Part 9
— Almeno da farsi le scarpe; ce ne son tanti che vanno a bottega, e buscano....[178] anche un giulio[179] la settimana; per ora sarei contento, se mi potessi compromettere.... Ma figuratevi! io non lo mando nè lo manderò a bottega, perchè se anche guadagnasse dieci, mi consumerebbe per venti a forza di girandolare, di strofinarsi, di fare il chiasso....
— Ma imparerebbe un mestiere....
— Troppo caro il mio mestiere! Eh no! Chi lo volesse per fattorino avrebbe a pagarmi tanto che non troverò certo nessun che lo voglia prendere. I servitori non son pagati bene dai padroni? Quando sarà più grande, se non saprà fare altro.... a servire.
— A servire poi!... Oh i miei figliuoli non ci anderanno davvero! Un mestiere, un mestiere. Guadagnar meno, ma liberi! E senza la livrea di nessuno! E poi tu! che bisogno hai tu?...
— Cospetto! Per chi m’hai tu preso? Perchè dal nulla ho messo assieme quattro soldi, vo’ mi credete ricco sfondato.[180] E poi, non foss’altro per levarmi di tra’ piedi quella forca!...
— Mandalo a scuola.
— A volere ch’e’ mi diventi più bardassa[181] che mai! E s’e’ ci andasse! Quand’e’ può sgattajolare[182] di qui, subito per le mura o fuor di porta a giuocare, a rovinarsi la roba....
— Vi sono delle scuole dove i ragazzi vanno volentieri, a quanto mi dicono, perchè sanno tenerli bene, farli studiare di genio....
— Se potessi spendere!...
— Già non si spende; e poi tu non dovresti guardarci tanto!
— Finiamola! Non mi toccar più questo tasto! — E s’inquietava.
— Fa’ una cosa. Tu hai detto che Pippo non farebbe altro che disegnare....
— Già, a scapito di fogli e d’inchiostro....
— Mandalo all’Accademia. Se ha genio pel disegno, all’Accademia ci anderà volentieri, e potrebbe fare buona riuscita e buoni guadagni. Alle volte si sono visti certi colpi di fortuna!... Come chi avesse ora una figliuola con buona voce per cantare, o buone gambe per ballare. Quattrini a palate! Benchè io ve’!.... Col rischio di vederla poi.... mi capite?... Non m’importerebbe delle ricchezze.... no davvero! Val più l’onestà e la pace che tutte le grandi lodi e i tesori di questo mondo.... E poi, anche le più fortunate vanno quasi sempre a finire malamente allo spedale.... Ma, quanto a Pippo sarebbe un altro par di maniche. Fa’ a modo mio, Giuseppe. — Intanto, aggiungeva tra sè l’amico, quel povero ragazzo sarà picchiato più di rado.
[Illustrazione: UNA MADRE]
E Giuseppe, che di primo slancio approvava quell’idea, s’era messo taciturno a pensare. Poi riprese:
— All’Accademia non si spende, eh?
— Così è: non si spende.
— Tu m’hai dato un’idea che per ora non mi dispiace. — Poi, volgendosi al banco, e vedendo che il figliuolo, nel baloccarsi, aveva gettato non so che cosa per terra, gli corse addosso furiosamente, e incominciò a rampognarlo e a percuoterlo.
Il compagno, che altre volte s’era trovato a quelle brutte scene, e che reputava inutile, o aveva paura di prendere le difese del povero fanciullo, facendo una spallata, se la battè[183] pel fatto suo.
Non così la madre di Pippo, la quale, benchè sapesse d’esporsi al pericolo di tirare sopra di sè la collera del marito, appena ebbe udito quelle strida, scese lesta lesta una scaletta che metteva dalla casa nella bottega; e prima con le preghiere, poi con le mani tentò di trattenere le busse. Non bastava; e allora s’interpose a forza con la persona. E Giuseppe preso da maggiore sdegno, proseguiva a scagliar colpi alla cieca, e ferì la meschina in un sopracciglio, sicchè il sangue che ne spillò subito scorse con le lagrime a rigarle la gota. Essa, coprendo il viso con una mano e chinandosi perchè il marito non vedesse il male che le avea fatto, si contentò d’esclamare con voce commovente e sommessa: — Basta! — e trascinò seco su per la scaletta il figliuolo, che vedendosi ricoverato nelle materne braccia, cessò di piangere. Giuseppe, o che fosse rimasto un po’ intenerito da quella parola supplichevole della moglie, o che non volesse lasciar sola la bottega, rimase appoggiato al banco, chinando il capo, e mostrando col mordersi le labbra tumide e bavose, con aggrottare le ciglia nerissime e folte, e con stringere i pugni e arrotar fra loro le nòcca, una interna violentissima commozione, che poteva prendersi o per acuto rimorso o per avanzo di collera a dispetto suo non sfogata. In quel punto entrò in bottega, a muso basso con la coda tra le gambe e rasentando la soglia, il cane ch’ei teneva per guardia: una povera bestia smunta, allampanata[184], che alle mani di cotal padrone sarebbe già morta di fame, se la moglie non aggiungeva furtivamente qualche cosa ai magri pasti fatti dei rimasugli d’una mensa troppo frugale, o se altro non rinveniva da sè fiutando le spazzature ammonticchiate nei vicoli.
Nondimeno il mal capitato guardiano aveva per Giuseppe la stessa affezione che per gli altri; e dopo essersi stropicciato più volte al muro e allo spigolo del banco, fattosi animo, s’accostò alle gambe del padrone, incominciò a scodinzolare, a mugolare, a raspare.... Ahimè! il tempo era male scelto. Giuseppe non voleva feste, e con un calcio lo mandò a rotolarsi ed a guaire in un canto. Due artigiani che parlavano tra di loro lì presso alla bottega, e che ben conoscevano l’umor della bestia, si volsero compassionevoli verso il cane e s’allontanarono, ma non tanto frettolosi, che Giuseppe non potesse udire queste parole proferite da uno di essi: — Senza parzialità per nessuno; e’ tratta il cane come la moglie e il figliuolo. — Il banco si riscosse a tali detti? Nemmeno Giuseppe. Anzi spianò le rughe della faccia, e tentennando il capo fece apparire a fior di labbra un risolino di derisione maligna, e poi andò a raccattare tranquillamente la roba che il figliuolo aveva fatto cadere di sul banco, e a rimettere a sesto altri oggetti. Allora trovò in un ripostiglio dietro i vasi del tabacco ed i mazzi delle pipe tre o quattro libricciuoli laceri, di quelli che gli erano stati venduti coi fagotti di fogli per carta da involtare il tabacco. Quei libricciuoli appartenevano ad una raccolta di descrizioni di viaggi, e vi si trovavano alcune stampucce rappresentanti i paesi descritti nell’opera. Pippo che appena aveva imparato a compitare da sua madre, se li leggeva e rileggeva con infinito diletto, e sognava maravigliosi viaggi e ricopiava quelle stampucce, innamorandosi di così fatti lavori. Quando poi vedeva disegni, e in specie quelli di paese, nelle vetrine delle botteghe dei librai e dei negozianti di stampe, rimaneva lì estatico a contemplarli, e si sarebbe scordato di tutto, anco delle busse di suo padre. Il ritrovamento di quei libri così riposti riaccese l’insana collera di Giuseppe; ma si contentò questa volta di levare l’innocente trastullo al figliuolo, sciogliendo le pagine e mettendole alla rinfusa accanto alle bilance. Povero Pippo! come rimase addolorato quando non ritrovò più quei suoi cari compagni!
Pochi avventori venivano quel giorno dal tabaccajo, perchè una processione strepitosa richiamava gli sfaccendati nella parte di città opposta a quella dov’era la bottega di Giuseppe; sicchè dopo avere sciupato i libricciuoli di Pippo, si nojò ad aspettare chi non viene, serrò lo sportello un quarto d’ora prima del solito, e andò su in casa a sollecitare la minestra. Comparve dunque inaspettato alla moglie, mentr’ella si studiava di ricoprirsi con certo drappo carnicino[185] la ferita del sopracciglio, in modo che Giuseppe non la potesse scorgere. Ma prima anche di vederlo, ella udì la sua temuta voce che domandava: — Che cosa avete voi fatto! — La Carolina si riscosse, non seppe come rispondergli; ed era per balbettare forse una menzogna, quando Pippo che usciva dalla finestra e aveva udito l’interrogazione, ricoprì la sua voce dicendo con ingenua franchezza: — È stato lei signor padre; dianzi....
— Ho capito, ho capito! Ma per cagion tua, monello....
— No, — interruppe allora arditamente la Carolina, andando incontro con umili e affettuosi modi al marito, e facendo cenno di tacere al figliuolo. — No, caro Beppe, non ci pensare; è una cosa da nulla; è stata la mia sbadataggine....
— La mia balordaggine, avete a dire; la mia.... Ve lo rinfaccerò sempre; me ne pentirò finchè avrò vita, d’avervi dato retta a riprendere....
— Zitto, per carità! — e gli s’accostava con premura, e parlando piano perchè Pippo non sentisse. — Non dite queste cose in faccia a lui!...
— Se si fosse lasciato agl’Innocenti come quell’altro, ora queste scene non seguirebbero....
— Ormai, abbi pazienza, mi raccomando....
— Sì, sì, ormai bisogna tenerci questo bel mobile....
— È tuo figliuolo! — E seguiva il marito in cucina, e chiudeva l’uscio, raccomandandogli di tacere o di parlare sommessamente.
— Per farmi dannare; per rovinarmi!...
— E se Dio benedetto gli concedesse di poterti assistere nella vecchiaia?...
— Oh giusto! la vecchiaia! Voi mi farete morire di bile, prima che mi s’imbianchino tutti i capelli....
— Non mi far tribolare così! Tu sai che se con la mia vita potessi farti più lunga e più felice la tua....
— Non mi venir fuori con queste tenerezze insulse. Non è più tempo....
— Lo veggo, pur troppo, che tu ti sei mutato.... Ah! tutto il rovescio di prima....
— Sì eh? Perchè mi lascio meno infinocchiare[186] dalle tue moine! Lo vedi, lo vedi tu ora il bel guadagno che n’ho ricavato a lasciarti riprendere dagl’Innocenti quella bardassa?[187] Tu mi seccasti tanto con le tue lagrime!... E ora, — vedendo che la Carolina piangeva — ora tu crederesti di far breccia da capo? Finiamola, finiamola! Non voglio pianti. Andiamo a mangiare un boccone in santa pace, se sarà mai più possibile averla. Allestisci. Del resto, Pippo non starà più tanto per casa.... M’hanno consigliato.... Vedrò.... È ella in ordine la minestra? —
La moglie s’affrettò subito a preparare un boccone, perchè l’indugio non avesse a cagionare altre sfuriate di collera; ma, poveretta, un nuovo pensiero l’angustiava per quelle poche parole buttate là con aria di mistero da Giuseppe sul conto del figliuolo. — Che razza di consiglio avrà egli avuto? pensava tra sè; io non ispero nulla di buono. Vorrà metterlo a bottega; così piccino? E chi sa dove? Forse con un maestro avvezzo come lui a menar le mani.... — Con simile trepidanza poco mancò non le cadesse di mano ora una cosa ora un’altra; e il marito, a vederla imbrogliata in quel modo, fremeva e batteva i piedi. Alla fine la tavola fu apparecchiata; venne la minestra; chiamarono il fanciullo, e mangiarono silenziosi. Giuseppe divorava; la moglie spelluzzicava[188] girando dal cammino alla mensa; e Pippo spartiva di soppiatto la sua magra porzione col cane, che era più affamato di lui.
Nel tempo di questo malinconico pasto, io tornerò col racconto un passo addietro, come diceva la mia nonna buon’anima.
Giuseppe, quand’era sempre ragazzo, fu da suo padre, calzolajo, rimasto vedovo, messo nella milizia a fare il tamburino; e chi s’è visto s’è visto. I tamburini, almeno secondo le usanze d’allora, dopo avere imparato a forza di slogature di braccia, di strapazzi, di nerbate, a suonare il tamburo, diventavano i peggio soggetti del reggimento. Ora indisciplinati e spesso in gastigo, ora protetti da qualche superiore e più indisciplinati che mai, a motivo del protettore, che spesso li salvava dall’arresto, dal digiuno e dal bastone; viziosi a dismisura e spesso con più mezzi degli altri per fomentare i loro vizi; quindi arroganza, avvilimento del corpo e dell’animo in tutte le turpitudini immaginabili, e ignoranza assoluta d’ogni diritto e d’ogni dovere di cittadino. Il suo tamburo, l’osteria, chi gli pagava da bere, chi gli chiedeva servigi più o meno riprovevoli con la promessa di parziali appoggi e di ricompense, queste erano le sorgenti dei pensieri e delle affezioni di Beppe. Una notte, per non so qual tresca, egli tentò di scendere senza scala dalle mura della fortezza; non era la prima volta che con audacia e agilità straordinarie gli era riuscito d’uscire e di rientrare in tal modo nella fortezza. Ma quella notte il tentativo andò male, e lo sciagurato, precipitando giù, si ruppe una gamba in due luoghi. Fu scoperto, condotto allo spedale, sottoposto a severo processo; ed allora i protettori palesi ed occulti, o non pensarono a lui o non poterono in alcun modo sottrarlo alla condanna del rigoroso codice militare.
Dopo la sua guarigione, e per giunta alla solita pena, gli convenne entrare per alcuni anni nel corpo dei coloniali, specie di servizio militare forzato per correzione o per gastigo. E quel servizio era abominevole: la compagnia si componeva quasi tutta dei più sciagurati e incorreggibili soggetti, espulsi dalla milizia e dalla società, perchè si faceva impossibile il ravvedimento dei traviati, i quali invece imparavano ad essere più viziosi e più malvagi; fatiche bestiali; trattamenti crudeli; gastighi d’estremo rigore; vituperosa fama; insomma una specie di galera, anzi peggio, perchè più volte intravveniva che alcuni dei coloniali commettessero a bella posta qualche delitto, per essere condannati a finire il rimanente della vita tra i galeotti. Raro che quegli che esciva dal corpo dei coloniali, per ritornare in società, non facesse poi pessima fine, tanto era falso ed opposto all’umanità, alla giustizia, alla morale quel modo di punire i colpevoli, i quali, quasi sempre divenivano viziosi per mancanza d’educazione, d’istruzione, di lavoro.
Parve che Giuseppe, sebbene nel suo lungo soggiorno tra i coloniali avesse, poco più poco meno, fatto birbanterie, sofferto gastighi e patito tribolazioni da quanto gli altri, pure fosse assistito dal caso, perchè lasciando quel tristo soggiorno non gli fu impedito d’andarne libero; e tra i primi pensieri, che gli vennero alla mente, vi fu quello di suo padre. Quest’uomo, è vero, aveva abbandonato affatto il figliuolo, e si poteva dire che fosse stato, benchè non volendo e per indolente ignoranza, la cagione principale dei suoi traviamenti; ma in sostanza era padre, e Giuseppe lo trovò quasi moribondo allo spedale. Un resto di tenerezza filiale lo aveva spinto a ricercare di lui; e questa tenerezza si accrebbe allorchè lo vide in quello stato, e s’accorse che il vecchio piangeva a ricordarsi che v’era pur tuttavia sulla terra una creatura delle sue viscere, a pensare che almeno il figliuolo veniva in tempo a serrargli gli occhi. Forse quelle lagrime erano spremute anco da un tormentoso rimorso che voleva dire: — Che cosa sarà di questo figliuolo che io stesso lasciai andare sulla via della perdizione? — L’agonia di quel vecchio fu veramente una cosa da stringere il cuore, finch’ei non perdè affatto i sentimenti; e spirò lasciando lì basìto[189] dal dolore e dalla confusione il figliuolo. Era forse la prima volta che questi si sentiva muovere a compassione, che il suo cuore, indurito dagli strapazzi, dalle scioperataggini, dal mal governo d’una spietata e capricciosa disciplina, s’inteneriva. Poi dalla tenerezza passò a un tratto a una disperazione furibonda; stranulava gli occhi, si torceva le mani, e un po’ con le imprecazioni, un po’ con i gemiti convulsi, pareva volesse richiamare in vita il cadavere. Allora alcuni di quei serventi, con la spietata indifferenza che i più sogliono avere per le umane tribolazioni, stando non per carità ma per mestiero attorno ai malati, lo cacciarono con mal garbo, gli dissero che non aveva più che fare in quel luogo, che andasse piuttosto a farsi chiudere nello spedale dei pazzi, e non gl’impacciasse nelle loro faccende. Egli o non capiva, o non voleva uscire.
— Io sono suo figliuolo! — esclamò finalmente.
— Giusto per questo, — risposero, — è bene che ve n’andiate; e ora lo spedale si chiude. Animo, animo! Non c’è altro luogo che questo per fare tante geate?[190] Era vecchio, doveva morire.... —
Giuseppe rattenendo a fatica la collera per non fare una scenata lì presso la spoglia del padre, e fra tanti poveretti che oppressi dal male gli giacevano attorno, se n’andò querelandosi sottovoce, a passo lento, e voltandosi più volte al letto del padre. Arrivò appunto al cancello, mentre il portinajo rimandava indietro una povera vecchia, che voleva passare con un tegame di minestra nel tovagliuolo. — Vi ripeto che non si passa più; avete fatto tardi; volete voi capirla? E poi, ah! ah! il numero 327?... Volete proprio portare cotesta roba al numero 327?...
— Di buona ragione![191] Che v’è egli da ridere?
— Ah! ah! i morti, donnina mia, non mangiano!
— Come? è morto? il ciabattino di via...?
— Morto, gnora sì; che i ciabattini non muojono?...
— Oh poveretto! E da quando in qua?
— Pochi minuti sono. Anzi, vedete, ecco il suo figliuolo che vien via, — additando Giuseppe che s’avvicinava al cancello, e aveva udito parte del colloquio.
— Il suo figliuolo? Questo qui?
— Già! Che maraviglie! Insomma volete voi andarvene? —
Giuseppe era giunto alla soglia, e usciva; e la pietosa donna lagrimando tornò indietro con lui, e gli s’accompagnò; ed egli smanioso di sapere chi fosse colei che piangeva la morte di suo padre, e che gli aveva portato la minestra, senza aspettare che la incominciasse il discorso, le domandò:
— O voi chi siete?
— Povero giovinotto! Voi figliuolo di Matteo buon’anima? proprio voi? A dire! Ah sì; ora me ne ricordo, qualche volta e’ lo diceva d’avere un figliuolo.... al militare, è egli vero?
— Ah! dunque mi rammentava qualche volta?
— Che discorsi! sicuro! e si rammaricava di non potervi vedere, di non sapere nemmeno dove cercarvi. O voi? perchè non gli avete mai mandato scritto? E chi v’ha detto che gli era malato?
— Eh! nemmeno io so scrivere.... E poi e poi!...
— E massime nella malattia, sapete? Oh! e’ vi rammentava, e gli sapeva mill’anni che almeno prima di morire.... Ma dunque vo’ siete arrivato proprio oggi, perchè ieri non mi disse nulla....
— Proprio oggi, ed è stato un caso!
— Dunque non sapevi?...
— Nulla!
— E vi siete ritrovato?...
— Appena per vederlo spirare!
— Povero giovinotto! Già così segue le più volte di noialtri tribolati! Dispersi sopra la terra quelli d’una stessa famiglia a cercare un po’ di campamento stentato; e si tribola e si muore senza che uno sappia dell’altro, nè più nè meno come le bestie!...
— E non ci si permette neanche di sfogarci a piangere sopra il morto. M’hanno mandato via come un cane....
— Ci vuol pazienza! A buon conto gli faremo dire una messa per suffragio dell’anima. Ci penserò io, non dubitate.
— Ma dunque, chi siete voi? Una parente?
— Parente no; ma i’ lo conoscevo da un pezzetto; e’ mi rattoppava le scarpe.... E’ non aveva nessuno che lo potesse assistere; e quando seppi che gli era malato allo spedale, guà! un po’ d’ajuto alla meglio.... Gli avrebbe fatto lo stesso per me....
— Dio ve ne renda merito!
— Oh, figuratevi! Un bel merito! O voi come campate? Che siete sempre nel militare, o a mestiere?
— Io?... ah!... non so che dire.... Io esco ora dal militare.... I’ non ho arte nè parte[192].... Davvero che non so ancora in che mondo mi sia.
— Le solite cose, povero giovinotto! Ho capito! Anche voi.... i meglio anni spesi male; e poi nel mezzo d’una strada.... Ma, lasciatemi pensare.... Giusto, giusto.... Un ombrellajo che dà il lavoro alla mia compagna, giorni sono cercava d’un garzone; se non l’ha trovato, la mia compagna vi potrebbe proporre; e siate certo che a lei e’ darà retta, perchè lei, oh! quella è una donna di proposito; e quando saprà di chi vo’ siete figliuolo!... Ma dite; vorrete vo’ poi adattarvi a fare il garzone d’un ombrellajo? E per pochi soldi....
— Eh! figuratevi! tanto per non morire di fame, o per non essere ridotto.... basta!...
— Povero figliuolo! Speriamo bene.
— Vo’ mi fate coraggio. —
E veramente quel giovane smarrito, senza pensiero del domani, e che sarebbesi facilmente indotto a commettere qualunque pessima azione, se a caso non avesse trovato altro modo per liberarsi dalla fame, tra l’essere stato commosso dalla morte del padre, e tra la tenerezza che gli veniva in vedere una donna misericordiosa, che con tanto amore aveva soccorso il vecchio e pensava a far del bene anche a lui, aveva incominciato ad ammansirsi, era quasi disposto a provare una vita diversa affatto da quella a cui la sciagura lo avrebbe esposto; già gli balenavano alla mente alcune idee affatto nuove, idee di riconciliazione con gli uomini, di rassegnazione, di speranza. Ei si lasciava condurre come un fanciullo da quella donna semplicetta, dimenticando anche l’osteria dov’era aspettato da un pajo di compagnacci, i quali pagandogli lo scotto e sapendo che buona lana fosse stato fino allora, avevano fatto disegno d’associarselo per commettere chi sa quali bricconate, per tenerlo sempre sulla via della galera.
Così passo passo arrivarono ad un vicoletto, ed entrarono in casa della cucitrice d’ombrelli: due stanze all’ultimo piano d’un’antica torre, d’uno di quei massicci fortilizzi dentro la città, eretti nel medio evo a tempo delle parti tra Guelfi e Ghibellini, divenuto più tardi opificio dell’arte della lana, ridotto poi a casone per albergo o ricovero di povere famiglie. Scale strette, ripide, buje e in parte a chiocciola; mura grosse, quasi tutte di macigno; finestroni spropositati con le impannate d’un secolo fa; stamberghe coi pavimenti sconquassati e le pareti stonacate;[193] freddo da agghiacciare nell’inverno, caldo afoso nell’estate, umido gocciolante da per tutto nei tempi piovosi. La prima e più vasta di queste due stanze serviva da lavoratorio e da cucina col cammino chiuso da due grandi sportelli, e accanto l’acquaio; l’altra era una camera, ma con la finestra del pozzo e lo stanzino, un bugigattolo[194] da non potervisi rinchiudere nemmeno una persona. Figuratevi che bel dormirvi tra il freddo, il bujo, e le cattive esalazioni della latrina! Scendo a queste minuzie di descrizione, per far osservare che nel nostro secolo di progressivo incivilimento, come si dice, nel centro di una città illustre, quella poteva e può tuttavia dirsi una delle migliori tra le abitazioni che toccano ai poveri, ai poveri, notate bene, che arrapinandosi[195] col lavoro dalla mattina alla sera e spesso anche la notte, raccapezzano,[196] oltre al campamento frugale, un quindici o venti scudi da pagare ogni anno la pigione. E quelle due stanze erano le migliori di tutto il casamento.