Part 7
Elìa chinò il capo in segno d’obbedienza. Il Duca alzossi; poscia ad una sua chiamata si spalancò di nuovo la porta, ed ei ne uscì preceduto per le scale ed i corritoi da due paggi che recavano i doppieri.
Da quanto fu detto colà è agevole comprendere che i progetti di Macaruffo non erano rimasti ignoti. L’intrattenersi ch’ei faceva soventi ora con uno, ora coll’altro dei capi delle antiche bande di Facino; il trarli seco a convegno nei battifredi più appartati del Castello mentre mostravasi taciturno e selvatico con tutte l’altre genti di Corte, aveva eccitati i sospetti e destata la vigilanza della turba dei delatori del Duca. Ogni suo passo fu quindi numerato, sorvegliate diligentemente le sue azioni.
La notte susseguente a quella in cui avvenne il colloquio da noi riferito, il Venturiero passando meditabondo sotto il portico che dal cortile interno della Rocca metteva all’andito della torre, sentì afferrarsi per un braccio. Rivoltosi riconobbe Scaramuccia, valletto di confidenza del Duca, con cui aveva stretta conoscenza militando insieme sotto le insegne del Conte.
«Rendi grazie a’ tuoi santi protettori ch’io t’abbia ritrovato — disse pianissimo Scaramuccia traendolo in un canto dietro le spalle dell’arco, fuori della lista di luce che mandava la lampada. Il Venturiero con voce aspra rispose:
«Renderei grazie sì, ma quando potessi al tuo padrone....
«Zitto, zitto (proseguì l’altro) non è tempo da far parole. Ascolta. Se fra poche ore non sei lontano le molte miglia da queste mura tu finirai di mala morte. Hanno girato per te la luna, il sole e le stelle: il tuo nome sta in mano al Giudeo, e la gola del pozzo in fondo alle vôlte fu aperta e t’aspetta. Pensa a’ tuoi casi. Addio. — Ciò detto lo lasciò frettolosamente e scomparve nell’ombra.
Macaruffo benchè non suscettivo di timidi pensieri e omai indifferente ad ogni sventura, non dubitò a tale inaspettato avvertimento, che in realtà la sua morte fosse stata ordinata da Filippo Maria, sia per avere scoperto i di lui tentativi, sia per togliere un amico fedele alla Duchessa. Quindi non volendo cadere vittima invendicata dell’abborrito Visconte determinò di cercare salvezza nella fuga.
Deposta ogni arma e tramutate le vesti, presso l’albeggiare potè uscire inosservato dal Castello. Comunque grande però fosse il suo pericolo rimanendo in queste vicinanze, non sapeva staccarsi dai luoghi ove l’infelice sua Signora, serbando solo i titoli e le apparenze della sovranità, gemeva prigioniera d’un inesorabile tiranno.
Per lunghi giorni andò errando nelle terre prossime a questa città, e la notte accostavasi guardingo alla tremenda ducale dimora, spiando se qualche lume apparisse nelle finestre dal lato occidentale della Rocca, e s’affisava in quello come in una luce amica, consolatrice, poichè sembravagli illuminasse la camera della Duchessa, ch’ei si rappresentava assisa a quel mesto chiarore in atto pensivo e col volto irrigato di lagrime. Chi potrebbe ridire quanta fosse la potenza che l’immagine di lei esercitava su quell’anima, chiusa in ributtanti spoglie, ma sì nobile e generosa che avrebbe con gioja, e senza ch’ella pure il sapesse, sagrificata l’esistenza per procurarle un istante di contento e di pace?
Dovette però convincersi alfine Macaruffo ch’era vano ogni tentativo per rivederla, e sarebbe stata follìa l’intraprendere di sottrarla suo malgrado alle mani del Duca. Pensando d’altronde che se si fosse scoperto ch’ei s’aggirava quivi d’intorno avrebbe potuto far cadere su di lei il dubbio che per suo mezzo tramasse congiure o tradimenti, si decise con pena indescrivibile ad abbandonare questo suolo, e riprese cammino verso la patria.
Allorchè calando da una delle Alpi che fiancheggiano il mare di Liguria, distinse tra il verde della valle le torri del castello di Tenda, vide il lago de’ palombi, e poco lungi scorse tra il folto degli alberi le merlate mura del maniero de’ Gualdi, non dolci affetti si sollevarono in lui con soave tumulto, non esclamò, non sorrise; solo un grave sospiro uscì dal suo petto affranto dalla fatica e dalla doglia, e s’asciugò due amare stille di pianto che gli caddero sulle arsiccie guancie.
Visse colà inconsolabile, solingo.
Quando nelle paterne mura ribombò con terrore e desolazione l’orrendo annunzio che Beatrice, dannata per scellerata sentenza dal Marito, aveva lasciata la testa sul patibolo nel castello di Binasco, il Venturiero quivi più non si rinvenne.
Alcuni giorni dopo apparve un Pellegrino in vicinanza al castello del supplizio, e fu veduto starsi ogni notte immobile per lunghe ore, pregando alla ferriata della cappella dei morti, ove i resti della Contessa erano stati deposti. Nè andò guari che chiuse gli occhi esso pure alla vita, e nessuno scoprì mai la sua storia o il suo nome.
Un Cadavere antico[7]
.... Orrendo e vero Simulacro di morte!... H.
Era il cielo cinericcio; oscurava. Ad ogni istante rendevasi più fosco il colore delle alte mura della Basilica, che la Longobardica Regina eresse in Monza al divino Precursore, e più visibile traspariva dalle sue arcuate finestre il chiarore delle lampane solitarie.
Io camminava a lenti passi sotto l’atrio contiguo a quella vetusta Chiesa attendendo l’un de’ custodi. Il silenzio universale, la tenebria della sera che s’avanzava m’avevano reso mesto e meditabondo, onde le impressioni della mia mente consuonavano all’intutto coll’idea del lugubre oggetto che una viva curiosità mi aveva tratto quivi ad ammirare. Venne alfine la guida recando un torchio acceso e m’accennò di seguirla; le tenni dietro: ed essa arrestatasi ov’era un’imposta alla parete, la spalancò ed offrì al mio sguardo un cadavere, una specie di mummia, quivi serbata in una nicchia.
Fatto immobile, affisai avidamente gli occhi in quella salma antica, e i molti gravi pensieri che sorsero in me, attutarono il profondo ribrezzo che suol sempre assalire alla vista di umane carni inanimate. Sta ritto quel cadavere, rigido, giallognolo: il diseccare de’ muscoli, de’ tendini, l’indurare delle cartilagini l’ha alcun poco contratto e impicciolito, ma mantiene tuttavia intatte le forme, conserva i denti, i capelli, le ciglia, e mostra illesa ovunque la cute, fuorchè alla nocca d’un piede. Lo esaminai con tutta attenzione facendo appressare mano mano il lume ad ogni sua parte, e provava il mio spirito certo qual solenne diletto nel contemplare un corpo, che senza bende egizie o balsami trinacrii, si sottrasse alle possenti consuntrici leggi della natura; un corpo, che serbando per quattro secoli le primiere sembianze, giunse da spente e trapassate generazioni sino a noi come l’unico resto d’un gran naufragio sopra ignoti lidi.
Quella salma non fu d’uomo volgare, poichè s’ascrisse anch’esso fra i dominatori dei popoli. Oltre d’avere padroneggiato Monza, venne salutato signore di Milano, e sebbene qui non tenesse il comando che per brevissimo spazio di tempo, collegò milizie, impose tributi, stampò monete, attribuzioni esclusive della sovranità. Portò il nome di Estore, e vanta per padre Bernabò Visconte, principe temuto e crudele, che perì di veleno nel Castello di Trezzo.
Estore non condusse una fiacca o codarda vita. Pugnò possentemente contro i due duchi suoi cugini, Giovanni e Filippo Maria, figli di Galeazzo. Seppe tenere il campo a fronte di Facino Cane, di Lancillotto Beccaria e di Valperga ch’erano fra i più valenti condottieri dell’epoca. A Filippo Maria contrastò con vigore il possesso dello Stato; assalito in Milano da forte schiera d’uomini d’armi, oppose nelle stesse contrade della città la più ostinata resistenza. Cedette alfine e ritirossi in Monza nel di cui Castello sostenne un lungo assedio, respingendo più volte gli assalti di tutto l’esercito ducale. Per ordine di Filippo, che sterminato voleva un sì audace rivale, non cessavano mai le offese contro le assediate mura, le quali dall’assiduo lavoro de’ mangani e delle bricolle già scoperchiate e cadenti in più luoghi, non offrivano ai difensori che debole e incerto riparo.
Un giorno (era in settembre del 1412) Estore Visconte se ne stava nel mezzo del cortile del suo Castello presso al pozzo ove si abbeveravano i cavalli. Nel momento forse che all’udire le esterne grida de’ nemici meditava sdegnato una tremenda uscita, o che l’anima sua sorpresa dall’idea dell’instante periglio cominciava a vacillare invilita, una grossa pietra slanciata con tutta veemenza venne dall’alto e lo colse in una gamba che gli spezzò presso l’attaccatura dei piede, onde cadette, e perdendo sterminata quantità di sangue, in capo a poco tempo rimase esanime.
Eccolo innanzi a me coi segni del fatal colpo, che ha lacerate le carni, infranto l’osso, e lasciò su quello le traccie del sangue aggrumolato.
— O arido ed annerito carcame, tu dunque fosti un guerriero d’intrepido cuore, e ricoperto di ferro vivesti tra l’armi e le battaglie? Ah perchè schiavando i denti che serrò morte, non puoi narrare tu stesso i fatti de’ tuoi giorni, o rivelare ai mortali i segreti delle tombe tra cui sì lungamente dimorasti! Ma l’ironia ferale dei tuoi tratti è fisa e impassibile, e nel rimirarti mi fai sentire più amaro e truce il pensiero che mentre ogni oggetto vivente con somma rapidità trapassa e si solve, un cadavere s’innoltra incorrotto verso le ridenti età future.
FINE.
IL BACIO FATALE
....... Ei nell’amata Donna s’affigge, ode uno squillo: il suono Quest’è che serra le stridenti porte. Un istante gli resta, un bacio invola A quella fronte gelida, una croce Alle sue mani impallidite, e come Luce nell’aer per le mute logge Inosservato e celere dispare. TEALDI-FORES.
Chi ignorava la beltà di Evelleda, la prigioniera d’Oriente divenuta sposa del cavaliero Unfredo de’ Rodis?... Dal lago alle Alpi tutta la valle dell’Ossola risuonava delle lodi di lei e si portavano a cielo non solo le avvenenti sue forme, ma le virtù e la dolcezza soavissima dell’animo. Nel mirarla era un’estasi che infondevano in petto la leggiadrìa e la nobiltà delle sue movenze, l’armonìa della voce che serbava ne’ suoni alcun che di straniero e la luce celeste di che erano animati i suoi sguardi. Oh! gli sguardi di Evelleda superavano quanto mai l’immaginazione più ardente sa figurarsi d’incantevole e d’angelico: quegli su cui quelle nere pupille si posavano con tenerezza o con mesto sorriso provava in cuore un ineffabile commovimento e sentiva circondarsi da un’aura più pura.
Questo fiore di bellezza era nato sotto altri soli e dalle falde del Libano era stato trapiantato presso quelle delle Alpi. Il cavaliero Unfredo valente di braccio quanto d’animo ardente e vendicativo, offeso in cuore da secrete ingiurie, determinò sino dall’età sua giovanile d’abbandonare la patria; radunò una schiera de’ più prodi suoi vassalli Ossolani, fece voto di combattere per la liberazione di Gerusalemme e raggiunse in Oriente l’esercito dei Baroni Crociati. Ebbe parte nelle imprese più ardue e famose; venne ferito e si ritrasse a Bisanzio sotto la protezione de’ greci Imperatori. Ricuperata colà la salute e il vigore, tornò in Palestina ove capitanando una parte dell’esercito prese d’assalto una ricca città de’ Saraceni, di cui gli furono cedute in premio le spoglie. Egli trascelse per sè le più preziose; abbandonò l’altre a’ soldati, e dei vinti non tenne in suo potere che una donna bellissima fra tutte, madre d’unica fanciulletta, vezzosa come l’amore, la quale fu trovata dai guerrieri cristiani nel solitario _harem_ custodita da due schiavi muti e neri al paro della pece.
Vinta Nicea ed Antiochia, Unfredo, a cui le ferite benchè rimarginate rendevano l’armeggiare penoso, volle far ritorno alle patrie terre, e caricate su una nave Pisana le conquistate ricchezze, afferrò le spiaggie d’Italia. Morì attrita dai lunghi affanni, anzichè toccasse i nostri lidi, la bella prigioniera saracena, e il Cavaliero le rese meno penosi gli ultimi istanti giurandole sulla croce che a lui segnava il petto, che avrebbe con ogni studio vegliato al bene dell’orfana fanciulla ch’ella abbandonava nelle sue mani.
Toccava questa appena il tredicesimo anno, nè altri che la propria madre conosceva sulla terra che potesse intenderla, guidarla e che le fosse di sostegno e d’aita. Vedendo la genitrice languire per mortale angoscia gemeva profondamente, sinchè giunta al punto estremo ne raccolse disperata l’ultimo sospiro e si dovette strapparla a forza dalla fredda salma di lei.
Per lunghi giorni le sgorgò incessante un pianto inconsolabile: alla fine però le tenere e più che paterne cure del generoso Unfredo le ridonarono la calma; cessarono le lagrime d’irrigarle le pallide delicate guancie, ed ei si dispose a condurla alla propria valle nelle mura dell’avito castello.
La fama delle sue gesta lo avevano preceduto: accorsero i vassalli esultanti ad incontrarlo ed ei ricalcò festeggiante dopo tanti anni di lontananza l’antico ponte del suo fiume nativo. Nel guerresco corteggio che lo seguiva attraevano gli sguardi di tutti i due schiavi Etiopi abbigliati nella loro barbarica foggia; ma ciò che destava più vivamente la curiosità generale era la fanciulla che sedeva sopra un placido e bellissimo palafreno guidato a mano da un paggio, ricoperta da fitto velo il quale l’avviluppava pressochè interamente.
Allorchè dopo molti mesi il dolore della perdita della madre fu alquanto più mitigato nell’animo della giovinetta, Unfredo che sentiva nascere in seno per lei ardentissima fiamma, la fece istruire nei sacri misteri di nostra religione e poscia rigenerare nelle acque del Battesimo. Profuse quindi tesori per rendere il proprio castello il più sontuoso che mai si vedesse e per prevenire ed appagare ogni lieve brama dell’adorata fanciulla, un di cui sorriso lo rendeva felice. Riconoscente essa pure a tante affettuose dimostrazioni del suo guerriero vincitore, benchè non lo amasse che quale amoroso padre, cedere dovette alle lunghe ripetute istanze e condotta da Unfredo all’altare con pompa regale divenne sua sposa.
Sorgeva il castello di Unfredo sulle sponde della Toce là dove questo fiume abbandonati i nativi dirupi, scende limpido e tranquillo ad irrigare l’esteso piano della valle dell’Ossola. Il ponte levatojo di quel castello rimaneva sempre abbassato, e sebbene numerosa schiera d’armati vi stesse a guardia continuamente, erane però a tutti libero l’ingresso, poichè colà venivano accolti con eguale cortese ospitalità il povero pellegrino, il ricco barone, il questuante eremita e lo sfarzoso Abate che vi giungeva cavalcando con gran seguito di monaci e di laici. Infiniti erano quivi entro gli scudieri, i paggi, i servi, tutti abbigliati con vaghe e ricche assise. Nei portici, negli atrii, sulle scale miravasi scolpito in marmo o dipinto lo stemma della possente famiglia de’ Rodis, ch’era una stella d’oro con due ali in campo azzurro, circondato da una nera fascia.
Le stanze superiori nelle quali abitava il Signore del castello erano tutte magnificamente addobbate; ma ove si poteva dire veramente esausto quanto mai il lusso de’ tempi sapeva creare di più sorprendente e ricercato, era la grande aula di ricevimento e l’oratorio di Evelleda. Nella sala entravasi per due ampie porte alle quali corrispondevano vaste finestre, divisa ognuna in due archi acuti sostenuti da sottilissima colonna spirale: ne chiudeva il varco una vetriata a colori su cui si diramavano simetrici arabeschi. Le pareti erano coperte da purpurei arazzi trapunti in oro: marmoreo era il pavimento ed istoriata la volta: i larghi sedili finamente intagliati, e sulle tavole, ricoperte di lastre di preziosi marmi, posavano gemmati doppieri. Sulla parete frammezzo alle porte d’ingresso stavano sospese a modo di trofeo le armi più ricche d’Unfredo: nel mezzo era collocato l’usbergo coi guanti, i bracciali e gli schinieri; a sinistra lo scudo collo stemma rilevato a cesello; a destra la spada e la lancia, ed al di sopra l’elmo di massiccio argento con cimiero d’altissime e candide penne.
Quell’appartata camera che nella dimora d’una ricca dama viene a lei unicamente consacrata e sta presso la stanza di riposo, servendo così ai misteri dell’addobbamento, come alle solitarie letture ed alle meditazioni, la quale ora noi chiamiamo _Gabinetto_, appellavasi nei bassi tempi _Oratorio_, poichè conteneva una specie di domestico altare avanti a cui soleva la Dama profferire le serali e mattutine preghiere. L’oratorio d’Evelleda non era spazioso ma rinserrava tesori. V’avevano due entrate, l’una da una porta che s’apriva nell’atrio vicino alla sala, e l’altra più ristretta che riusciva nella camera contigua ove era eretto il talamo nuziale. Di contro all’arcata finestra d’egual forma di quelle della sala, stava nell’oratorio una nicchia, dentro la quale sorgeva sopra un piedestallo il simulacro della Vergine col divino infante, coronati l’uno e l’altro di un serto di gemme: sul petto della celeste Madre pendeva appeso ad un serico nastro un’anforetta in un cerchio d’oro che conteneva un frammento del velo di Lei, reliquia rarissima acquistata per cento bisanti dallo stesso Unfredo in Palestina da un Maronita di Betlemme. Davanti al simulacro stava un ginocchiatojo tutto rivestito da ricco e morbido drappo. In giro alla camera vedevansi arche ed armadietti d’ebano e d’avorio, elegantemente intarsiati con fili d’oro e tempestati di pietre preziose: alcuni di essi rimanendo aperti, mostravansi ripieni di vasi lucenti, di cassette d’aromi, di odorosi unguenti; altri di fermagli d’oro, vezzi di perle, spille, colanne, braccialetti e di quanto può concorrere ai più sontuoso e variato femminile adornamento. Le seggiole andavano ricoperte di velluto azzurro frangiato in argento, e ad una di esse co’ bracciuoli, i quali avevano la forma di morbidi colli di cigno, pure d’argento, stava dinanzi un tavoliere su cui posava un vaso di cristallo cilestrino con fogliature in oro che conteneva i più vaghi fiori, e vicino v’erano varj libri in pergamena con leggiadre miniature. Da un lato del tavoliere stava un tripode in bronzo con coperchio a traforo che serviva ad ardere profumi, dall’altro lato eravi un elegante leggìo a cui stava sospeso un arpicordo saracinesco con bischeri d’oro. Dalla volta pendeva una lampada alabastrina sostenuta da tre catene in figura di serpi. La luce che dalla finestra entrava in quella camera era mitigata a piacere, poichè le ampie tende bianche e turchine che la fiancheggiavano potevansi variamente panneggiare, ed ora si simulava con esse il soave chiarore dell’aurora, ora la luce moribonda del crepuscolo e per sino il bianco irradiare della luna.
Varia poi e spaziosa era la veduta che s’appresentava da quella finestra, se ne venivano spalancate le imposte. Vedevasi l’intera corona degli alti monti che formano parete alla valle, e tutta la chiudono fuorchè a mezzodì ove ne lambiscono il confine le acque del Lago Maggiore; miravasi più da presso la merlata roccia di Vogogna eretta sopra scoscesa rupe, e scorgevasi nel piano il lucido esteso serpeggiare della Toce che toccava mormorando a quelle mura. Al di là del fiume quasi a prospetto sorgeva un edificio di semplice architettura ma che s’aveva del castello insieme e del convento: constava di massiccie mura, aveva porte e finestre ad archi acuti, ma non era merlato nè munito di torri. Tale edificio chiamavasi la _Masone_ ed era ospizio de’ cavalieri Templari, i quali solevano ivi stanziare ogni qual volta recavansi in Francia o ne redivano.
Prediletto ad Evelleda era quell’oratorio ed ella passava in esso le più lunghe ore del giorno o con qualche fida ancella occupata ai lavori della spola e dell’ago, o da sola leggendo i canzonieri degli amorosi Trovatori, o traendo dalle corde melodiosi suoni. Talvolta nell’ora più tacita della sera ella univa a que’ suoni la sua voce: arrestavansi negli atrii i paggi ed i donzelli ad ascoltarla, sospendeva il passo per fino il rude arciero che stava a guardia a piè delle mura. Eravi in quel canto un non so che di nuovo che rapiva, era una melodìa ispirata da un altro cielo, da una più ridente natura.
Il raggio candidissimo della luna brillava sulle acque del fiume, ed illuminava la fronte della _Masone_ dei Templari. Ritto nel varco dell’arcuata porta si stava uno dei guerrieri dell’Ordine appoggiato alla sua lunga spada; la bianca sopravveste eragli serrata ai lombi dal pendone della spada stessa, e in mezzo al suo petto si scorgeva un’ampia croce rossa. Teneva scoperto il capo, il quale aveva da nera inanellata capellatura rivestito, bruno e regolare era il giovanile suo viso. In atto mesto e pensieroso lasciava errare le pupille ora sulle correnti acque, ora sulla pallida verdura, ed ora le alzava al disco della luna. Ad un tratto un irrompere di dolcissime note tratte da sonoro stromento gli ferisce l’orecchio; guarda al castello di prospetto da cui quel suono partiva e quasi tratto da magica forza s’accosta alla sponda del fiume, onde meglio bearsi in quell’armonìa.
S’alza una voce... ma qual gioja inaspettata, qual soave sorpresa manifesta il Cavaliero del Tempio!... quella voce canta nell’armoniosa lingua dei poeti dell’Alambra, essa ripete gli accenti che richiamano al Yemen felice la memoria dell’avventuroso guerriero. Ecco come canta quella voce celebrando il suolo nativo.
«_Mia sfera è l’Oriente, splendida regione, ove sorge magnifico il sole come un possente monarca e procede per le vie del giorno sempre serene: così una nave d’oro voga sull’onde azzurre portando l’Emiro di vasta contrada._
«_I doni tutti del cielo furono versati sulla zona orientale: in ogni altro clima il fatale destino fa germogliare amari frutti a lato ai saporosi. Ma Iddio che guarda sorridendo le terre dell’Asia, la riveste de’ fiori più puri e accorda maggiori stelle al suo cielo, maggiori perle al suo mare._
«_Quivi sono le ampie città che l’universo ammira. Laora dai campi fiorenti: Golconda, Cascemira, Damasco la guerriera, la reale Ispahan; Bagdad da baluardi coperta come da ferrea armatura, e Aleppo il mormorìo delle cui immense contrade sembra al lontano pastore il fremito dell’oceano._
«_Misora è qual regina collocata sul trono. Medina dalle mille torri irte d’aguglie colle punte d’oro rassembra al campo d’un esercito nel piano che inalza sulle tende una selva di lucicanti saette._
«_Chi non brama contemplare sì grandi maraviglie? Chi non desìa sedere su quei terrazzi simiglianti a canestri di fiori; o seguire nei prati l’Arabo vagabondo? Al cader del sole quando i cammelli s’arrestano spossati presso le fresche acque dei pozzi, la giovinetta bajadera intreccia la sua danza voluttuosa._
«_Anch’io un giorno con passi infantili errando pensosa presso al chiosco solitario sotto i rami delle palme beveva l’aure imbalsamate che scendevano dagli azzurri monti! Ma ohimè! io non potrò mai più rivedere nè le palme, nè quei monti quantunque la mia anima voli incessantemente alle beate regioni orientali._
Armando di Nerra, tal era il giovine Cavaliero, fu scosso da quel canto sin nell’intime fibre del cuore. L’oriente era pure il suo sospiro: in oriente egli aveva appreso ad amare; quando l’oggetto de’ suoi deliri perì, egli da libero combattente divenne Cavaliero dell’ordine del Tempio, consacrando sè stesso e la sua spada alla Religione ed assoggettandosi ai voleri del gran Maestro.
Attese ansiosamente la sera successiva: una melodia parimenti soave lo venne dal castello a beare sulla sponda della Toce. L’incanto fu irresistibile. Seppe chi era Unfredo, lo riconobbe ed entrò nel suo castello da lui stesso accoltovi ed onorato.