Racconti popolari

Part 5

Chapter 53,980 wordsPublic domain

Uno de’ primi regali del ricco straniero fu la festa di ballo in maschera con apparecchio d’inaudito sfarzo, con profusione di rinfreschi e di vivande, e con larghissimo invito. Già gli sfaccendati che erano accorsi a strisciargli la riverenza avevano ammirato le sue carrozze, le magnifiche pariglie, i tanti servi riccamente vestiti, il perpetuo va e vieni di signori, di negozianti, d’artefici al suo palazzo; i parassiti più allupati con la consuma in corpo e l’acquolina in bocca,[93] i più solleciti ad apparecchiare su tutte le prode, facevano la posta ai cuochi sul canto di mercato, e ronzavano leccandosi le basette[94] intorno alle finestre della cucina, tirati dall’odore come i corvi alla Sardinga;[95] e insomma il negozio[96] di quella festa faceva strepito dappertutto, ed era la più valida ragione messa fuori da alcuni per dare ad intendere che la città ricavava gran guadagno dall’oro de’ forestieri. Ma le spese fatte per insulsi godimenti e per ogni altra cosa superflua non accrescono la ricchezza d’un paese, poichè allora si tratta per lo più di consumare senza conclusione, vale a dire senza riprodurre. Lasciamo stare i danni che dai lucri troppo facili e inaspettati derivano spesso alla morale degli artigiani, quando non tutti resistono alla tentazione di abusare della larghezza di chi spende, assuefacendosi così alla malafede, e sdegnando poi le mercedi moderate secondo giustizia; e alcuni dopo le furie d’un lavoro abborracciato e ricompensato profumatamente, s’infingardiscono, scialacquano, e in poco tempo, o con desiderj smoderati o con svaghi intemperanti, sciupano il loro guadagno; lasciamo stare il mal esempio che i dissipatori vanno seminando col lusso sfrenato, con le mollezze fatte palesi a chi deve scoprirne per necessità del mestiere tutti i segreti; lasciamo stare l’insolente arroganza di chi ha il solo merito del denaro in casa d’altri, chè spesso ricchezza e sopruso sono fratelli. Ma pigliando solamente ad esaminare l’uso materiale della ricchezza, vedete prima quanto tempo perduto in opere infruttifere da chi si diverte a quel modo, e da chi deve preparare que’ divertimenti! E il tempo è il capitale che ha più valore di tutti gli altri. A ogni modo i mestieranti lavorano, voi dite, e saranno pagati; ma dal lavoro che hanno fatto, che costrutto ne ricava il paese? Un bel vestito che pe’ suoi guarnimenti avrà richiesto tre o quattro giornate di lavoro, e che dopo la festa di ballo non è più portabile, gioverà egli alla prosperità dell’industria quanto un arnese perfezionato per qualche manifattura utile a tutti? Le torme de’ servitori guadagnano e consumano; ma il tempo speso nello stare in un’anticamera o dietro una carrozza, e le forze adoperate per lisciare uomini, bestie, legni e pavimenti, producono certamente meno del tempo e delle forze che il contadino spende nel lavoro della terra. I molti cavalli destinati a trascinare un uomo solo danno guadagno ai mezzani e ai mercanti che li vendono; ma le loro forze, giacchè, povere bestie, sono condannate a servirci, darebbero qualche utilità, quando piuttosto fossero moderatamente usate a movere una macchina. Nella stalla d’un ozioso vi saranno più pariglie ben pasciute e oziose come il padrone, mentre un povero somaro scoppierà dalla fatica sul podere lontano, perchè il contadino che ci somministra il vitto non può mantenere altro che un povero somaro. Le carni, le droghe, i condimenti comperati per apparecchiare un sontuoso banchetto impinguano le casse de’ macellari, de’ negozianti, de’ pizzicagnoli; ma dopo molto strazio di roba per rendere più squisiti i sapori e più sostanziosi i sughi, ne escono pochi intingoli da stuzzicare un tardo appetito, e il resto satolla l’ingordigia dell’ozio subalterno, o va nelle fogne; mentre una povera madre non potrà allattar bene il figliuolo per mancanza di nutrimento sano, o l’infermo in uno squallido tugurio morirà senza che una stilla di gelatina abbia potuto bagnarli le labbra riarse. Ecco là un branco di cani ben cibati e bene alloggiati: che ci danno forse la lana come le pecore?... Dunque su questa terra non vi sono più poveri, e potremo moltiplicare senza bisogno le razze degli animali che non producono nulla, e dare ad essi il pane e le carni avanzate alle mense? Ah! finchè le migliaja patiranno la fame ed il freddo, finchè non sapremo procacciare il lavoro a chi lo chiede, o educare al lavoro chi vi repugna, i godimenti superflui e l’impiego dei capitali in que’ godimenti saranno spese contrarie alla prosperità d’un paese, perchè, dopo aver somministrato un guadagno passeggiero, inaridiscono la sorgente de’ salari. Il cattivo uso della ricchezza è sempre un delitto contro l’umana famiglia e contro la Provvidenza divina.

Intanto e pel forestiere che dava la festa, e pel suo corteggio e per gl’invitati padroni e servitori, i negozianti, le sarte, le crestaje si prepararono a far conti e a segnare spese e fatture su’ libri; gli usurai levarono da’ nascondigli i loro sacchetti per imprestar quattrini col pegno in mano e con mallevadoria più che sicura a chi ne avesse bisogno; e un visibilio di salari, d’elemosine, di pensioni, di lavori campestri, e via discorrendo, rimasero arretrati, perchè tutti non possono fare due spese in una volta; e poi, cava e non metti ogni gran monte scema. Lo credereste? anche Cintio che aveva già tuffato il romajòlo in quel calderone, e sperava a suo tempo maggiori bocconi,[97] anche Cintio trovò il modo di condurre a una festa di ballo la povera tessitorina.

I subalterni di seconda tinta, quelli senza titolo di barone o di cavaliere, servi anch’essi del ricco forestiere, ma non di camera nè di stalla, gente insomma di confidenza minuta, senza nome e giornaliera, avendo non poco braccio nelle faccende di quella baraonda, vollero dare una festa anche per loro e pei loro amici. Presero a pigione la sala d’una locanda, e l’addobbarono con lusso; dipoi una bell’orchestra, uno squisito banchetto, e suono a raccolta di tutto il fiore del servitorame. Cintio fu tra’ primi e de’ più desiderati, perchè valente ballerino e perchè aveva da condurre una bella compagna. Così la Maria, già da lui istruita nel _valzer_ e nella quadriglia, avrebbe potuto una volta sfogarsi. Ma al solito, bisognava che la non fosse da meno delle altre nell’eleganza del vestiario; e questa volta mancava la vincita dell’ambo. S’erano industriati, è vero, e coi numeri della gogna,[98] e con quelli de’ più accreditati autori di cabale, e col libro de’ sogni, e con le visitine alla piazza del Carmine[99], e con le fattucchierie, e coi denari presi dall’usurajo bacchettone, ma non poterono cavar costrutto da nulla. Che cosa si stilla? Nè la sarta nè la crestaja voglion più fare a credenza. Inoltre la ragazza non sarebbe andata alla festa senza la compagnia della mamma, e così cresceva la spesa per mettere in ghingheri anche la vecchia. Cintio ebbe un bel dire, e portare esempi e stampar compensi; la Maria in questo tenne fermo. Pur troppo una benda funesta le s’era messa davanti agli occhi da un pezzo! Ma il naturale sentimento della propria onestà le incuteva sempre un utile ritegno, mantenuto anche dalla presenza de’ virtuosi pigionali, da quella generosa compassione di chi non cova rancore nè pensa a vendicarsi delle ingiurie, ma invece, se non può far di meglio, le dimentica e le perdona; di chi non mortifica con disprezzo, nè ammonisce con presunzione i traviati, ma piuttosto li richiama e li commove con l’esempio. La virtù dell’Anna era per la Maria un modello divenuto ormai troppo difficile ad imitare; ma avendolo sempre davanti, non poteva fare a meno di conoscerne la bellezza. Così il rozzo montanaro, che anch’esso ha avuto dalla natura occhi e affetto per ammirare la perfezione delle sue opere, sebbene gli manchi l’arte per ricopiarle, pur le contempla volentieri sulle tele e ne’ marmi, e gode in segreto che altri ve le abbia sapute ritrarre sì bene. Forse talvolta la Maria tornata in sè con lucido intervallo, ponendo il proprio stato a paragone di quello dell’Anna, e travedendo i pericoli a’ quali era esposta, si sarà abbandonata a quello scoraggiamento che ci fa dire: — Ormai non v’è rimedio; non si torna più indietro; nasca quel che sa nascere,[100] i’ voglio andar sino in fondo; — ma a vedere che i pigionali incontrandola a caso, non la scansavano con dispetto sprezzante nè con alterigia, le tornava allora un po’ di forza per cercare di ravvedersi. Spesso l’intolleranza che pretende distruggere il vizio a furia di flagelli non produce altro che dispetto e ostinazione, come quel maestro di scuola che volendo educare con la sferza i discepoli, provoca l’audacia ribellantesi apertamente contro ogni legge, o suscita l’ipocrisia peggior d’ogni vizio. Ma invece, quante volte un colpevole, volgendo lo sguardo, nella quiete d’una notte serena, alle maraviglie del firmamento, si sarà inginocchiato da sè nella polvere per adorare uno Dio misericordioso, e chiedergli perdono con le lacrime del contrito!

Nondimeno il parrucchiere venne a capo di far fare alla Maria e alla Lisabetta un altro passo falso. La vecchia aveva ancora un vezzo di perle scaramazze,[101] il miglior capo del suo corredo, il solo assegnamento che le fosse rimasto per dare un po’ di dote alla figliuola. Cintio lo sapeva, e cominciò a dire che le perle non usavano più, che quelle essendo così disunite e anche giallognole, non erano da mettersi al collo d’una sposa giovane, d’una sposa cittadina; che quanto a lui sarebbe stato inutile di serbarle;.... e, per fare il discorso corto, quel vezzo fu bacchettato nell’atto, e convertito in tante calìe[102] nè più nè meno come i quattrini dell’ambo.

Così la vigilia della festa la fanciulla era all’ordine per andarvi abbigliata di tutto punto, quand’ecco un altr’inciampo inaspettato; perchè la Lisabetta, che già pativa d’alcuni dolorucci reumatici, peggiorò a un tratto per la rigidezza della stagione, e in guisa da non potersi reggere in gambe. Allora la ciarla del parrucchiere fece nuovi sforzi per ismovere la Maria dal proposito di restare in casa.

— Non dobbiamo noi essere marito e moglie? Per una volta, che male sarà uscir fuori senza lo strascico[102a] della mamma? Riguardatevi, Lisabetta, riguardatevi a questi stridori di freddo. Io.... come si fa egli? Ormai ho promesso. No’ abbiamo speso.... Voi non avete bisogno di nulla; basta che stiate calda; domani non sarà altro. —

E seguitando di questo passo, egli arrivò perfino alle minacce di piantar la ragazza, se non facevano a modo suo. Che cosa volete ch’i’ vi dica? A queste minaccie la povera vecchia s’arrese, e gli sposi andarono da sè soli.

Per la Maria, che non aveva mai veduto una festa di ballo in una gran sala, con profusione di addobbi, di lumi, di rinfreschi, tra una matta allegria, in mezzo allo strepito dell’orchestra, poco ci volle perchè si abbandonasse tutta al suo brio spensierato. Cintio a metter su e dirigere le quadriglie, ballerino agile, elegante, fanatico, faceva la prima figura tra i giovani; e pensate voi se mancarono adulazioni a lei, sempre bella, in gran gala, pettinata stupendamente dalle mani di Cintio, e presto sfranchita nel ballo per la sveltezza e la grazia del personale! Quella festa e quella gozzoviglia durarono fino a tardi; gli sposi furono degli ultimi a uscire; e la Maria, che per la novità dello svago non aveva potuto scorgere quanta licenza vi fosse, andò via desiderando nell’anima che le si desse presto l’occasione di ritornarvi.

Ragionando lietamente di ciò che avevano visto e di quanto s’erano divertiti, giunsero sul Prato, apersero l’uscio, salirono le scale, e costì fecero adagio per non isvegliare la vecchia, immaginandosi che fosse a letto. Ma appena messo piede sulla soglia, sentirono una zaffata puzzolente che pareva sito di cenci bruciati. Ratta la Maria corre in camera: un denso fumo annebbiava la fiaccolina del lume a mano: il fetore mozzava il fiato. — Vergine santa! Dov’è la mamma? — La povera vecchia era sdrajata sopra una seggiola, era basita[103] da quel fumo, da quella peste.[104] Guardano meglio, e s’avvedono che il veggio aveva dato fuoco alla sottana, e su su, fino a bruciare le carni. Il riscontro dell’uscio aperto fece rilevare la fiamma! La Maria, forsennata, perso il lume degli occhi, tremando tutta, si dà a scoter la mamma e a urlare quanto n’avea nella canna:

— Oh Dio! è morta! —

A quelle grida i pigionali si svegliano, e senza metter tempo in mezzo scendono giù. Per buona sorte v’era anche Michele. Vista la disgrazia, manda l’Anna a prendere olio, lardo, cotone; fa correr Cintio in cerca d’un medico, e insieme col babbo si mette a spogliare, e a stracciare le vesti di dosso alla vecchia; poi sdruce la materassa, per adoperarne in compenso la lana, e versato sulla carne l’olio del lume a mano, comincia a ungere e a coprire le bruciature; piglia il cotone del baulino dove pochi giorni avanti stava il vezzo di perle, poi adopera quello che l’Anna era corsa a prendere in casa, e prosegue a spalmare con olio e con lardo e a metter cotone finchè bisogna. Allora fece aprir la finestra, e la sventurata incominciò a dar segno di vita. L’Anna assisteva la Maria, che pel disperato dolore s’era svenuta. Il medico venne subito, esaminò lo stato della malata, conobbe che Michele aveva fatto quel meglio che si poteva; ma ci volle anche una cavata di sangue. Dopo due ore di terribile ansietà, poterono avere un po’ di speranza. Ma le bruciature erano affondate e si distendevano per tutta la gamba e fin sopra il ginocchio. Se il soccorso avesse indugiato, chi sa? e’ l’avrebbero trovata stecchita. Dopo la partenza del medico la Maria sciolse un pianto dirotto e convulso, e ci volle tutta la pietosa misericordia dell’Anna per racchetarla. Cintio se n’andò avvilito e confuso. Maestro Cecco e Michele vegliarono in sala tutto il rimanente di quella notte, e l’Anna non uscì di camera.

La medicatura richiedeva molta diligenza e molta pratica, e la guardaroba ben provvista. Michele esperto infermiere si pose spontaneamente ad ajutare il medico; e l’Anna.... Che cosa volete? le cencerìe[105] di moda che la Maria possedeva non erano neanche buone per far le fasce; e avendo strutto nel lusso tutti i quattrini, non le era riuscito ancora di mettere insieme un correduccio di biancheria; sicchè l’Anna che lo aveva bell’e preparato da un pezzo, chiese e ottenne dal babbo il permesso di adoperarlo in servizio della povera Lisabetta. Allora dovè rifarsi da una parte, e ogni giorno bisognava dar sotto a qualche capo di roba; ogni giorno la Maria, maravigliata di tanta generosità, diceva e diceva.

— Ma zitta! — rispondeva l’Anna, — non ci pensare; lo fo volontieri, sai? Non siamo amiche? non siamo prossimo? Sì, quando potrai, penseremo a rimettere in essere il consumato. Po’ poi tu avresti fatto lo stesso con me.... —

E maestro Cecco e Michele ripetevano su per giù le medesime cose, con quella sincera benevolenza che non umilia chi ha bisogno del soccorso degli altri.

Ma alla mancanza di guadagno per aver trasandato il lavoro, alla pigione, ai debiti.... a tutto questo i pigionali non potevano riparare. Allora Cintio, che non sapeva più dove si battere il capo, consigliò la Maria a mettere in ipoteca que’ ciondoli di valore che erano stati comperati a contanti. Un usurajo de’ più sordidi fu subito pronto, uno di quelli che appena si contentano di prendere un quattrino il giorno sopra ogni francescone,[106] prestando la quarta parte del valsente del pegno, e facendo anche con orribile sacrilegio qualche pia invocazione, per battezzare quale atto di carità l’assassinio. Portati a costui gli orecchini, la collana, gli smanigli, a stento s’appagò di quelle minuzzaglie costose per la fattura e di poco valore intrinseco; ma lo scioperato parrucchiere stretto dal bisogno si lasciò sgozzar dall’usura come chi piglia un cavallo morto oggi per rendere un barbero a San Giovanni.[107] Così la Maria si trovò presto spogliata, e quasi senza costrutto, di tutte quelle cose che non s’addicevano al suo stato. Ma questo non le importava, purchè la mamma guarisse. E infatti per le sue cure e per quelle de’ pigionali, la povera vecchia a poco a poco si riebbe e andò migliorando.

Intanto s’appressava quel giorno nero in cui non vi sarebbe più stato nulla da mettere in pegno; e per soprappiù era imminente il mese della pigione. Cintio, curandosi poco di queste angustie, faceva l’uomo franco, e al solito metteva in campo la sue speranze spallate[108] per tirare in lungo più che e’ poteva. Ma le chiacchiere e le apparenze co’ padroni di casa non contan nulla; e appunto avevano da fare con un uomo che già li minacciava di spogliarli di tutto, e di non aver compassione della povera vecchia inferma, pur di non perdere neanche un picciolo: sicchè o l’anticipato o la disdetta. L’Anna se ne accorse, ne tenne discorso col babbo e col fratello, i quali erano pronti a fare tutto quel bene che avessero potuto, e poi trovatasi da sola a sola con l’amica:

— Maria, — le disse — tu m’avevi dato parola di confidarmi ogni cosa; ma ho paura che tu non voglia farlo quando sarebbe forse più necessario. No’ siamo amiche; le disgrazie non fanno vergogna....

— Credi tu ch’i’ non m’accorga che le mie son disgrazie meritate?

— Diciamo che sia vero, benchè i’ direi più che altro che fosse colpa di poca esperienza; ma questi discorsi ora non ci hanno che fare. A ogni modo, se vi fu inconsideratezza tu l’hai scontata cara anche troppo. Ora vien qui, torniamo a quel ch’i’ dicevo dianzi. Vuo’ tu confidarmi?.... O piuttosto, hai tu gli assegnamenti per pagare la pigione? Scusa.... non te n’offendere; sa’ tu dove rivolgerti se mai ti mancassero? —

La Maria si diede a piangere, senza poter mettere assieme quattro parole di risposta. L’altra, confortandola, aspettò un poco; e alla fine:

— Sta’ quieta; domani il babbo va a pagare la pigione per sè, e ha già pensato per quella via di far un viaggio e due servizi col levarvi questo pensiero. Poi, a vostro comodo, senza stare a dire nè quando nè come....

— Ma questo è troppo! — esclamò allora con trasporto di tenerezza la Maria; — dopo tanti benefizi pagarci anche la pigione! Piuttosto, ecco fatto, ajutatemi a cavar dalle mani dell’ipotecario quelle po’ di gioje, giacchè i’ voglio credere che a venderle vi sia da ricavare....

— Bada, Maria, i’ ho sentito sempre dire che quando si va a vendere certe cose col bisogno alle spalle, e’ si perde ranno e sapone.[109] E poi non ci pensar più, non ti confondere con l’ipotecario, scordati del passato. Oh quanto pagherei a rivederti, come quando si diventò pigionali col tuo vestito di rigatino, attenta al telajo, senza metterti dintorno quello che non ci conviene! E’ si pena poco:[110] un fiore costa un quattrino, ma non sta bene a tutti. Per me tu sei la medesima d’allora, e io ti vo’ bene come prima; e quand’i’ ti veggo afflitta non ti so dire se ci patisco; ma credilo! se tu hai perduto la pace, la contentezza, io la do a quella smania.... tu m’intendi. E sai? A non sapersene liberare v’è anche il pericolo di sentirsi tirar fuori cattivo nome. —

A questo discorso la Maria fu tanto commossa, che non potette fare a meno d’abbracciare l’amica esclamando:

— Tu dici bene! la m’era venuta anche a me quest’idea; mi mancava il coraggio; tu me l’hai dato! —

E corse alla cassa, frugò in fondo sotto un fagotto di cenciucci, bellini all’occhio ma tutta tela di ragno, e cavò fuori il vestito di rigatino, dimenticato laggiù per tanto tempo.

— Sì, — diceva — con questo mi sentirò meglio. E’ mi par d’essere un’altra; questo, sempre questo! Benedetta te, che non hai messo da parte il rigatino! —

E si stringeva al seno quel modesto vestito, come si farebbe d’una cara persona che non si fosse rivista da qualche anno. Ma nello scoterlo cadde in terra un libricciòlo che v’era tramezzo. La Maria non seppe raccapezzare a un tratto che cosa fosse, e andava per raccattarlo; quando, riconosciutolo, e fatto il viso di mille colori, si rattenne stupefatta e quasi paurosa.

— È un libriccino.... — diceva l’Anna, — lo raccatterò io. —

E lo prese, e guardatolo bene, capì il motivo di quella temenza.

Michele, sui primi tempi che furono pigionali, lo aveva letto alle ragazze, ed era tanto piaciuto alla Maria, ch’esso glielo aveva regalato.

— Prendilo, è tuo; perchè non t’arrischi?

— Oh avess’io dato retta, — e si copriva il volto con le mani, — avess’io dato retta agli avvertimenti che sono in cotesto libro! Ma! gli andò in dimenticanza con quel vestito! Mi sta il dovere.

— Tu se’ sempre a tempo. Rileggilo; rileggiamolo insieme. E ricordati che ad ogni cosa c’è il su’ rimedio. Eccolo qui; i’ lo poso sul vestito: gli stanno bene assieme. Su quel che ho detto dianzi ci siamo intese. Il babbo penserà a tutto. Ora poi tu mi devi fare un servizio. Il mercante m’ha messo furia per la tela, e io avrei da cucir subito una mezza dozzina di camicie da donna. I’ non ho potuto dir di no. Figurati: e’ m’hanno fin dato i quattrini anticipati per obbligarmi a pigliarle. Tu non hai nulla in telajo, la mamma sta benino.... E poi, per queste non v’è tanta furia. Dunque intanto poss’io far capitale di te?

— Che discorsi! Ma i’ ho paura di non esser capace....

— Eh via! Che son le prime? Tu cuci veramente bene!

— Le saranno di suggezione....

— No; una cucitura liscia liscia.... Da donna, tu puoi considerare. Anzi le sono bell’e tagliate. Or ora te le porto giù. Eccoti intanto i quattrini della fattura.

— No davvero! Vi sarà tempo.

— Quest’è bella! I’ gli ho avuti; il lavoro lo fai tu; dunque son tuoi. Animo! E più qua, se t’avanzerà tempo, ce ne saranno dell’altre. Addio. — E se n’andò frettolosa, posando i quattrini sul pancone[111] del telajo, senza lasciarle il tempo di ringraziarla.

La Maria, rimasta sola, benedì quell’angiolo, benedì la Provvidenza che per sua mano le mandava lavoro e un guadagno propriamente opportuno; e poi si messe addosso il vestito di rigatino, prese in mano quel libricciòlo, e s’inginocchiò a piè del letto. Le parole, i conforti e i soccorsi dell’amica, il distacco da quelle vanità che l’avevano fatta traviare, e più che altro la contrizione di cuore, le fecero tanto bene, che le parve proprio d’esser rinata. Poco dopo l’Anna riscese con le camicie tagliate, e trovandola con quel vestito e col volto più sereno:

— Così va bene, — le disse — quando c’è il coraggio, c’è ogni cosa.... — In questo mentre sentiron gente che saliva le scale. Tutt’e due riconobbero il passo; l’Anna, senza turbarsi:

— Ti lascio, perchè ho da fare — e andò via; l’altra sospirando non ebbe ardire di trattenerla; fece due passi verso l’uscio, e si trovò Cintio a fronte.

— Che novità è ella questa? Così presto non t’aspettavo davvero!

— Chi è uscito di qui?

— Tu puoi figurartelo!

— E chi t’ha messo in capo di ripigliare il rigatino? Perchè venir fuori con quest’anticaglia?

— Così non l’avessi lasciato mai!

— Ho capito! Or ora anche il casacchino e la rete, — e scosse il capo con un sorriso dispettoso e maligno.

— Del resto, la novità.... Ma ormai pur troppo l’è cosa vecchia. Quel figuro del padron di casa è duro come un masso. Non vuole aspettar nemmeno qualche giorno di più. Pochi giorni bastavano, perchè tra pochi giorni!...

— Oh! tra pochi giorni più panìco o meno uccelli![112]

— Che c’è di nuovo?

— Tu lo saprai allora; ma intanto, bisognerebbe vedere di rimediarla in tutt’i modi. Voglio parlare a tua madre.

— La dorme.

— Dov’è quel libro?

— Che libro?

— Il libro de’ sogni, non mi capisci?

— Cintio, non ti rovinar più che mai; affidati piuttosto nella Provvidenza....

— Sì! la ti calerà il panierino co’ quattrini bell’e involtati in una foglia di fico. L’è una bella parola la Provvidenza!

— Per amor del Cielo, non dir resìe![113]

— Con quell’omaccio non c’è Provvidenza che tenga.

— E io t’assicuro che tu non avrai bisogno di lambiccarti il cervello per la pigione.

— Perchè?

— Perchè domani sarà pagata.

— Ma come?