Racconti storici

Part 10

Chapter 103,704 wordsPublic domain

Quel Dio che conquise a Zebello le bande scellerate di Dolcino, che trarre volea nel lezzo dell’eresia e nell’infernale perdizione i popoli tutti di queste belle contrade, quel Dio sarà propizio alla nostra impresa. Colpirà la sua mano sterminatrice il feroce Biandrate che versò tanto sangue innocente proteggendo a tutto vigore gli iniqui Gazzari.

TUTTI.

Morte ai Gazzari... Morte... Si stermini il Conte.

EREMITA.

Egli commise infinite rapine ed ogni sorta di nefando delitto.

UOMINI DI VINTEBIO.

È vero, è vero. A noi furono tolti gli armenti da’ suoi satelliti, che uccisero ne’ prati i pastori.

UOMINI DI SERRAVALLE.

A noi rapì le biade, ed impose esorbitanti tributi minacciando d’incendiarci la terra se non li pagavamo.

MONTANARI DI VALSESIA.

Per proteggere l’eretico fece invadere le nostre montagne dalle sue bande sacrileghe, che commisero orrendi eccessi.

GAUDENZO.

Ora vuole obbligarci ad un tributo il più vile ed inaudito: pretende usurpare i maritali diritti: a me, che non cedetti, rapì la donna. Così vuol fare in avanti con tutti i vassalli.

TUTTI.

Morte al rapitore, all’adultero, all’omicida: s’assalga il Conte; non siamo più suoi vassalli.

EREMITA.

Ma di chi sarete voi? Egli è pur d’uopo avere un signore.

MONTANARI DI VALSESIA.

Faremo i Podestà come gli abitanti dell’alta valle.

UOMINI DI SERRAVALLE.

No: i Podestà non bastano; bisogna creare un capitano del popolo.

UOMINI DI VINTEBIO.

I capitani fanno lega coi ricchi: non vogliamo il capitano. Ogni Comune comandi da sè.

BERNARDO.

Noi della Riviera d’Orta abbiamo per signore il Vescovo di Novara: i nostri privilegi e i nostri diritti furono sempre sacri e rispettati.

TUTTI.

Sì. Proclamiamo Signore il Vescovo di Novara! Sterminiamo il Biandrate e viva il Vescovo — Viva.

L’Eremita seppe far prevalere su quella moltitudine i suoi moderati ed accorti consigli. Furono orditi i piani, e stabiliti i modi di muovere il paese ad intraprendere l’assalto. Finalmente quando divenne fitta la notte e tutto fu determinato e conchiuso colle più formali promesse i collegati si separarono, ritornando ciascuno alle proprie terre.

Scendevano dal monte Bernardo e Gaudenzo con alcuni degli uomini di Vintebio, che tenevano quella strada medesima, e che Gaudenzo nella gioja anticipata della vendetta obbligare voleva a pernottare seco lui a Civiasco, giacchè il cielo s’era fatto minaccioso, rimbombava il tuono e balenava. Allorchè furono a poca distanza dal paese s’arrestarono udendo i passi d’un cavallo giù nel sentiero, e la voce d’un estraneo cui rispondeva un contadinello. Diceva l’estraneo d’essersi smarrito, siccome poco pratico della strada che guidava a Civiasco, e sulla risposta del fanciullo che Civiasco era affatto d’appresso, domandava se conoscesse il giovine Gaudenzo di quel villaggio all’abitazione del quale era diretto.

Gaudenzo riconobbe quella voce odiatissima funesta a lui; era desso il falconiero Tibaldo.

«Compagni (egli disse tosto), questo che cerca di me è il più scellerato dei satelliti del Conte, quello per consiglio del quale si commettono le maggiori iniquità. Egli stesso fu che m’intimò gli ordini del Conte, egli che mi spiegò colla più sfacciata baldanza l’orribile di lui pretesa. Se voi avete giurato, veramente col cuore in faccia al venerando Eremita, ora è il momento di cominciare le nostre vendette.

Ciò profferito, balzò rapido sulla strada e seguìto dagli armati compagni affrontò il Falconiero al bagliore dei lampi.

Nel Castello di Monrigone il conte Jago inquieto e agitato pensava intanto al modo di riparare a quel tratto di perfidia da lui commesso, le cui conseguenze dubitava poter divenire pericolose, quantunque fosse assai lontano dall’immaginarsi la tempesta terribile che s’andava sul suo capo addensando.

Quando seppe che Maria era stata condotta nelle sale della defunta Contessa sua madre, si pose a spalle un mantelletto di seta, si coprì il capo con un berretto di velluto adorno di piume e si recò colà entrando col sorriso sulle labbra. La misera fanciulla non era stata punto consolata dall’improvviso cambiamento di stanza, anzi temeva che l’essere stata trasportata in quelle camere eleganti fosse appunto per venire visitata dal Conte. Allorchè lo vide comparire coprissi con ambe le mani la faccia e si diede a piangere e singhiozzare sfrenatamente.

«Non avere alcun timore di me, no, bella fanciulla, non aver timore, ch’io non voglio nè toccarti nè farti alcun male (pronunciò con dolcezza il Conte avanzandosi a lenti passi). Sono venuto anzi per recarti buone nuove, per consolarti... Ma via cessa di piangere, asciuga le lagrime, scopriti il viso, non sono poi il drago delle sette teste! che il cielo mi fulmini s’io ho intenzione di fare cosa che ti dispiaccia.

Così dicendo s’assise di fronte a lei, ma in fondo della camera, vicino ad un tavolo su cui posava uno scrignetto d’avorio. Maria piuttosto sorpresa che rassicurata da quella inaspettata cortesia, e più dalla lontananza frapposta, frenò il pianto, ma non si scopri il volto.

«Guarda bella Maria, ti piace questa collana? (proseguì il Conte con voce melata dopo avere aperto lo scrigno e trattine varj ornamenti femminili). Ebbene te la dono se tu levi quelle mani dalla faccia: vedi che belli anelli, che ricco spillone: oh come ti staranno mai bene quel giorno che tu sposerai il tuo Gaudenzo!

Maria a tal nome diede in uno scoppio più disperato di pianto.

«E che? non lo credi forse? Tutto quello ch’è accaduto non fu che una burla, e certo non l’avrei fatta s’avessi potuto immaginarmi che ti doveva costare tanto pianto. Il tuo Gaudenzo tu lo sposerai e non più tardi di domani o dopo.

«Dov’è Gaudenzo, e mio padre dov’è? (s’arrischiò a dire fra i singhiozzi Maria).

«Gaudenzo sarà qui nel castello questa sera stessa o domani per tempo. Ho spedito ad Arola a ricercare anche tuo padre, e per il momento delle nozze si troverà qui egli pure.

«Non è meglio allora che mi lascia andare a casa mia: troverò bene la strada da me. Per carità mi lasci andare.

«Non vedi Maria che comincia a farsi oscuro, e che il tempo minaccia. Odi il tuono: fra pochi momenti cadrà una pioggia dirotta. Non potrei lasciarti esporre per la via. Domani sarai pienamente contenta: nè qui puoi dire che ti sia stato usato e che ti si usi alcun maltrattamento. Se il tuo sposo avesse ceduto di buon grado al mio desiderio di far le nozze nel castello, io non mi sarei presa la briga di qui condurti contro la tua volontà. Ma nulla tu hai perduto; le nozze si celebreranno egualmente, e mia mercè tu sarai la più ricca e la più adorna delle mie vassalle. Tutte queste gioje sono per te: io te le dono; rasserena il tuo spirito e apri il cuore all’allegrezza ed al contento.

Queste parole profferite dal Conte con accento animato e persuasivo, il moderato suo contegno, la promessa che sembrava sincerissima di riunirla allo sposo ed al padre recarono la speranza nel cuore di Maria. Alzò essa il capo, girò meno afflitto lo sguardo e sulle sue guance il pallore diede luogo ad un lievissimo colore di rosa. Eransi recati i lumi. Il Conte la rimirò con occhio di somma compiacenza, e sentendo che lo sforzo fatto contro la propria abitudine d’essere dolce ed umano, non potea protrarsi in lungo, poichè rinascevano gli stimoli delle sue cieche e furiose passioni, la salutò con un arcano sorriso e si ritirò.

Innoltravasi la notte; Tibaldo non ritornava. Il Conte attribuì il ritardo alla bufera e si coricò. L’immagine della fanciulla d’Arola gli si presentò vezzosa alla fantasia. Sognando, vedevala lieta e ridente accompagnata al suo Gaudenzo recarsi alla di lui capanna, e quella consolazione innocente e sincera di due sposi contadini, gli destò una rabbia, un’invidia profonda. Svegliossi pentito delle promesse fatte e dell’usata moderazione. Balzò dal letto, scellerati pensieri lo predominavano: s’avvolse in ampio mantello ed uscì dalla sua camera fermo in nefando proposito. Nell’attraversare la galleria lo ferì il rumore d’un insolito bisbiglio: s’accostò al balcone, ne spalancò un’imposta e trasalì all’improvviso grido d’allarme partito dal soldato che stava a guardia alla torre.

Era l’aurora, ed i primi raggi mattutini rischiaravano la sommità delle merlate mura del castello. Il Conte retrocedette a gran passi, e si scontrò in fondo alla galleria con due de’ suoi uomini d’armi che salivano le scale in tutta fretta per ascendere sulla torre onde vedere qual causa avesse dato motivo al grido della sentinella. Egli li sollecitò maggiormente e quelli in pochi istanti calarono, dicendo che dalla torre vedevasi venire verso il castello una gran turba d’uomini, nelle mani dei quali miravansi lucicare dei ferri.

Fremette il Biandrate a tale annunzio: ordinò che tutti i suoi soldati si mettessero in armi prontamente: che gli arcieri occupassero i baluardi, e venti alabardieri a cavallo in armatura pesante uscissero incontro a quella turba per arrestarla e disperderla. Vestì egli stesso la sua miglior corazza, e ripostosi l’elmo in capo si recò in persona sul vallo onde accertarsi cogli occhi propri del fatto.

Vide una numerosa banda di contadini e montanari armati avanzarsi in massa compatta verso il castello, ed altre file seguirla paralellamente per altre strade. Al mezzo della massa principale sovrastava un’asta su cui eravi infissa una testa che tutti con terrore riconobbero per quella del falconiero Tibaldo. A tal vista non rimase più alcun dubbio nel Conte sullo scopo di quel popolare armamento. Con feroce speranza, mirò i suoi alabardieri tutti aspri di ferro uscire dal castello e serrati d’appresso i cavalli, le lancie abbassate, abbandonare le briglie e galoppare contro quella massa ribelle. Al vedersi investiti nacque tra i contadini una agitazione, un subbuglio: ma s’udirono alcune voci di comando e quella massa s’acquetò, si restrinse e rimase immobile. Accostatisi i guerrieri vennero accolti da un nembo di freccie sì formidabile che metà dei cavalli caddero a terra feriti, e sebbene gli altri si slanciassero più oltre contro i contadini in pochi momenti li vide il Conte con immensa sua rabbia e dispetto volgere i destrieri e cacciati in fuga ritornare a gran corsa verso il castello. La moltitudine mandò un urlo immenso e si avanzò anch’essa più rapidamente contro i baluardi del Biandrate.

Rientrati gli alabardieri fu alzato il ponte levatojo e venne calata nell’arco interiore della porta la saracinesca o cataratta di ferro. Tutto quel giorno fu un cambio continuo accanito di dardi, di saettoni, di sassi tra gli arcieri del Conte e gli uomini della lega contadina che avevano circondata da ogni parte la fortezza. Durante la notte i capi della Lega tennero consiglio nel bosco vicino, e considerando che il castello, preso sì all’impensata, non poteva essere provveduto di vettovaglie, determinarono di starvi d’intorno e senza porre a repentaglio la vita costringere il Conte ed i suoi ad arrendersi per la fame. Gaudenzo s’oppose con violenza a tale risoluzione volendo che ad ogni costo si espugnasse il castello montando all’assalto: ma gli altri tutti rigettarono la sua proposta siccome temeraria e di troppo dubbia riuscita, onde egli dovette acquetarsi al comune parere. Fu nella stessa adunanza stabilito si spedisse il padre Anastasio Eremita al Vescovo di Novara partecipandogli la risoluzione della Lega d’averlo per Signore e feudatario in quei dominii, e pregandolo a mandar tosto alcuno de’ suoi Vicarii onde confermare e inanimire nell’impresa i combattenti.

Il conte Jago erasi intanto disposto alla più disperata difesa: non era vero che il castello fosse sprovveduto di viveri; v’avevano delle provvigioni di granaglie e carni, ch’erano restanti di quelle raccolte per fornirne i Gazzari. Benchè non ardisse tentare una sortita, essendo i nemici in troppo gran numero, viveva certo però che questi, mancanti d’ogni macchina murale, non sarebbero mai stati in grado di atterrare e superare i baluardi. Sperava d’altronde che tra quelle bande di rozzi terrieri sarebbero nati contrasti e dissidii, nè aveva perduta la fiducia che qualche feudatario vicino temente di simil fatto tra i proprii vassalli sarebbe accorso co’ suoi militi a liberarlo. Nei primi momenti della rivolta aveva in suo furore pensato ad un’atroce vendetta rendendo vittima la misera Maria, che teneva per certo essere l’innocente cagione di tanto trambusto; ma pensò convenirgli meglio tenerla in vita sino a momento più opportuno, onde caricatala di amari rimbrotti la fece rinchiudere di nuovo in più tetro carcere nella torre.

Il Vescovo di Novara ricevette maravigliando l’annunzio della sommossa dei vassalli del Biandrate e provò profondo rammarico allorchè seppe essere ciò stato particolarmente cagionato dal rapimento d’una innocente fanciulla commesso dal Conte ne’ suoi dominii della Riviera. Ma ai pensieri di vendetta, d’ambizione, d’orgoglio prevalse nell’animo di quel sapiente Mitrato l’amore del giusto, il desiderio della concordia, della pace, della cessazione dell’effusione del sangue; calcolando eziandio con veggente politica che l’accettare per sè i dominii del Biandrate quantunque momentaneamente sostenuto coll’armi dai popolari, era stolto consiglio, giacchè la famiglia Biandrate essendo stata investita dei diritti feudali dall’Imperatore, non potevasi impunemente usurpare que’ diritti per qualsiasi cagione senza involgersi in una serie infinita di perigli e di contese.

Spedì però quel Vescovo immediatamente il suo vicario Eraldo Nata al campo della Lega intorno a Monrigone, non quale apportatore della propria accettazione del dominio, ma siccome mediatore tra i vassalli ed il Conte. L’eremita Anastasio non fu veduto ritornare seco lui, nè mai più comparve sulle rive della Sesia.

Il Vicario adunati i principali della Lega manifestò loro la volontà del Vescovo e gli consigliò a riporre in sue mani la loro causa, poichè sperava coll’ajuto di Dio di condurre a buon fine le cose, facendo che cessassero perpetuamente da parte del Biandrate tutti quegli atti ch’avevano mossi gli oppressi vassalli ad imbrandire le armi contro di lui.

Il rifiuto del Vescovo di Novara d’accettare il dominio scoraggiò nell’impresa i più protervi e li costrinse ad accedere alla proposta del vicario Eraldo. Questi avuto l’assenso della Lega penetrò nel castello e dopo lungo animatissimo colloquio col conte Jago lo fece piegare a’ suoi desiderii, per cui fu stesa e proclamata la pace e giurato un reciproco perdono.

L’armata degli assedianti si sciolse. Maria venne restituita a Gaudenzo, che giubbilante e dimentico dei passati affanni l’accompagnò coi di lei padre ad Arola, nel qual luogo si celebrarono le nozze. Il Conte dalla trista esperienza istruito, usò per l’avvenire co’ suoi vassalli di modi più miti ed umani; e questi, sinchè ebbe durata la signoria in quella famiglia, si dimostrarono verso di essa rispettosi cd affezionati.

IL SOTTERRANEO

DI PORTA NUOVA

O Dieu! l’ange était un demon! V. HUGO Marion De Lorme.

Nel corso del giorno l’aria era sempre stata calda, soffocante, e il sole ardentissimo; tutte le imposte delle finestre del palazzo erano rimaste chiuse ermeticamente, nè era apparsa persona nel giardino, sembrando che nessuno osasse uscire, per non metter piede sulle lastre di sasso della spianata su cui s’apriva la porta che metteva colà, nè sulla gradinata dalla quale si calava alle ajuole, poichè quelle bianche pietre avendo riflesso per tante ore i cocenti raggi solari essere dovevano infuocate. Non udivasi il canto d’alcun uccello, appena appena ronzavano gli insetti, sembrava che la natura e gli animali riposasero oppressi dalla vampa estiva. Il nero molosso, notturno custode dalla casa, stava sdrajato dentro il suo canile, collocato presso il cancello, teneva fuori dell’apertura parte del muso abbandonato sulle zampe, e aveva gli occhi chiusi; esso rassembrava ad un grosso serpente che sporgendo la testa dalla fenditura di una roccia vi si fosse addormentato.

Mano mano però che il sole piegava verso occidente l’ardore andava scemando, e ad un’ora circa avanti sera sorse un venticello che spirando a frequenti intervalli rinfrescò l’atmosfera e scuotendo dolcemente le frondi, i steli, i calici de’ fiori ne mescolò il profumo e tutta imbalsamò l’aria.

L’ombra delle piante s’allungava; facevasi più bruno il verde del fogliame, e spiccava maggiormente il variato colore de’ pennacchi delle campanelle, de’ bottoni fioriti che a forma di mazzo sorgevano ne’ grandi vasi posti a scalea sulla balaustrata marmorea che fiancheggiava la gradinata.

Le imposte delle finestre e della porta finalmente si spalancarono, e come negli antichi teatri al cominciare d’un dramma usciva qualche bizzarro personaggio a declamarne il prologo, il primo ad apparire dal palazzo fu uno scimiotto che balzò fuori saltellando, e trascinandosi dietro una cordicella attaccata ad un anellino che gli pendeva da un cerchio metallico che s’aveva intorno al corpo. S’arrestò un momento a guardare in qua e in là poi s’avviò verso il canile, dal quale alzatosi il mastino gli uscì incontro ringhiando, ma non potè scostarsene che di pochi passi, poichè ne lo impediva una salda catena che lo teneva al collare. La beffarda bestiuola fece mille salti e smorfie innanzi al prigioniero, poi fuggì via cacciandosi per entro i viali. Venne accorrendo un Nano a tutta lena, ed inseguì la scimia, sparendo entrambi alla vista fra l’ombra delle piante.

Comparve dopo il Nano, un bel fanciullo valletto o paggio che fosse, coll’abito a quartieri di differenti colori, portando un ombrello scarlatto con frangie d’oro; fermossi sulla spianata a breve distanza dalla porta. Dentro di questa s’udì suono di pedate, poi nell’oscurità in fondo alla sala si scorsero due figure che venivano avanzandosi; esse prendevano lume a poco a poco; erano una dama e un cavaliero. In vicinanza al limitare avendo la parte anteriore della persona fortemente rischiarata dai caldi sbattimenti della luce esterna e il rimanente del corpo restando nel nero dell’ombra, rassomigliavano a certi ritratti appesi in vecchie gallerie di cui il tempo e la polvere fecero crescere gli scuri oltre modo. Uscirono fuori al fine essi pure l’uno a fianco dell’altro.

Quand’io avverta che la scena si passa in Milano, nell’anno 1510, nel palazzo del marchese Reginaldo Buoso, che quel cavaliero era il Marchese stesso, e quella dama sua moglie la marchesa Cunizza; ch’egli era presso d’età ai cinquant’anni ed ella ne aveva una ventina di meno, il Lettore se è alcun poco artista pittorico, o amatore delle antichità si figurerà agevolmente come fossero abbigliati ambidue.

Se poi fosse un’agiata Leggitrice, che affaticare non volesse la fantasia, e per caso si trovasse seduta sopra il morbido divano presso il tavoliere d’acajou, allunghi la mano al suo _Album_ e si compiaccia d’aprirlo e di sfogliarlo. — Passa una capanna della Svizzera, passa una veduta di Napoli, passa la testa di un leone, passano le ruine a chiaro di luna, passa un amorino, passa un eremita nel deserto, passano fiori, navi in burrasca, urne, ritratti; l’acquarello, l’acquatinta, il pastello, la semplice matita, la penna, l’olio, tutti in somma i metodi e gli stili furono posti a contributo per formare quel libro che racchiude in picciolo volume i tesori d’una pinacoteca, allo stesso modo che una goccia d’essenza contiene l’odore di migliaja di rose. — Ma che non vi si trovi ciò che fa d’uopo per noi? — Non v’ha un fatto storico, uno schizzo, quattro tocchi gettati là da mano maestra, una figura segnata col vero spirito caratteristico dei tempi, che dir si possa il tipo del marchese Reginaldo quale apparve nel giardino nel momento in cui lo descrìviamo? — Oh vi sarà di certo; ecco qual egli era.

Testa alta, portamento grave; il destro braccio ripiegato sul fianco, la man mancina posata sull’elsa della spada; calzoni stretti alle forme, giustacuore arricciato intorno alla persona, maniche larghe, collaretto a lattuga inamidato con punta di merletti, su cui sorge la testa come se fosse su un bacile d’argento. Ha il capo scoperto; grigi i capelli ma folti ancora, specialmente alle tempia e alla sommità della fronte. I tratti del suo viso sono risentiti; la pelle n’è rossiccia, e alcune pieghe, che si potrebbero dir rughe, la solcano ove circolarmente, ove a raggi; non ha mustacchi, ma porta sul mento una breve ciocca di pelo che s’allarga all’estremità. Il carattere di sua fisonomia indica fierezza ed alterigia, temperate però dallo sguardo che spira certa quale bontà cavalleresca.

Non così agevole sarebbe il rappresentare con tinte evidenti quella che gli stava a lato, vogliam dire la marchesa Gunizza sua consorte, giovin donna il cui aspetto ora eccessivamente mutabile, ora freddo impassibile, non lasciava luogo che difficilmente a penetrarne i pensieri e le passioni. Quanto al suo abito esso consisteva in una veste intiera di broccato color marone sparsa di pagliette d’aurei fili. Portava una cuffia con punta scendente nel mezzo alla fronte, ornata intorno di trine tessute d’oro, sotto le quali si nascondevano pressochè interamente i suoi nerissimi capelli rimandati senz’arte dietro le orecchie. Aveva pallide le guancie, colorite le labbra, nere le pupille. Belle e dilicate sono le sue forme; i tratti del suo viso attraggono lo sguardo e si stampano profondamente nell’anima, per l’indefinita espressione che vi erra, truce ad intervalli, addolorata, o ridente, quale suole appalesarla chi chiude nel cuore un grave secreto.

Procedette a paro al marito sulla spianata sin presso la gradinata del giardino, alla sommità della quale entrambi s’arrestarono, tratti quasi involontariamente a contemplare il luminoso spettacolo della caduta del sole. Il cielo d’occidente che sta loro di prospetto pare di fuoco: su quel fondo avvampante si disegnano con linee decise le masse ombrose delle piante, e vi si distinguono le chiome dell’elce, del bosso, del cipresso, del pino. Fra le minute foglie trapassano infiniti raggi brillanti, e v’ha nell’aria un non so che di vaporoso, che come fosse un velo d’oro e di porpora, pare discenda a ricoprire le cose. Il getto d’una fontana che ricade con grato mormorìo nell’ampio bacino, riflette al pari d’un prisma di cristallo tutti que’ splendidi colori.

«Magnifico tempo!... Se domani e ancora si bello il cielo fruiremo infinitamente di nostra gita al castello di Cassano» — così disse il marchese Reginaldo rivolgendosi con affabile sorriso alla moglie e porgendole in atto dignitoso sostegno della mano nella discesa de’ gradini.

La Marchesa fece una lieve inclinazione di capo e appoggiando alla sua la propria destra — «Avete deciso che si parta per tempo?» — chiese in tuono di non curanza discendendo.

«Farò quanto a voi piace: ma non so tacervi che avrei desiderio che le nostre genti fossero allestite pel viaggio all’alba del giorno.

«Sia come v’aggrada». — essa rispose chinando di nuovo leggiermente la testa.

Scesi che furono nelle ajuole, rimandarono il paggio poichè non v’era più d’uopo di parasole, e s’innoltrarono pel viale da minuta arena ricoperto ed orlato da fiorellini d’ogni specie; quel viale giungeva al bacino della fontana indi s’internava fra i recessi delle piante.

Dopo avere fatti alquanti passi assorto tra sè e sè, il Marchese ruppe di nuovo il silenziodicendo con voce animata e quasi sdegnosa: