Racconti storici

Part 4

Chapter 43,772 wordsPublic domain

«Per lui far morire un cristiano se lo aveva come una bagatella. È arrivato per sino a dare il tossico alla stessa sua madre in Monza.

«Lo so; e poi uccise il Pusterla come se ne fosse stato il reo.

«Altro che uccidere! lo fece mangiare dai cani insieme coi suoi figli. Ma per provare s’era un’anima scellerata, senti che brutto giuoco si prese un giorno di me. Trovandomi io colle squadre a Milano, il nostro conte Facino mi comandò lo seguissi al palazzo negli appartamenti della Duchessa, ch’egli si recava a visitare. Entrati colà m’appostò per guardia in un camerone a cui mettevano capo due scale. Io passeggiava quivi sbadatamente con questa partigiana così in ispalla, gettando un’occhiata di quando in quando entro i vetri della finestra d’una stanza ove stavano alcune damigelle che attendevano a varii lavori. Ad un tratto sento un abbajamento infernale e vedo comparire da una scala e corrermi addosso sei o sette mastini che sembravano lupi affamati. Balzarono per addentarmi al collo, alle braccia, alle gambe e gran mercè ch’aveva l’armatura intiera colla buffa al viso e le manopole, altrimenti non avanzava di me neppure un osso; intanto ch’io mi dibatteva a tutte forze contro quelle bestie inferocite, indovina?... il Duca stava ad uno spiatojo e mi guardava ridendo smascellatamente insieme a quel satanasso di Squarcia Giramo. Liberatomi appena dai mastini ritornò il nostro Conte, e vedendomi ansante e rabbuffato mi addomandò che fosse avvenuto; io glielo narrai, ed egli portossi tosto dal Duca e lo minacciò di unirsi ai guelfi e di assediarlo nel suo castello, se non rendeva tostamente ragione dell’ingiuria a me fatta che prendeva come fatta a sè stesso, ed ebbe termine la faccenda con dieci fiorini d’oro dati a me, e cento colpi di curlo al canattiere che non aveva una colpa al mondo.

«Se non fosse stato il nostro Conte avrebbero invece appiccato te per avere malconci i cani del Duca, e sarebbe stato dato un premio a quell’altro. Questi principi della razza del biscione sono tutti d’una pasta velenosa, ed io li odio a morte, e ne vorrei vedere distrutta la stirpe. Quando spirò Giovan Galeazzo primo Duca, che fu padre di questo Giovan Maria, le nostre bande trovavansi a Parma e mi ricordo che il nostro Conte ragionando colla signora Beatrice manifestò certi pensieri sopra Milano, che mi davano la più gran consolazione del mondo, e sì che a quel tempo il Conte non era padrone di Pavia, Alessandria, Novara e tante altre città che possiede adesso e da cui può trarre molto maggior numero d’uomini e di danari.

«Per San Matteo! (esclamò Uguccio) quello era un colpo degno di lui: oh perchè non l’ha tentato?

«Nacquero in quell’incontro altri trambusti gravissimi e dovette recarsi altrove. Il bel momento (proseguì Macaruffo più piano, con un sorriso significante e aggrottando le ciglia) il bel momento, caro Uguccio, sarebbe questo! Chi ha forze bastevoli per poterglisi opporre? I ghibellini sono per lui; Ottobon Terzo, il Casati e gli altri guelfi se li mangia come la balena i pesciolini. Filippo Maria ch’è fratello di quegli che hanno scannato e che dovrebbe diventar Duca, se lo tiene in Pavia nelle sue unghie. Tutto presentemente andrebbe a meraviglia, ma farebbe d’uopo muoversi alla spedita onde non lasciar campo ai partigiani di Filippo d’unirsi e farsi forti.

«Ti giuro che per un’impresa di questa sorta non vi sarebbe uno solo de’ nostri uomini che non ci metterebbe allegramente la pelle. Diventare padroni di Milano! d’una cittadona sì splendida, ricca, così piena di belle donne!

«E salutare per duca il nostro Conte, e per duchessa la signora Beatrice. Ella sì saprebbe bene occupare quel posto come si deve. Io darei il sangue per vederle in capo la corona ducale. Mi punge però il pensiero che pare che il demonio vi ci si caccia per entro, poichè il messo venuto jeri sera mi disse che appunto in questi giorni il nostro Conte assalito dalla sua doglia al fianco, giace tormentato senza potersi levare.

«La doglia che lo prende di consueto. Ma sai che suole presto sparire, e giuocherei che a quest’ora è al tutto risanato e cammina e cavalca come potremmo far noi.

«Così fosse, che non frapporrebbe indugio a porsi a capo alle squadre, per venire a dar l’ultimo scacco alla malnata vipera divoratrice.

Facendo tali e simili discorsi erano giunti a vista di Milano, ed appressatisi alla Porta Comasina trovarono chiuso il ponte e calata la saracinesca, onde dovettero penare assai a farsi aprire ed intromettere coi compagni nella città.

Nelle contrade era un subuglio, una confusione, un movimento di popolo straordinario. Pressochè tutti, i signori, gli artieri, la plebe mostravansi muniti d’armi e ve n’aveva d’ogni specie; parte di essi n’andavano in compagnie ordinate; parte movevano in turba per le vie. Gli uni passavano gridando — Viva Estore; vivano i figli di Bernabò; viva Baggi e il Pusterla che ci hanno vendicati[3]. — Altri seguivano imprecando invece morte a questi ed acclamando — Filippo Maria legittimo Signore — Alcuni volevano s’andasse ad assalire il castello per ammazzare il Marliano che lo teneva per Filippo, altri all’incontro facendo sventolare le bandiere cercavano di formare grossa massa onde muovere alla volta di Pavia a prendere il nuovo Duca e qui condurlo in trionfo. Ve n’avevano eziandio di quelli che non andavano esclamando che — Viva Milano — e volevano si proclamasse la repubblica come nei primi tempi, ma questi essendo in pochissimo numero non esercitavano sulla moltitudine alcuna influenza. Per le piazze e pei crocicchii, sui gradini delle colonne o sovra carri e trabacche eranvi frati, magistrati, cavalieri che arringavano a tutta voce il popolo; ciascuno però oppostamente ed a norma soltanto dell’interesse di quei capi il cui dominio poteva essere per loro una fonte di migliori speranze. Or qua or là udivansi urli furiosi ed acutissime grida, e le campane di questa o di quella parrocchia suonare a stormo, e ciò perchè scontrandosi le contrarie fazioni nascevano risse sanguinose, e si moltiplicavano gli ammazzamenti. Insomma tutto concorreva a presentare il quadro d’una città senza alcun regime, abbandonata al furore dei partiti e nella quale l’ambizione, la forza, l’astuzia gareggiano con ogni mezzo onde afferrare il potere.

Il nostro venturiero Macaruffo sebbene durasse non poca fatica ad aprirsi la via col suo drappello frammezzo a tanto tumulto, pure godeva internamente alla vista di quel disordine ch’ei sperava propizio al progetto che aveva supposto volersi eseguire dal suo signore. Due o tre volte fu serrato d’appresso dalla plebe che lo inseguiva gridando — Dàlli al gobbo co’ suoi sgherri; ammazza, ammazza — ma le punte delle partigiane abbassate a tempo, le fisonomie intrepide e risolute, il non avere assise che indicassero a quale delle parti appartenevano li sottrassero dal periglio.

Pervenuti al castello di Porta Giobia, n’andarono lungo la fossa sino al Portello detto del Pozzo: quivi Macaruffo diede alla scolta che stava sul battifolle la parola d’ordine; questa comunicò l’avviso al Castellano e fu indi a poco calata la trave e que’ soldati ricevuti dentro.

Il dì seguente Macaruffo avido ed impaziente di conoscere a qual termine inclinassero le cose andò con arte interrogando or questo or quell’altro de’ capitani di masnada ch’erano nel castello, ma tutti ignoravano al pari di lui la somma delle vicende, nè potevano che abbandonarsi a fantastiche congetture. Vedendo riuscire vana l’opera sua, salì sul vallo, e quivi appoggiato neghittosamente alla torre fisava sulle campagne che gli si stendevano alla vista, uno sguardo acuto per iscoprire se mai qualche vessillo spuntasse sulla via dalla parte di mezzodì, o si vedessero luccicare punte di lancie od elmi, ch’ei teneva per fermo che il suo conte Facino non dovesse star guari a presentarsi sotto le mura di Milano e non dubitava, a causa di quanto aveva veduto il giorno passato, che, compresse le fazioni, si sarebbe prontamente impossessato della città.

Ogni qual volta questo pensiero gli si affacciava alla mente, i bruni e ruvidi tratti del suo viso esprimevano una soddisfazione, un contento singolarissimo. Ed in ciò, all’opposto di quello che naturalmente arguire si dovea, l’orgoglio e la brama delle prede o degli onori avevano lievissima o nessuna parte. Un sentimento indiviso, senza speranze, celato all’aria stessa, pur sempre vivo e profondo quanto essere lo può in anima umana, formava da lunghi anni la cura assidua e l’unico movente di quel Venturiero, il cui sformato aspetto, i costumi e la vita sprezzata e soldatesca facevano rassembrare il più duro ed insensibile degli uomini.

Mentre pure guardando dall’elevato baluardo nei sottoposti piani lasciava errare lo spirito fra le sue consuete idee, che i casi recenti vestivano di più lusinghieri colori, ode venire dalla parte della città rumore di grida festose e di plausi vivissimi. Discende frettoloso dal vallo, e scontra nel cortile vairii cittadini pervenuti a fatica a ricoverarsi nel castello, i quali circondati da una folla d’uomini d’armi narravano, che all’alba di quello stesso giorno era venuto a Milano da Monza Estore Visconti con molti armati ed aveva sconfitto i ghibellini che parteggiavano per Filippo Maria; e che sendo già gli animi disposti in favore di Estore dalle calorose ed incessanti prediche di frate Bartolomeo Caccia, presso i popolari avuto in estimazione di santo, venne il medesimo accolto e proclamato signore di Milano insieme al nipote Giovan Carlo Visconti nato dal sangue di Bernabò.

A tale notizia Macaruffo indispettì gravemente, ma pure non depose la lusinga che da un istante all’altro potessero arrivare le masnade del conte Facino a rovesciare quella nuova signorìa, priva d’ogni valido appoggio ed alla quale rimaneva a compiere la più ardua impresa ch’era quella d’impadronirsi del castello.

Assiso la sera con Uguccio sopra un pancone presso la porta dello stemma (la maggiore della fortezza, dalla larga volta della quale pendeva accesa un’affumicata lucerna), andava ragionando sui fatti stati riportati là dentro, ed esponeva con fervore gli argomenti che s’aveva per non dubitare che il loro Condottiero avrebbe mosso il campo ed ottenuta la vittoria. Interruppe quell’animato dialogo la voce della sentinella che s’udì dallo spalto annunziare che s’appressava al castello un soldato a cavallo. Tosto l’araldo s’affaccia alla feritoja del ponte, e vedendo giungere vicino il cavaliere, gli grida chi sia, e cosa voglia. «Sono messaggiero e reco dispacci da Pavia» fu la risposta che venne data. Il capitano d’armi fece disporre gli arcieri di guardia in ordinanza, poi ordinò s’abbassasse il picciolo ponte levatojo laterale, e il messaggiero entrò.

Appena ebb’egli posto piede a terra, e consegnato all’araldo un involto suggellato di carte dirette al Castellano, il nostro Venturiero e il compagno gli balzarono con tutta cupidigia d’intorno, giacchè in lui riconobbero un commilitone, un uomo delle loro bande a cavallo.

«E così vengono i nostri? — gli domandarono sommessamente ad una voce.

«Chi diavolo volete che sappia se si va o si viene; per me credo che sia tutto finito.

«Il Conte non vorrebbe forse...

«Oh! con lui a quest’ora già si sarebbero fatte gran cose.

«Ma dunque perchè non si muove?

«Perchè non si muove?... Oh bella!... domandate a un morto perchè si sta fermo.

«Che?... dici tu il vero?... (chiesero pure entrambi colpiti come da un fulmine).

«E voi non lo sapete?... Pur troppo è la verità!... Il nostro povero Conte chiuse gli occhi per sempre l’altro jeri a sera.

«Io non posso persuadermene (esclamò Uguccio).

«L’ho veduto io nel suo palazzo in Pavia disteso sopra un catafalco col padiglione di broccato oscuro ricoperto delle sue armi più ricche. Tutti gli uomini delle squadre recavansi a rimirarlo, e vi dico ch’era una compassione a pensare che un battagliero come il nostro Conte dovesse essere serrato giù a marcire fra quattro pietre. Per noi la sua perdita è la piu grande delle disgrazie. Egli era la perla de’ condottieri di ventura; il soldato con esso lui doveva bensì menare delle braccia, ma poteva poi essere certo del fatto suo, e le coreggie si foderavano spesso di buoni zecchini. I principi, le città andavano a gara onde trarlo dalla loro, e per averlo bisognava che mettessero lì pile d’oro e d’argento da riempierne le staja.

«Quando però egli s’era collocato agli stipendi d’una parte ci si adoperava davvero (disse Uguccio), e chi l’assoldava poteva incominciare a cantar vittoria; nè egli ritiravasi colle schiere prima che si ponesse capo alla guerra, come fecero il Branda e molt’altri, i quali dopo numerate le caparre passarono co’ loro uomini dal lato del nemico perchè offriva più grosse paghe.

«No: il conte Facino non commise mai di queste ribalderie. A Novi, Ziaratone che non fece per toglierlo al marchese Teodoro? Soltanto per determinarlo a levarsi dall’assedio gli promise in danaro il carico di quattro muli, e davagli il figlio in ostaggio. Ma tutto fu inutile, anzi ti ricorderai che Ziaratone rimase ucciso nell’assalto da Facino stesso.

«E fu adunque quella maledetta doglia nel fianco la cagione dalla morte del nostro Conte?

«Ohibò: i signori della veste negra, i dottori, che in Pavia son più numerosi delle zanzare, sostengono che è morto per il colpo nella testa che prese due anni sono qua in Milano, quando a motivo della sommossa del popolo, spingendo a corsa il cavallo, urtò nell’arco della porta interna del palagio del Duca, e perdette molto sangue. Vogliono che quella botta macinasse dentro dentro, sin che gli diede l’ultima stretta.

«Qual malavventura!... Ora che non abbiamo più il nostro capo che faremo noi? (proferì Uguccio con voce addolorata)... Staremo qui con questi Visconti a rischio qualche giorno da farci mangiare dai cani, e senza sapere nemmeno chi di loro comanda?... Si getteremo alla campagna coi banditi, o andremo ad offrirci a qualch’altro capitano? Vi sarebbero veramente lo Sforza, Braccio, e...

«Che osi tu dire? Saresti tu mai un traditore? (l’interruppe esclamando Macaruffo ch’era stato silenzioso sino a quel momento, immerso ne’ proprii pensieri). Perchè è morto Facino dovremo noi abbandonare vigliaccamente la sua casa, e lasciare che sfumino in un lampo tutte le conquiste che abbiamo fatte seco lui, spendendo tanto sangue e fatica? Non rimane forse Beatrice di Tenda, la nostra Contessa da noi sempre obbedita come Signora? Vorremo noi permettere che la vedova d’un Capo sì glorioso sia scacciata da’ suoi dominii, e venga oppressa ed avvilita come una femmina da trivio?

«A quanto pretendi dovremmo noi dunque rimanere sotto il comando d’una donna?

«Non vi sono con lei ancora molti capitani ed i migliori d’Italia? Non v’è Castellino? non v’è Carmagnola? questo solo ne vale dieci dei più famosi che vivono al presente.

«Io credo bene (disse il soldato messaggiero) che la contessa Beatrice abbia prescelto il Carmagnola per comandare le nostre bande. Da che è morto Facino tutti gli ordini vengono dati da lui. Egli fu che ingiunse all’armata ch’era intorno a Bergamo di levare il campo e condursi a Pavia, ed io mi sono qui recato perchè mi vi spedì egli stesso.

«La signora Beatrice non poteva fare una scelta più lodevole e giudiziosa (disse Macaruffo con satisfazione). Francesco Carmagnola era la mano destra del Conte, ei lo considerava come un altro sè stesso, quindi nessuno rifiuterà di obbedirgli.

Stette muto alcun tempo, poi aggiunse: «Quand’è che tu fai ritorno a Pavia?

«Ho l’ordine di non retrocedere se non quando mi vien consegnata la risposta dal signor Castellano.

«Ebbene ora va e bada che il tuo cavallo sia governato a dovere; ma ti prego di non partire di qua senza parlare nuovamente con me».

Ciò detto si separarono.

Macaruffo trovò modo, alcuni giorni dopo, d’abbandonare il castello seguendo il messaggiero, e uscito sull’alba per istrade appartate da Milano, arrivò la sera senz’altri inciampi a Pavia.

Quella città era ingombra di soldati che appartenevano alle squadre di Facino, ed ivi giungevano da ogni parte, siccome aveva ordinato il Carmagnola, il quale divenuto supremo comandante calcolò tosto essere opportuno di adunare tutte le forze in un punto solo, onde più facilmente dominarle, e dirigerle là dove lo stato degli eventi l’avesse richiesto. Il nostro Venturiero recossi tosto al palazzo dell’estinto Conte. Stanziavano continuamente colà numerose guardie, poichè continuavansi a rendere i principeschi onori alla vedova Contessa, divenuta per la morte del marito sovrana signora di Pavia e di gran numero d’altre città appartenenti prima al Ducato.

Macaruffo da lunga mano conosciuto da tutti quegli uomini d’armi, scambiò, passando in mezzo a loro, parole di saluto ed entrò liberamente nelle camere inferiori del palazzo. Al vederlo i servi gli furono intorno festeggiandolo e Matteo, vecchio scalco, uno de’ piu antichi suoi compagni, che scendeva in quell’atto dagli appartamenti superiori, venutogli lentamente incontro dimenando il capo, gli strinse la mano, poi s’asciugò gli occhi e disse:

«Vedi qual cangiamento, Macaruffo? Siam tutti vestiti a bruno; non regna che lutto nella casa di Facino, quello che ne formava la gloria è andato sotto terra.

«Pur troppo! (rispose Macaruffo) lo seppi nel castello di Milano con indicibile cordoglio e m’affrettai a qui venire per conoscere quali provvedimenti la signora Beatrice....

«Oggi avrai fatto lungo cammino (l’interruppe lo Scalco) e abbisognerai di refiziamento e di riposo?

«No per ora veramente, e vorrei prima udire appunto da te....

«Voi altri sfaccendati (gli troncò di nuovo la parola Matteo rivolgendosi ai servi) state qui a guardarlo come babbuini e non gli avrete nemmeno esibito da cena? Sapete pure che questa è la prima offerta che il Conte voleva sempre si facesse a chi arrivava: possibile che s’abbia già da perdere ogni buona usanza? Presto andate a preparare la tavola nel salotto vicino alla mia camera, portatevi l’occorrente poi lasciateci colà tranquilli».

Invitò Macaruffo a seguirlo, precedendolo col lume su per lo scalone; passò varie loggie e da un andito riuscì in una stanza ove stavano appesi alcuni quadri. Quivi accesa una lucerna sopra un doppiero di ferro gli accennò di sedere e passò in una contigua cameretta. Allorchè fu disposta la mensa Matteo ritornò portando una damigiana che andava spolverando con un pannolino; la depose sulla tavola, quindi chiuse l’uscio a chiave; venne poi a sedersi in faccia a Macaruffo, e nello sturare la damigiana disse:

«Non ho amato d’entrare in alcun ragionamento là abbasso alla presenza di quelle gazze scilinguate, che ripetono tutto ciò che ascoltano e potrebbero farmi cadere addosso qualche mala tempesta. Ma sappi che ho desiderato ansiosamente il tuo ritorno per comunicarti delle novelle che ti faranno stupire.

«Ben temeva che la morte del Conte sarebbe stata cagione di molte novità (profferì in tuono dolente il Venturiero). Al certo v’ha discordia tra i capitani, i soldati disertano, od i vassalli minacciano d’insorgere contro la Contessa...?

«Nulla di questo (rispose lo Scalco versando il vino in due bicchieri e riempiendo di vivande il piatto di Macaruffo), anzi per grazia del cielo tutte le bande armate e i loro capi rinnovarono il giuramento di fedeltà alla nostra padrona, e questa città ha già protestato della sua devozione, lo che pure faranno prestamente le altre. Alla testa de’ soldati v’è quel sì eccellente ed avveduto...

«Il Carmagnola, lo so (disse Macaruffo con impazienza). E dunque quali sono queste novelie che vuoi narrarmi?

«Le teneva sepolte qui (ed indicò il gorgozzule), e sono sì importanti che non oserei dirle con alcuno. Ma tu sei di quelli della vecchia stampa, tu ami sinceramente la casa, con te posso parlare.

Si guardò d’intorno quasi volesse meglio accertarsi che nessun altro lo stesse ad ascoltare; MacarufFo gli affisò in volto uno sguardo acuto, indagatore, ed ei proseguì con voce bassa in aria misteriosa.

«Si sta per combinare un matrimonio! (e comprimendo un labbro coll’altro rimase a ciglia inarcate).

«Un matrimonio... e con chi?

«Sai che nella Rocca qui di Pavia v’è quel giovine che il Conte teneva, non veramente come prigioniero, ma poco meno, perchè lo faceva custodire da Antonio Bogero il cremonese, onde non avesse colle sue pretensioni alla signoria della città a far nascere tumulti.

«Sì: è Filippo Maria fratello del Duca che hanno ammazzato a Milano. Ebbene?

«Si tratta (pronunciò Matteo piu pianamente, data di nuovo un’occhiata all’uscio) si tratta di farlo sposare alla contessa Beatrice.

«Sarebbe ciò possibile? (esclamò Macaruffo cui salì una fiamma al volto).

«Non v’ha ombra di dubbio. Facino era appena sepolto quando ne venne fatta la proposta alla Contessa.

«Ed ella come l’accolse? (disse con freddezza e impallidendo il Venturiero).

«Sulle prime esitò; ma poi vi s’inframmise un tale che la trasse ben presto al suo partito.

«Chi è costui?

«Oh! l’uno de’ grandi della cappa pavonazza e la croce di gemme: un Arcivescovo.

«Quel di Milano?

«Sì quello.

«È un fautore acerrimo de’ ghibellini. Moverà cielo e terra per far trionfare il figlio di Giovan Galeazzo. Chi sa con quali armi assalì il cuore della Contessa; e quali mezzi adoperò per guadagnarla!

«Domilda che le sta sempre al fianco, mi accertò che non gli fu d’uopo usare grande fatica a farla persuasa; s’arrese ai primi assalti. Quest’è una prova dell’amore che portava al suo sposo!

«Ma Filippo Maria conta poco piu di venti anni ed ella ne oltrepassa quaranta...

«Ecco forse la ragione che l’ha più fortemente e più presto convinta (s’espresse lo Scalco con sorriso sdegnoso e maligno). D’altronde quel giovine è di sangue ducale, ha faccia bianca, pelle fina, begli occhi; tutto ciò insomma che vale ad appagare i capricci d’una donna.

«Non credo che la signora Beatrice possa essere stata sedotta da così semplici e leggiere apparenze, che son frascherie da pulcella (rispose con risentimento Macaruffo). Ella ha pensato ognora nobilmente e fu degna compagna dell’uomo potente e famoso che venne a sceglierla in moglie nel castello paterno.

«Sia come tu vuoi, ma, diciamolo in estrema confidenza, essa mostra soverchia inclinazione pei giovinetti ch’hanno visi leccati e capigliature che sembrano di lino.

«Matteo tu eccedi (esclamò fremendo il Venturiero e vibrandogli un’occhiata minacciosa). Pensa che le tue parole offendono l’onestà della nostra padrona, e se non fosse l’amore che portavi al Conte ch’ora a torto ti slega la lingua...

«Se parlo è perchè le veggo le cose (replicò lo Scalco più piano ma in tuono d’asseveranza). Non ha ella sempre tra piedi quel Michele Orombello qui mandato dai Conti di Ventimiglia onde divenisse valente cavaliero alla scuola di Facino? invece di lasciare che si eserciti nel maneggio delle armi e che il poltroncello sudi e s’addestri col cavallo e la lancia, se lo tiene tutto il giorno vicino a strimpellare il liuto e canticchiare alla provenzale.

«Sono i suoni e le canzoni del suo paese nativo e vuoi fargliene accusa se dopo tanto tempo ama sentirle ripetere da un fanciullo? chi sarà sì temerario d’immaginarsi che in ciò vi sia colpa? Ella non ebbe il diletto di dirsi madre e quindi predilige l’età di chi le potrebbe essere figlio.

«Anche Filippo Maria, quanto agli anni, potrebbe essere suo figlio, eppure se lo prende per isposo, e non è quasi freddo ancora il letto di Facino.