Racconti storici

Part 3

Chapter 33,762 wordsPublic domain

La sera del dì appresso cominciò a legarsi colloquio tra Milo e le sue ignote sirene. Non erano che generalità e parole tronche, scucite, che sembravano slanciate all’avventura; ma facevano l’uffizio di que’ razzi, che da un esercito si fanno volare per riconoscere le posizioni dell’inimico, innanzi d’ingaggiare formale battaglia. Ne’ giorni successivi i ragionamenti si fecero più seguenti e concatenati. Quella che Milo aveva dichiarato di preferire, senza pure saperla discernere, era animatissima nelle parole, viva ed energica nelle espressioni: l’altra mostravasi gaja e scherzosa; ma era allo stesso tempo fredda e sottomessa. Milo fu interamente per la prima.

Varie giojose serate si succedettero in tal maniera, e sempre più calorosi divennero i dialoghi che passavano attraverso i ferri di quel cancello del giardino. Finalmente il cancello stesso, stato sì propizio ai notturni incontri, divenne odioso, insoffribile, e (chi ’l direbbe?) non fu il Biondo il primo ad annunziarlo.

Una notte buja e ventosa pioveva a rovescio. Allo scoccare dell’ora prefissa, Milo slancia la sua scala di corda; è in piedi sul muro, discende pei travicelli della spalliera di carpini, calca il terreno. Il suo cuore tremava e tremava, il suo sangue pareva avere sospeso il proprio corso, ma non era paura;... quando una mano femminile prese la sua, un sudore gelato lo coprì tutto; eppure non era paura. Pensava, che tra brevi istanti poteva forse dissiparsi un’illusione, ch’egli avrebbe voluto prolungare a costo d’ogni tormento, un’illusione di paradiso... Cammina a passi sospesi; attraversa colla guidatrice un boschetto; s’accosta ad una porticella; questa s’apre; passa a tentoni un andito; sale una scaletta a chiocciola; tocca un uscio, eccolo sulla soglia d’un magnifico gabinetto.

La di lui mente ne’ più aurei sogni non aveva prestata sì magica bellezza alla sua incognita amante. Il volto era neve e rosa, finissime lucenti le chiome; gli occhi pieni di tenerezza e languore: stava avvolta in un mantelletto di serico drappo, che non lasciava scorgere della persona altro che una porzione del piccolo piede entro pianella di velluto azzurro. Gli arredi erano preziosi, ricco il tappeto, e argentea la lampada, che ardea da un canto, mitigata nel chiarore dall’alabastro. Milo rimase attonito e confuso, non sapeva credere a sè stesso, nè ardiva innoltrarsi; l’ancella lo trasse avanti; ed egli quasi involontariamente cadde ai piedi della bella Dama, che con un sorriso giojoso ed espressivo premurosa lo rialzò, asciugandogli colle proprie mani i biondi capegli e facendogli deporre le armi.

Scorsero più mesi. Una mattina allo spuntar dell’alba esce un laico dal convento di San...., colla sportella per le provvigioni: mormorando i salmi, imbocca quella strada e tosto gli viene allo sguardo uu oggetto oscuro, disteso in terra in mezzo alla via: s’avvicina, è un uomo — Oh san Francesco, che disgrazia! — È un morto... È il povero Milo freddo, stecchito.

Grida, chiama: accorrono le persone. Che fu?... chi è?... ma come?... ma quando?... nessuno sa dirlo. Si scopre alfine che è un bravo del conte P... — Sarà stata una rissa (dice il mondo), una provocazione, una sfida: è un bravo e tanto basta. — La casa lo fa seppellire, gli fa celebrare due messe in suffragio, nè più alcuno ne parla.

Il beccamorti però, che levata la camicia al cadavere gli aveva trovato sul braccio sinistro un nastro verde con alcune cifre ricamate in oro, chiuso con fermaglio a modo di smaniglio, e vendutolo ad un ebreo ne aveva buscato quattro filippi, si ricordò del Biondo per una settimana intera. Allorchè poi, trenta o quarant’anni dopo, corse per Milano la voce, che una vecchia cameriera aveva confessato di essere stata complice nel delitto di certa Dama, già defunta, la quale aveva fatto ammazzare un tale con cui amoreggiava e narravasi, che di questa confessione fu causa la vista d’un braccialetto, il beccamorti rammemorò in confuso l’evento; ma non poteva mai risovvenirsene i nomi. Onde pur volendo raccapezzarne i fili, quel decrepito curioso andava sulle fosse interrogando del fatto i compagni seppellitori; nè potè sapere altro mai, se non che l’ucciso era unico figlio, ignorandolo, di un ricco signore zio di quella Dama stessa. In qual modo poi ella venisse in chiaro di ciò, se quindi la tema d’essere palesata, l’avidità, o la sazietà la conducessero a tanto eccesso, rimasero sempre un profondo mistero.

La memoria di tal fatto, commista a quella di tanti altri non meno empii ed atroci, arrivò da quel secolo sino a noi sbiadita bensì e confusa, ma tetra come il rumore dell’eco, che nel cuor della notte desta da lungi un disperato lamento. — Ora però t’allegra, o leggitrice vezzosa, per bella sorte Italia piu non dà alla cronaca sì sanguinosi racconti: l’ottime leggi, i buoni governi e veggenti hanno fatto dolce il costume, soavi e regolati gli affetti, sacri i diritti d’umanità, di natura.

FINE DEL BRAVO E LA DAMA.

ADELBERTA BONIPRANDI

EPISODIO DELLA STORIA NOVARESE

Fra i monti che gli Insubri hanno alle spalle Verso dove il soffiar di Borea scende Sta il vago piano dell’amena valle Che Sesia bagna, e da essa il nome prende. VARALLO. Poema antico.

Erano i ricchi e potenti di Novara divisi in due fazioni, i Sanguigni ed i Rotondi. Capi dei Sanguigni erano i Brusati, capi dei Rotondi i Tornielli. L’odio che vicendevolmente nutrivano stette alcun tempo ne’ fieri petti sepolto, ma bastò una scintilla a farlo divampare inestinguibile. Uno dei Sanguigni da lieve ingiuria avvelenito contro Giovanni figlio di Ugone Torniello lo assalì con una mano de’ suoi nel bel mezzo della piazza maggiore e a colpi di pugnale lo stese al suolo. Al divulgarsi del nefando caso accorsero i Rotondi; si sguainarono le spade e accanita, micidiale durò la zuffa. Rimasti al fine i Rotondi vincenti, i Brusati con tutti i loro gir dovettero in bando. Volgeva l’anno 1257. Rapida come peste la febbre della discordia si dilatò. Da tutte le terre e le castella sbucarono armati per l’una e per l’altra delle avverse fazioni parteggiando; onde le offese e le uccisioni addoppiandosi moltiplicarono l’alimento all’ira ed alle vendette.

Il tradimento ricondusse i Sanguigni in Novara dalle cui mura vennero espulsi i Tornielli, non senza che di molto sangue fosse nuovamente la città macchiata.

Ugone Torniello orbato del figlio, errante dalla patria, per trovare scampo alla rabbia nemica cercò rifugio in un castello posto tra gli ultimi scoscesi monti di Val di Sesia. Andava desso strettamente congiunto al conte Guido Boniprandi, cui era stata madre una propria sorella. Signore di vasto territorio era il conte Guido poichè possedeva l’intera borgata di Robiallo nel Varallese colle terre circonvicine[1], e s’aveva inoltre per feudo il dominio dell’alta Vallesesia che acquistò menando in moglie la bella e celebrata Adelberta ultima prole d’Arduino marchese d’Ivrea, quegli che coronato Re d’Italia subì la sorte dell’audace Berengario.

Conducevano Guido e la sua vaga consorte tranquilla vita e felice, lungi dall’armi e dall’astio de’ partiti, dimorando tra fedeli vassalli alpigiani nel castello che alzava le turrite mura all’estremità superiore della valle, ove ora stanno i pacifici presepi di Lagna, ed ove dalle nevi eterne e dai ghiacciai del monte Rosa colano perpetui rigagnoli che danno origine e corso alla Sesia.

L’esule Torniello oppresso dalle ambasce e dall’età, pervenne a gravissimo stento tra quelle rupi, ed entrato al cospetto del nipote gli si gettò tra le braccia chiedendogli asilo. Affettuoso il conte Guido l’accolse; e benchè tosto comprendesse che ricettare lo zio valeva lo stesso che gettare il guanto alla fazione nemica, pure non seppe da sè respingere il canuto parente precipitato in miseria.

Nè andò guari che le previsioni del Conte si verificarono. Ai Brusati si congiunse la possente famiglia dei Cavallazzi in cui vigeva antico rancore contro i capi nemici. Per tal considerevole aumento di forze infellonendo i Sanguigni concepirono il pensiero d’interamente distruggere i Rotondi. Non era rimasto celato che Ugone Torniello amicamente ricevuto dal Boniprandi viveva seco lui pacifico e sicuro; tanto bastò perchè il Conte fosse immantinenti considerato nemico e si statuisse di sterminarlo.

Giù dalle rocche di Fara, di Briona, dalla torre di Grignasco calarono masnade di battaglieri che congiunte piombarono sulle terre del Conte a Robiallo. Mettevano a fiamme i casolari, devastavano i colti, trucidavano gli uomini, se non che a porre riparo a tanta ruina, s’affrettò colà con sue bande il conte Guido. Replicate feroci pugne si commisero su quel terreno, in una delle quali Boniprandi trafisse di propria mano Ardizzo Brusati il più terribile de’ capi Sanguigni. Ma sopravvenne da Novara con gran numero d’uomini Ubaldo Cavallazzi, che urtando nelle schiere del Conte le ruppe e tagliò a pezzi, e il Conte stesso fu visto, trapassato il petto da una freccia, cadere rovescio nella Sesia e seppellirsi ne’ flutti.

Era la stagione propizia. Imbaldanziti i Sanguigni dalla riportata vittoria accolsero plaudendo la proposta di Ubaldo di campeggiare in Val di Sesia al castello dell’estinto Boniprandi per abbattere dalle fondamenta anche le mura in cui si osò dare stanza all’odiato capo nemico.

Quella fiera turba d’armati fatta più grossa da nuovi drappelli di venturieri si mette per la valle: la devastazione segna i suoi passi, nè trova ostacolo alcuno al progredire poichè tutti gli abitatori fuggono dinanzi ad essa.

Sostanno i guerrieri al cadere del secondo giorno presso le rupi da cui sboccando il turgido Sermenza versa le sue acque nei meandri della Sesia. Placide trascorsero l’ore notturne, ma quando i primi raggi dell’aurora dorarono le cime dei monti, quale non fu la loro immensa sorpresa nello scorgere all’opposta sponda tutte le alte falde gremite di montanari armati di fionde e d’archi? — Ogni masso sporgente, ogni roccia molti ne sostiene, che in estesa linea disposti o variamente aggruppati palesano colle ardite attitudini quanto abbiano l’animo parato a vendicarsi delle sofferte crudeli offese.

Più però che l’apparizione inaspettata di quella agguerrita moltitudine infonde meraviglia e terrore nella coorte di Ubaldo la vista e l’aspetto di colui che la guida. Stassi egli ritto sullo scoglio più erto, avvolto in brune lane monacali, serrate al corpo da rozza cintura.

Ampio cappuccio gli ricade sulla fronte, interamente celandogli la faccia, se non che trasforato in due parti lascia libero vibrare lo sguardo. Impugna colla destra una spada che tien sollevata in atto imperante, minaccioso.

Ad un di lui cenno, mortale grandine di dardi e di sassi piomba sugli attoniti guerrieri. Scossi questi e furenti pei colpi che li flagellano, non badando a periglio, entrano nelle spumose acque del torrente e lo varcano, trovando però non pochi ne’ suoi gorghi la morte. Pervenuti al di là, svaginati gli acciari, s’arrampicano su pei greppi e le rupi onde raggiungere e punire gli audaci feritori. Ma ad un nuovo segno del loro misterioso condottiero, gli alpigiani, che di semplici panni coverti mai sostenere potevano la pugna da vicino con nimici tutti irti e lucenti di ferro, guadagnano le alture e spariscono.

I Sanguigni dopo tal fatto tennero tra essi consiglio; alcuni opinarono doversi far ritorno; ma i più, inanimiti dalle parole dell’intrepido Ubaldo, ripeterono il voto di dar compimento all’impresa e procedettero arditi, benchè più cauti, nell’interno della valle.

Non sempre lucente splendette l’estivo raggio. Si viddero a mezzo il dì passare di prospetto frettolose le nubi, ed accavallarsi poscia sulle erette e nude cime delle torreggianti montagne. Vaste volute salirono a coprire la faccia del sole: cominciò a fremere il vento e sorse indi a poco il soffio delle propinque ghiacciaje, che rimescolando quelle masse di nebbia, abbassavale talora sino al fondo della valle.

Camminano i guerrieri taciturni in ordinanza lungo i margini scoscesi della Sesia che rumoreggia più cupa. Ma avanzatisi di poco, freccie e pietre scendono a furia dall’alto e molti gravemente ne percuotono per gli elmi e le corazze. Vano è per essi alzare gli scudi e dar di piglio alle spade: invisibile è il nemico.

Squarciasi però ad un tratto il vaporoso velo e mirano sull’irradiato fianco del monte la schiera formidabile del camuffato Monaco che stende ver loro la punta del ferro e li fa segno agli incessanti colpi. Trascorsi brevi momenti si ricongiungono e frammischiano le rotte nubi e tutto s’invola di nuovo alla vista.

Uno sgomento s’impossessa dell’animo dei guerrieri che vorrebbero arretrare, ma imperterrito Ubaldo fa sacramento di muovere da solo al castello se i suoi sono sì vigliacchi da abbandonarlo. Nessuno più ardisce mostrarsi restìo e riprendono più spediti il viaggio. Continuamente or da destra or da manca essi vengono saettati, e sempre al sollevarsi delle nebbie scorgono il Monaco colle sue bande che sul pendìo dei monti laterali procede a pari passo con essi.

Raggiunta finalmente è la meta, chè tocco hanno il confine della valle. Le montagne di fianco divergono allargandosi in anfiteatro chiuso in fondo dal Rosa che innalza al cielo i suoi candidi gioghi. Al principiare dell’erta sorge un quadrato castello che va agli angoli ed al centro munito di rotonde torri colle acute piramidali sommità vestite di piombo. Ne bagna un lato la nascente Sesia e dietro è cinto da una selva di larici i cui rami frangiati in verdebruno stanno vergenti al suolo. È il castello de’ Boniprandi.

Finiva il giorno; eransi dissipate le nebbie, taceva il vento. Quasi si fosse sciolto nell’aure o l’avessero inghiottito le rupi, il Monaco fatale era scomparso con tutti i suoi e completa ivi regnava la solitudine. Gli ultimi fuochi del sole, abbandonato il rimanente della terra, splendevano ancora sulle nevi dell’alpe e lo pingevano di quel colore soave che gli fe’ prendere il nome dal più vago de’ fiori.

Condusse Ubaldo i guerrieri e li collocò a conveniente distanza intorno al castello la cui ferrata porta era serrata saldamente; benchè non si scorgesse per le mura o sulle torri traccia di sentinella o d’abitante.

Furono alzate le tende; s’accesero ampie cataste, e molti militi raccolti nel bosco de’ larici trascelsero gli alberi che venir dovevano il mattino atterrati onde formare le macchine murali. Inoltratasi la notte, poste che furono le scolte di spazio in ispazio, posarono i guerrieri presso i fuochi che s’andavano spegnendo, e giacquero nel sonno.

Quando venne l’ora che salita la luna sopra le più alte vette mandò obbliquo dai nereggianti monti l’argenteo raggio al fondo della valle, e biancheggiarono le merlate muraglie, splendettero i plumbei culmini delle torri, l’audace Ubaldo, cui agitava il desìo di penetrare l’arcano di che pareva cinto quel castello, volle mirarlo vicino mentre tutto era silenzio. Colà quindi s’avvia a lenti passi, quand’ecco al suo appressarsi sorgere sulle mura il Monaco tremendo.

Arretra Ubaldo d’un passo, ma poi quasi da malìa incatenato si ferma, fiso tenendo lo sguardo a contemplarlo. Terribile allora non era quanto misterioso il di lui aspetto; le fosche lane che ricoprivamo, fatte men rudi dalla pallida notturna luce, segnavano perfetti contorni e parevano l’involucro d’un genio in umane forme. Immobile rimaneva in mesto e fiero atteggiamento.

Ubaldo sbandita prestamente ogni apprensione, alzata la destra con voce ferma, esclamò: «Invano, chiunque tu sii, ti ostini a difendere queste mura: esse hanno ricettato l’iniquo nostro nemico e debbono cadere. Cedi ai valorosi Sanguigni; cedi e risparmia la vita dei tuoi» — _Giammai_ — fu l’unica parola che dalle labbra del Monaco pronunciare s’intese.

Due giorni dopo ogni cosa trovossi in pronto per l’assalto. Le mura del castello difese da risoluti alpigiani non offrirono agevole conquisto ai guerrieri d’Ubaldo. Il combattimento fu lungo, sanguinosissimo. Il Monaco presente per tutto infiammava il coraggio dei vassalli di Guido che tenevano con eroiche prove lontani gli assalitori. Ma dai cozzi tremendi d’un ferreo ariete sconquassata va a terra la porta e i guerrieri si scagliano precipitosi per entro, nel tempo stesso che superato il muro in più parti altri padroneggiano il vallo. Si pugna pei portici e nel cortile. Ubaldo che all’entrare erasi scontrato nel Monaco, nella folla lo perdette di vista.

Ansioso di rinvenirlo ascese le scale seguìto dai più fidi, e lo scorse all’ingresso della sala d’armi circondato dai pochi tra suoi sopravvissuti. Questi vengono tosto atterrati dai guerrieri e le spade del Monaco e d’Ubaldo s’incrocicchiano e si ribattono. Ma sia lassezza o riportate ferite debole è il braccio del Monaco che l’avversario incalza vigorosamente. Si va desso ritraendo, difendendosi, sin che urta in una porta che si spalanca, e nel punto stesso Ubaldo d’un colpo furioso lo trapassa col ferro. Dà un grido, vacilla e abbandonata la spada cade ai piedi d’un letto su cui giace un cadavere.

Commosso e inorridito Ubaldo impone agli accorsi guerrieri di porgere ogni aita al languente. Vien egli tosto rialzato, gli si sciolgono le lane, si rigetta dalla fronte il cappuccio, e... oh vista!... un volume di treccie scende lungo il candido collo sulla maglia d’acciajo... È la contessa Adelberta! Riapre gli occhi, si sforza a sollevarsi, e si trascina verso le coltri, ove ricadendo spira sopra la salma dello sposo, che sottratto vivente alle acque del fiume, venne dai fidi vassalli portato al suo castello in cui dalla ferita morì.

Ai Sanguigni fece poscia pagar cara quella vittoria il Torniello, che scampato di là seppe ottenere da Napo Torriano protezione ed armati.

FINE.

MACARUFFO VENTURIERO

O LA CORTE DEL DUCA FILIPPO MARIA VISCONTI

Portano a’ lor cappucci le visiere E mantelline a la cavalleresca E capezzali, e strette alle ventriere Coi petti vaghi alla guisa inghilesca Qualunque donna è più gaja e più fresca Più tosto il fa per esser fra le belle. PECOR. Giorn. XVIII.

Se come vennero personificate altre città e nazioni nascesse in capo ad un poeta epico o lirico o a chi si voglia, di personificare Milano onde far narrare da lui stesso le proprie vicende dal suo nascere sino ai nostri dì, egli è certo che s’aprirebbe un campo di cui non vi sarebbe il più vasto per esaurire tutti gli stili, tutte le immagini, le figure, i giuochi d’affetto, insomma tutto quanto è possible ottenere coll’arte del dire. Esso infatti avrebbe nel suo amplissimo monologo a descrivere i Romani in tutte le fasi della loro grandezza; farebbe passare in mostra i Galli e i Germani qui discesi, prima seminudi colle barbe arruffate, armati di clavi e di scuri; poi ricoperti di fitte maglie e pesanti armature colle lande e le mazze; indi calati di nuovo con penne agli elmi, loriche dorate, conducendo pesanti bombarde; ritornati in seguito con cappelli a tre punte e larghi stivali, portando moschetti e colubrine; e discesi finalmente colle assise succinte, la bajonetta al fucile, le artiglierie volanti. Avrebbe eziandio a ragionare a lungo della baldanza spagnuola, e far cenno persino delle aquile russe e delle lancie cosacche.

Il proposto soggetto dovrebbe poi essere specialmente fecondo di quelle pagine che la moderna scuola oltremontana chiama _palpitanti_, poichè racchiudono descritte con tutta evidenza le angoscie della disperazione, gli strazj della tortura, del fuoco e dei patiboli. Poche città per vero dire ebbero nei fasti de’ tormenti a vantarne del genere della quaresima di Galeazzo o dei forni di Monza, senza parlare delle gabbie di ferro, delle tanaglie, degli aculei, delle ruote, ch’erano leggiadrìe sociali, un giorno comuni a tutti i popoli europei. — E chi potrebbe in tale argomento dimenticare i mastini del duca Giovan Maria, che venivano unicamente nutriti onde squarciassero gli uomini, e coi quali inseguiva di notte i cittadini nelle contrade a guisa di animali feroci? — Il solo nome di lui faceva inorridire, eppure (ch’il crederebbe!) egli contava appena ventiquattr’anni quando cadde esanime sotto il ferro de’ congiurati.

Non erano trascorsi che due giorni da che aveva resa l’anima quel giovine sanguinario, secondo fra i Visconti nella linea Ducale[2], allorchè l’eroe di questa narrazione, Macaruffo, veniva di buon mattino alla volta di Milano con un drappello de’ suoi commilitoni, tutti soldati venturieri, appartenenti alle bande di Facino Cane, il più celebre e possente condottiero di ventura che fosse allora in Italia.

Il loro numero era di diciotto o venti; marciavano a piedi, disgiunti e senz’ordine. Portavano gli elmi, le corazze, i cosciali, ma scorgevasi che non curavano gran fatto il pulimento e la lucentezza di quegli arnesi, poichè oltre d’essere pieni d’intacchi e d’ammaccature apparivano tutti neri e irruginiti. Tenevano le spade a bandoliera e recavano neglettamente abbandonate sulle spalle all’indietro chi le alabarde e chi le partigiane.

Macaruffo fra quegli uomini d’armi poteva chiamarsi _primus inter pares_, vale a dire, che sebbene non avesse un grado speciale, poichè quella milizia non ammetteva distinzioni subalterne, pure a causa della predilezione del Conte Facino e della confidenza che gli era accordata, godeva verso gli altri di una supremazìa che sapeva esercitare a tempo debito, e, vuolsi dirlo, con profitto di tutti. Le sue forme però erano poco vantaggiose; una rilevata prominenza che aveva sul dosso lo faceva apparire tozzo della persona; il suo volto abbrunito dal sole mostrava lineamenti irregolari e rozzi sebbene i suoi occhi fossero sommamente vivi e penetranti. Era dotato di grande scaltrezza; instancabile nella fatica, d’un coraggio senza limiti, e consacrato con tutta l’anima agli interessi del suo Capo, di cui la moglie, la contessa Beatrice di Tenda, era stata sua antica signora.

Nato egli nelle alpi marittime entro il castello dei Lascari conti di Tenda, era cresciuto insieme alla Contessa, e fanciullo soleva prestarle ufficio di palafreniero, di guida, di porta-astore, quand’ella seguiva la caccia nei monti nativi, solendo ella trasceglierlo fra gli altri valletti, quantunque deforme, siccome il più pronto in ubbidire e il più destro di tutti. Divenuta sposa di Facino Cane, Beatrice ottenne dal padre che Macaruffo facesse parte del suo seguito; onde questi le stette lungo tempo ancora d’appresso, e palesava per lei in ogni incontro, misto alle memorie di patria e di famiglia, un sentimento di riconoscenza indistruttibile. Da ciò più grande sembrava rendersi il suo attaccamento verso lo stesso condottiero Facino, pel quale sentiva eziandìo quell’enfatica venerazione che sempre ispira nel soldato avido di gloria un capitano esperto, ardimentoso, che lo conduce spesso alla vittoria.

Camminava quella mattina Macaruffo di buon passo innanzi agli altri, e sembrava assorto in pensieri di tale natura che tutta gli occupassero la mente. La novella dell’uccisione del Duca era pervenuta al suo orecchio nella rocca di Canturio in Brianza, ove Facino lo aveva spedito coi compagni tre mesi addietro a rinforzo dei signori di quel paese, di fazione ghibellina, minacciati dai guelfi d’Incino; e quasi contemporaneamente aveva ricevuto avviso da parte di Facino stesso, il quale trovavasi ammalato in Pavia, d’abbandonare quella rocca e recarsi nel castello di Milano, lo che appunto eseguiva.

Dopo avere alquanto meditato tra sè allentò il passo, e lasciatosi raggiungere dal soldato che gli veniva subito dietro, gli disse a mezza voce:

«Che ne pensi, Uguccio, di queste novità?

«Io per me ci ho un gusto pazzo (rispose l’altro) ch’abbiano fatta la festa a quel ragazzaccio frenetico di Giovan Maria.

«Sì: meritava veramente di finir male i suoi giorni. Ha fatto ammazzare tanti bravi signori e cavalieri che a dirlo è incredibile.