Part 11
«Domani il sire d’Amboise[12] terrà torneamento nello steccato che fece erigere con sfarzose loggie nel cortile del suo palazzo a Porta Vercellina.... Superbo Francese!... credendo forse ch’io mi tenessi onorato di potervi intervenire mandò due volte li scudieri a farmi invito: risposi loro replicatamente che in tal giorno avrei abbandonata la città... Mischiarmi con quegli arroganti stranieri! che ci conquistarono per tradimento, che il nostro legittimo signore, il nostro Duca presero prigioniero colla più scellerata frode, e fecero perire di stenti in tetro carcere!... Infamia!... Ci vadi il gran Maresciallo, ci vadi il Da Corte, lo Stanga; essi li ajutarono a impadronirsi del nostro paese, essi sono degni di applaudirne le gesta. Ma Reginaldo Buoso nutre un astio che non si estingue: se sapessi che alcuno de’ miei attinenti intervenisse al torneo, tosto lo dichiarerei mio nemico, come per me già lo sono tutti coloro che non giurarono odio eterno a quei di Francia.
La marchesa Cunizza durante il discorso del marito aveva sempre tenuto abbassato lo sguardo; all’ultime di lui parole un vivo rossore era apparso e sparito come un lampo dalle sue guancie, ed essa stringeva il labbro inferiore fra’ denti. Il Marchese aveva già d’alcun tempo cessato di parlare quand’ella rilevò lentamente la testa, e come rivenisse da pensieri affatto diversi, disse sommessamente ma con voce di sorpresa.
«Egli è dunque domani che si tiene il torneo?... Sì presto?... davvero io l’ignorava». Poscia aggiunse in tuono più risoluto — «Vi sono grata che abbiate stabilito di passare un tal giorno lungi da Milano; il rumore delle feste non mi reca che noja e fastidio.
Il Marchese le rivolse uno sguardo di gratitudine e di compiacenza, chè quella spontanea dichiarazione uscita dalle labbra di lei le parve una delicata deferenza alla propria volontà. Ella proseguì con accento moderato e quasi timido:
«Vanno però dicendo che debb’essere splendidissima la giostra del Gran Maestro, e che essa è data ad onore d’un giovine cavaliero de’ Reali di Francia che proclamano valentissimo nelle armi.
«Sì: egli è Gastone di Foix nipote del Re, quegli che qui venne da alcuni mesi colle lancie di Normandia; ed al quale presentemente fu dato il comando di tutto l’esercito d’Italia. I suoi lo portano a cielo per valore militare e vigorìa di braccio: ma, somme stelle! gli sponta appena la barba sul mento, e per l’onor mio m’ha più l’aspetto di garbare alle dame che d’atterrire in guerra i nemici.
«Le dame a cui garba potranno giudicare almeno del suo valore, s’egli è desso domani il mantenitore del torneo» — così ella disse con fuoco e si scostò bruscamente dal marito, appressandosi all’orlo della fontana.
Questi la seguì attribuendo lo slancio inopinato di lei, ad un tratto di vivacità naturale, onde accostatosele di nuovo, riprese placidamente bensì ma con tuono ironico — «Conquistare il pallio d’onore nello steccato non sarà forse malagevole al giovine Gastone di Foix; egli è stretto in parentela ad una testa coronata, è Duca di Nemours ed i Cavalieri giostranti non avranno a biasimo di lasciarsi levare d’arcione da lui. Ma se facesse il cielo che Papa Giulio Secondo potesse venire a capo di comporre la santa Lega, per ricacciare di là dai monti queste galliche bande, vedrebbe allora il presontuoso garzone qual differenza v’ha fra le prodezze d’un torneo e quelle del campo, sentirebbe come sono affilate le spade italiane e come le mazze degli Svizzeri colpiscono grevemente.
Cunizza nulla rispose: il suo sguardo stava fiso sull’acqua lucida-tremolante della marmorea vasca nella quale si ripetevano i colori del cielo, su cui degradandosi le accese tinte dell’occaso davano luogo ad un crepuscolo d’amore. Essa era nella piu graziosa attitudine, e sì perfettamente immobile, che poteva rassomigliarsi alla Castellana incantata in riva alla fonte di Mondoro com’è descritta in uno de’ più leggiadri racconti delle Fate — Ma la sua mente ove vagava? con quali esseri stava in consorzio? che immagini seducenti le presentava la fantasia? — I suoi occhi, rivolti troppo intensamente sopra un punto solo, annunziavano il rapimento de’ suoi pensieri, nè bastavano certo ad incatenarli quivi sì a lungo i variati accidenti di luce offerti con successione continua dai mobili cerchii dell’onda.
Contemplò Reginaldo la sua bella moglie in quel meditativo atteggiamento, e non potè reprimere un secreto sospiro, poichè fu compreso ad un tempo da un soave sentimento d’affetto e da una vaga inquietudine. Le si appressò ancor di più e con dolce, espressiva favella guardandola amorosamente le disse: — «Sento con maggior forza in questo istante, come non dubito lo sentirà il vostro cuore, che intorno a noi v’ha una dolorosa mancanza. Noi non fummo benedetti di prole. Ah! se la Provvidenza ci avesse concesso un frutto della nostra unione tutto obblierei sulla terra, e sarei felice. Per ottenere un sì prezioso dono non v’ha sagrificio o voto ch’io non offrirei all’anime celesti! Qual consolazione per me se potessi chiamarvi madre di un mio figliuolo!... e potessi rimovere dalla mente il tristissimo pensiero che la nobile mia stirpe deve perire con me! Se voi già non possedeste tutto l’amor mio parmi che s’addoppierebbe a tale sospirato avvenimento.
La marchesa Cunizza fu scossa da questi accenti; guardò il marito con un languente sorriso, e passando un braccio nel suo vi si abbandonò mollemente. Essi entrarono così uniti nel viale sotto l’opaca volta delle verdi frondi.
Una lurida cenciosa Vecchia apparve in quel punto dalla strada presso il cancello del giardino. Dopo avere guardato per entro a più riprese traverso i rabeschi di ferro, sollevò pian piano la bandella e cominciò ad aprire il rastrello. Al cigolìo quantunque lento de’ cardini il mastino, ch’era quivi d’appresso, si diede ad abbajare a tutta gola. La Vecchia impaurita s’arrestò un istante; ma poscia vedendolo incatenato sì che non era ad esso possibile di slanciarsi sino a lei, penetrò francamente nei giardino. Raddoppiarono allora i latrati del fiero molosso che ardente negli occhi ed irto il pelo scuoteva inferocito la catena; ma la lacera vecchiarda non punto sgomentata da quell’ira impotente, disse con ischerno rivolta all’incollerito animale — «Tu non mi vuoi; no eh! non vuoi la povera Zarlatona, ma io a tuo dispetto ci son venuta e ci tornerò; v’è qualcuno qui che comanda più di te e che... cosa sai tu brutto cagnaccio?... sì brutto... abbaja pure, ma quand’ella verrà tacerai subito come un poltrone... ah, ah, ah!» e la Vecchia sogghignando volse altrove il capo ad osservare. Aveva costei una fisonomia che appalesava la malignità, l’accortezza più vigile e raffinata; era grinza e gialliccia la pelle del suo volto, i pomelli sporgenti delle sue guancie mostravansi pezzati di colore violaceo; aveva gli occhi piccioli incavati e chiari, ed i capelli colore della cenere: nè gli anni mostravano d’avere consunto o istupidito alcuno de’ suoi sensi.
Essa poste le braccia sotto una falda di sdruscito e rattoppato traliccio, che portava per grembiale sopra la gammurra, e raccolte così le mani al petto si pose a recitare ad alta voce un’orazione, come usano i pitocchi presso gli usci per avvertire di loro presenza chi fosse disposto a porgere ad essi l’elemosina.
Il cane continuava a latrare rumorosamente, ed i suoi urli divennero più forti e iterati quando senti la voce sgridante del padrone, ed una pedata avvicinarsi frettolosa. Il marchese Reginaldo sdegnato per l’importunità e l’audacia di quella femmina miserabile, chiamava i servi onde ne la scacciassero, e rimproverava acremente perchè non fosse stato chiuso con diligenza il cancello; nello stesso mentre Cunizza veniva colà ispeditamente come per ispiare chi vi fosse. La questuante non cessò dalla sua cantilena sin che non la vide giunta vicino, allora vi fu tra essa e la Marchesa uno scambio lestissimo di parole sommesse, e nell’istante che la Vecchia s’allontanava a passo celere uscendo dal giardino, Cunizza faceva atto di riporre alcun che nel seno tra le pieghe della veste.
Venne quivi correndo nello stesso momento un servo, munito di grosso bastone, seguito dal giardiniere da guatteri e da mozzi, ma non yedendo che la sola Marchesa, la quale stava accarezzando il cane già caduto in bonaccia, chiuse il cancello rivolgendo a doppio giro nella toppa la chiave e tutti si ritirarono. Sopraggiunse il Marchese; s’appressò esso pure a palpeggiare il collo e il muso al suo tigro, il mastino, che festoso dimenando la coda lambiva la mano ora all’uno ora all’altro de’ padroni, i quali poscia si ricondussero passo passo nella casa, cominciando allora a luccicare nell’azzurro le prime stelle.
Il dì seguente fu dato in Milano il torneo nella casa del governatore d’Amboise siccom era stato annunziato; ed il giovine duca di Nemours, Gastone di Foix, che n’era il tenitore, contro di cui si provarono alla spada ed alla lancia i combattitori più valenti, ricoprissi di gloria, tutti di gran lunga eclissandoli colla sua prodezza. I nobili spettatori lo applaudirono ed acclamarono a gara, e le belle ammiratrici unendo spontanee i loro omaggi a quelli che rendevansi all’eroe del torneo, fecero rimarco ch’ei non s’aveva nel bel sembiante improntato alcun segno di letizia, nè manifestava la vivacità e cortesia, che sapevansi essere proprie di sì gentile e distinto cavaliero.
Il marchese Reginaldo Buoso partito pel suo castello di Cassano non fu reduce colla consorte che dopo alquanti giorni.
Nè trascorse lungo spazio di tempo che Cunizza cominciò a mostrarsi fuor dell’usato moderatissima verso le ancelle ed i servi della casa, ma d’un umore affatto solitario e restìo. Reginaldo benchè sorpreso dal cangiamento che avveniva in lei, essendo persuaso che avrebbe tosto riprese le primitive consuetudini, la lasciò tranquilla. Però s’avvedendo indi a non molto ch’ella aveva preso costume all’avvicinarsi della sera di recarsi tutta sola in giardino, nè rientrava nel palazzo che dopo gran tempo, gli nacque curiosità di sapere che mai quivi facesse.
Un bel dì appostatosi in sito opportuno, quando venne l’ora consueta la mirò discendere dalla gradinata nelle ajuole, arrestarsi colà per qualche istante di fiore in fiore come se attendesse a rialzarne i calici, poi condursi lentamente verso le piante, e appena giunta dietro i cespugli correre lesta lesta al cancello, aprirlo, uscirne, chiuderlo di nuovo e sparire. Egli allora recandosi da un’altra porta frettolosamente sulle di lei traccie potè osservarla nel momento che volgeva i passi ad una contrada appartata dal lato di Porta Nuova.
Maravigliato la vide accostarsi alla porta d’una casa d’antico aspetto che sembrava disabitata, ed ivi sospendere i passi e leggiermente percuotere l’imposta. Ei s’arrestò e stette in agguato osservandone ogni moto senza quasi trarre il respiro; ma allorchè mirò il pesante battente socchiudersi, ed ella dopo avere girato intorno un rapido sguardo penetrarvi come di soppiatto, lo stupore fece luogo in esso lui al sospetto più nero.
Stette un istante immobile, oppresso da atroci pensieri che si presentarono in folla alla sua mente.... Sola.... in tal’ora.... in quella casa deserta!... qual scellerato intrigo ve la traeva? — Oh colpo irreparabile all’onore, alla fede! — Impallidì: grondò sudore dalla fronte. Trasse la spada, corse a quella porta ne spinse con gran vigore l’imposta, la quale con sua sorpresa cesse all’impeto agevolmente. Passò d’un andito ed entrò in un cortile; era questi folto di sterpi e d’erbe selvatiche che sembravano non essere mai state calpeste da piede umano; i quattro lati dell’edificio che formavano parete a quel cortile apparivano in istato di totale deperimento. Cadenti li stipiti, le grondaje; sfasciati gli ornati e le cornici. Non ombra, non traccia d’abitatori.
Un’idea più scura, più orribile s’affacciò a Reginaldo a quella vista! Si rammentò che quelle erano mura maledette, abbominate, asilo d’empietà e di vituperio su cui pesava un secolo d’esecrazione, poichè quivi era stato il luogo de’ secreti convegni de’ proseliti di Guglielma, l’eretica Boema, l’amante del Saramita, maestra di nefande dottrine cui arsero per venti anni i cerei nel tempio, e poscia ne furono l’ossa tratte dal sepolcro e combuste sul rogo[13].
Dal dì che vennero inceneriti i resti dell’empia donna nessuno aveva osato prendere dimora colà, ed era destinato quell’edifizio a divenire per la sola forza del tempo un mucchio di macerie.
Mentre il Marchese coll’animo inorridito e in tempesta volgeva torbido l’occhio onde scoprire in qual parte potesse essersi ricettata Cunizza, ode in una delle camere terrene calpestìo di piedi. Sta in aspetto, e vede entro l’uscio di fronte lo svolazzo delle vesti d’una persona passante: si precipita in quella stanza e tosto ascolta uno strido e il tramutare di passi accelerati; seguendone il rumore trapassa varie sale, e penetra in un oscuro e ristretto corritojo, in fondo al quale s’accorge dal suono delle pedate che la fuggente discende una scala. Gridando e minacciando s’avanza verso quel lato, trova tasteggiando i gradini e cala velocemente esso pure.
Assai profonda scendeva la scala, e giuntone al termine s’avvide dal rimbombo della propria voce d’essere sotto ampie volte ma affatto tenebrose. S’arrestò, porse l’orecchio e più non udì alcun rumore: regnava in quel sotterraneo un silenzio di morte. Ritornò allora alquanto in se stesso, pensò al periglio cui poteva andare incontro fra que’ ciechi avvolgimenti, onde determinò ritornare sui proprii passi, affine di poter uscire da quella casa, farla circondare d’armati e sorprendere così la scellerata che lo tradiva.
Si volse, cercò brancolando la scala, ma dopo avere fatti qua e là varii passi nel vano, sentì d’essersi accostato all’umido e freddo sasso della parete: la seguì da destra e da sinistra sempre toccandola impaziente di rinvenire l’uscita, ma quel muro era per tutto chiuso e continuo. Si rimise più volte all’opera, ripetè diligentemente le ricerche, e quando alfine vide riuscire inutile ogni tentativo un secreto terrore gli ricercò le vene, poichè paventò d’essere disceso entro cieco fondo che avesse la scala fatta a ribalta, la quale fosse già stata rialzata, volendo la rea consorte lasciarlo perire colà per seppellire con esso lui la propria ignominia.
Mentre assorto nell’angoscia disperata di tal pensiero stava immoto tra quelle tenebre mute e profonde, una voce sconosciuta profferì il suo nome a breve distanza da lui. Reginaldo sobbalzò a tal suono inaspettato, poichè non aveva udita in quella quiete sepolcrale movimento o respirazione che annunziasse la presenza di persona viva. Ridestato però tostamente l’usato ardire — «Chi sei tu? (esclamò). Palesati, e se mi conosci t’avvicina. Ho d’uopo d’una mano che mi guidi perchè son perduto in questa oscurità». — Così dicendo allungò la destra movendo in giro la spada per trovare ove fosse quei che lo aveva chiamato onde poterlo afferrare e costringere a liberarlo di là.
Il suo ferro però non potè incontrare corpo alcuno, e un gelo mortale gli corse per l’ossa, rizzandoglisi sul capo le chiome, quando udì presso all’orecchio la stessa voce pronunziare in tuon minaccioso le seguenti parole: — _Reginaldo! tu sei in mio potere. Inesplicabile è l’arcano che ti circonda; nè tu uscirai da queste nere cave se non deponi il pensiero della vendetta._ — Per alcuni istanti mancarono ad esso le forze, onde articolare un solo accento. Era quella forse la voce dello spirito d’abbominazione che regnava colà ove aveva presieduto alle orgie infernali degli adepti nel sacrilego dogma della Boema?... od era ella stessa revocata dal seno degli abissi ond’essere pronuba del nuovo delitto che si consumava nella chiostra di sue iniquità? — La di lui mente si turbò, gli si offuscarono le idee; profferì varii motti che parvero assentire a ciò che gli andava chiedendo quella voce, la quale poscia allontanandosi da lui l’invitò a seguirla. Egli si mosse e dopo avere camminato a lungo per una ristretta via nel tetro bujo, gli venne a ferire lo sguardo un leggiero bagliore. Avanzandosi con meno incerto passo pervenne ad una spaziosa Rotonda, nel mezzo alla quale ardeva sopra un’ara una fiamma azzurrognola. Elittica era la volta di quella camera circolare, lucido il pavimento e per tutto andava figurata ad emblemi tali da non potersi descrivere che co’ più impudenti numeri fescennini; compivano un giro intorno gran numero di porticelle che davano adito forse ad altrettante camerette. Presso all’ara vedevasi ancora il _moggio_ di ferro, arnese sacro ai nefarj riti de’ settatori di Guglielma, che quivi avevano formato l’abside del loro sotterraneo tempio[14].
Benchè il lavoro degli anni avesse guasti con iscrostamenti le modanature ed i dipinti, pure ne rimaneva ancora più che a sufficienza per dimostrare che l’opera era stata fatta con tutta la squisitezza dell’arte che concedevano i tempi. Reginaldo nello stordimento mentale in cui trovavasi provò maggior ribrezzo e paura alla vista delle strane oscene figure ch’erano in quel sepolto luogo, le quali alla tremula e livida luce che spandeva la fosforescente fiamma dell’ara sembravano moversi ed agitarsi con magico sussulto.
Chiamato dall’incognita voce entro una delle molteplici porticelle che circondavano la Rotonda, esso vi penetrò e presto trovossi di nuovo totalmente nell’oscurità. Dopo molto andare, essendo disceso e salito a più riprese, giunse in luogo ove sentì l’aria rinfrescarsi ed alleggerirsi; travide un pallidissimo chiarore ed indi a poco pervenne ad un foro, che s’aveva l’aspetto della bocca d’un antro ingombro di bronchi e di spini, uscito dal quale si trovò nell’aperta campagna[15].
La luna coperta da bianco velo di nebbie mandava una smorta luce sui campi circostanti al di là de’ quali vedevansi sorgere le torri della città. Il Marchese non era più in se stesso, l’ordine delle sue idee s’era guasto e scomposto del tutto, i suoi pensieri aberravano. Fu rinvenuto il mattino a poca distanza di là seduto sopra un ammasso di pietre col sorriso della demenza impresso in volto.
Riconosciuto dalle persone accorse, fu ricondotto in Milano al proprio palazzo, ove gli si spiegò immediatamente una fierissima malattia che fece crescere in lui lo stato di delirio. Le sue genti ed i famigliari, pieni di stupore e di rammarico per sì strano e doloroso avvenimento, fantasticavano invano onde comprenderne la cagione; nè mancò tra essi chi lo attribuì ad effetto di malìa, di sortilegio, o d’altro diabolico potere; alla quale credenza oltre che già inclinavano con troppa agevolezza le menti in quella età, prestavano assai le parole che di quando in quando uscivano dalle labbra del Marchese, le quali palesavano trovarsi il suo spirito in preda al profondo terrore ed all’angoscia prodotta dalla presenza d’un essere malefico e formidabile.
Le molteplici cure che gli vennero prestate, scemarono alfine le forze del morbo, e a capo ad alcuni mesi, ricuperato in parte il vigore delle membra, cesse in lui la perturbazione dell’intelletto per cui potè riprendere le assuetudini della vita. Rimaneva però il marchese Reginaldo di continuo immerso in una grave tristezza; mai gli spuntava sulle labbra un sorriso, non profferiva quasi parola, nè oltrepassava la soglia di sua camera se non per recarsi in abito di lutto ad orare nella chiesa più vicina, ch’era di Monaci obbedienti ad una regola austera; e qualche rada volta couducevasi a passeggiare nel giardino d’onde però sembrava sempre rinvenire più oppresso ed afflitto.
Ma ch’era addivenuto mai della marchesa Cunizza? — Una falsa apparenza, un precipitato giudizio, avevano forse illuso il marito od era essa veramente colpevole? gioiva delle conseguenze del proprio fallo o le aveva questo già recati gli amari suoi frutti? Varie correvano le voci intorno ad essa. Alcuno asseriva ch’ella era stata rapita da un Cavaliero di Francia e trasportata in estraneo paese; altri pretendeva che si trovasse tuttavia in Milano, celata gelosamente nella casa d’un potente signore; e alcuni finalmente dicevano ch’erasi ritirata in un castello sul Ticino presso i suoi materni parenti. — Infelice! — Vittima della seduzione e d’un’anima appassionata, pagò il suo errore con una serie di quelle amare sventure che si concentrano nel cuore, e lo trascinano sino alla disperazione. La battaglia di Ravenna[16], gloriosa e fatale ad un tempo, aveva troncato l’ultimo filo di sue sciagurate speranze.
Riconobbe allora, ahi troppo tardi! i proprii falli. Benchè avesse facoltà di condurre signorilmente la vita lungi dal teatro delle sue colpe, ella volle a costo d’affrontare ogni umiliazione rientrare nella casa maritale, ove chiamavala il pentimento e il dovere.
L’error suo era grave, ma che non possono le lagrime spremute dal più sincero cordoglio? Il Marchese sentiva ch’egli andava mancando solo, deserto come pianta isterilita: la compagna de’ suoi giorni lo aveva abbandonato per sempre! viveva sconsolato senza sperare di rinvenire sulla terra chi gli recasse un istante di conforto. Quando un giorno la moglie gli si gettò ai piedi, pallida, estenuata con tutti i segni d’un lungo accoramento, soffocata da singhiozzi sì che non poteva formar parola, egli sorpreso, agitato da contrari affetti, stette esitando fra le smanie della vendetta e la commozione, ma quest’ultima vinse alfine, ei le stese impietosito le braccia e perdonò.
INDICE
Avvertimento dell’Editore pag. 1 Ingelinda o la Suora Benedettina » 7 Il Bravo e la Dama. Scena Storica » 39 Adelberta Boniprandi. Episodio della Storia Novarese » 59 Macaruffo venturiero o la Corte del Duca Filippo Maria Visconti » 73 Il Bacio Fatale » 163 Le Nozze al Castello. Scene feudali » 185 Il Sotterraneo di Porta Nuova » 245
_La presente Edizione è sotto la tutela delle Leggi._
NOTE:
[1] Robiallo fu nel secolo XIV interamente distrutto. Veggonsi ancora su un’eminenza petrosa i ruderi del vasto castello.
[2] Fu nel 16 maggio 1412.
[3] Andrea Baggi e Giovanni Pusterla, nipote di quello sopra rammentato, erano stati capi della congiura ed uccisori del duca Giovan Maria.
[4] Si vegga la nota in fine a questo racconto.
[5] Il Carmagnola in premio de’ suoi servigi venne dal Duca nel 1415 creato Conte di Castel Nuovo, essendosene fatta la cerimonia all’altare maggiore del Duomo. Fu dieci anni dopo che sdegnatosi col Visconte egli passò allo stipendio della Repubblica di Venezia. Veggasi la rinomata tragedia di Alessandro Manzoni.
[6] Essa potè chiamarsi ben avventurata tra le Favorite, perchè il Duca gli si serbò costante, e il popolo soleva pregare per lei nelle chiese. Ebbe una figlia di nome Bianca Maria, che fu isposata a Francesco Sforza, il quale per tal matrimonio pretese alla successione dei Visconti ed ottenne il Ducato.
[7] Il seguente articolo è relativo al personaggio storico rammentato alla pagina 129.
[8] _Ponteschi_ e _Breneschi_ erano due nemiche fazioni, una Guelfa, l’altra Ghibellina, che si formarono nell’Ossola verso il 1300, prendendo nome dai due capi rivali Ponti e Breni. Sussistettero più d’un secolo pugnando soventi fra loro e mantenendo vivissimi gli odii non solo fra le diverse valli coll’Ossola confinanti, ma tra le terre d’una stessa valle e per sino tra famiglia e famiglia. I Ponteschi portavano per impresa negli abiti e nelle bandiere i colori rosso, verde e nero; ed i Breneschi il rosso, argentino e bianco.
[9] Gazzaro parola corrotta usata dal volgo per significare _Cattaros_ ossia _Puri_, nome assunto dagli eretici in quell’epoca.