Part 13
— Pippo mio, questo non possono averti detto le persone di senno. Chi ben guarda alle opere di quei maestri, non vi trova soltanto la perfezione del disegno e il merito del colorito, ma anche la elevatezza dei concetti nella esposizione degli argomenti, la filosofia, come dicono, dell’arte, i significati ingegnosi, l’espressione dei volti e degli atteggiamenti, cose tutte che derivano dal genio educato dalla sapienza. Di questa sapienza non facevano pompa, perchè erano uomini semplici e modesti; ma essa traspare dalle opere: contemplale a lungo, cerca di ritrovarvi la ragione di quei componimenti mirabili, e vedrai che per dipingere in quel modo, e perchè le figure ti commovano, ti sveglino sentimenti d’amore, di pietà, di dolore, idee e affetti generosi, perchè insomma ti parlino all’anima per commoverti o per istruirti, come farebbe la più bella pagina d’un libro, anzi un libro intero, un intero poema, non basta aver addestrato l’occhio e la mano a ben ritrarre il nudo e i panneggiamenti, i colori e le ombre, gli scorci e i piani, e tutto quello, in sostanza, che si riferisce alla semplice copia della natura o dei costumi degli uomini. Bisogna dunque educare anche l’intelletto, acquistare idee e saperle connettere e abbellire con l’immaginazione, e valersene per comporre sulla tela, come farebbero il poeta, lo storico, il filosofo nei loro libri. E queste idee le troverai tu nella scuola del disegno, nella compagnia dei condiscepoli, negl’insegnamenti sterili del maestro? Bisogna acquistarle con lo studio dei buoni libri e delle opere dei grandi artisti; bisogna che il sentimento governi l’occhio e la mano, e dia la vita alle figure. Forse vedendo che gli antichi rappresentavano quasi sempre argomenti di religione pagana o di religione cristiana, crederanno i moderni artisti che avessero poco bisogno di studiare la storia dei popoli, di coltivare le lettere, di elevarsi al maggior grado della civiltà dei loro contemporanei; ma io torno a dire: contemplate bene le loro opere, fossero anche tutte e solamente d’argomento religioso, e vedrete quanta sapienza, oltre all’abilità, vi traspare! Almeno avranno studiato sui libri che narrano la storia alla religione, avranno letto e meditato gli scritti dei Santi Padri, i poemi che descrivono le più rinomate vicende dei popoli e degli eroi. Indi gli scolari seguivano i maestri sui lavori e gli ajutavano, e gli udivano ragionare; avevano di continuo commercio d’idee con chi già era istruito; e i grandi avvenimenti di quei tempi o delle età meno remote da loro che da noi, la vita pubblica dei popoli accesi da vigorose passioni, le molte industrie, i commerci, le guerre, le parti, il movimento straordinario che li teneva tutti svegli, erano continua lezione. Ora tu vedi che siamo in tempi di molta inerzia e di passioni meschine; non già che per dar vita alle arti, e istruzione e sentimento agli artisti, ci vogliano anco gli sconvolgimenti calamitosi dei secoli meno civili o meno tranquilli del nostro; le arti e gli artisti prosperano anzi, come tutte le altre cose, più nella pace che nella guerra o nella discordia, ma purchè questa pace non sia codarda, nè sonnolenta, nè contaminata dalla depravazione dei costumi, e che non vieti al popolo di fare quella parte che gli spetta nelle pubbliche faccende. Tu vedi ora una dimenticanza quasi universale d’ogni generoso sentimento; la moltitudine oppressa dalle miserie e dall’ignoranza, o solo occupata a sostenere le fatiche materiali dei suoi mestieri; le persone quasi tutte prese da uno smisurato egoismo, dedite alla cupidigia dell’oro o dei piaceri, diffidenti, con poche ed abbiette e spesso colpevoli voglie; la gente ricca dominata per lo più dai capricci della moda, dalle mollezze, dal fasto, o dalla sordida avarizia; una gioventù snervata, oziosa, frivola, e per la maggior parte libertina; i generosi sentimenti per lei stanno più nelle parole che nei fatti; i buoni proponimenti durano poco; per tutto una mania di fare, di riformare, d’accrescere più i beni materiali che i morali per la nazione; ma è quasi sempre fuoco di paglia, sopraggiunge presto la stanchezza, e la fatica e la perseveranza pesano a tutti. Ove trovi tu da ispirarti? forse nei caffè ripieni di una folla di giovani spensierati, che se non si depravano conversando insieme, certo non si migliorano? forse nei teatri divenuti scuola d’ineducazione e di costumi licenziosi? forse nei pubblici passeggi che non sono altro che mostre di gente vana che ha messo tutto il suo studio nella guardaroba? Le feste popolari non hanno altro di bello che il nome; le solennità religiose non ti presentano altro che fasto profano, privo di divozione, spesso irriverente! Così la poca vita pubblica che ci rimane è tutta sterile di sentimento, è una continua mostra di vanità e d’ipocrisie, nelle quali i varj ordini di cittadini si scimmieggiano tra di loro, e sembra facciano a gara a chi più si deprava. Le cose non anderanno sempre così, questo è vero. Vi sono tuttavia i magnanimi e i virtuosi che tentano di redimere la società dall’avvilimento in cui è caduta; e verrà tempo che il buon seme che essi spargono dovrà fruttare; e le persecuzioni, gli esilj, le carceri, i martirj che incontrano, affretteranno quel tempo.[213] I popoli non periscono come un solo uomo; invano sperano i malvagi che le nazioni tollerino sempre la loro vergogna, stieno sempre divise, dimentichino per sempre il passato. Una nuova èra di risorgimento si prepara, si avvicina; i tentativi generosi non furono mai inutili; le virtù popolari si assopiscono ma non si spengono mai. Quando l’ora è suonata, una scintilla basta a riaccenderle. Ah! è vero, io ho sperato troppo, ho offerto tutto me stesso alla patria, ho creduto che non fosse invano, ho patito.... non ti saprei narrare giammai quanto ho patito! Tu vedi quale è il presente mio stato, e basta! Ho perduto ogni cosa; ma la speranza no! I miei occhi saranno chiusi dalla morte, e, nondimeno, anche morendo io spererò sempre, perchè chi desidera davvero il bene della patria, non lo desidera per sè solo, ma pei posteri; non per sè solo, ma per quelli si adopera, e sostiene fatiche, persecuzioni, dolori, dovesse volerci anche qualche secolo prima che quel bene sia ottenuto. Ma intanto che cosa farai tu mentre si maturano i destini della tua patria? Se tu vuoi nutrire con elevate idee il tuo genio d’artista, ti convien cercare i modelli più nelle opere degli antichi che in quelle dei moderni; ti conviene scegliere nei secoli quei fatti e quegli uomini che meglio ti rappresentano il buono, il bello, il grande, il sublime della società umana. Nè alcuno può avere immaginativa tanto feconda, da figurarsi il passato senza studiarlo nei monumenti e nei libri; e molto studio ci vuole per bene scegliere, per ben confrontare, per bene adattare gli argomenti ai bisogni del tempo, e affinchè insomma la tua opera sia originale, istruttiva, e contribuisca con le altre diverse manifestazioni del vero ingegno, a migliorare la società. Questo è il dover tuo, se vuoi essere artista; il diletto solo nelle opere d’arte non basta, ed è anzi intendimento secondario; il fine principale è quello di accendere negli animi l’amore della virtù, la emulazione dei fatti egregi, di parlare a un popolo il linguaggio degno di lui, degno della virtù e della nazione: l’artista ignorante è sempre mediocre, è sempre soggetto, se vuol campare della sua arte, a vendere servilmente l’opera e l’ingegno; è spesso tentato a prostituire l’arte all’adulazione, al capriccio, al vizio.... Queste cose dico a te, non per distoglierti dal proseguire i tuoi studj, ma perchè tu vi rifletta ad animo riposato....
— A me pare che abbiate ragione; e sento che se io dovessi fare il pittore, vorrei farlo con decoro; e se questo la mia povertà e la mia ignoranza non mi concedono, meglio è che alla fine abbandoni l’arte.... Ma intanto ho tradito le speranze della mia povera madre! So che finchè ella vive non le mancherà un tozzo di pane, e io sono preparato a campare alla meglio col meschino guadagno d’un mestiere, a vivere piuttosto povero e indipendente, che ad avvilire me o l’arte mia per qualunque grosso guadagno!... Ma se mi fosse riuscito di procacciare più comodi a mia madre nella sua vecchiaja; se avessi potuto dirle una volta: riposatevi, mamma, non lavorate più per bisogno; ecco, io guadagno tanto che basta a farvi star bene!...
— E perchè non potrai tu riuscirvi? No, tu non ti devi scoraggiare; tu hai gioventù, ingegno, robustezza, amor del lavoro....
— Ma che cosa farò io dunque, se abbandono l’arte addirittura?...
— Nè questo è necessario. Tu mi confidasti molto tempo fa che la tua prima vocazione sarebbe stata il disegno del paese....
— Pur troppo!...
— E io ti consigliai allora a studiare la prospettiva, l’ornato e soprattutto il paese; e vedo che tu l’hai fatto con passione, e che ci sei riuscito.
— Ora capisco il vostro pensiero....
— Or dunque rivolgi ogni tuo maggiore studio al paese; tu hai meno impedimenti a divenire buon pittore paesista che buon pittore di figura. E che tu sia già addestrato nel disegno della figura è bene, perchè così non sarai costretto a far paesi disabitati o a mettervi goffe e insulse figure, o a chiedere l’opera d’altri per condurre a fine i tuoi quadri.
— Avete ragione; il ripiego mi piace assai: e credete che io troverò da lavorar molto....
— Se tu sarai buon paesista, non ti figurare di dovere arricchire; ma i buoni paesisti sono rari: meglio essere abile tra i pochi che mediocre tra i molti. Per lavorare di paese non ci vuole tanto dispendio nè tanto tempo come per condurre opere di figura; meno guadagno, ma più frequente e più facile; meno celebrità, ma non può mancarti lode se tu la meriti; e ricordati, per non dire altri, di Salvator Rosa. Poi quanta ricreazione d’animo, quanta dolcezza in ritrarre le infinite e svariate bellezze della natura, i costumi per lo più onesti e semplici degli abitatori delle campagne lontane dalle città, da questi centri dei vizj! E le nostre pianure, i monti, i boschi, le marine, l’azzurro e splendido cielo, i fenomeni giornalieri che si palesano ai nostri occhi hanno tanta dovizia di stupende bellezze, che non lasciano mai senza grandi ispirazioni l’animo di chi le contempla e le sente! Nè sarebbe opera priva d’utilità far conoscere agli uomini, quasi sempre rinchiusi nelle vaste prigioni cittadine, come sia leggiadra e maestosa la terra della loro patria; e a quelli d’una provincia mostrare gli aspetti naturali, i costumi, i monumenti che ne adornano un’altra. Anche questo è espediente efficace ad affratellare di più tra di loro gli uomini d’una medesima nazione; far conoscere a tutti, per così dire, i pregi della propria casa. E soprattutto sarebbe intendimento degno dell’arte ritrarre quei luoghi che la storia dei padri nostri fece più celebri, e così rammentare le gesta gloriose dei grandi uomini e dei popoli, e nutrire od accendere nei giovani qualche scintilla di patrio amore e di virtù cittadine, or che n’è sì grande il bisogno!... I quadretti di paese ben condotti e che ritraggano il vero e che abbiano scopo anche istruttivo, meritano d’esser moltiplicati con la litografia, e di essi intravviene allora come dei libri fatti per dilettare e per porgere utili cognizioni. Tu stesso potresti riportare sulla litografia i tuoi quadri, che non è cosa difficile, e così guadagnarti un pane onorato con più indipendenza che se tu dovessi andare in cerca di chi ti volesse allogare opere di gran lena, la qual cosa pur troppo di rado avviene anco agli artisti più rinomati, ai maestri abili e provetti.
— Voi m’avete persuaso a seguire il vostro consiglio; e mi sento crescere l’ardore per la pittura del paese.
— Che io non ti avrei proposta, se non mi fosse sembrato, da quello che finora hai fatto, che tu dovessi riuscirvi meglio che in quella della figura.
— Ma ora non mi negate più un altro favore che da tanto tempo io aspetto da voi.
— E quale?
— Dalle vostre parole conosco che avete avuto educazione superiore al vostro stato presente. Per quali avventure vi siete voi ridotto così? Non la curiosità mi avrebbe fatto fare tante altre volte questa dimanda, ma sì l’affetto che io sento per voi. Un gran dolore vi affligge continuamente; benchè vi sforziate di nasconderlo, io me ne sono accorto. Io non presumo di potervi confortare; e rispetterò un segreto, se....
— Caro giovine, io non ti avrei nascosto le mie avventure, se il loro racconto avesse potuto istruirti nella pratica della vita. Ma a che cosa ti gioverà conoscere una di più delle tante disgrazie che toccano agli uomini? Io non farò altro che affliggerti. Ma tu lo chiedi in nome dell’affetto.... Ah sì! dopo tanti anni che io aveva chiuso l’animo ad ogni affetto, sento rinascere quello dell’amicizia per te, e consentirò a dartene una prova col farti conoscere la cagione del mio lungo e sconsolato dolore. —
III.
Ecco il racconto che Nicodemo fece a Pippo.