Part 2
«Un ombroso sentiero guida con breve cammino dalle mura d’Arona ai margini della Vevra. Là dove le limpide acque di quel torrente abbandonati i balzi della rupe s’internano fra i recessi di un’amena selva, sorge una cappelletta, rifugio de’ pastori nelle procelle, ivi un giorno fui scontrata da lui, e divenne quindi il luogo de’ nostri convegni. Io mi recai colà accompagnata dalla Lisia nell’ora che precede il declinare del giorno e vedeva discendere il mio Guido dall’alto del colle d’onde aveva attesa e spiata la mia venuta. Ragionamenti i più soavi, leali e tenere espressioni, parole incantevoli rendevano ognora troppo fuggitivi quegli istanti; era in esso poi un rispetto, una devozione sì gentile e completa che in me duplicava la gara d’amore. Ah! Agnese, vicina a lui sembravami che una luce più splendida e pura investisse gli oggetti: ogni cosa mi pareva beata come l’anima mia!...
Dipingevasi sul volto con ammirabile sorriso l’intimo inesplicabile diletto che dal rammentare que’ felici momenti scaturiva in cuore ad Ingelinda, in cui la perduta virtù visiva rendeva più fervido e sensibile l’interno immaginare. Ma come raggio in tempesta fu rapida quella gioja, e più dolorosa tornò la mestizia a diffondersi sulla pallida faccia.
«Da tanta contentezza a tanti affanni! — Pronunciò fra se stessa Agnese rimirando que’ lineamenti, e rivolta alla Suora, temperando affabilmente la voce proseguì. «Partita voi da Arona, il Cavaliere, se ben compresi, continuò venirvi a rivedere nella terra di Lesa: vostra madre avrà dovuto allora esserne resa consapevole?
«Quando, trascorsi più di sei mesi, feci ritorno a casa, trovai mia madre estenuata, languente. Nel lungo amplesso con cui m’accolse inondandomi di lagrime, mi rimproverava la prolungata assenza. Le sue parole erano spine al mio cuore; appena rimanemmo sole, mi gettai di nuovo nelle sue braccia e tutto le feci aperto il secreto amor mio. Ella m’ascoltò intenerita, poscia mi domandò ripetutamente s’io non temeva che si celasse sotto le dolci parole menzogna o tradimento — Madre le dissi, se approvate il nostro amore verrà egli stesso a ripetere i suoi giuri innanzi a voi. — Ebbene (rispose dessa) s’egli è uomo secondo il tuo cuore il cielo adempia le vostre promesse. — Venne; mia madre lo vide, l’ascoltò, e ben presto l’amò qual figlio; e di chi quell’angelo non s’avrebbe guadagnato l’affetto? Fu allora stabilito ch’entro un anno sarei divenuta sua sposa.
«Se vostra madre assentiva perchè frapporre tanto indugio alle nozze?
«Ohimè! Quello spazio di tempo fu giudicato indispensabile. A capo ad un anno il mio Guido diveniva per età signore di sè stesso, per ciò potendo farmi sua liberamente, non temeva, s’anco si dimostrasse sottomesso al genitore, che questi fosse per rigettare la sua inchiesta e rifiutare di ricevermi per nuora. Nè m’era grave l’attendere: egli presso che ogni giorno approdava veleggiando a Lesa o vi veniva sul suo corsiero. Io gli usciva incontro e alla sua vista il mio cuore tremava e addoppiava i palpiti con tanta veemenza che pareva volesse uscirmi dal petto; giunto a me vicino riconducevami lungo il lido a casa, rimanendo quivi con noi sino all’imbrunire. I suoi accenti affettuosi e fervidi erano per me un balsamo soave, e valevano a temperare la pena che mi stava in petto per lo stato infelice della mia povera madre.
«La sua salute continuava dunque ad essere mal ferma? Dopo il vostro ritorno era a sperarsi che le di lei infermità si dissipassero.
«Al contrario, i di lei patimenti ogni dì aumentavano, e la vedeva deperire ad onta delle mie più assidue cure. Mai però un lamento uscì dalla sua bocca; e quand’io accorgendomi ch’ella pur tanto soffriva, prorompendo in pianto dirotto nascondeva la mia faccia tra le sue coltri. — Non t’addolorare Ingelinda (mi diceva accarezzandomi), i miei mali saranno di breve durata, e s’ho a morire muoio contenta giacchè ti lascio affidata al più virtuoso giovine, al più leale dei cavalieri, il quale formerà la consolazione di tutti i tuoi giorni, ciò che fu sempre l’unica meta de’ miei desiderj. — Ah madre adorabile se sapeste che il cielo ben lungi dal verificare le vostre parole mi rese la più afflitta di tutte le creature! che per la vostra Ingelinda non corsero più che giorni d’amarezza e di pianto!
«Sventurata fanciulla!... Ma ancora non intendo...
«Udite. Ruppe in quel tempo la guerra tra gli Svizzeri collegati con quei di Francia e il Duca. Una grossa banda nemica sbucando dalle montagne improvvisamente invase i confini dell’Ossola. Tosto tutto il paese fu in armi: il mio Guido, pel primo chiamato dal padre a capitanare la schiera, lasciare mi dovette e partire. Io non vi potrei dipingere il mio stato: peggiorava gravemente mia madre; dalle novelle che provenivano dall’alta valle sapevasi che le zuffe s’avvicendavano sanguinosissime. Ad ogni tratto soldati mutilati o feriti passavano a drappelli da Lesa: io faceva porgere loro tutti quei soccorsi che meglio poteva, e ansiosa chiedeva ad essi dell’amor mio — Egli è la prima spada del campo (rispondevanmi) combatte da valoroso e cerca d’opporre un argine possente al soverchiare de’ nemici. — Oh cielo qual cuore era il mio! mai s’asciugavano ne’ miei occhi le lagrime. Finalmente un giorno... agghiaccio tutta nei dirlo!... venne l’orrendo annunzio che Guido era stato veduto cadere pugnando dall’erta d’una rupe, ove s’avventò troppo arditamente, e che precipitato dalla balza nei profondi burroni la salma di lui giaceva insepolta insieme a quelle di tanti altri guerrieri... A tal disastro l’animo non resse: caddi svenuta a piè del letto di mia madre agonizzante... e quando rinvenni in me stessa, sommo Iddio! ella era morta.
«Oh tremendo caso!... Il conte Guido però diceste che non era perito?
«No: ma in me fu irreparabile il colpo. I nodi che mi univano all’esistenza s’erano come troncati per istantanea forza; lo strazio estremo cagionò una lenta febbre che logorando consumava le potenze della mia vita. Il pianto s’inaridì; le mie pupille esauste, cocenti più non sostennero la luce, e a poco a poco, per eccesso di desolazione, un nero insollevabil velo le ricoprì in eterno.
«Mi si spezza il cuore!... (esclamò Agnese con voce di pianto).
«Quando fui ridotta in sì orribile stato, e condannata solitaria a divorare entro me medesima l’acerbissima mia pena, allora seppi che Guido viveva ancora, poichè il capo di quella banda nemica contro cui erasi slanciato riconosciutolo all’atto della mischia, quando lo vide dal numero de’ suoi atterrato e ferito, lo fece trasportare giù del monte. Avviatolo poi secretamente nell’interno paese, sperando più grossa somma pel di lui riscatto lo tenne rinchiuso prigioniero in un inaccessibile castello, d’onde fermata che fu dopo due mesi la tregua, spedì un messo al Conte in Arona per trattare della liberazione del figlio.
«Qual gioja a tale notizia per la famiglia di lui, che sino a quel tempo sarà pure stata avvolta nel fatale vostro errore?
«Oh sì in essa quanto insperata tanto piu grande e intera fu la consolazione.
«E in voi?
«In me... oh Dio!... in me, non lo chiedete. Sentii più gravemente il peso de’ miei mali. Forse se l’avessi invocato quel generoso cuore non avrebbe abbandonata e respinta un’infelice, priva per cagion sua del più prezioso de’ sensi. Ma nol volli: una cieca non era più degna di lui, nè io doveva colla mia presenza rattristare tutti i suoi giorni. Unica a confortarmi sorse in me la speranza ch’ei mi terrebbe ognora impressa in seno, e che all’annunzio della cruda sventura della sua Ingelinda avrebbe versato lagrime sincere. Ciò tolse in parte l’asprezza de’ miei affanni; si riaprì la vena del pianto, la mente sollevata potè effondersi in fervidissima preghiera, onde mi sottoposi più umiliata ai divini decreti, ed aspirai ad una pace che m’era da prima inconcepibile. Feci riferire allo Zio la mia volontà di essere rinchiusa in questo Monastero, al quale faceva dono de’ miei beni ed ove sarei stata ricevuta, sendovi parente la Badessa, e Voi già suora da più anni, Voi di cui mi risovvenni con tanto affetto.
«Oh amata cugina! — disse Agnese con tal dolcezza che contraccambiava la manifestazione di quella riconoscente rimembranza. E aggiunse: «Aveva il conte Guido già fatto ritorno dal paese nemico, quando voi qui venendo abbandonaste la casa paterna?
«Egli era atteso di que’ giorni ed io volli evitare la tremenda prova di saperlo vicino. Mi feci condurre al letto ove morì mia madre, lo baciai e bagnai di lagrime, indi, dato a tutti un ultimo addio, fra il loro compianto me ne partii. Il mio sagrificio fu immenso è vero; ma sapete voi comprendere sorella, l’angoscia del sentirsi d’appresso un essere che si adora e non potere squarciare le tenebre d’una perpetua notte per contemplare almeno un istante sul suo viso l’espressione dell’amore?
Tacque Agnese dal dolore impedita, poi frenando a stento i singhiozzi rispose «Ah sì m’immagino quanto grave e crudele deve essere il mancare dell’uso delle pupille tanto necessarie ad ogni atto della vita, e per cui si scoprono ed ammirano le meraviglie operate dalla mano del Creatore.
«Talvolta (profferì Ingelinda) mi si affaccia con terrore il pensiero che dalla oscurità in cui giaccio vivente, abbia a passare a quella della morte e rimanervi eternamente sepolta.
«Non lo temere, o sconsolata! (rispose l’altra con pietoso entusiasmo) Verrà il dì, ne son certa, che in premio di tanto soffrire godrà la vostr’anima dello splendore de’ cieli, e di tutte le sue beatitudini.
«Oh vorrei solo che mi fosse dato rivedere il caro lume del giorno, e il sole diffuso raggiante indorare le mie rive ed i monti, vorrei ricongiungermi a mia madre, e... per colmo di contentezza... ohimè che dissi?... l’ho perduto per sempre.
Uno scoppio amarissimo di pianto le concesse appena di profferire quest’ultime parole.
L’estremo raggio del crepuscolo penetrando fra i rami, mesceva al pallore del volto di lei un’incerta moribonda luce, che le faceva prendere aspetto d’una larva addolorata, apparsa a gemere in que’ silenzii le colpe del cuore. Agnese asciugandosi tacitamente le lagrime le offrì il braccio, e dolcemente sollevandola si rinviarono insieme alle loro romite cellette.
FINE DELL’INGELINDA.
IL BRAVO E LA DAMA
SCENA STORICA
Era suonata l’Avemaria. Milo il biondo, _Bravo_ del Conte P..... se ne ritornava passo passo per una delle strade più solitarie di Milano, giù dal ponte di Porta Romana. Aveva accompagnato il padrone nella solita casa, ove recavasi alla serale adunanza.
Non era stato d’uopo per rischiarare la via di accendere l’_occhio di bue_ (lucernetta d’ottone e cristallo), giacchè splendeva la più bella luna, che mai si potesse dire. Egli veniva lentamente or cantando ora zufolando alla distesa: teneva la destra mano appoggiata alla cintura dello spadone, e colla sinistra faceva varii moti, onde far brillare al raggio della luna una falsa gemma che portava in dito, legata in largo anello d’argento. La strada era per metà rischiarata dalla luna, e sull’altra metà batteva l’ombra d’un lungo muro di giardino, sul quale sopravanzavano gruppi di piante ed alberi isolati, che accrescevano in varia foggia la linea oscura, interrotta in certo punto da uno spazio, in cui non riflettevansi sul terreno che le aste del cancello, il quale serviva di porta.
Milo cantava; il suo spirito era sereno al pari del cielo, che gli stava di sopra ed a cui alzava di tratto in tratto gli occhi, siccome ad un vasto padiglione turchino trapunto di stelle, senza pur sognare nè la pluralità dei mondi, nè l’infinità dello spazio. Aveva un cappelletto acuminato, da cui pendevano varie fettucce di velluto: e lo portava obbliquo sulla rete, che gl’involgeva la capigliatura folta e bionda, dal colore della quale aveva ricevuto il soprannome: da ciascuna delle tempia gli ricadevano due ciocche attortigliate a modo di treccia riunite da picciol nastro all’estremità. Non aveva affatto nè mustacchi, nè barba: il suo collo era nudo e slanciato; portava un farsetto bruno, ingombro sul davanti di catenelle e gale, tra cui usciva luccicante l’impugnatura d’acciajo d’un coltello stilato.
Zufolando le note allegre e acute della pavaniglia, sentì da un albero un usignuolo gorgheggiare più vivacemente dopo il ritornello: egli s’arrestò un momento ad ascoltarlo; poi ricalcando la via, prese a cantare la canzone a serenata, che fra il popolo era allora di moda; e cominciò con voce spiegata ed alta:
«Mi vo’ trasformar grillo per cantare, «Mi voglio per dolcezza far sentire «La notte quando tu stai a dormire».
«La notte quando tu stai a dormire».
«Oh bella, che c’è? — (esclamò, porgendo l’orecchio e fermandosi sui due piedi, colpito dal suono di due bellissime voci femminili, che avevano in armonia e con più lenta cadenza ripetuto l’ultimo suo verso). — Sono lì dentro il muro del giardino: ragazze allegre: mi berteggiano; lasciamole fare:
«Tu sei un fior di giglio un fior di pepe: «Io giro intorno a te, come fa l’ape, «Che gira intorno al fiore della siepe».
«Che gira intorno al fiore della siepe».
Così le voci risposero, come prima, da dentro il muro; ma erano venute avanzandosi e corrispondevano al punto della strada, ove trovavasi Milo. Questi proseguì in tuono più lieto:
«Mira che bel seren, che belle stelle; «Questa è la notte da invitar zitelle «A passeggiar nei campi al chiar di luna».
«A passeggiar nei campi....
— _Ah!... Ah!_... — udì Milo, che giunto al cancello del giardino vi si affacciò per guardar dentro; e vide due giovani donne fuggire rapide fra mezzo ai cespugli ed alle piante e sparire nell’ombra fitta dell’ampio palazzo, che vedevasi sorgere in fondo al viale di prospetto al cancello, e dalla cui nera fronte alcune finestre lasciavano trasparire bagliore di lumi.
Milo dopo qualche istante se ne partì di là meno gajo di quello che vi fosse venuto; poiche nella sua mente pullularono cento vaghi e straordinarii pensieri.
Non eravi, per far contenta certa specie di uomini, miglior mestiero di quello di _Bravo_, quando il servigio fosse in città presso una famiglia ricca, potente e poco facinorosa, qual era appunto quella, ove trovavasi Milo. I bravi, o buli, in tal condizione, pretendevano differire grandemente da quelli della classe più infima e scellerata, che appellavansi _mazzadori_ (vedi qual nome!), ed erano sicarii unicamente prezzolati per la commissione dei delitti; volevano essere invece una specie di Guardia del corpo; nè alcuno ignora la vita lieta che conduceva in quei tempi una tale milizia.
Con grosso salario, ottimo pasto, senza tema nè di sbirraglia nè di giustizia, protetto dal nome e dal lustro della casa, che lo pagava, e che esso alla sua volta proteggeva colla propria forza, distinto dal rimanente della servitù, nè obbligato ad alcun basso e laborioso ufficio, un Bravo, se non aveva a seguire il padrone in viaggio, alla caccia, in qualche spedizione amorosa o nelle passeggiate notturne, a null’altro ordinariamente pensava, che a perfezionarsi nel maneggio delle armi proditorie e ad abbandonarsi coi compagni al giuoco, all’intemperanza e ad ogni sorta d’obbrobrioso solazzo, chè per tale audace e fiera genìa nulla v’era di vietato e d’illecito.
Milo era _figlio del torno_, come soleva dire il volgo agli esposti. Tolto infante a quell’ospizio da un vecchio servo senza prole, crescendo esso bello e vigoroso e appalesando armigere inclinazioni, venne dal suo adottante collocato in qualità di Bravo nella casa dei Conti P....., una delle più cospicue di Milano. Benchè fossero già alcuni anni che quivi esercitasse tale professione e avesse avuto modo di riceverne tutta la ferrea tempra, pure per vero dire conservava nei tratti e nel carattere un non so che d’affabile, s’aveva un brio ed una giocondità civile e mansueta, ch’erano qualità rarissime fra individui del suo stato. L’affabilità e la dolcezza sua non lo rendevano però meno proclive al risentimento, meno insofferente d’ogni contraddizione e d’ogni contrasto, meno feroce nell’ira e implacabile nella vendetta; giacchè questi sendo difetti precipui e universali del secolo, divenivano natura e doveri per i suoi pari.
Quella sera Milo evitare voleva di recarsi alla taverna dell’Olmo, consueto loro luogo di convegno; ma scontrato dagli amici fu quasi a forza colà condotto; ed ivi fra le tazze, le carte e i dadi gli gridarono: — Prendi la mandola e canta, Biondo, canta. Egli per tal’arte aveva il vanto su tutti e soleva intrattenere e rallegrare la brigata s’accompagnando con un mandolone, ch’era del taverniere, e stava appeso alle pareti presso la di lui cappa.
Milo rispose: «Non ne ho voglia, non posso: ho già cantato abbastanza questa sera in Porta Romana».
«Eh! a chi cantasti? (disse l’uno) forse alla Leonora, la fiorentina che vende le polveri e l’acqua nanfa alla crocetta di San Calimero?».
«Corpo d’un sagro! (esclamò un altro, stringendo le carte in pugno e percotendo con una forte palmata il tavolo) alla Fiorentina ci parlo io.... Vorrei sapere chi ci pretende! Vedete quest’orletto cremisi del giustacuore? me lo ha fatto lei; lei con quelle sue manine benedette, che spargono profumi... e se qualcuno ci volesse bazzicare, sangue di...».
«Che bestemmi tu? (gridò un terzo). Tienti pure la tua profumata Fiorentina; chè mi saprai dire che capo è, quando conterai le berlinghe. Sì, eh, non mi ricordo io quand’ella abitava dietro le carceri della torretta colla Lena e colla Stella losca, e s’avevano corteggio di tre moschettieri spagnuoli? Fu uno di quegli ammazza-pidocchi, che spendendole dietro l’ultimo suo quartillo la mise in voga. Milo non è ragazzo da perdersi in quella fogna: dimmi, Biondo, non è la verità? scommetterei, che tu cantasti piuttosto la _Luna piena_; oppur _Diana in camiciuola bianca_».
«Sì, in fede mia: hai colpito giusto. Ho cantato alla luna; e, vedi stravaganza! mi pareva che la luna cantasse a me».
«Ho capito; sei brillo, sei brillo. È il bicchierino che ti dà il padrone a merenda. Anche il vino, sai tu, canta, ride e parla».
«Eppure più ci penso, più son persuaso che cantò la luna». Così Milo soggiunse sorridendo in aria misteriosa; e lasciò che gli altri lo mettessero in burla, credendolo cotto: ma non palesò punto l’avventura.
E tre e sei e dieci volte le due cantatrici avevano fatto eco dal giardino a Milo, che ogni sera alzava il canto al cominciare di quella via; ma quand’egli giungeva al cancello per riguardarle, sempre sparivano fuggendo. «Che storia è questa? io non so intenderla (diceva Milo tra sè lungo la strada, crollando indispettito la testa e tenendo giunta al rovescio una mano coll’altra). Sono esse figlie del giardiniere?... del cantiniere?... dello scalco? sono cameriere di casa?... perche mai rispondono alla canzone sembrando chiamarmi, e poi, quando comparisco, scappano, come se vedessero il folletto?... Che avessero paura di me, per causa del mio mestiere?... Corbellerie! Una donna non ha mai paura d’un bravo; d’un bravo, s’intende, sul fiore dell’età, che non abbia barba da caprone ed occhi da indemoniato. A credere quello che dicono gli altri, i bravi sono anzi i prediletti. Oh le novelle che narrano!... nel palazzo, nel castello, nella villa, questo è stato, quello è entrato, quell’altro ha avuto... A me veramente nulla ancora è toccato, ma però lo credo; perche la sorella del padrone, Donna Isotta, quando in campagna passeggia pel bosco, ove vuole ch’io la seguiti colla cagnuolina, appena è fuori di veduta della casa, chiude il libro e mi dice: — Leva da terra la mia Sibillina, povera bestiuola! e fatti pure d’appresso, o Biondo, ch’io di te non ho schifo: gli altri servi non li posso sopportare; ma pei bravi sono diversa. I lacchè mandano un tanfo di sudore insopportabile; i carrozzieri puzzano di fimo cavallino; i cucinieri sono macchiati d’untume: tutti hanno qualche cosa, che mi nausea: voi altri soli siete sempre puliti, netti, ben pettinati, e vi mettete per gli abiti certi odoretti aggradevoli, solleticanti... tu specialmente... birboncello, birboncello... — E mi batte col ventaglio la spalla, facendo certi occhietti, che vent’anni sono avranno cagionate pazzie. Se è così, perche queste invece mi attirano, e poi se ne vanno senza lasciarsi mai vedere, nè parlare?... io intisichisco, se mi tengono ancora sulla corda in tal modo. Voglio mirarle davvicino; voglio che mi parlino; e insisterò tanto e tanto, che alfine la spunterò».
E fu così. Tre giorni dopo, al chiarore delle stelle, Milo bisbigliava leggiadre parolette estratte da tutta la sua rettorica, la quale, avuto riguardo al suo grado sociale, sarà stata non poca, poichè la galanteria de’ concetti era pure una delle più formidabili manìe del secolo. Le due ninfe del giardino stavano a breve distanza dal cancello, ed alle inzuccherate frasi di Milo nulla rispondevano, se non che di tratto in tratto mandavano leggieri e soffocati scoppii di riso; ed egli continuava studiandosi di più in più di riuscire persuasivo, quando al rumore, che si udì dell’aprirsi d’una porta nel palazzo, entrambe scomparvero e sol’una rivolgendosi un istante, disse a mezza voce: _A rivederci domani a sera._
Milo giojoso e beato della conquista che teneva in pugno, s’avviò alla taverna dell’Olmo; giacchè, sebbene tacesse ogni cosa rigorosamente ai compagni, aveva piacere di lasciar loro intravedere alcun che sulla propria fisonomia, che indicasse il possesso d’un secreto, il quale altamente lo interessava.
Era piena quel giorno la città di un’avventura, accaduta nella notte ad insigne personaggio spagnuolo, che copriva la prima carica di Milano, il quale per fare, non si sa, se grata od ingrata sorpresa ad una bella dama, aveva voluto entrarle in casa mascherato, e gli era stata appoggiata una bastonatura delle più solenni, ad onta del ducato, del marchesato, del don e degli y, che fregiavano il suo nome. I Bravi dell’Olmo non parlavano essi pure che di tal fatto. Dai comenti, che sopra gli faceva ciascuno a proprio capriccio, volse agevolmente il discorso ad altri simiglianti eventi; ed uscì fuori una serie di storielle e d’aneddoti relativi ad amorose imprese andate alla peggio per gli eroi protagonisti. Siccome poi nel racconto principale entrava un travestimento, si venne anche a dire di quei casi, in cui sotto una bella larva nascondendosi un visaccio spaventevole, gli ingordi spasimanti, che si credevano all’apice della ruota di lubrica fortuna, non avevano riportato che scorno e beffe.
Queste ultime narrazioni andarono poco a sangue al nostro Milo, che annuvolatosi pensò: «Per una bella donna non curerei un jota nè stocchi, nè durlindane, nè stanghe; chè chi volesse mettere le mani addosso al Biondo, per dianabacco! ci dovrebbe riflettere due volte. Ma se le mie sirene fossero due spauracchi, che l’una, per esempio, tenesse aperta una finestra sola e l’altra avesse le guancie o il naso a bitorzoli e per civettare con esse mi capitasse un’archibugiata nelle reni?... che bella fine sarebbe la mia!... quand’un bravo è sballato, è sempre peggio per lui; e tutti riderebbero a sapere, che mi son fatto accoppare per due streghe, due teschii da morto. Ma no... sono pazzo... non è possibile; quelle voci angeliche non puonno uscire dalla gola di due deformi creature; e poi questa sera, ancorchè fosse oscuro, la loro corporatura l’ho distinta abbastanza, e mi parvero fatte a pennello. L’una è poco più grande dell’altra; ma entrambe sono snelle, di forme ben rilevate, strette alla cintura ed agili come daini. Quella che mi disse: _a rivederci_, deve avere un bocchino di rosa: che grazietta! che armonìa! la sua voce sembrava il suono cristallino del salterio sfiorato dal vento; mi pare già di preferirla all’altra. Che cosa non darei per poterla vedere?».