Racconti popolari

Part 8

Chapter 83,901 wordsPublic domain

— Ora pensiamo all’essenziale, e poi, non dubitare; i’ so io come va fatto. Un’altra cosa: i’ dico a voi, maestro Nanni: com’è egli possibile, che per riconoscermi v’abbiate avuto bisogno di contrassegni da vostro padre?

— Come sarebbe a dire?

— O che vi siete scordato di quella pescaja e di quel vecchio che era nella barca con vostro padre?

— Come! voi stesso?

— Sì, figliuolo; e io non lo dimentico, veh! E l’Anna l’ha saputo! Intanto vi basti questo, per non aver più nulla da temere! —

Maestro Cecco nel dir ciò si stringeva al petto la robusta mano del giovinotto, che a capo basso si lasciava condurre da lui verso bottega.

— Ma no, signori, — esclamò maestro Antonio pigliando a braccetto l’amico, e facendolo voltare all’improvviso con una stratta;[165] — e ora dov’andate voi? A casa subito! Vi par egli ch’io voglia aspettare un minuto a dar questa consolazione alla mia donna? E tu gliel’hai a dire con la tua bocca! Gnorsì, con la tua flemma tu gli hai a dir subito: «I’ sono il sòcero di Nanni,» e anche di sul pianerottolo, prima di salir su! E alza la voce, perchè povera vecchiuccia, l’ha ingrossato un po’ il timpano. — E così gongolando di contentezza, tra le espansioni di cuore e le facezie, fece allestire il passo a maestro Cecco, il quale da molti anni non aveva più fatto una marcia forzata come quella. Se la Maddalena fu lieta a sentirsi dire che maestro Cecco era suocero del suo Nanni, pensatelo voi!

Per quella via, giacchè i vecchi erano insieme, pensarono anche al rimanente, e siate pur certi che si trovarono d’accordo nell’atto. Se non che ragionando del giorno per le nozze, maestro Cecco avrebbe preso un tempo più lungo, e maestro Antonio a fatica gli dette un mese, perchè la moglie gli rammentò che a’ tempi de’ tempi era stato fatto così anche per loro.

— Codesto non importerebbe nulla — diceva egli; — e poi noialtri non ci s’era visti neanche alla lontana. Ma qui muta specie: questi figliuoli ormai si conoscono. Ma per non parere ostinato, pigliatevi un mese dal giorno dell’Esposizione, ecco fatto.

— Bravo! — rispose maestro Cecco ridendo, — allora non è più di qui a un mese. Tu me lo vuoi dare sbocconcellato. Ma sta’ zitto; i’ l’ho caro, perchè la ricorrenza di quel giorno è di buon augurio per un matrimonio. L’industria premiata e la stima de’ conoscenti.... i’ non cercherei altri testimoni per la scritta di nozze.

— Ehi! se s’avesse a pigliar regola da questo, gli anderebbe contato il mese dal giorno che l’avviatora venne qui a ragionarci delle virtù della vostra figliuola. —

La domenica dipoi era una giornata delle più serene che si fossero viste in quella stagione. La mattina presto, secondo il solito, maestro Cecco andò con la figliuola a sentir messa in santa Lucia sul Prato, e poi tornando a casa per far colazione vi trovarono anche Michele. Quel buon giovine, che era ben veduto nello spedale, poteva avere il permesso facilmente, quantunque non abusasse mai di questo favore a pregiudizio del proprio dovere nè dei poveri malati, che trovavano tanto sollievo nella sua prontezza amorevole e diligente. L’Anna, a vederlo in casa a quell’ora, vestito come quando egli andava a spasso, allegro e sorridente:

— Che novità è ella questa? Oggi che è giorno di scialo?

— Tu non lo vedi il bel tempo? Chi non anderebbe a spasso?

— Ma bene! Dunque tu verrai con noi! Anche il babbo ha intenzione di far due passi alle Cascine.

— Appunto i’ son qui per questo.

— E’ non mi par vero! il tempo è bene scelto; piuttosto ora che dopo desinare. Stamani non ci sarà quasi un’anima, e potremo goderci quella bell’aria con libertà, senza tanta signoria tra’ piedi, senza lo strepito delle carrozze, senza il pericolo che ci venga a ridosso il cavallo d’un milordino.

— E il fastidio di quelli scimuniti che ogni poco si voltano indietro tutti d’un pezzo a guardar le ragazze con l’occhialetto, e fanno mille sguajate svenevolezze. Al vestito parrebbe ch’e’ dovessero essere il fiore della civiltà, e poi non conoscono educazione, e dicono certe cose che farebbero vergogna alla vergogna stessa!

— Per codesti poi i’ potre’ dire d’esser cieca e sorda. I’ non ho mai visto nè sentito nulla. Solamente mi conviene qualche volta turarmi il naso, perchè ve ne son certi, che appestano l’aria come se tra que’ cespugli ci fossero tante serpi.

— Del resto, i’ credo che oggi no’ troveremo compagnia.

— Come sarebbe a dire?

— Ma non di quella! Una compagnia che ti deve piacere.

— Persone di nostra conoscenza?

— Anche! Non antica, almeno per te, ma che dovrà durare quanto la vita, e più. —

L’Anna capì subito, tanto più che era già stata avvisata, ma senza sapere il come nè il quando. Allora abbassò gli occhi, e fece il viso rosso.

— Ora dunque, — incominciò maestro Cecco, — tu m’hai a dire sinceramente se questa passeggiata ti va a genio. Se no, vi son tanti altri luoghi per passeggiare!

— Ma se gli è un fissato.

— Naturale![166]

— Allora — ella soggiunse ridendo — che vorreste mancar di parola? —

Maestro Cecco s’alzò nell’atto, la prese sotto braccio, e via per le scale. Scendendo sentì che l’aveva un po’ di tremito, e per la strada rallentò il passo, domandandole se il camminare le dava noja.

— No, — rispose — andate pure del vostro passo. Credete voi ch’i’ non venga volentieri a un fissato in vostra compagnia? —

L’Anna era vestita da festa con la semplicità delle giovani tessitore che serbavano l’usanza di qualche anno addietro: in zucca; le trecce fermate da un bel pettine di tartaruga; il vestito bianco accollato; il vezzo di perle della madre, e una bella cuffia di modano che le copriva le spalle. Suo padre in calzoni corti, in giubbone all’antica, il cappello di tesa larga, le calze bianche e le fibbie d’argento alle scarpe. Michele aveva la carniera[167] di velluto, quella carniera che alcuni hanno a noja, perchè disgraziatamente tra quelli che la portano vi son pur troppo dei capi scarichi, ma che può essere ed è un vestito da gente onorata al pari d’ogni altro, da non far vergogna a chi s’infilza il soprabitino. Anche Nanni andava in carniera, e tutt’e due seguivano tanto in quella come nel resto del vestiario la costumanza moderna,[168] ma senza le caricature, le legature, i ciondoli con cui gli zerbini la fanno essere ridicola e troppo incomoda per chi non è avvezzo a stare in ozio, per chi ha poco tempo da buttar via, e un po’ di robustezza nelle membra e un po’ di sale in zucca.

Passarono la porticciòla,[169] presero di sull’argine dell’Arno, e per quanto poteva tirare la loro vista, non videro un’anima. Il vecchio dopo aver fatto qualche cento di passi, dopo essersi voltato indietro due o tre volte, guardava in viso Michele senza far motto. L’Anna non aveva alzato gli occhi subito, ma pure gli alzò anch’essa, e non vide altro che gli alberi, la macchia, i fiorellini tra l’erba e i fagiani che svolazzavano terra terra. Invero quella dolce prospettiva a un’ora sempre freschetta, col placido scorrere dell’acqua, con un venticello che faceva tremolare le foglie luccicanti ai raggi del sole levato dietro le loro spalle, era proprio deliziosa; e il canto dell’usignuolo in que’ boschi, dove l’ingordigia e il trastullo degli uomini non gli muove guerra, accresceva il diletto del passeggiare. Ma come mai tanta solitudine? Stava bene esser soli a godersi quell’amena campagna, ma a volte il troppo è troppo!

E’ se n’andavano zitti zitti, almanaccando in vario modo sulla cagione dell’indugio degli altri, quando presso allo sbocco d’un viale nel mezzo al bosco odono la voce di maestro Antonio che diceva: — Ora vo’ vi siete riposata abbastanza; ora saranno per istrada; venite via; — ed eccolo scaturire snello come un frullino sopra la riva, mentre la Maddalena sorretta da Nanni s’alzava da sedere. Il rintopparsi tutti lì all’improvviso, l’esclamare _ben venuti!_ a vicenda, il consolarsi de’ vecchi e de’ giovani pose tutti in una commozione da non si dire. Poichè ebbero fatto le presentazioni scambievoli, i due sposi furono messi in coppia innanzi a tutti; Michele profferse il braccio alla Maddalena; e i due vecchietti che nuotavano nel contento chiusero il corteggio andando con le mani di dietro, e col viso tutto ridente. Se non che maestro Cecco, sospirando talora in segreto, esclamava tra sè e sè: — Ah! perchè non è ella viva anche lei? —

E noi non saremo indiscreti da voler sentire le parole degli sposi. Già chi ha fatto con essi un po’ di conoscenza può immaginarsele. E chi volesse sapere la conclusione del loro colloquio, la domandi a coloro che si trovarono la domenica dopo in Santa Lucia sul Prato, dove, appena il Priore ebbe recitato il Vangelo, diede un’altra buona nuova che principiava con queste parole: _Si denunzia per la prima volta ec. ec._ Io non so se fosse immaginazione o altro: fatto sta che quando il sacerdote volse al popolo la veneranda faccia pronunziando a voce alta e commossa quelle parole e i nomi degli sposi, parve che quanti erano lì si rallegrassero, e che alcuni dicessero sottovoce al compagno: — Felice lei! la lo merita davvero! — e che poi, tralasciando di implorare grazie per sè invocassero la benedizione dell’Eterno su quel bene augurato matrimonio. E lo stesso, cred’io, sarà accaduto in Ognissanti, cioè nella cura[170] di Nanni: perchè il giubbilo degli onesti artigiani è giubbilo di tutti; un giubbilo sincero e veramente benefico, quantunque non sia stimolato con gli sfarzi e con l’oro, quantunque non faccia strepito tra la moltitudine pazza d’un’esultanza che spesso va a finire nel pianto di qualche famiglia, ma si ricoveri tranquillo nell’anima che non lo dimentica tanto presto, che lo ripone tra gli esempi della virtù premiata, per invigorire la virtù che non ha ancora nissuna ricompensa su questa terra.

Venne finalmente il giorno delle nozze. I primi raggi del sole appena appena indoravano il comignolo dei tetti. Una brigatella di poveri, ciechi e storpiati, era lì sulla piazzetta di santa Lucia; non già con molta speranza, perchè la figliuola d’un muratore e il figliuolo d’un magnano, quella uscita dal telajo per ritornare al telajo, quello con le mani incallite dal manico del martello e della lima, non possono farla da generosi. Ma non dubitate! Maestro Cecco d’amore e d’accordo con maestro Antonio hanno pensato a voi poveretti! E non solamente a voi che non potendo lavorare siete ormai avvezzi a stendere la mano al passeggiere; ma e’ si son ricordati che i poveri più infelici son quelli che non possono nè lavorare nè accattare, e tribolano in certi tugurj dove l’occhio della carità non penetra sempre quanto sarebbe necessario, perchè laggiù il bujo è troppo fitto e il tanfo[171] è troppo ributtante per certi stomachi avvezzi a godere l’aperta luce del sole e i profumi de’ giardini e delle pomate. Nondimeno e’ son braccianti, e non potrebbero sostenere due spese, quella del soccorrere i poveri e quella dello scialo di nozze. Or bene, delle due hanno scelto la prima: tanta era la dolcezza del loro cuore, che non pensarono nè punto nè poco a procacciarne anche al palato; e invece di mangiar troppo, a rischio di guadagnarsi un’indigestione, si contentarono del vitto consueto, e vollero piuttosto che il superfluo servisse a chi pativa del necessario.

Vedete ora gli sposi venire in chiesa, in mezzo ai vecchi genitori e agli altri parenti inteneriti fino alle lagrime, inginocchiarsi davanti al sacerdote, alzar l’anima ai pensieri di religione e d’amore, ai doveri di famiglia e di patria, e ricevere con quella di Dio la conferma di tutte le benedizioni, che accompagnano un sì proferito nel nome della virtù e della carità del prossimo. Pochi tra i popolani avevan saputo precisamente il giorno e l’ora dell’anello; ma bastò che due o tre vedessero gli sposi uscir di casa, e in poco tempo la chiesa divenne piena di gente. Era stata grande la contentezza comune alle denunzie degli sponsali, ma crebbe assai più nell’assistervi! Erano universali i _mi rallegro_ agli sposi, al parentado, e tra l’uno e l’altro de’ conoscenti, come se si fosse trattato d’una fortuna per tutti.

La comitiva che era uscita di casa senz’altra accompagnatura, ritornò in casa in mezzo alla folla. Tra quella buona gente che s’abbandonava a così liete congratulazioni teneva il primo posto l’avviatora, invitata alle nozze, tutta in gala e infatuata, e senza poter riparare alle domande che le facevano le altre donne riguardo allo sposo e alla sua famiglia, giacchè le sapevano bene che l’andava a raccattar le brache di questo e quello per fargli poi i gazzettini[172] sull’uscio. Ma figuriamoci se in quel giorno che si dava bella occasione di parlar molto dei fatti degli altri, la si sfogò a dir bene del prossimo senza pericolo di metter fuori sfarfalloni! E il medesimo accadde coll’andar del tempo, giacchè divenuta sempre più intriseca d’ambedue le famiglie, che ormai si potevan chiamare una sola, furon palesi anche a lei le loro azioni, ed erano tali da poterle narrare con frutto di chi le udiva.

Ma l’Anna ebbe a rimproverarla più volte d’indiscretezza, e anche gli altri furon costretti a riguardarsi dalla sua smania di raccontare alle conoscenti il bene ch’essi facevano. Così le persone ciarliere fossero premurose di divulgare le azioni oneste, e non di riferire, spesso con aggiunte e scandalo e calunnia, le disoneste! La stessa riservatezza che ci voleva con l’avviatora, naturalmente era da essi tenuta con tutti; sicchè poche cose potrei aggiungere a questo racconto, se voi non vi contentaste di sapere che l’Anna in capo a un anno partorì felicemente un bel maschiotto; e che maestro Cecco e Michele, sebbene ogni poco fossero in casa degli sposi, tuttavia non furono contenti finchè non ebbero trovato un piano di casa da potervi abitare tutti insieme, con libertà scambievole e con risparmio.

Vorrei lasciarvi l’animo consolato proponendovi a immaginare da voi stessi le contentezze e la prosperità di quegli onesti artigiani, la buona riuscita, insomma, d’un matrimonio fatto con giudizio. Ma qui taluno s’aspetterà di vedere anche il rovescio della medaglia; e io, a dirla giusta, ho saputo molte cose; ma sarebbe questo un altro racconto così lungo e così doloroso, che ora non ho cuore di farlo. Lasciamo passare almeno un par d’anni; tiriamo un velo sulle imprudenze di quella sventurata, rimasta vittima più che altro de’ traviamenti di un vanesio, che inciampò in tutte le occasioni per divenire uno scellerato; non ci funestiamo con la descrizione de’ suoi errori; non torniamo a umiliar troppo l’ufficio del narratore accennando le sozzure de’ suoi male scelti compagni e de’ loro padroni; di quella funesta genìa di viziosi inculti e di viziosi culti, che tanto contaminano i costumi e la dignità de’ popoli ai quali appartengono, e di quelli tra’ quali vanno girovagando!

Contentatevi dunque di sapere che, in capo a poco più di due anni, Michele, essendo passato a migliore impiego, non solo per la sua capacità, ma più che altro pe’ suoi buoni portamenti, era nella farmacia dello spedale; e talvolta vi faceva di notte giorno per istudiare e guadagnarsi la matricola, o per adempiere sempre meglio il proprio dovere. In una di quelle nottate ecco il suono della campana della Misericordia che gli annunzia una disgrazia. Sebbene e’ fosse già avvezzo a questi casi pur troppo frequenti, nondimeno e’ ne rimaneva sempre afflitto, tanto più che qualche volta gli era accaduto di veder portare nel cataletto un suo conoscente. Quella volta poi, forse perchè nel silenzio della notte il suono lugubre della campana della Misericordia fa più specie, gli venne fatto uno scossone e un sospiro. Udito il secondo rintocco, e poi null’altro:

— È _a caso_, — disse fra sè; — poveretto! — Poi una voce vicino a lui gridò all’improvviso:

— _A caso!_

— Io son qui, — rispose Michele a quella voce, — presto sarà pronto ogni cosa secondo il bisogno.

— I’ vengo di fuori, e ho udito dire che si tratta di getti di sangue. —

— Uomo o donna?

— Donna. — E Michele si sentì un’altra stretta al cuore; s’alzò sollecito come se volesse accorrere a preparare qualche cosa, ma piuttosto per distrarsi da un abbattimento maggiore del solito; e l’altro: — Non c’è furia veh! Benchè gli abbiano a andare sulla piazza della Nunziata, se il male dice davvero bisognerà ch’e’ camminino come le formicole. — Il tempo che passò tra questi discorsi e l’arrivo della malata parve eterno a Michele. Infine ecco lo scoroncìo,[173] ecco il servo colle facciòle, ecco le vesti nere ed il cataletto; e subito la poverina più morta che viva fu posta in un letto caldo, e visitata dal medico astante. Ma pur troppo v’era da ordinar poco!

— Che cosa volete voi medicare, se l’è moribonda? — diceva sottovoce l’astante. — Una servente e il cappuccino.

— La servente eccola qua, — soggiunse un giovane praticante accennandola, e facendo posto anco ad una suora misericordiosa che era di guardia; e in quel mentre scòrse Michele appoggiato a un letto vicino, e quasi privo di sensi. Nel volto cadaverico dell’inferma egli aveva riconosciuto la povera Maria! Il giovine che si accòrse del suo abbattimento:

— Oh — disse forte ridendo — se ci fosse bisogno di medicine, lo speziale ci darebbe un bell’ajuto e non fo celia! E’ non ne può più dal sonno, e si direbbe che ci volesse l’olio santo anche per lui!

— Chetati! — esclamò allora Michele con sdegno represso; e ripigliando tutta la sua presenza di spirito: — Qui non v’è da ridere! Pensa a dare gli ordini per quello che occorre, e io saprò obbedire. — E si collocò a piè del letto di quella disgraziata.

— Corbezzole! — soggiunse l’altro sfuggendo lo sguardo fulminante di Michele, e andandosene con affettata indifferenza. Quindi s’allontanò anche il medico, dopo aver fatto quel più che v’era da fare in un caso disperato. Poco dopo venne il cappuccino coi soccorsi della religione. Anch’egli, quand’ebbe esaminato ben bene l’inferma, abbassò il capo sul petto, e si pose in orazione, aspettando che la si riavesse col riposo e coi ristorativi che le erano stati somministrati. Tanto il cappuccino che la suora erano rimasti uno di qua e uno di là al capezzale, finchè trascorsa una mezz’ora l’inferma aperse gli occhi a guisa di chi si sveglia da lungo sonno, si guardò attorno, ed esclamò delirando: — Dove sono?... Dov’è la mia creatura?... Rendetemi la mia creatura!

— Sì, poveretta! — disse subito il cappuccino. — Come vi sentite?

— Sto bene io; ma la mia creatura! Per l’amor di Dio, rendetemela subito! Non voglio, non posso morire senza rivederla!

— Ditemi dov’è? Chi ve l’ha presa? — esclamò Michele accostandosi e chinando il volto su lei. A quella voce la Maria rimase come impietrita, spalancò gli occhi, fece uno sforzo per alzarsi, ma ricadde subito, proferendo a mezza voce il nome di Michele! Quello sforzo cagionò un altro getto terribile che la ridusse agli estremi. Allora Michele, percotendosi la fronte, si buttò ginocchioni come forsennato, mentre il cappuccino le raccomandava l’anima. Pochi minuti d’agonia, e la sventurata era morta!

Michele non fu più in grado di rimanere nello spedale; si sentiva rodere il cuore dalla gran passione, e dall’impazienza di saper qualche cosa della creaturina che la moribonda chiedeva di rivedere. Uscì ratto ratto, e diviato sulla Piazza dell’Annunziata, e a girare in quei contorni, non sapendo che cosa si pensare, nè dove rivolgersi. Corse alla polizia, fece un visibilio d’interrogazioni, e non ebbe risposte che gli potessero dare qualche lume. Ma la mattina gli venne un pensiero. Corse di nuovo sulla Piazza dell’Annunziata; entrò nello Spedale degl’Innocenti, e a forza d’indagini gli venne fatto di raccapezzare l’origine della disgrazia. Un’ora prima che suonasse la campana della Misericordia era stato abbandonato nel finestrino de’ Nocentini[174] un lattante di pochi mesi; aveva al collo una crocellina involtata in un foglio. Michele riconobbe la crocellina che era stata un regalo dell’Anna all’amica, e lesse nel foglio il nome di Maria.

Con l’andar del tempo Michele potè venire in chiaro di tutto, e a noi basterà sapere che quella meschina, dopo la morte di sua madre, era stata condotta da Cintio fuori via, a Napoli. Quivi costui, dopo aver tentato invano d’indurla a secondare le sue prave intenzioni, prese l’iniqua risoluzione di legarsi le scarpe e fumarsela,[175] mutando nome e abbandonandola nelle stremezze[176] della povertà. La sventurata col suo bambino in collo, si trascinò a piedi, figuratevi con quanti strapazzi, fino a Firenze, dove la miseria, la vergogna e lo sfinimento l’avevano indotta a lasciare in quel modo il bambino, che non poteva più essere nutrito dal seno materno. Ma lo spasimo di quel distacco, dopo i sofferti patimenti, le fece scoppiare il cuore.

Il bambino fu presto levato dagl’Innocenti e preso per suo da Michele, il quale non avendo potuto salvare la povera Maria, volle almeno esser padre di quello sventurato figliuolo, e dargli il proprio nome e l’educazione e uno stato. Così il povero piccino trovò anche una madre, e voi avete già indovinato chi fosse: l’Anna lo tenne insieme coi suoi figliuoli, e senza la menoma parzialità lo assistè come quelli.

Il fanciullino era già arrivato all’età di cinque anni, allorchè un giovine medico, amico di Michele, e venuto su co’ medesimi sentimenti, ritornando da un viaggio fatto per suo studio nella Francia e nell’Inghilterra, lo incontrò con esso per mano.

— Oh! — disse il medico nel far le feste all’amico e accarezzando il bambino — mi rallegro davvero! Tu hai moglie; e che bel figliuolo!

— Eh! non ho moglie io! gli è adottivo — rispose Michele sottovoce; — ma gli voglio bene come se fosse mio.

— Lo credo! Poi seguitarono a passeggiare, e insieme tornarono col pensiero alle antiche ricordanze e a discorrere degli amici della prima gioventù. Allora il medico giugnendo le mani in atto di gran dolore:

— A proposito! sa’ tu chi mi toccò a vedere tra i galeotti nel bagno di Brest là in Francia? E sì che quando imparammo a conoscerlo pareva ch’e’ dovesse fare buona riuscita. Quel Cintio....

— Dio mio! zitto! — e non volendo, tirò a sè con una stratta[177] il fanciullo, che quasi impaurito: «Babbo!» esclamava «non ci sono carrozze!» L’amico, maravigliato: — Sarebbe mai?...

— Non lo dire a nessuno! Chè sebbene quest’innocente non sappia nulla, pure potrebbe un tempo.... chi sa?

— Tu hai ragione. Neanche all’aria! — E s’inchinava intenerito a dare un bacio al fanciullo. Poi Michele soggiunse:

— Disgraziato! E non vi sarebbe verso di far qualche cosa per lui? — L’amico, guardandolo con un’occhiata di rassegnazione compassionevole: — Al mio ritorno dall’Inghilterra era morto — articolò con le labbra; e coprendosi il volto andò via. Michele restò come tocco dal fulmine!

Il buon giovine voleva un gran bene al suo figliuolo adottivo; ma d’allora in poi l’affetto verso di lui fu anche maggiore, e Michelino seppe essergli riconoscente qual vero figliuolo.

Queste due famiglie d’onesti popolani solevano fare di nascosto delle elemosine a chi ne aveva proprio bisogno, e soprattutto quando ricorreva qualche solennità religiosa o qualche festa domestica. D’allora in poi ne fecero anche di più; e ogni volta che un infelice riceveva da essi la carità benedicendo i misericordiosi e ringraziando Iddio con le lagrime della riconoscenza, essi gli dicevano all’orecchio: — Pregate per l’anima di due nostri poveri amici! —

UNA MADRE

I.

— Io non so che cosa mi fare di questo figliuolo — diceva Giuseppe tabaccajo ad un suo amico, additando Pippo, fanciullo di nove anni, e tacciandolo d’irrequietezza, di disobbedienza, di svogliataggine, di monelleria. — È una disperazione; mangia quant’un lupo, consuma scarpe e vestiti per quattro, e non mi guadagna nulla.... Non è buono ad altro che a sciuparmi dei fogli, scarabocchiandoli con la pretensione di disegnare alberi, montagne, casine....

— Come vuo’ tu ch’e’ guadagni, se ancora è bambino?