Racconti popolari

Part 10

Chapter 103,508 wordsPublic domain

La maestra, cucitrice d’ombrelli, stava lì a un tavolino con tre o quattro ragazzette, che andavano ad imparare il mestiere. Voglio spendere alcune parole su quella donna, perchè oltre alle buone assuefazioni, operosità, illibatezza di costumi, rettitudine, sobrietà, che sono più frequenti che non si crede in chi con molta fatica si guadagna un meschino campamento, ella aveva dei pregi particolari, e sapeva sostenere con mirabile coraggio una grande sciagura. Malata di epilessia fino da fanciulletta, contava ormai 65 anni d’infermità; erano 32 anni che stava continuamente inchiodata sopra una rozza poltrona a ruote, con la quale si faceva condurre a letto la sera e ricondurre al lavoro la mattina a levata di sole. Nondimeno difficilmente avresti trovato una donna d’umore sempre lieto e spesso faceto come il suo; linda nella persona e nelle povere vesti; di sembiante piacevole e che mostrava dover essere stato bello nella sua gioventù, ed ora in mezzo a quella serenità imperturbabile, era nel tempo stesso autorevole e venerando. Istruiva e governava le sue scolare con affetto e accortezza; e sapeva così bene destreggiarsi coi garzoni degli ombrellai che le portavano il lavoro, ragazzi o giovani spesso male educati e insolenti, che niuno ardiva mai di commettere in casa sua la minima imprudenza. Tutti le si affezionavano, e rispettavano maestra e scolare; ed alcuni usavano conversare con lei la domenica sera, trovandovi onesta gajezza e uscendone sempre migliori. La Clarice era dunque, per così dire, la buona testa del casamento e del vicinato. Se i pigionali potevano qualche volta darsi un po’ di buon tempo, andavano a veglia da lei, ed erano sicuri di ricrearsi; un dissapore che fosse nato tra loro e nella famiglia veniva subito dissipato dal senno, dalla giovialità, dalle esortazioni della Clarice; le disgrazie poi, assai più frequenti, e talvolta sola cagione dei dissapori tra i poveri, trovavano in lei efficace conforto e il più delle volte riparo. Contuttochè la guadagnasse appena da sostentare sè stessa e la sua compagna Appollonia, povera ragazza da lei accolta molti anni fa levandola da una famiglia di pigionali campagnoli che le facevano patire la fame; contuttochè la non avesse altri assegnamenti che il lavoro, nondimeno a forza di risparmi e di privazioni le riesciva soccorrere anche di qualche imprestito o di qualche elemosina i suoi amici.

Or ecco una nuova occasione d’esercitare la sua carità a pro di quel giovane ramingo, del figliuolo d’un uomo che già aveva più volte, massime nella ultima malattia, esperimentato le sue beneficenze. La notizia della morte del ciabattino l’addolorò molto; ma quando seppe chi era il giovine condotto a lei dall’Appollonia, e come egli avesse bisogno estremo d’essere assistito, subito incominciò a confortarlo; e senza cercare della sua vita passata o del perchè in quella età non avesse ancora uno stato, un mestiero, un appoggio qualunque, mossa dallo zelo di far del bene, con la fiducia di chi è avvezzo a credere onesti tutti gli uomini benchè più volte si sia trovato deluso, pensò al modo d’impiegarlo col maestro ombrellajo, che cercava un garzone. Volle che intanto Giuseppe rimanesse a mangiare un boccone da lei; e gli trovò alloggio provvisorio nel casamento.

Era tra’ suoi casigliani, ed abitava una sfasciata soffitta proprio sotto il comignolo, maestro Nicodemo, uomo stravagante, che il vicinato chiamava il filosofo spiantato, e qualche donnicciuola superstiziosa credeva uno stregone sulla fede del Bellarmino.[197] Fatto è che maestro Nicodemo da parecchio tempo si rintanava colassù in compagnia delle rondini e dei topi, ma nissuno aveva mai avuto da lagnarsi dei fatti suoi. Non parlava quasi mai, nè con altri s’era un poco addomesticato se non con la Clarice; e a lei sola era riuscito di fargli fare qualche rara volta il viso ridente. Costui campava con l’arte d’incidere in legno quelle rozze stampe che vedonsi nei libricciuoli da chiesa, nei lunari e che so io, lavorando con arnesi grossolani e con una certa disinvoltura, che non pareva suo fatto. Stava sempre lassù in quella sua soffittaccia a lavorare alla luce che veniva da un abbaìno; teneva gli arnesi dentro una sporta; uno strapunto per dormire, un tornio mezzo fracassato, due panchetti, una secchia da acqua, pochi pentoli e un visibilio di stampucce appiccicate al muro con la pasta erano le sue masserizie; e quasi tutto, meno i pentoli e la secchia, aveva fatto con le proprie mani; si cibava di pane e patate o cipolle, senza bever mai vino; aveva lunga barba, aspetto burbero, vesti grossolane, sempre le stesse; ed era magro allampanato.[198] Fin qui potevasi capire perchè i vicini lo chiamassero filosofo. L’altro soprannome poi gli veniva anco dall’essere possessore d’uno specifico stupendo per guarire il dolor dei denti; e di fatto bastava ch’ei toccasse due o tre volte con un certo liquore denso, puzzolente, più nero dell’inchiostro, le gengive di chi non aveva repugnanza o paura d’andare a farsi curare da lui, perchè il dolore sparisse affatto e per molto tempo. Nè per queste guarigioni era mai possibile fargli accettare non che denaro, la più piccola ricompensa in roba; e s’infastidiva a sentirsi ringraziare. Era poi accanto alla sua soffitta, che gli faceva da camera, da studio di artista e da infermeria pei malati di dolor di denti, una stanzuccia affatto vuota, se non che vedevasi appeso a un chiodo nella parete un ritratto femminile, parte in matita, parte in colori, che si diceva opera delle sue mani; e sapevasi che ogni giorno ei se ne stava delle ore chiuso in quella stanzuccia; ma niuno aveva potuto penetrarne il motivo.

Quando la Clarice ebbe licenziate le sue scolare e fu rimasta sola con Giuseppe e con la compagna, mandò questa a chiamar Nicodemo. Egli scese nell’atto, e vedendo quel giovine che se ne stava a sedere in un canto, tra pensieroso ed afflitto, appoggiando la guancia alla destra, gli fece subito cenno di seguirlo, e si volgeva per tornarsene indietro senza aver fatto una parola.

— Aspettate! — esclamò la Clarice.

— O non sapete che la medicina l’ho su?

— Ma questo giovinotto non ha male ai denti.

— Dunque io non gli posso far nulla; — e se ne andava.

— Anzi, voi potreste fare un gran piacere a me ed a lui. Venite qua; e’ non ha casa, nè quattrini per dormire alla locanda. Un’altra volta mi faceste la carità....

— Ho capito; venga pure.

— Porterà seco il solito sacconcino.

— Va bene.

— Una notte o due, eh?

— Anche dieci. I’ son su. — E andò via.

Dopo aver così provveduto all’alloggio, la Clarice mandò l’Appollonia in cerca dell’ombrellajo per proporgli il nuovo garzone. Ma l’ombrellajo non potè venire che il giorno dopo; e sebbene avesse tuttavia bisogno del garzone, e desiderasse di contentare la Clarice, preferendo alle molte persone che chiedevano d’impiegarsi nella sua bottega quella che da lei gli veniva proposta, pure non volle impicciarsi con uno sconosciuto, e si scusò con dire che aveva già dato fuori una promessa.

Giuseppe rimase impassibile alla cattiva riuscita di questo primo tentativo, perchè ancora poteva dirsi che fosse in un mondo per lui affatto nuovo; e quasi quasi pensandovi un poco, non avrebbe saputo come adattarsi così subito a un lavoro o ad un servizio qualunque. Quella specie di stupida indolenza era presa dalla Clarice per afflizione della morte del padre, ed ella non finiva mai di fargli animo e d’esortarlo a sperare che alla fine qualche occasione di lavoro e di guadagno sarebbesi presentata. A buon conto un po’ di pane e un po’ d’alloggio non gli mancava.

— E come va con maestro Nicodemo? Che uomo curioso eh? Ma buon uomo, vedete; basta contentarsi di non discorrere. E come dormite voi in quella stanzuccia?

— Eh! meglio qualche cosa che nulla. E poi e’ mi pare d’esser più padrone di lui. Vo su, lo trovo al bujo....

— E’ non accende mai lume.

— Addormentato sul suo strapunto...; io mi butto giù nel mio canto; mi sveglio che lo trovo al lavoro; gli do il buon giorno, e vengo via....

— E ancora nemmeno una parola?

— Nemmeno. Gli è proprio curioso; ma una sera se lo trovo sveglio....

— Pretendereste di farlo discorrere? Non vi riesce.

— Voglio provarmi. — Ed anche questa curiosità era cagione di tenerlo fermo qualche altro po’ di tempo nel proposito d’aspettare pazientemente l’esito delle premure della Clarice. Infatti ella tentò di nuovo l’ombrellajo, ma sempre invano; cercò altrove, ma senza costrutto. Erano già passati cinque o sei giorni; le dispiaceva di vedere il giovinetto così ozioso, e a lui cominciava a passare la voglia d’aspettare, e s’infastidiva; e se vagolando per la città si fosse imbattuto in quei compagni dell’osteria, avrebbe certamente dato ascolto ai loro inviti. In quel mentre morì all’improvviso un povero vecchio, che conduceva il baroccino d’un fruttajuolo pigionale della Clarice, quando questi andava per la città a vendere le perecotte. Appena che la Clarice lo seppe, domandò al fruttajuolo se avesse voluto approfittarsi di quel povero giovine per tirare il baroccino; ed egli:

— Senza difficoltà finchè durano le perecotte; buona canna[199] per bociare, ma pochi quattrini; io, vo’ lo sapete....

— Eh! nello stremo[200] d’ogni cosa tutto fa. Dunque, Giuseppe, tocca a voi; accettate?

— Perchè no? Gli è ch’io vorrei potervi ricompensare....

— Oh! che discorsi! Pigliate quel che viene; e da cosa nasce cosa. —

Giuseppe andò così a vendere per la città le perecotte che in quella stagione erano in voga; e intanto il fruttajuolo ebbe da comandargli altre faccende; e bazzicando il mercato, capitava spesso l’occasione di fare il facchino per quello e per quell’altro. I po’ di soldi ch’egli andava raccapezzando,[201] erano da lui consegnati alla Clarice per rimborso delle spese di vitto. Avrebbe voluto lasciar libero Nicodemo e andare a dormire su qualche locanduccia; ma quegli non volle, finchè non seppe che il suo guadagno fosse cresciuto. E crebbe, allorchè essendo finito il tempo di vendere le perecotte, gli riuscì di mettersi a salario per facchino con un grosso salumajo del mercato. Nè il salumajo ebbe a lagnarsene, perchè Giuseppe faceva il suo dovere, durava volentieri molta fatica, e pareva fidato. Il buon esempio delle persone che questo giovane aveva incontrate a caso, nel suo primo ritrovarsi libero di sè stesso, bastava a premunirlo dagli errori e dai delitti ai quali per le passate scioperatezze pareva serbato.

Lo stato suo in pochi mesi divenne discreto. Le sommerelle che di mano in mano aveva consegnato alla Clarice furono da essa tenute in serbo per lui, e la generosa donna volle a ogni costo restituirgliele. Ei potè dunque rimpannucciarsi, prendere a pigione una stanzetta che era rimasta vuota nel casamento, e considerare assicurata la sua sussistenza. Allora s’affezionò alla fatica e al risparmio; e se mai il rigoroso risparmio d’un povero si potesse chiamare avarizia, Giuseppe dava a divedere che quando una volta si fosse ritrovato in qualche agiatezza, stato sarebbe più facilmente avaro che prodigo. Seguitando a frequentare la Clarice, s’innamorò d’una ragazza che era stata a scuola da lei, e che andava spesso a farle visita. La Carolina gli dette retta: guadagnava già una buona giornata col suo mestiere; aveva un po’ d’assegnamento raccapezzato con alcune di quelle doti che toccano in sorte per lasciti pii alle fanciulle povere; sua madre era vedova, ma godeva d’una pensioncella lasciatale da una sua padrona; Giuseppe sembrava ormai giovine di proposito; la Clarice fu interrogata dalla madre della fanciulla, e non trovò ragioni valevoli da opporre contro questo matrimonio, se non che la consigliava a chieder prima un parere anche al principale di Giuseppe; e il principale continuava a lodarsi di lui; sicchè il matrimonio fu concluso.

Giuseppe si accasò con la moglie; e pei primi mesi tutto andò pel suo verso; ma innanzi che la Carolina, già incinta divenisse madre, la vedova si ammalò gravemente. Era sempre malata quando la figliuola partorì un maschio. Come provvedere all’assistenza di tutt’e due, mentre per le sole spese della malattia non bastava la pensioncella della vedova?... In quel frangente[202] fu presa la risoluzione disperata di metter la creatura nel ricovero dei gettatelli; la stessa levatrice trovò subito una donnicciuola esperta per quei trafugamenti; la madre non avrebbe voluto a niun patto; era quasi fuori di sè dall’afflizione; ma Giuseppe aveva già incominciato a darsi a conoscere per uomo di voglie assolute e d’affetti languidi. Più tardi la vedova dovè soccombere alla sua infermità, e così mancò il soccorso della pensione; e la Carolina era stata qualche mese senza lavorare, avendo dovuto assistere la madre, e poi mettersi in letto pel puerperio che non fu nè prospero nè sollecito. Dunque le faccende di Giuseppe andavano molto male; il suo solo guadagno era scarso ai bisogni; e per l’appunto allorchè la necessità di risparmiare s’era fatta così maggiore, egli aveva incominciato a bazzicar qualche volta la bettola, a giochicchiare al lotto, a scordarsi dei buoni consigli e dei buoni esempi avuti in casa della Clarice. Spesso accade pur troppo che chi è tribolato e pusillanime a un tempo, quando si trova in procinto di peggiorare stato, affretta da sè medesimo la propria rovina. La moglie s’era accorta di qualche cosa; ma, poveretta, aveva già perduto ogni ascendente sul marito; non le serviva a nulla rimproverarlo; si sfogava a piangere in segreto di non vedersi più amata come prima, di essere anzi veramente soggetta ad una crudele tirannia. Di rado vedeva la Clarice, perchè Giuseppe non aveva più voluto condurvela; e non le dava l’animo di palesarle i suoi patimenti per paura che il marito se ne fosse potuto accorgere, e ne rimanesse pregiudicato nell’opinione.

Nondimeno la malcapitata moglie divenne incinta di nuovo; e vi potete immaginare che anche questo secondo figliuolo era già destinato all’ospizio dei gettatelli, a non conoscere i suoi genitori, a ritrovarsi nel mondo senza una famiglia sua propria. Giuseppe dopo aver commesso questo secondo atto di crudeltà paterna, sventuratamente ridottovi dall’estremo bisogno pei suoi cattivi portamenti, divenne più che mai burbero e fastidioso, disamorato anzi crudo verso la moglie, dedito maggiormente agli stravizj della bettola e del giuoco. La vita che la Carolina faceva era un continuo crepacuore. Dopo aver perduto in modo così crudele i figliuoli, vedersi quasi affatto abbandonata dal marito! A volte ei tornava a casa più tardi assai della mezzanotte, o non si faceva rivedere che il giorno dopo; e allora compariva sempre immerso in una cupa malinconia, pieno d’un’atrabile che metteva paura; sicchè la Carolina, dopo alcuni tentativi inutili, non si arrischiava ad insistere nelle dimande per sapere la cagione di quelle assenze notturne. Che veglie dolorose le toccava a passare! Che orribili pensieri le metteva in capo la paura! Che tormento di non poter più avere piena fiducia nella onestà del marito! La s’era accorta ch’ei bazzicava le bettole, ma non l’aveva mai visto tornare a casa ubriaco; e queste novità erano incominciate a poco per volta, dappoichè egli s’era messo a giuocare al lotto; e una mattina le intravvenne di trovare in camera due o tre polizze di lotto, che tutte insieme costavano più d’una mesata del suo salario. Eppure ei le lasciava i denari per le spese di casa!... E di dove cavava egli dunque i denari pel giuoco?

Una sera Giuseppe tornò a casa presto, appena che fu serrata la bottega del principale, ed era di buon umore.

Figuratevi se la Carolina ne giubbilasse, andandogli subito incontro con lieto viso.

— Tu non sai, eh? — disse allora Giuseppe — buone nuove! ho vinto al lotto, nientemeno che la bella somma di novecento scudi! E’ son lì contati uno sopra l’altro nel botteghino; or ora devo andare a riscoterli. Son venuto.... Presto!... Con questa roba bisogna cucire un sacchetto, due tre; e poi verrai anche tu ad aiutarmi a portarli. E’ pesano, sai? e’ son dimolti!... — E tutto infatuato non lasciava che la moglie aprisse bocca; non ebbe pace finchè i sacchetti non furono cuciti. Poi la fece vestire in fretta e in furia, e ratti ratti andarono a prendere la vincita al botteghino, e se la portarono a casa. Alla vista di quel mucchio d’argento nella sua casuccia, sul suo tavolino, riverberante i raggi del suo lume a mano, tornò a giubbilarne fuor di misura.

— Ma tu, — diceva alla moglie, — tu non mi sembri allegra quanto dovresti! O che non vedi che siamo diventati ricchi a un tratto?...

— Appunto per questo, abbi pazienza..., l’ho caro, sì, di vederti contento. Ma quattrini di giuoco! ho sempre sentito dire che prima o poi e’ tornano di dove son venuti....

— Eh! non alle mie mani peraltro! Corpo di...! Giacchè la fortuna m’ha assistito, giacchè ho fatto questa bella cilecca[203] a chi tiene il giuoco, a chi tira a rasciugare le nostre tasche, i’ non glieli rendo davvero sai? Una vincita come questa! Oh fossero state le ottanta, le cento lire, anche scudi vo’ mettere.... allora, chi sa? i’ non mi sarei sfogato abbastanza.... Ma ora? Oh! ora non mi gabbano più davvero, te lo dico io! Giacchè in questa maledetta guerra l’ho avuta vinta io, non ne vo’ più, no davvero!... E poi, non ti credere.... e’ mi costano, sai? — E in ciò dire tornava burbero come prima. — Sì davvero! mi costano; ed ora che gli ho, nissuno me li caverà!

— Ti costano? Ma come? E appunto volevo dire.... Chi ti dava tanti denari per giocare?

— Oh! mi costano! sicuro eh?... Intendo dire.... si sa.... spera oggi, spera domani....

— Forse le nottate che tu hai fatto.... Lavoravi forse di nascosto a me....

— Già.... lavoravo.... sicuro.... di nascosto a te.... per guadagnare di più, e giocarmeli.... Oh! finalmente l’è andata bene.... Ora mi riposerò.... Non ci pensiamo più.... Pensiamo a goderceli.... cioè.... adagio! Ci vuol giudizio.... I’ li vo’ mettere a frutto.... i’ vo’ fare il signore.... Vedrai, vedrai.... E intanto, sì, è giusta, povera Carolina!... Ora posso dire, son ricco; chiedi e domanda.

— Dunque non farai più le nottate fuori di casa.

— No!

— Ora son contenta davvero! Ora tu mi dài una consolazione....

— Ma io dicevo che se tu hai qualche voglia.... Animo! Una parte di questi denari son tuoi....

— Oh! io, quando tu mi vuoi bene, quando ti vedo contento, quando tu ritorni a vivere come prima, casa e bottega....

— Sì, sì! Ma non basta; i’ ti vo’ fare un regalo, e un regalo co’ fiocchi!

— Giuseppe! Tu vuoi farmi davvero un regalo gradito? Darmi una vera consolazione?

— Ma sì!

— Caro Giuseppe! ricordati che tu se’ padre!...

— Oh questo poi....

— Se ora la.... sì.... lo voglio sperare, se ora la Provvidenza ti ha assistito, rendimi i figliuoli....

— Adagio!

— Intanto uno; almeno uno per ora! E piangeva a calde lagrime, e gli si buttava in ginocchio, abbracciandogli le gambe....

— Ma come si fa egli...?

— Oh! lo so io: è facile, ci ho pensato; quante volte ci ho pensato, marito mio!... Vedi.... questi denari, in sostanza, l’hai detto anche tu, non vengono da oneste fatiche....

— Chi ha detto questo? — e s’incolleriva.

— O non sono guadagnati al giuoco? non è un colpo di fortuna? Dunque tu non gli hai sudati. Ma se ora tu te ne servi per ricuperare i figliuoli, credilo a me, e’ ti faranno più pro. L’è una buona azione, tu mi fai felice davvero! i’ non voglio altri regali che questo.... — E tanto disse e tanto supplicò la misera madre, che Giuseppe alla fine condiscese a permetterle di riprendere dagl’Innocenti il secondo, quello stesso che abbiamo già conosciuto sul principio di questo racconto.

La gioja d’una madre, che ricupera così un figliuolo ch’ella credeva perduto per sempre, è indicibile. Quando la Carolina, dopo avere superato molte difficoltà incredibili, l’ebbe nelle sue braccia materne, pareva fuori di sè dalla contentezza. Il povero piccino era stento stento; ma a lei parve un occhio di sole; e tanto fece, che in poco tempo, a forza di cure amorose, lo riebbe propriamente da morte a vita. Tornò spesso a raccomandarsi al marito perch’ei le lasciasse riprendere anche l’altro: ma sempre un no inesorabile.

Dopo due o tre mesi intravvenne che fossero arrestati alcuni borsajuoli i quali commettevano vari furti per la città, ora nelle botteghe, ora nelle case, e per molti indizi, e fors’anco per le rivelazioni d’uno di quei malandrini, la polizia entrò in sospetto che anche Giuseppe fosse della brigata. Per farla breve, ei si trovò compreso nel processo, e dovè toccare la carcere. La Carolina a questa notizia rimase come colpita dal fulmine; e ricordandosi delle assenze notturne, di certe parole tronche, non potè fare a meno di dubitare che davvero lo sciagurato fosse stato condotto dalla passione del giuoco a commettere quei delitti. Ma le prove per dichiararlo reo mancavano, e l’avvocato seppe farlo assolvere compiutamente; ma questa faccenda gli costò quasi la metà della sua vincita. E il peggio fu per la Carolina e pel suo figliuolo, perchè fin d’allora Giuseppe divenne più disamorato, più burbero, collerico fuor di modo.

Intanto, col capitale rimasto, gli riuscì d’ottenere la patente per aprir bottega di tabaccajo, subentrando nelle ragioni d’un suo conoscente che era fallito. Seppe condurre bene innanzi quel trafficuccio; e poi si pose in sul risparmio rigoroso, o per meglio dire divenne avaro, usurajo, e tanto peggiorava quanto gli crescevano i guadagni; e così per un verso o per l’altro la vita della Carolina era continuamente piena di tribolazioni.

II.