Racconti popolari

Part 11

Chapter 113,772 wordsPublic domain

La sola contentezza che dopo molti dolori fosse data da Giuseppe alla Carolina fu la risoluzione inaspettata di mandare il figliuolo alle scuole dell’Accademia. Le pareva proprio un prodigio; e si figurava che Pippo dovesse divenire qualche gran cosa, riflettendo all’inclinazione ch’ei mostrava al disegno. Pensate poi se ne fu allegro il fanciullo! E il suo giubbilo accresceva quello della madre. Peraltro quando Pippo si vide porre davanti occhi, nasi, bocche ed orecchi, e non potè scorgere nella scuola nè disegni, nè quadri di paese, restò maravigliato e sconfortato. Ei s’immaginava che dovessero ammaestrarlo secondo il suo genio. Ma tanta era la smania d’imparare il disegno, ch’ei si adattò a copiare nasi, occhi, bocche ed orecchi, invece di alberi case e montagne, naturalmente riflettendo che per popolare i quadri di paese bisogna anche saper ritrarre le figure degli animali. Avrebbe incominciato più volentieri dallo studio degli oggetti inanimati secondo gli dettava il suo genio; ma non per questo si pose con meno ardore a quello che gli fu imposto. Egli era tra i pochissimi scolari studiosi e diligenti; e si mantenne in sulle prime piuttosto savio, perchè aveva propriamente vocazione al disegno, e sapeva il perchè fosse andato a quella scuola; ma a poco per volta il cattivo esempio degli scioperati, la poca vigilanza dei maestri e la incuria del padre, che dopo averlo fatto ammettere all’Accademia, non si dava altro pensiero, fecero divenire un po’ monello anche lui. Un giorno fra gli altri, nell’uscire di scuola, ei prese parte in una baruffa dei suoi condiscepoli. Quasi tutti ragazzuoli senza educazione, tenuti in quella numerosa scuola con poca disciplina, presto vi si avvezzavano male guastandosi l’un l’altro, e imparando piuttosto a sciupare la carta e le tavolette che a disegnare. Cosa rara che qualche garzoncello ne uscisse con amor vero dell’arte, e si dedicasse a studiarla di proposito sugli originali dei buoni maestri sparsi per le chiese, pei chiostri, per le gallerie, certo migliore scuola che quella dell’Accademia, e sapesse poi esercitarla con qualche decoro. La baruffa era incominciata in scuola fra tre o quattro per insolenze fattesi tra di loro; i pochi trovarono fautori; la scolaresca si divise in due schiere di combattenti, le quali andarono lungo le mura della città, e quivi si guerreggiarono alquanto a pugni e a sassate. Alla fine comparvero alcuni famigli,[204] e tutti quei mariuoli dandosi a fuga precipitosa, e scagliando contro i famigli i sassi che ancora si ritrovavano in mano, sparirono in un attimo. Pippo era stato dei più fieri nella baruffa, e ne usciva con una ferita nel capo e con una manica del corpetto tutta strappata. Guai se suo padre l’avesse visto così malconcio! E come rimediarvi? Col non tornare a casa. O non sarà peggio? Ma intanto la paura delle busse presenti la vinceva su quella delle future, e lo teneva lontano da casa. Dopo essere andato ramingando un’oretta per certe strade remote finchè la ferita non ebbe cessato di filar sangue, incominciò a sentire un appetito prepotente, e gli venne in animo di salire in casa della Clarice per farsi alla meglio rassettare la manica e chieder consiglio o protezione, e quel che più gli premeva allora, un tozzo di pane. Ei conosceva la Clarice, perchè sua madre andandovi qualche volta di soppiatto al marito lo aveva condotto seco; e quella buona creatura, compiangendo la Carolina per la cattiva riuscita di Giuseppe, quasi accusando sè stessa di aver data occasione a quel matrimonio malaugurato, sebbene non sapesse ogni cosa, perchè la Carolina sopportava il peggio in silenzio con mirabile rassegnazione, aveva posto grandissimo affetto in quel fanciullo, e avrebbe dato la propria vita per levare d’angustie la madre.

Pippo fu dunque ricevuto con grande amore dalla cucitrice; narrò schiettamente quello che gli era accaduto, si fece rassettare il corpetto, mangiò, e chiese d’essere accompagnato a casa dall’Appollonia. Intanto sua madre s’era già posta in gran pensiero per l’indugio; ed il marito accorgendosene aveva preso a beffarla, dicendo: — Non torni più quel monello, non me n’importa; e se tornasse, voi lo sapete che cosa gli avrei preparato.

— Almeno lasciatemi andare a cercarlo. Potrebbe essergli accaduta qualche disgrazia....

— Volete girare tutta la città, consumare un pajo di scarpe senza conclusione?

— Eppure è vostro figliuolo! — e piangeva.

Giuseppe nojato del piagnisteo, alla fine disse: — Uscitemi di tomo; andate dove volete, purchè quel monello non metta più piede in casa. Badate bene! io non lo voglio più tra’ piedi; ch’ei provveda a sè come può. Voi sapete che quando ho detto una cosa non mi rimuovo. —

E pur troppo era vero! Sicchè la Carolina, con l’animo pieno di grande afflizione, andò in traccia del figliuolo, prima all’Accademia, ma era tutto chiuso, poi nelle strade circonvicine, domandando a questo e a quello ma invano; e finalmente le venne la ispirazione di ricorrere alla Clarice, quando appunto l’Appollonia con Pippo erano in procinto di uscir di casa. Vedere il figliuolo e correre ad abbracciarlo con tutta la tenerezza materna fu un punto solo; poi si pose alquanto in sul serio domandandogli la cagione dell’assenza, e avendola saputa ne lo rimproverò con dolore. Dissegli come suo padre fosse sdegnato, e per ora non convenisse tornare a casa. La Clarice propose tosto di tenerlo con sè quant’occorreva, e la Carolina dovè rassegnarsi a non aver più sempre con sè il suo caro figliuolo. E ciò dispiacque assai anche a Pippo, che a dir vero le voleva un gran bene, ad anche a patto d’essere ogni giorno percosso dal padre, avrebbe preferito di non si separare mai dalla madre. Questa tentò più volte d’intercedergli perdono da Giuseppe, e d’ottenere di riprenderlo; ma egli, inflessibile sempre, senza curarsi di mai più rivederlo, non voleva nemmeno sentirne parlare. Già era divenuto più burbero, più collerico e più avaro di prima. Basta dire che in casa sua non si accendeva più fuoco, avendo costretto anche la moglie a contentarsi di cibi grossolani presi in qualche meschina bettola del mercato; e il motivo principale per cui non voleva più in casa il figliuolo era quello di non aver così il pensiero di fargli le spese. Temeva inoltre che quel ragazzo gli dovesse carpire di soppiatto o roba o denari: e questa medesima diffidenza incominciò ad avere verso la moglie, in specie riflettendo che da qualche parte doveva uscire il mantenimento del figliuolo fuori di casa. Forse egli aveva dimenticato la caritatevole generosità della Clarice, o più non credeva che potessero esservi persone capaci di assistere senza interesse gli sventurati. E certo l’essersi posto da lungo tempo a far l’usurajo con ogni più turpe rapina, doveva avergli distrutto qualunque sentimento d’umanità. Per farla breve, lo sciagurato, che ormai stava di continuo in sospetto di tutti e di tutto, incominciò a brontolare per le visite della moglie al figliuolo in casa della Clarice, le quali non erano nemmeno così frequenti come la povera madre avrebbe voluto, perchè appunto sapeva quanto egli le vedesse di mal occhio: e un bel giorno che la Carolina gli chiedeva con supplichevole sommessione la licenza di andar fuori al solito per via del figliuolo, addirittura le disse:

— Andate e state; rimanete lì, e fatela finita! Io non ho bisogno di nessuno. Sto meglio solo che accompagnato.

— Dio mio! Dunque voi mi cacciate di casa! Mi odiate! Che cosa vi ho io fatto?

— Queste ciarle e questi piagnistei non contan nulla. Andatevene con le buone. Se avrò bisogno di voi, vi manderò a cercare.

— Ma Giuseppe!...

— Non facciamo scene! Per ora son tranquillo; tra poco, tra poco.... M’avete capito.... Sicchè, a buon rivederci....

— E per campare? Anderemo noi a chiedere l’elemosina?

— Lavorate; voi avete un mestiere; e quel monello è ormai in età da guadagnarsi il pane da sè....

— E non volete pensare a nulla?...

— Ho fatto anche troppo!

— Meschina me! Voi mi volete ridurre alla disperazione!

— Finiamola, dico! Vi passerò qualche cosa, per ora, per poco tempo, finchè non avrete lavoro; ma a patto che ve n’andiate subito.... A voi! Eccovi intanto quattro scudi; vi serviranno per un bel pezzo.... Ma via di qua, subito! Avete capito? Mi pizzicano le mani!...[205] Non mi mettete al punto.... — E le chiudeva la bocca, respingendola, minacciando di percuoterla, facendo un viso spaventevole, sicchè la poverina vide bene che bisognava obbedire, altrimenti quell’uomo crudele avrebbe commesso qualche esorbitanza da precipitare sè e lei. E quantunque ne fosse trattata con tanta barbarie, le premeva più la di lui quiete che la propria salvezza, e si sarebbe lasciata morire in segreto di consunzione, piuttosto che vederlo per cagion sua esposto a qualche pericolo, piuttosto che ricorrere a chi si sia per farsi fare giustizia. Indi le premeva troppo di poter assistere il figliuolo, e sperava che quella sfuriata fosse per calmarsi presto, come alcune volte e nei primi tempi era intravvenuto. Raccolse silenziosa, e rattenendo a stento le lagrime, il denaro ch’egli aveva lasciato per lei sopra il letto, prese con sè alcuni pochi oggetti di valore che le erano stati donati da sua madre, chè almeno avesse modo di rimborsare la Clarice delle spese di mantenimento pel suo Pippo, e andò via immersa nel dolore, ma con la speranza di ritornare in quella casa, che sebbene fosse per lei divenuta una carcere spaventosa, tuttavia non poteva darsi pace d’esserne discacciata innocente.

Non istarò a dirvi con quanto amore la Carolina fosse ricoverata dalla Clarice, alla quale peraltro seppe nascondere con pietoso artifizio la vera cagione che la costringeva a separarsi per qualche tempo dal marito.

Le amiche la posero a dormire alla meglio nella loro camera sopra quel medesimo sacconcino che aveva servito un tempo a Giuseppe nella soffitta di maestro Nicodemo; e il ragazzo stava sopra un letticciuolo provvisorio, fatto di seggiole e messo su nella prima stanza. Sua madre aiutava la Clarice a cucire gli ombrelli; e Pippo, proseguendo a andare all’Accademia, aveva già fatto non pochi progressi nel disegno, ed era divenuto più savio dopo il rigoroso gastigo della prima scappata.

Se non fosse stato il crepacuore della separazione dal marito e della sua ostinatezza a non voler più ricevere in casa nè lei nè il figliuolo, sarebbesi detto che quei giorni per la Carolina fossero giorni di respiro e di pace, perchè viveva insieme con la sua diletta creatura e con una pietosa amica, senza il continuo timore degl’ingiusti rabbuffi e delle frequenti bastonature d’un uomo brutale.

Intanto costui viveva propriamente come una belva nella sua tana, solo premuroso di scorticare i meschini o gli scioperati, che per bisogno di denaro gli capitavano sotto le unghie; senza mai allontanarsi da casa o dalla bottega, alla quale pochi avventori capitavano perchè sviati dai suoi modi burberi e insolenti; sempre a far guardia al nascondiglio ove teneva i denari; cibandosi male per sozza spilorceria; odiato dai vicini, fastidioso a sè stesso come colui che perpetuamente si travagli per sospetti, per rimorsi, per insaziabile avidità di malvagi guadagni. Non molto dopo ch’egli ebbe scacciato di casa il figliuolo e la moglie, rimase privo anche della compagnia del suo cane, che già pareva uno scheletro: non lo vide più tornare a casa, e poi gli fu detto che era morto avvelenato in una stradella vicina. Questa perdita lo afflisse, perchè il cane non gli costava nulla per mantenerlo, ed era buona guardia allo scrigno, in specie per la notte. Certamente nessuno sarebbe potuto entrare in quella casetta senza che il cane mettesse a rumore il vicinato e s’avventasse alle gambe dell’incauto.

Una sera di carnevale, burrascosa, fuor di modo buja, mentre il temporale rumoreggiava da lontano, e il vento e la pioggia, in specie sul tardi, avevano fatta deserta la città, Giuseppe dopo aver riscontrato e riposto sotto il suo letto lo scrigno, si spogliò e spense il lume. La finestra della sua camera corrispondeva sopra un vicolo stretto e oscurissimo. Ei non aveva ancora preso sonno, che dopo lo scoppio d’un tuono udì un fischio che gli era ben noto, ma al quale da molto tempo più non pensava. Diede subito un crollo di tutta la persona che fece tremare il letto; s’ascose sotto le lenzuola, e poi si riconfortò, immaginandosi che fosse stato sogno; ma ecco un altro lampo, un altro tuono, e poi il medesimo fischio più acuto del primo, tanto acuto, che gli parve la trafitta d’uno stile da orecchio a orecchio, e non potè fare a meno di balzare a seder sul letto. Nonostante tornò ad acquattarsi ravvoltolandosi come una serpe; e allora udì chiamarsi per nome da voce nota e minacciosa, che gl’imponeva d’affacciarsi subito alla finestra. Giuseppe conoscendo l’ardire di chi lo chiamava, sapendo che la finestra era bassa e con serrature deboli, scese il letto, si coperse alla meglio, mandò un gran sospiro pensando allo scrigno, e col viso pallido e il tremito della rabbia, aperse uno spiraglio della finestra, e domandò:

— Che cosa volete?

— Con le buone, compare, aprimi; ho bisogno di ricovero.

— Non posso; abbiate pazienza.

— A questo tempo assaettato avresti coraggio di lasciarmi fuori?

— Oh sì, voi avete una bella paura del tempo cattivo! Anzi, questo per voi è il tempo buono. Alle corte: se avete bisogno di qualche cosa.... vedremo.... Ma aprire, non posso.

— Dunque tu mi discacci; tu non ti ricordi di nulla? Nel tempo che quello di fuori lo teneva così a bada, Giuseppe fu riscosso da un beve rumore dietro di sè; volse l’occhio atterrito, e gli balenò alle spalle un raggio di luce, che parve riflesso da una lama di coltello. Era per cacciare un urlo, quando si sentì chiudere la bocca, afferrare per le braccia, e trarre a forza nel mezzo di camera; una mano a lui invisibile richiuse la finestra; anche colui che era fuori in un salto salì le scale, e fu in camera; e Giuseppe, al fioco lume d’una lanterna si vide nelle mani di tre robusti malandrini mascherati, ma che non stentò ad accorgersi che erano antichi suoi conoscenti ch’ei già credeva condannati a marcire nelle galere con la catena ai piedi per tutta la vita. Lo spavento di quella visita inaspettata fu tale, che sulle prime non ebbe fiato di mandare una voce nè di muovere un passo. Allora lo stesso compare che lo aveva chiamato dalla finestra gl’intimò, con argomenti ai quali bisognava obbedire, che non facesse il menomo strepito. — Noi siamo qui senza che anima viva lo sappia: le chiavi false, il carnevale e il buon tempo, come tu hai detto, ci hanno favorito; e se vuoi, faremo le cose da buoni compari, benchè tu ci abbia trattato perfidamente....

— Io.... che colpa ne ho io?...

— A voce bassa; e lascia prima dir me, chè faremo più presto. Discolpe non ne hai. Tu non sei stato ai patti. Appena che la fortuna t’ebbe assistito, rompesti lega. Pazienza che tu non fossi più venuto con noi a provvedere il conquibus[206] per giocare; ma le vincite, secondo i patti giurati della nostra società, dovevano essere spartite.... E tu no! sapesti ingannarci; e poi quando il bargello[207] ci pose addosso le mani, tu avesti da pagare bene l’avvocato, e la passasti liscia. Noi si sarebbe potuto.... tu lo sai.... Ma si volle fare un’altra prova. Giuseppe, disse uno, se gli preme la pelle, ci ajuterà a svignare di carcere, o ci manderà almeno qualche soccorso; ha quattrini, e sa che con noi non si scherza. Prima o poi!... E ora, tu lo vedi.... Gnornò! scordarsi d’ogni cosa... affatto affatto! E tu non pensavi, balordo, che una volta fatta lega per quelle faccende, o con noi o col boja? Ma.... ormai, quello che è stato è stato. Ora sappiamo che tu hai scrigno, a forza d’usura e di avarizia.... E ti sei levato di torno la moglie e il figliuolo.... O che cosa vuoi tu farne di tanti quattrini riposti? Chi avrebbe mai creduto che il tamburino dovesse diventare spilorcio? Accomodiamole dunque ora le nostre partite, giacchè siamo in tempo. Dov’è il morto?[208] — E si dava a cercare per la stanza, e si chinava sotto il letto. Giuseppe, con un fremito di rabbia, col viso che schizzava fuoco, con la voce rantolosa voleva raccomandarsi, svincolarsi.... Ma le solite minacce e la custodia dei due lo costrinsero a lasciar fare. Il malandrino trovò presto quel che cercava, e fece presto pulito intascandosi l’oro e l’argento, che in tutto sarà stato circa un migliajo di scudi. Se non che, guardando la faccia spaurita e convulsa di Giuseppe, e mostrando un sentimento di compassione, non già per lui ma per la sua famiglia, riversò una manciata di monete nello scrigno, con dire: — Noi vogliamo essere umani: tu hai cacciato di casa la moglie e il figliuolo; non è giusto che quei disgraziati rimangano senza assegnamenti. Eccoti qui un resto dei tuoi denari, a patto che tu gli assista, altrimenti noi ti promettiamo una seconda visita; e sta’ certo che potremo mantenere la promessa, perchè ora stiamo bene col bargello, sai tu? ferri di bottega, hai capito? Che se ti venisse la tentazione d’accusarci, bada bene a quel che tu fai; tu ne anderesti a capo rotto dicerto.... — Ma volgendosi ai compagni, e dopo aver meglio squadrato[209] la faccia di Giuseppe: — Io dico che possiamo andarcene senza sospetto, perchè, a quanto mi pare, costui ha più bisogno del prete che delle funi. Lasciamolo qui sul letto. Noi non gli abbiamo torto un capello, a buon conto; e qui tutto è al suo posto. Partiamo. — E di fatto, i malandrini lo lasciarono, che quasi non dava alcun segno di vita; e così com’erano venuti, se n’andarono impunemente, almeno per quella volta, dopo aver commesso l’audace assassinio.

Lo sciagurato Giuseppe era già nelle strette d’un colpo di apoplessia. Lo avevano messo lì a sponda di letto; un piccolo movimento convulso bastò per farlo stramazzare a terra; percosse una tempia nella panchetta di ferro, e in poco tempo spirò, immerso nel proprio sangue.

La mattina i vicini non lo videro aprir bottega; guardarono le finestre di casa, ed erano sempre serrate. Uno andò in cerca della sua moglie per avvisarla di questa novità. La poverina corse a casa, ma non aveva le chiavi; e intanto la polizia avvisata da altri, si preparava ad entrare a forza: la moglie volle ad ogni costo esser la prima: e appena veduto quello spettacolo miserando, svenne sulle braccia d’un famiglio. Fu chiamato un medico per assister lei e per riconoscere la cagione di quella morte; nè altra cagione potè assegnarsi che un colpo d’apoplessia. Un merciaio che aveva bottega in quella strada, uomo d’illibata riputazione e che meglio degli altri conosceva i casi della infelice, la fece ricondurre a proprie spese in carrozza e in compagnia della sua moglie a casa della Clarice, e provvide a quant’altro occorreva in così disgraziata avventura. Tal fine ebbe la vita di un uomo, che sebbene si fosse ritrovato sulla via della galera, aveva saputo schermirsene, ma non tanto che la funesta passione del giuoco del lotto non lo facesse poi capitare anche peggio.

La Carolina, dopochè si fu riavuta dallo svenimento, si trovò in preda al delirio e ad una febbre maligna, che pose la sua vita a repentaglio per molti giorni; ma superata avendo una lunga malattia potè risanare, benchè ne rimanesse rifinita e malinconica.

Il buon merciajo che aveva preso a cuore i suoi negozj le fece avere il denaro e la roba che a lei appartenevano, e subentrò nel possesso della bottega, dandole in cambio un assegnamento giornaliero, che bastasse a farla campare alla meglio insieme col figliuolo.

La spensieratezza d’un giovinetto di quattordici anni bene spesso si corregge alla scuola delle disgrazie, e tanto più alla vista del dolore che esse cagionano ai suoi più cari. Pippo rimase sbigottito dalla tragica morte del padre; rimase accorato dalla grave malattia della mamma; e la vedeva sempre ormai afflitta. Più volte si diede a riflettere sull’accaduto. Chi sa, diceva tra sè, che la mia scappata per cagion della quale mi ritrovai fuori di casa, e alla mamma per amor mio intravvenne lo stesso, chi sa che non avesse molta parte nelle nostre disgrazie? E ora che davvero siamo poveri, come potrò io continuare i miei studi di disegno senza sottoporre mia madre a dei sacrifizi troppo superiori alle sue forze? Sarebbe anzi necessario che io guadagnassi per assisterla.... Ah sì, è meglio che io mi metta a un mestiere. Le speranze che mi dà il professore, la smania di farmi un nome nell’arte, sono incentivi grandi, sì, grandi assai, e mi parrebbe di non potervi resistere; starei a patto piuttosto di nutricarmi solamente con un tozzo di pane.... Ma! e mia madre? È egli giusto che l’abbia ad essere sempre povera per cagion mia? E se poi le mie speranze non riuscissero a nulla? Sciagurato! Avrei fatto la sua rovina e la mia! — E ruminando queste riflessioni, ei faceva proposito d’andar subito ad offerire i suoi servigi in qualche bottega per guadagnare intanto la meschina giornata d’un fattorino. Ma poi alla vista della sua cartella da disegno, a sentirsi ribollire nell’animo gli elogi e i conforti del maestro, quei proponimenti vacillavano, e a poco a poco si riducevano in un — Aspettiamo dell’altro a risolvere. —

Intanto la madre che conosceva il suo amore per lo studio del disegno, che lo vedeva indefesso al lavoro, che sapeva essere egli uno dei migliori scolari dell’Accademia, non si sarebbe nemmeno sognata di levarlo da quell’avviamento, ed era disposta a privarsi anche del necessario, purchè ei potesse un tempo divenire artista e raccogliere il frutto dei suoi sudori; e s’ella ne avesse conosciuto le dubbiezze, le avrebbe subito vinte con esortarlo a proseguire, a non pensare a lei, a rivolgere liberamente all’arte ogni sua premura. Poveretta! Nella sua inesperienza non sapeva quanti fossero i mediocri, e peggio che mediocri, ridotti a strapparsi un pane meschino, a spengere ogni scintilla di genio copiando i quadri delle gallerie, invidiandosi lavorucci meschini, prostituendo l’arte alle bizzarrie della moda, ai capricci dei forestieri, alle spilorcerie di mecenati in miniatura, capaci soltanto di alimentare una caterva d’artisti in miniatura; non poteva riflettere che il saper disegnare, fosse anche abilmente, non bastava a fare stato prospero e a dar nome celebre senza una educazione accurata del gusto, senza una compiuta istruzione della storia e dei costumi dei popoli, senza un genio straordinario da superare l’infinito numero degli emuli. L’amor materno in lei teneva luogo di tutto, e contro di quello niuna considerazione sarebbe stata bastante a farle prendere un partito, che avesse potuto credere dispiacente pel suo Pippo. Pochi soldi bastavano a farli campare ambedue: con pochi soldi pagava una stanzetta rimasta spigionata nel casamento; e siccome quella stanzetta era interna e buja, così la Clarice aveva ottenuto da Nicodemo che Pippo studiasse qualche ora del giorno nella sua soffitta più ariosa.