Part 6
— Sarà pagata, e tanto basta. Non ci pensar più, e non mi domandare altro. E questo è lavoro. Vedi tu? Intanto che aspetto la tela, ecco un po’ di guadagno per tirarsi ’nnanzi. Ora c’è ella la Provvidenza? —
Cintio l’affissava, come smemorato, senza rifiatare; e poi guardando il fagotto delle camicie tagliate, vi scorse accanto quel libricciòlo.
— O questo?
— È mio; l’avevo da tanto tempo!...
— Non te l’ho mai visto. —
E lo prendeva e lo strappava di mano alla ragazza. Quindi scartabellandolo più qua e più là s’imbattè in un punto dove il libro ammoniva le persone, e soprattutto i poveri, a non s’inviziare nel giuoco del lotto. Allora lo gettò via con disprezzo, dicendo:
— Voglio sapere chi te l’ha dato.
— Che c’è qualcosa di male?
— Obbedisci!
— Cintio, oggi tu mi fai paura. Mi merito io forse d’esser trattata così?
— O io? che cosa t’ho io fatto che tu abbia da venirmi fuori con de’ segreti?
— Per carità, non cominciamo co’ rimproveri! Stiamo zitti, che sarà meglio per tutt’e due.
— Dacchè ho messo piede in casa tua non me n’è andata una bene! E ora che sarei, posso dire, a cavallo,[114] peggio che peggio! —
La Maria piangeva; un nodo le serrava la gola...
— Ma ho capito tutto; e so io come regolarmi. Se la mamma dorme, ci vorrà pazienza; la sveglierò. — E indispettito si moveva per entrare in camera.
La ragazza, non potendo articolar parola, tanto era lo spasimo de’ singhiozzi, gli si messe davanti ginocchioni per trattenerlo. Cintio, o che ne fosse davvero intenerito, o che fingesse; — Sta’ zitta! — disse con dolcezza, rizzandola. — I’ non posso patire che tu pianga per cagion mia. Quel che t’avrai fatto tu, starà tutto bene. Sì, ringraziamo la Provvidenza. E anch’io, vedi tu? appunto venivo per combinare qualche cosa del nostro matrimonio, perchè, com’i’ ho detto, da qui innanzi le mie faccende spero che piglieranno buona piega. Bisognava levar di mezzo questa seccata della pigione; e giacchè non ci devo pensare, tanto meglio! Allora lasciamola dormire. Ci rivedremo stasera. — E con simulata dolcezza e serenità se n’andò via, lanciandole uno di quelli sguardi che l’avevano ammaliata. La Maria non ebbe tempo di trattenerlo; non ebbe ardire d’insistere nelle sue domande; e pigliando per sincera quell’espansione di cuore, tornò a rinvigorirsi nell’affetto per lui, si scordò di tutta l’amarezza del discorso tenuto innanzi, e non le rimase altro pensiero che quello di poter concludere presto il matrimonio.
Nella sera medesima l’Anna, parlando con Michele fece cascare il discorso sulla Maria, e gli raccontò l’accaduto della mattina.
— E’ mi pare un buon principio, io l’ho detto sempre; il ravvedimento è sicuro; sta’ a vedere com’e’ si regola quell’altro. — Michele stava zitto e sopra pensiero, baloccandosi con un rocchetto che aveva lì tra’ piedi. Poi disse:
— Non andar tanto in là con le congetture.
— Che ti dispiacerebbe?
— No! gli è forse il troppo desiderio, che non mi lascia dar la via alla speranza.
— Ma a pensare al peggio v’è sempre tempo.
— Anche l’ingannarsi riesce duro; e tu lo sai quanto me.
— Per questo, prima di dirti _rincòrati_, i’ ci ho voluto pensar bene.
— Intanto son passati dei mesi....
— Ma che la medicina opera subito? Qualche volta la guarigione apparisce quand’uno men se l’aspetta.
— Non ne discorrere con me di medicina e di guarigione! Disgraziatamente i’ veggo ogni giorno come vi sia da attaccarsi poco a queste cose.
— Gli è che anche tu se’ malato; e allora come vuo’ tu giudicare della salute degli altri? E poi, lasciamelo dire, la gioventù, a questi lumi di luna, ha troppo cattiva opinione di noialtre ragazze....
— Qui poi non mi mettere in un mazzo con gli altri!
— No davvero!
— Gli è che tutte non somigliano te.
— Che cosa c’entro io? Tu devi dire piuttosto che a forza di gridarci la croce addosso, anche in barzelletta, i giovani s’assuefanno a pensare sempre a male! Lo senti tu? _Lupus est in fabula;_[115] senti tu nella strada il vendistorie? _Le malizie delle ragazze per imbrogliare i giovinotti!_ Le son queste le belle storie ch’e’ vanno stampando! E girano per tutto, e molti le comprano, e ci ridono sopra. I’ vorrei sapere se la povera Maria e un’altra persona ch’è qui hanno tirato a imbrogliare.... Basta! Al più piccolo sbaglio subito la condanna; e il perdono.... signor no, il perdono non vien mai. Bisognava che tu l’avessi vista! I’ scommetto io che se tu fossi stato ad uno spiraglio dell’uscio, a quest’ora tu saresti più persuaso di me! —
Il giovane, commosso dallo zelo della sorella, rasserenò la faccia con un sorriso, ed esclamò: — Sì! tu hai ragione; tu m’hai consolato; i’ la pensavo come te; solamente mi dava noja l’indugio....
— Da cosa nasce cosa, e il tempo la matura. E se tu mi parli di prudenza, i’ son con te: ma non mi fare lo spericolato; non cerco d’altro. —
Michele alzò gli occhi al cielo, sospirando e toccandosi il cuore, e andò in camera, perchè aveva bisogno di star solo. L’Anna si rallegrò tutta, perchè quello, secondo lei, era buon segno; e chi sa fin dove l’affettuosa immaginazione allora la trasportasse!
I loro animi erano rimasti in tale stato di speranze, quando maestro Cecco tornando a cena la sera dopo, restituì all’Anna una parte di que’ denari che aveva presi seco la mattina per pagar la pigione de’ due piani: — Non ce n’è più bisogno; tu li puoi rimettere insieme con gli altri già assegnati per rifarti il corredo. — I figliuoli rimasero stupefatti.
E Michele: — O come va la faccenda?
E l’Anna: — Forse che da un momento all’altro la Maria ha potuto pagarla da sè?
— Cintio ha disdetto la casa.
— Possibile! Si vede che ancora non sapeva nulla....
— Anzi, lo sapeva. L’ha disdetta stamani; ed ha avvisato il padron di casa che badasse bene di non pigliar quattrini da me.... E qualche altra cosetta poi.... ma.... non ci va badato. Il fatto è ch’i’ non ho potuto insistere.... Che cosa volete voi? Alla fine io non saprei costringere chi si sia a ricevere da me un servizio per forza. —
Questa notizia per l’Anna fu una saetta a secco. Michele con le mani incrociate sul petto la guardava in silenzio. E lei non potendo sostenere i suoi sguardi, quasi fossero un rimprovero per le parole del giorno innanzi:
— Quei quattrini — esclamò tutta contristata — non li ripiglio davvero! Fatene voi quel che volete; fatene un’elemosina. I’ non vo’ più pensare a corredo. La cena è pronta; v’aspetto di là. — E andò via, nascondendo il viso nel grembiule.
— Che cos’è stato? — disse maestro Cecco al figliuolo.
— Vo’ conoscete il suo buon cuore; non dico altro.
— Eh! tu puoi credere se anch’io ci patisco. Ma no’ siam lì: quando proprio non vogliono! Quando se n’offendono! Ora mi dispiace doverglielo detto. I’ non credevo che la se n’avesse ad affliggere tanto. Gli è vero che l’erano amiche.... Sta tutto bene.... Ma, vedi, con te posso andar franco; tu devi essere spassionato.... Quel ragazzo, per non dir altro, ha fatto un diavoleto, una dicerìa contro di noi, come se no’ volessimo, che so io? metter su la fanciulla a dargli licenza.... E guarda con chi è andato a sfogarsi! Col padron di casa, che non gl’importa nè punto nè poco di queste ciance! Si può egli avere meno giudizio? T’assicuro io che ho durato fatica a non uscire da’ gangheri![116] E quasi quasi ho gusto che se ne vadano. Tanto, secondo quel che ha detto colui al padrone di casa, presto si mariteranno. Almeno quella povera ragazza non sarà più menata per bocca dal vicinato. E può darsi che a lui, dopo averla presa, ritorni quel po’ di giudizio che aveva prima che imparasse a conoscerla.
— Speriamolo!
— Dunque, senza stare a dir tutto alla tua sorella, tu vedi quanta prudenza ci vuole! Quel che si poteva fare noialtri, l’abbiamo fatto, mi pare. Nondimeno, quand’occorra son qua. Troppo sarebbe se in questo mondo si dovesse far servizio solamente a chi lo merita! Bisogna compatire l’ignoranza, l’inesperienza, e badar sempre che il giusto non ne soffra pel peccatore. —
Figuratevi se Michele era spassionato come credeva suo padre, e se quelle parole gli arrivarono all’anima! Nondimeno e’ fece di tutto per non gli dare a trapelar nulla, e tornò a nascondere in seno quel segreto che da un pezzo era solamente palese alla sua sorella. Questa giudicò subito che Cintio avesse fatto ogni cosa di proprio arbitrio, e diede nel segno. Sebbene accortamente ammonita da Michele a regolarsi con molta cautela, tuttavia si propose di cogliere la prima occasione che si fosse offerta per tentar di nuovo l’animo dell’amica. Passarono cinque o sei giorni senza che il caso le facesse incontrare insieme. In questo tempo Cintio concertò molte cose con la vecchia; scovò un ingarbugliatore,[117] un mezzano di scrocchi, per vendergli a pochi soldi le sue ragioni su quel meschino assegnamento lasciatogli dallo zio; e parendogli allora d’esser ricco, fece animo anche alla Maria, sicchè la non ebbe più ritegno a rimettersi in lui in tutto e per tutto. Sbrigatasi a cucir le camicie, le riportò all’amica in tanta fretta, che questa non ebbe tempo d’entrare in discorso di nulla; ed appena la vecchia potè fare due passi, Cintio condusse lei e la figliuola a veder la casa che aveva scelto per loro. Il quartierino era già spigionato; la vecchia ne rimase contenta, e in quattr’ e quattr’otto[118] messero mano a sgomberare.
L’addio tra le fanciulle in apparenza fu freddo; ma l’Anna era piena d’afflizione, e le pareva che la sventurata andasse proprio a precipitarsi senza che a lei rimanesse alcun verso per soccorrerla. La Maria non aveva parole fatte, in parte per essersi abbandonata alla speranza di diventar presto moglie di Cintio, giacchè quella volta sembrava ch’e’ dicesse davvero; in parte per quel rammarico quasi superstizioso che nasce quando si va via da una casa dove abbiamo passati molti anni, gli anni più belli della vita, come se quel cambiamento ci dovesse portare disgrazia, o fosse un distacco dagli affetti dell’età innocente, un oltraggio alle dolci ricordanze che ci vengono anche dalle nude pareti. Le fanciulle si diedero un bacio, ma i’ non vi so dire che cosa le provassero in quel momento! La vecchia non rifiniva di ringraziare; e, poveretta, sebbene mal prevenuta contro i pigionali, chi sa da quali fandonie di Cintio, pure i suoi ringraziamenti erano sinceri ed affettuosi, e le fecero spremere qualche lagrima. Michele e maestro Cecco dissero poche parole nel momento della separazione; quasi punte quando furono rimasti soli. In seguito ognuno si diede a mostrare scambievolmente d’aver dimenticato le pigionali, ma non era vero. E Dio volesse che i loro taciti voti fossero poi stati esauditi!
Dopo quella separazione, le giovani tessitore non s’incontrarono più neanche dal mercante; e solo in capo a qualche settimana Michele seppe che la Maria era stata sposa di Cintio, e non si curò d’altro, nè di parlarne all’Anna. Ma lei ebbe la stessa notizia dall’avviatora; e di più questa donna con la lingua affilata bene, con una chiacchiera da tenere addietro un avvocato:
— Per una certa congiuntura gli avranno avuto fortuna — aggiungeva, — ma che import’egli? e’ si son fatti anche scorgere nondimeno!
— Basta che gli abbiano avuto fortuna, come vo’ dite; non m’importa del resto.
— Uh! che male fo io a dirvi come l’è andata? E’ non c’era principio di conclusione; sempre il casetto per tirare in lungo; ma tutt’a un tratto, vo’ l’avrete sentito dire anche voi, una signora, per non so che festa, dà la dote a due ragazze, ridete! a patto che le si maritino per l’appunto in quel giorno. E lui, subito a metter di mezzo persone da ogni banda per fare aver questa dote alla Maria: e vi riescì, e stiacciò tutto l’affare[119] così su due piedi. Oh! con le su’ spacconate da bravazzone, col su’ baco[120] di grandezza e di lusso, un bell’onore! E poi un desinare spropositato, in campagna, con l’invito a una tregenda[121] di que’ soggettini che vo’ sapete, e scialo di vestiti, di svaghi alla smargiassona.... Insomma il lupo perde il pelo, il vizio mai; di lì a pochi giorni s’era ridotto al verde, dopo aver fatto più spropositi che non ha foglie maggio; sicchè la dote.... mi spiego? — soffiando sulla palma della mano — _tabula rasat_. Ecco il bel frutto d’una carità estrosa come quella. Una dote, non dico.... l’è sempre una carità fiorita; ma vedete voi che razza di matrimonio per godersi que’ pochi! Un giorno contenti come pasque, e poi alla fin del salmo, le tenebre per casa, e più tribolati di prima; un branco di figliuoli come le dita e rilevati male; punto giudizio, che dovrebb’essere il capo essenziale; litigi un dì sì e un dì sì, e tutto a traverso. L’è pure la gran passione, figliuola! Io per me, se fossi una signora che volessi dare la dote, invece di quattrini, una botteguccia, un telaio, o qualche altro arnese da mestiere; e poi gli sposi meschinelli, i’ li vorrei prima conoscere ben bene da me; e dare il tempo di concertar le cose con garbo perch’e’ non avessero a metter le mire troppo alte quando la scala non v’arriva. Ormai, i’ n’ho visti tanti di questi matrimoni abborracciati con gli assegnamenti che non servon neanche a mezza via! Come l’Ammannato «i quattrini son finiti, e il tempo è avanzato.» E poi chi li leva dagli stenti? Oh! s’e’ ne va uno bene gli è proprio miracolo!... —
L’avviatora voleva riportare altre chiacchiere o esagerate o false, un guazzabuglio dal quale veniva anche intaccata l’onestà di Cintio e forse quella della sua moglie; ma l’Anna le troncò le parole in bocca, ammonendola a non credere poi tanto al male che si dice di questo e quello, ed a non spandere le ciarle a danno del prossimo.
— Io li conosco bene tutt’e due.... — soggiungeva.
— Sie guà! ditelo a me! E dopo l’azione ch’e’ v’hanno fatto, i’ mi maraviglio che vo’ la ripigliate per loro. Quando la bontà passa la parte, i’ la chiamerei buaggine,... a casa mia.
— Appunto per questo; s’i’ non li conoscessi bene non fiaterei. Ma la verità sempre a suo luogo: se v’è del guaio e’ dipende tutto da inconsideratezza e dal bazzicar male, e non importa andare a dirlo al popolo ed al comune. E poi, le cose sapute in iscorcio, vo’ non dovete mai correre a crederle, e molto meno a raccontarle se anche le fossero da potersi dire senza far pregiudizio al terzo ed al quarto. D’avanzo no’ siam menati per bocca da chi ha sulla cuccuma i poveri,[122] da chi non vorrebbe confinare con noi! La sarebbe agra ch’e’ ci si avesse a dar l’asce su’ piedi[123] da noi medesimi!
— V’avete ragione; la mi torna, anche a me mi piace d’essere schietta, e non mi voglio aggravar l’anima. Oh! prima di buttar fuora una proposizione ci penso, sapete? E so ch’i’ so che se mettiamo la mano al petto, anche noi la si leva lebbrosa. Nulladimeno ognuno è figliuolo delle sue azioni; e bisogna poi vedere di chi si parla. Sicuro, di voi e de’ vostri uomini com’essere, che vo’ siete benedetti, non c’è da dirne altro che un mar di bene!
— I miei uomini hanno giudizio....
— E buon cuore; e vo’ tirate da loro, e tutti lo sanno, sapete? E ben vi sta, che vo’ non abbiate astio a una regina. Benedetta quella mamma che v’ha fatto!
— I’ ho avuto l’esempio in casa, è naturale ch’i’ cerchi di fame pro.
— Badiamo veh! L’esempio sempre non basta. E ognun ch’è ritto può cadere. Che v’è egli da dire della Teresa mia cognata? La si strascica un po’ troppo per le chiese, a dirvela tonda tonda, ma poi l’è una coppa d’oro. Nulladimeno quella pettegola muffosa[124] della su’ figliuola.... quando la mamma non è in casa, non passa una mosca che la non sia subito alla finestra; e spesso fuori a giostroni[125]....
— Ma fatemi il servizio; non toccate più questi tasti.
— Insomma è una stirpaccia....
— E con tanto ciambolare[126] vi verrà troppa sete.
— Sie! che bocio come s’i’ fussi in pulpito? Gli è che vo’ non volete sentir tagliare i panni addosso[127] a nessuno.
— Giacchè vo’ l’avete detto da voi, scusate, ma l’è così.
— E io son del medesimo sentimento.
— Allora tanto meglio.
— Ma zitta come un olio, non mi riprometto davvero! Quando mi sento sollevar la bile non mi posso tenere. I’ sare’ ita in convento, s’i’ avessi voluto gastigarmi la lingua.
— O che non si può discorrere senza impacciarsi de’ fatti degli altri, e senza scoprire le magagne del prossimo?
— Provatevi, se vi riesce! Povera fanciulla! Vo’ siete tanto buona voi! I’ vi compatisco! Lasciatemi dire, tanto son sicura che le rimangon morte qui. Vo’ non sapete quanto il mondo sia sconsagrato in oggi! Voltatevi di qua, voltatevi di là, per tutto c’è il baco.... Proprio, quando ci penso, i’ non vi so dir le pene ch’io provo! E’ me ne va il sangue a catinelle! Girate un poco e specchiatevi. Un diluvio di rompicolli oziosi, bighelloni, sfacciati, caparbi...; e i ragazzi imparano, e vengon su sgloriati e monelli peggio di loro; e prima d’aver rasciutto il latte su’ denti, non apron bocca se non per dire delle cosacce.... Ma i’ non l’ho con loro io; i’ l’ho con le mamme, che della pasta di quelle di prima, se ce ne sono, le si contan proprio a dito.... Questo poi sì! Chi si sente scottare gridi ohi! Ma viva la faccia della verità! I’ la dico e posso dirla, perchè non porto la livrea di nessuno. E benchè povera, quand’i’ n’abbia tanti da campare col mi’ lavoro, per me gli è tutto quel del mondo.... E ora ch’i’ mi sono un po’ sfogata, seguitate voi, s’e’ vi garba.
— Vo’ la conoscete, non è vero, l’Assunta di via Gora?[128] Quella che incanna l’orsoio?[129] la moglie del ciaba?[130]
— S’i’ la conosco! da cima a fondo. Ch’ha ella fatto? Qualche sproposito? Di lei poi mi parrebbe impossibile, perchè, a dirla giusta, l’è una buona creatura.... povera sì, e dimolto, ma buona; e anche il su’ marito.... gli stanno bene insieme. Già i tribolati nelle barbe[131] che male volete voi ch’e’ ci facciano?
— Or bene; con tutta la miseria che hanno addosso, vedete? gli hanno preso per figliuola quella povera creaturina che, due mesi fa, restò senza babbo e senza mamma....
— I’ ho capito. A dire eh? O come fann’eglino a camparla, se gli hanno un dicatti[132] di mangiar pane e coltello?
— Eppure ci riescono! A forza di lavoro, tutt’e due la rimediano. L’imbroglio stava nel vestiario, perchè la piccinuccia, poveretta, era proprio nuda bruca come un vermine, senza neanche un brincelluccio[133] di camicia. Dunque, e’ non avevan mai chiesto una capocchia di spillo a nissuno; ma per amor di lei, che cosa volete! Uno spoglio da quella, un cencio da quell’altra, gli hanno trovato da rivestirla di tutto punto, e la mandano pulita, ravvìatina che la pare un giojello. E tutta roba di poveri. O andate a dire!
— Per codesto i’ n’avrei da contare anch’io delle belle! Naturale![134] Troppo sarebbe che tutti gli avessero a essere a un modo! Dianzi, che cosa credete voi? i’ ho detto per dire. Quando vedo certe cose.... basta! mi sento arrugginire, e gli metto tutti in un mazzo. Ma poi, i’ son ragionevole. Anzi bisognerebbe che vedessero, quelli che non la perdonano a nessuno, quelli che ci vorrebbero vedere sterminati, noialtri poveri, bisognerebbe che vedessero le cose ch’i’ ho visto io con quest’occhi!... Oio![135] quelle du’ maestrine che stanno in Palazzuolo![136] oh quelle sì, benedette loro, che le fanno una carità fiorita! Come? I’ non ve l’avevo mai detto? State a sentire, veh! Le son povere la su’ parte anche loro! E’ si può credere quel che le guadagnano a tenere a scuola una ventina di bambine! Chi dà sei crazie il mese, chi un giulio,[137] e gala se qualche mamma un po’ meno in miserie l’arriva fino alla lira;[138] e poi, da certe famiglie, tribolate come don Vincenzio che sonava la messa co’ tegoli, non c’è da ricavare neanche un sospiro. E per questo? O che quelle povere piccine dovrebbero rimanere nel mezzo della via? Padrone d’andare a scuola; e la stessa assistenza per tutte; e spesso e volentieri, se le v’entran digiune, le ritornano a casa satolle. Dunque, ora viene il meglio; e io lo so perchè in quella casa avvìo due telaja; queste maestrine le seppero di due signore di loro conoscenza che erano ricadute al basso....[139] il perchè, se fosse vero! volete voi ch’io lo dica?
— Che sarebbe cosa di male?
— Piuttosto! Conseguenza di poco giudizio.
— Dunque chetatevi.
— Tanto la non è certa. Ma insomma, finchè uno ha denti in bocca, non può saper quel che gli tocca, le non avevano da pagar la pigione nè da sdigiunarsi; e, meschine loro, per chi non è nato di povera gente, per tutti veh! ma per loro poi, l’andare a parar mano è cosa troppo dura. I signori, o in auge[140] o ricaduti, so com’e’ pensano; i’ n’ho praticati a barche! Sicchè, per tornare a bomba, le maestrine che cosa ti fanno? Alla meglio d’un letto le ne stampan due; una materassa per loro su quattro legnucci, e una materassa col saccone e le panchette per le signore. E poi le vanno a profferirlo, così per poco tempo, tanto che le possano provvedersi di meglio; ma il poco tempo è diventato dimolto. Intanto le maestrine a mendicar lavoro uscio a uscio per le signore, a riscoter per esse perchè le non dovessero rinchinarsi a nessuno; insomma le si riebbero da morte a vita, sapete? e le vi son sempre; e sempre le vi staranno, perchè le si vogliono un bene dell’anima. E poi si dirà che tra donne e donne non ci troviamo mai d’accordo? Lo vedete voi? Inclusive tra quelle di nascita differente!...
— Lasciamo stare la nascita; no’ siam tutti figliuoli dello stesso Dio. Gli è che quando si sta insieme per ajutarci l’un con l’altro, per lavorare, per essere onesti, il baco della discordia non c’entra, ve lo dico io! State a sentire d’una donna che ho conosciuto in via dell’Ariento, dove si stava di casa tempo fa! La si chiama Brigida; vedova d’un cenciajuolo. Una donna di un cuore tanto fatto, vedete!... e’ ce ne può essere poche! Basta, vi dirò solamente questo: rimasta vedova, e campucchiando alla meglio col fare i servizi, ma senza voler mai dormire in casa d’altri!... Gua’, i’ la compatisco.... l’ha caro di dormire nel su’ letto; con tutto questo, quando la vedde che una famiglia di tribolati vicino a lei s’era ridotta a non aver altro che un po’ di paglia per dormire, una sera la prese il suo caro saccone di foglie, e ratta ratta la lo portò in quel tugurio: «Animo! dormite qui sopra. Almanco vo’ starete meno sul duro. Sie, sie! vo’ me lo renderete a vostro comodo!» La l’ha ancora a riavere. Ma aspettate; la non è finita qui. Poco dopo, una sua compagna che non sapeva nulla del saccone, la va a raccomandarsi: «Meschina me! la mi’ figliuola, povera ragazza, la s’è strutta com’una candela; il medico l’ha spedita per tisica, e non vuole ch’i’ dorma più seco. E’ dice bene lui; ma e’ non considera ch’i’ non ho altro che una materassuccia di capecchio. E lui, bada a battere,[141] e vuole obbligarmi a mandarla allo spedale. Allo spedale poi non la mando davvero! piuttosto dormirò in terra.» E la Brigida: «Vi par egli? i’ vi presterò la me’ materassa.» «Eh giusto!» risponde quell’altra: «i’ non sono così indiscreta. Prestatemi ’l saccone finch’io non possa avere un lettuccio della Congregazione di San Giovambatista,[142] chè il priore spera bene.» E la Brigida: «Fate a modo mio, pigliate la materassa; i’ l’ho più caro.» «Allora poi,» rispose quell’altra,» che volete voi ch’i’ vi dica? I’ farò a modo vostro.» E così la Brigida rimase anche senza la materassa per parecchie sere, e nel cuor dell’inverno; e nessuno trapelò nulla, altro che quando la si fu ammalata. Allora qualcheduno le rese il bene che l’aveva fatto.
— E io m’appongo[143] chi glielo rese, quel bene: vostro padre.
— Oh! come se in quella strada non ci fosse stato altri che lui!
— No’ ci siamo intesi. E’ non se ne trova de’ su’ pari. So io!...
— Ma assicuratevi che della buona gente ce n’è più di quel che vo’ non credete. —