sin’ora intende adesso di farli pienamente valere, nè spetta a te, vassallo mascalzone, lo scrutinare i diritti del tuo signore. — Che diritti può mai vantare il Conte sopra di me (l’interruppi io con rabbia) oltre quelli di togliermi come fa, quasi tutta la roba e costringermi a lavorare per lui quasi fosse un suo bue od un cavallo? — Che diritti?... Che diritti? — ripetè furibondo, l’iniquo Falconiero, e pronunciò certe parole da stregone che spiegò poi nel modo che vi ho già narrato. All’udire una tale scelleraggine mi si drizzarono i capelli sulla testa, mi si oscurò la vista e sono stato filo filo di passarlo col mio spuntone da una parte all’altra egli e il suo farsetto di cammuccà crimisino.

«Era senza il giaco e ti parlava così? Oh anch’essi, grazie al cielo, non possono star sempre vestiti di ferro! (pronunciò fra i denti il Mugnajo).

«Ah Signore Iddio (disse Maria con timidità ed angoscia), chi sa che disgrazia sarebbe accaduta se gli mettevate le mani addosso; forse io non v’avrei veduto mai più!

«Gran fortuna (continuò il giovine), che il mio santo Protettore mi trattenne in quel momento la mano e m’inspirò il salutare pensiero di vendere la mia casuccia ed i miei terreni e venire ad abitare con mia madre in qualche luogo di questa Riviera d’Orta sotto il dominio del vostro Vescovo, dove Maria non avrà a temere le zanne di quella bestia feroce del Conte.

«Che anime perverse! (esclamò Bernardo alzandosi in piedi). Ecco cosa hanno fruttato le massime di Fra Dolcino e de’ suoi iniqui gazzari, vera peste di questi paesi! Coi grani dell’eresia non si può macinare altra farina.

«Il conte Jago (profferì Gaudenzo con fuoco) è un gazzaro[9] se ve n’è mai stato un altro al mondo. Dirlo a me? non ho io stesso veduto Fra Dolcino e la sua Monaca Margherita entrare più volte nella Rocca del Conte a Monrigone?[10] e quando l’Eretico stava colle sue turbe nel piano di Parete-Calva sulla cima di Valnera chi è che mandava colassù le biade e il vino affinchè quei maladetti lupi non morissero arrabbiati di fame? È chiaro adunque come il sole che il Conte era tinto della loro pece sino ai capelli. Ma pure, che volete? I Valsesiani che strinsero anni sono la lega contro i Biandrati ed ora la fecero contro gli eretici, obbligandoli a snidare dalle loro montagne, rispettano il conte Jago. Anche a Zebello egli mandò i suoi arcieri a soccorrere Fra Dolcino, e se il Vescovo di Vercelli non fosse venuto a capo quest’inverno di serrarlo con quasi tutti i suoi nella rete, metterei una mano nel fuoco che esso stesso il Conte andava quivi in persona a combattere per lui.

«Così San Giulio l’avesse concesso che tu, o Gaudenzo, non saresti costretto per unirti alla mia Maria d’abbandonare la tua casa ed i tuoi campi, giacchè egli avrebbe fatta la fine che farà tra poco l’Eretico, cominciando a provare nelle fiamme di questo mondo come abbrucino quelle dell’inferno in cui vorrei soffiare io stesso per farlo ardere eternamente in pena de’ suoi enormi peccati.

A tale fiera imprecazione pronunciata con tutto accanimento da Bernardo in odio al Conte fecero eco col cuore e le parole i due promessi. E questa smisurata e violente brama di vendetta, di che s’accesero simultaneamente, non era indizio in essi d’animo selvaggio e crudele, ma bensì intimo sfogo d’un oppresso sentimento di giustizia sancito in certo modo dalle circostanze e dalle idee religiose dei tempi. Si consideri infatti lo stato delle persone del popolo e specialmente di quelle che abitavano aperte campagne, in quei secoli nei quali ad ogni pazzo e criminoso capriccio di chi comandava, si dava il nome di diritto cui era necessità sottostare. Non gli averi, non la libertà, non l’onore erano sacri. Dalla turrita rocca il Feudatario faceva bandire a suon di tromba i suoi voleri e guai a chi avesse osato resistere! erano strazii e morte. La forza prepotente, brutale imperava nel mondo pressochè da assoluta signora. Innanzi ad uomini coperti di ferro e vigorosi adopratori di spade, mazze e lancie la plebe inerme star non poteva che pavida e inoffensiva lasciandosi miseramente conculcare. In tanta abbiezione ritraevano gli infelici valido conforto dalla speranza che i loro patimenti venivano tenuti a calcolo in una vita migliore e che terribili castighi attendevano gli oppressori inumani, pei quali l’Eterno Giudice impugnava più severo e tremendo il vindice flagello.