Racconti popolari

Part 12

Chapter 123,407 wordsPublic domain

Di consueto Pippo era ilare, e più nel tempo che lavorava; e la compagnia dei condiscepoli dell’Accademia, tra i quali se ne trovavano alcuni d’ingegno svegliato, altri piuttosto bizzarri, ma da non confondersi certo coi frivoli o con gl’insolenti, gli faceva nascere la smania d’imitarli e gli fomentava l’ambizioncella, naturale nei giovani, di comparire stravagante. Ma la stravaganza che nasce da imitazione e si può dire affettata rimpiccolisce le idee, indebolisce il sentimento, distrugge a poco a poco la originalità, e a lungo andare ci rende fatui e servili. Nicodemo, conoscendo la disgrazia della Carolina e del suo figliuolo, s’era affezionato ad essi, senza peraltro darlo a divedere: e in special modo si sentiva commosso dalla ingenuità e dalla tenerezza materna della vedova, e stava in apprensione pel futuro destino di quel giovane, che non gli pareva potesse facilmente essere conforme alle speranze lusinghiere da lui concepite. Chi avesse potuto penetrare nell’animo di Nicodemo, avrebbe detto: costui ha certamente nutrito un tempo i più soavi affetti domestici; e ora, per quanto si sforzi di comparire insensibile a tutto e indifferente per qualunque cosa gli accada all’intorno, pure la ricordanza del passato, certi confronti, chi sa? lo spingono, contro sua voglia, a prendersi a cuore i fatti di quella famigliuola. Pareva ch’ei si fosse ormai voluto distaccare da tutte le creature; ma eccone capitate vicino a lui alcune, che lo riconducevano talvolta a quei sentimenti d’umanità senza dei quali la vita è uggiosa, sterile, null’altro che un aspettare impassibilmente la morte. Nondimeno, che cosa poteva egli concludere a loro vantaggio con questo suo segreto affetto? Povero, sconosciuto, tenuto in non cale da tutti, non v’era da aspettarsi da lui nè assistenza nè protezione. La Clarice, povera anch’ella, ma d’indole in apparenza diversa, sempre lieta, sempre fidente nel bene, piena d’attività benchè vecchia ed inferma, era, a paragone di lui, una persona di molta importanza, e si trovava in stato non solo di volere il bene, ma qualche volta anche di farlo, compatibilmente peraltro alle sue forze. E Nicodemo tutto ciò conosceva; per lo che tenendosi ristretto nella sua quasi nullità, celava con grande studio ogni più piccola commozione, faceva proprio di tutto per comparire noncurante di qualunque cosa.

Non è dunque maraviglia se Pippo, dopo la prima impressione di qualche sorpresa che l’aspetto e i modi di quell’uomo gli avevano generato nell’animo, si assuefacesse poi a guardarlo con indifferenza; e fors’anco, ma di rado e in un momento di giovanile inconsideratezza, si lasciasse andare all’estro di prenderne beffe, benchè poi ne sentisse rincrescimento. In sostanza il buon uomo gli faceva servigio col permettergli di disegnare nella sua soffitta; e poi, senza che Pippo potesse immaginarlo e sentirne gratitudine, per Nicodemo quella compagnia, in specie sulle prime, era anche un sacrifizio, perchè opposta alla sua grande affezione per la solitudine.

Ma a poco per volta ambedue s’affiatarono alquanto. Nicodemo dai muti cenni passò ai monosillabi, e da questi a qualche parola, semprechè peraltro fosse interrogato da Pippo; il quale mirando con occhio di disprezzo o di compassione i rozzi intagli di Nicodemo, quei lavorucci d’una umile arte che pure gli dava il pane, e confrontandoli co’ suoi disegni di teste e di statue greche, co’ suoi studi del nudo, cedeva talvolta alla tentazione di chiedergli il suo parere in aria di dileggio scherzevole, o con un po’ di sentimento d’orgoglio, quasi per fargli notare la gran differenza che passava tra i lavori di lui, giovinetto, e quelli d’un uomo in età avanzata.

— A voi, maestro Nicodemo, che cosa ve ne pare, eh? M’è venuto bene questo disegno? Potrà essere contento il professore? —

E Nicodemo lo mandava in pace con un muover di capo, che non significava nè lode nè adulazione, nè biasimo, nè indizio di sentirsi umiliato dal confronto.

Ma una volta che il garzoncello ebbe condotto con grande amore e con lunga fatica il disegno che doveva servire pel concorso al premio, e s’era avvantaggiato di qualche giorno sopra degli emuli per la smania di conseguire un trionfo sperato, lo mostrò a Nicodemo con maggior baldanza del solito, e non fu come prima contento del suo consueto e freddo muover di capo. Voleva ad ogni costo godersi le primizie della lode, fosse anche quella di un giudice da lui medesimo riputato incapace di gustare il bello dell’arte.

— Animo via! ditemi qualche cosa! vi piace, sì o no? Non avete occhi? Non avete parole fatte? Ci ho faticato tanto! Mia madre, la Clarice, le scolare sono rimaste a bocca aperta. Non è un disegno da portar via il premio?

— Sei tu persuaso d’averlo fatto bene in ogni sua parte? — rispose Nicodemo dopo averlo considerato attentamente.

Pippo, a questa domanda inaspettata e ch’egli non aveva mai pensato di dover fare a sè stesso, guardò Nicodemo con una specie di dispetto, e poi esaminò il lavoro, e non gli parve in tutto quello di prima. A un tratto ne fu sbigottito; poi scuotendo il capo:

— Che forse pretendereste di trovarvi qualche eccezione?

— Figurati che sia lavoro di un altro, d’uno dei tuoi concorrenti....

— Ebbene?

— Ti metterebbe in soggezione, o ti darebbe maggiore speranza d’avere il premio?

— Io non vi capisco.

— Mi sarò spiegato male; e quasi quasi l’ho caro.

— Ma dunque?

— Non ti confondere. Basterebbe che tu potessi proprio figurarti che non è tuo.

— E allora, — esclamò con fuoco, dopo averlo squadrato come chi cerca il pelo nell’uovo, — allora lo straccierei per farne un altro migliore, e poi un altro. No, no! Io non ne sono più contento! Ma il tempo, neanche di rifarlo una volta sola, dov’è? E se mi ritiro dal concorso, addio speranze! E’ diranno che ho avuto paura dei compagni!... Non è possibile! Bisogna che sia questo! che sia com’è; non v’è rimedio!... Già il professore mi vede di buon occhio; m’ha promesso.... Eh via! coraggio! Starà così.... Po’ poi son sempre scolare. Un bel negozio ho fatto a domandarvi il vostro parere!... Oh! ma io non vi do retta! Badate ai vostri intagli.... Eppure.... Se potessi far meglio!... —

E mentre Pippo farneticava in quel modo, trabalzato ai due estremi dello scoraggiamento e della presunzione, Nicodemo pensava tra sè: Veramente questo ragazzo avrebbe genio da addivenire un artista; ma, poveretto, l’Accademia lo ha traviato; e questi concorsi, queste gare forzate tra chi non ha ancora la vigoria di reggersi in gambe da sè, nella strettezza d’un tempo contato a giorni e ad ore, con la speranza di protezioni, di parzialità, d’indulgenza, con l’argomento assegnato a capriccio dei maestri, non secondo il genio dello scolaro, finiranno di rovinarlo, s’e’ non sarà in tempo o s’e’ non avrà forza di liberarsi da sè dalle torture accademiche.

— In conclusione, — riprese Pippo, — che cosa dovrei io fare, secondo voi? O ajutatemi, se sapete! — e lo disse più per burla che sul serio.

— Ajutarti io? Ti par egli! Io non so disegnare. Posso dire il mio sentimento; posso credere che una parte sia fatta men bene, o che so io;... ma posso anche sbagliare più d’ogni altro.

— Intanto ditemi dove vi sembra che sia difetto. Anch’io m’accorgo ora, a guardarlo ben bene, che certe cose.... Vediamo almeno se si va d’accordo. —

Nicodemo pareva stanco d’un colloquio per lui troppo lungo, chè da molti anni non aveva fatto tante parole in un medesimo giorno; ed era tornato a lavorare co’ suoi ferruzzi, per finire l’intaglio d’una stampina da leggendario.

Ma Pippo insisteva: — Ditemi qualche cosa: ormai mi avete messo una pulce nell’orecchio; non esco di qui, finchè non mi abbiate dato retta.

— Dunque, — e posava gli arnesi e si metteva a considerare il disegno, — dunque tu vuoi addirittura...? Proviamoci. Guarda se questo torso non dovrebbe esser girato un po’ meglio.... così, per esempio.... — E infatti anche Pippo vi aveva conosciuto un difetto, e si accorse che Nicodemo gl’indicava bene la correzione; e lo stesso in altri luoghi; e così d’alcune sviste sfuggite a Pippo, e che richiedevano occhio bene esercitato per discernerle. Della qual cosa Pippo rimase stupefatto, e domandò:

— Ma dunque voi sapete...?

— Adagio! altro è saper fare, altro è dire il proprio sentimento sulle cose fatte da quest’e quello. Tu sai che chi sta a vedere ha la mente quieta, l’occhio riposato, e non è frastornato dal pensiero di dover rifare o correggere il mal fatto. Va’ al teatro, e una semplice fanciulletta scoprirà nel dramma una imperfezione che all’autore è sfuggita, benchè abbia messo tutto il suo studio e tutta la sua fatica nel comporre e correggere e ricomporre. Ma di quanto io t’ho detto sul tuo lavoro, fanne quel conto che crederai; pensavi meglio; non ti perdere d’animo; e se ormai non sei più in tempo a lasciare una professione disgraziata per tanti versi, preparati almeno ad esercitarla in modo, che nè tu nè la tua patria ve n’abbiate mai a vergognare. —

Queste ultime parole fecero specie[210] a Pippo, ma e’ non ne intese nè poteva intenderne tutto il significato. Senza nissuna cultura, con idee grette, con la sola compagnia di ragazzi per lo più ineducati e ignoranti al par di lui, come poteva egli inalzare la mente alla considerazione dei grandi uffici dell’arte, rispetto alla civiltà ed alla patria? La matita, la carta, gli esemplari, le sue copie, la mano e di rado la parola del professore per correggere quelle copie; una caterva di condiscepoli per lo più messi là come lui da genitori che non sapevano dove mandarli per levarseli di casa; le invidiuzze, le persecuzioni e le mariuolerie e bene spesso i mali esempi dei depravati.... ecco in che cosa consisteva la educazione artistica di Pippo. Egli appena sapeva leggere e scrivere; e libri d’arte, di storia, di letteratura non conosceva nè avrebbe facilmente capiti. I soli libri ch’egli avesse più volte riletto nell’infanzia erano stati quei brani di relazioni di viaggi; e sempre gli stava a cuore lo studio del paese, e qualche prova di quando in quando faceva alla meglio da sè medesimo, dimostrando sempre d’aver più genio pel paese che per la figura. Ma ormai trovandosene suo malgrado sviato, proseguiva a studiare quel che poteva, tanto per dire un giorno: — Sono stato tutto questo tempo all’Accademia, ho fatto quel che mi hanno dato da fare, ho avuto i premi; dunque son pittore.... — Così, come tanti altri, si metteva nel caso di ridurre il suo esercizio dell’arte a mestiero, o di doversi poveramente adattare, per necessità di pronto guadagno, ai lavori di riquadratore di stanze e d’imbianchino.

A confermarlo poi nel proposito di fare il pittore s’aggiunse il premio del concorso conferito difatti a lui stesso. Figuratevi la sua gioja, la consolazione della madre, la festa che ne fu fatta da tutti! La buona Carolina benediceva in segreto le lunghe veglie spese nel lavoro, e gli stenti segretamente sofferti per mantenere il figliuolo all’Accademia, figurandosi che l’averne riportato un premio fosse indizio infallibile di buona riuscita, e sperando ogni dì più che Pippo dovesse diventare professore celebre, ed arricchirsi.

Il giovanetto, dopo aver dato sfogo alle sue consolazioni, andò a trovare Nicodemo, gli annunziò la buona notizia, e poi aggiunse con ingenua confessione e con sincero affetto di riconoscenza:

— E sapete? se i’ l’avessi portato al concorso senza farvi prima le correzioni che voi mi suggeriste, il premio non sarebbe toccato a me. Vi sarebbe stato il disegno d’un altro concorrente, che avrebbe avuto meno difetti del mio. Dunque vi ringrazio, e da ora in poi....

— No, non mi ringraziare d’aver dato mano a commettere un’ingiustizia.

— Oh! un’ingiustizia! perchè?

— Tu mi dici che non avresti superato il compagno se non ti fossero state suggerite quelle correzioni. Il compagno non avrà avuto chi gli facesse questo servigio.

— Capisco; ma voi non sapete che quel tale è nipote d’un altro professore dell’Accademia, e che tutti asseriscono che il disegno era stato condotto più dal professore che da lui.... E perciò il mio trionfo è stato più bello: chè ognuno si maravigliava che io avessi avuto maggiore abilità di un professore.... Ma che cosa dico? io no.... voi, caro Nicodemo; e non mi darete ad intendere d’esser buono soltanto a intagliare cotesti pezzi di legno. —

Nicodemo non seppe trattenere un sospiro.

— Voi sospirate? Dunque.... Oh non pretendo d’essere messo a parte dei vostri segreti; ma....

— Io sospiro, ragazzo mio, vedendo che non ci è verso di rispettare tra noi la giustizia; e pensando che vi possa forse essere un professore sì poco abile nel disegno, da doversi mettere a confronto con me....

— Eppure, se sapeste tutto quello che ho udito dire di certi prof....

— No, no! lasciamo questo discorso: non mi piace di far giudizj cattivi sulle parole degli altri, e molto meno di udirli in bocca di un giovinetto, di uno scolare. Tu studia, fa’ il tuo dovere, e non pensare ad altro.

— Smettiamo pure; ma io pagherei, per quel bene che spero mi vogliate, che voi mi confidaste....

— Sì, io ti voglio bene, e per questo ti dico di non lasciarti insuperbire dalla tua vittoria. Te lo dico io, che davvero non do sospetto di potermi mai mettere a competenza nè con te nè con altri. Vorrei anzi che tu fossi per diventare Raffaello Sanzio....

— E chi era Raffaello Sanzio?

— Chi era Raffaello Sanzio? — ripetè con aria di compassionevole afflizione a quella dimanda fattagli da un alunno premiato della scuola del disegno; ma poi reprimendosi proseguì: — Era pittore, forse il più grande di quanti ne sono stati finora e ne saranno per un pezzo. Io t’ho visto ricopiare con grande amore alcune sue teste....

— Oh bella! E non mi hanno detto nulla! Me le direte voi eh queste cose? Ma quali sono le teste che avete detto? — E correva ai disegni, e dopo averne scelti due o tre: — Scommetterei che son queste!

— Sì, per l’appunto. —

E allora Pippo, senza pensare ad altro, si pose a contemplarle con infinito diletto.

— Non v’è dubbio, — diceva intanto fra sè Nicodemo, — questo ragazzo avrebbe propriamente genio per l’arte. Che peccato ch’ei sia venuto al mondo con la povertà addosso ed in questi tempi!... —

Era verso sera, e giorno di festa: alcuni condiscepoli di Pippo vennero a cercarlo per congratularsi del premio; tra essi uno o due con affetto sincero, gli altri soltanto per cogliere una occasione di sollazzarsi più del solito. Così accade in quasi tutte le cose di questo mondo: pochi son quelli, per esempio, i quali frequentino una conversazione per amicizia vera verso la famiglia che li riceve, o vadano al teatro con l’intento d’istruirsi, o alla chiesa per divozione; i più hanno soltanto l’ambizionuccia di far sapere che vanno in quella tal casa, la smania di raccogliervi ciarle e di scroccarvi rinfreschi, e per essi il teatro e la chiesa son luoghi da veder gente e farsi vedere, sfoggiando in belle vesti, amoreggiando, spendendo in qualche modo il tempo, del quale non sanno che cosa farsi. Quell’uno o quei due che cercavano Pippo con buona intenzione, non badarono alla povertà della casuccia ch’egli abitava, o se vi posero mente gli si affezionarono più che mai; gli altri, benchè non fossero di famiglie facoltose, ma solo in apparenza potessero passare per gente da più di lui, guardarono al luogo, non alla persona, e accolsero subito nell’animo il vile e crudele sentimento del disprezzo, inacerbiti anco dall’invidia di vedersi superati in abilità da quel meschinello. Ma appunto costoro gli fecero i più strepitosi e i più smaccati elogj, ridendone poi insieme di soppiatto; e vollero che uscisse con loro, per goderselo, come dicevano, alla passeggiata. Pippo, sua madre e la Clarice, con ingenua credulità e grandissima gioja accolsero quelle congratulazioni mentite, e ne resero molte grazie. Pippo non stava più nei suoi panni; seguì la comitiva, e dopo che ebbero girellato alquanto per la città imbattendosi in altri condiscepoli che a loro si accompagnarono, vi fu chi propose di andare al caffè. Secondo l’usanza, quest’invito doveva venire da parte del festeggiato, e a lui stesso toccava pagare il rinfresco; ma oltrechè la conversazione era divenuta troppo numerosa, ognuno sapeva che Pippo era povero, e vollero invece pagare per lui. I più intemperanti e i più chiassoni si abbandonarono ad ogni eccesso; uscirono dal caffè ponendo in mezzo il premiato, che per l’insolito baccano e per la naturale sua ilarità si lasciava metter su da quei capi sventati; e, fosse caso o malvagio disegno di alcuni o inconsideratezza di tutti, volsero i passi verso la casa del primo tra i competitori di Pippo, di quello che, ad onta dell’ajuto dello zio professore, come dicevano, mentre si faceva sicuro del premio, se l’era visto rapire. E quivi, con alte voci di beffe, con insolenze d’ogni maniera, diedero facilmente a conoscere a quelli di casa, e chi erano, e che cosa fossero venuti a fare. Pippo, il quale in sulle prime di nulla erasi accorto, appena che v’ebbe posto mente, gli spiacque assai, ne mosse aperto rimprovero ai compagni, li abbandonò; e i peggiori se l’ebbero a male e fecero pensiero di ricattarsi. Intanto il competitore deluso conobbe la canzonatura; e al dolore della disfatta e all’invidia s’aggiunse lo sdegno dell’ingiuria, e se ne dolse coi genitori e con lo zio. Pippo solo fu accusato d’aver condotto i compagni a commettere quella insolenza; e chi n’era veramente colpevole, avvalorò la calunnia. Così il povero giovine si ritrovò ad avere molti nemici e tra i condiscepoli e tra i maestri; e, per quanta prudenza cercasse d’usare, spesso rinnovaronsi dissidj e s’accrebbero rancori, a cagione dei malevoli che s’erano proposti di perseguitarlo. Infine vedendo egli che la rassegnazione e la modestia non bastavano a liberarlo da tante inquietudini, volle provarsi a fare ardimentosa resistenza; anch’egli sciolse la lingua alle contumelie, e si pose in aperta guerra, attenendosi al proverbio «chi pecora si fa lupo la mangia.»[211] Ma Pippo era solo contro tutti, era povero, non aveva sostegno di persone autorevoli; le sue sole difese erano l’abilità e l’ardire; e queste ad altro non servivano che ad accrescere l’invidia e l’odio degli avversari. Celò sempre a sua madre tutte queste disgustose avventure; ne fece qualche parola con Nicodemo, ma non seppe, o forse non potè sempre seguire i suoi buoni consigli; e la contesa andò tant’oltre, che senza aver commesso niuna colpa, ei si trovò alla fine espulso dall’Accademia qual pericoloso suscitatore di discordie tra i condiscepoli. Niuno si mosse a prendere le sue difese, perchè sebbene ei fosse stato sempre rispettoso verso i superiori, tuttavia non s’era curato mai di corteggiarli; e così credeva anzi, e non s’ingannava, di mostrare vera stima e rispetto verso di essi. Avrebbe potuto addurre da sè medesimo sincere ed efficaci discolpe; ma bisognava accusare altri, palesare ingiustizie, parzialità, calunnie, fare in certo modo il delatore; e solo a pensarvi ne rifuggiva con generoso dispetto.

Allora ei tornò a riflettere più seriamente ai casi proprj; e già anche senza l’espulsione dall’Accademia, il bisogno di provvedervi in qualche modo andava crescendo. Ormai, per continuare lo studio della pittura, occorrevano spese troppo superiori alla possibilità della madre; ed egli avrebbe voluto anzi da lungo tempo guadagnar qualche cosa per assisterla. La risoluzione di mettersi a un mestiero sarebbe stata più opportuna due o tre anni prima. Ora v’era anche bisogno di maggiore sforzo per vincere l’amor proprio. Dopo tanto studiare, dopo tanti elogi, sul punto quasi di prendere la tavolozza e d’aprire studio, come ridursi a entrare garzone d’uno stipettajo o d’un fabbro? Tuttavia il povero giovine non sapeva trovare strada di mezzo; e più d’ogni altro partito sarebbegli dispiaciuto quello già preso da molti suoi compagni, di mettersi a colorire stampe, a miniare, a copiare bazzecole,[212] a rimpasticciare i quadri vecchi o a riquadrare le stanze; perchè, non potendo essere artista, non sapeva nemmeno rassegnarsi affatto a lavori solamente manuali, col rammarico di tanti anni sprecati nello studio del disegno.

— E non solo il denaro, — diceva Nicodemo, spinto dalla gravità del caso a ragionarne di proposito con Pippo che gli aveva confidato tutto, — ma anche l’istruzione ti manca, ragazzo mio....

— Eh! voi me l’avete detto altre volte; e io ci ho pensato poco. Ma perchè non me l’hanno detto anche i maestri?

— I maestri avranno pensato solamente a insegnarti il disegno, supponendo che tu potessi provvedere al resto da te, o che non ti premesse imparare altro che la pittura, per dir così, macchinalmente. Non voglio credere che giudichino inutile l’istruzione per chi non si contenta di saper ritrarre uomini, copiare quadri antichi, e cose simili.

— Ma spiegatemi un po’ meglio che cos’è questa istruzione, perchè, a dirvela, ho anche udito dire che i grandi maestri del tempo scorso non se ne ingerivano poi tanto; eppure divennero celebri....