Racconti popolari

Part 26

Chapter 263,892 wordsPublic domain

Approfittandosi il sacerdote di quel nuovo slancio di tenerezza filiale, tornò a tentare l’animo di Carlo per vedere se gli fosse stato possibile di penetrare il funesto segreto; ma alfine dovè perderne la speranza, e non gli rimase altro che offrirgli il suo ufficio per la confessione, e Carlo l’accettò con riconoscenza.... Ma quando furono al punto più grave, nemmeno il suggello della confessione potè indurlo a svelare il segreto. Il sacerdote usò la dolcezza e la severità: — Tu dici d’essere innocente, di morire onorato; ma intanto il furto del quale ti accusano avvenne, e gli oggetti rubati erano nelle tue mani. Un reo v’è di certo. Tu devi conoscerlo; tu per generosità d’animo non vuoi palesarlo, e ti sottoponi alla condanna da lui meritata. Ma questo, figliuolo mio, equivale a un suicidio! — A tali ed altre parole solenni il giovane non si smosse, e finalmente rispose: — Anche Gesù Cristo era innocente e morì crocifisso! —

Niun altro particolare di quella confessione potè essere conosciuto.... Se non che il sacerdote fu visto uscire dopo lungo tempo dalla carcere col volto oppresso da profonda mestizia, con le lacrime agli occhi, con passi tremanti.

Era venuto il giorno della esecuzione della sentenza. Il giovine orologiaro, estenuato di corpo, ma di spirito sempre imperterrito, fu posto sopra una carretta e avviato al patibolo.

Una moltitudine immensa, accorsa inclusive dalle contrade limitrofe alla Vandea, riempiva fino dalla sera innanzi la spianata su cui sorgeva il patibolo. Tutta la notte, ed era d’inverno, molte migliaja d’uomini, di donne (e parecchie avevano dovuto condurre i loro figliuoli per non lasciarli soli) stati erano allo scoperto, al freddo, affollati per aver posto ad assistere all’orrendo spettacolo! Povero popolo! A che giova parlare di virtù, quando uno spettacolo come questo abbia a venire a distruggere in te ogni sentimento di umanità? E con qual coraggio deplorare la rozzezza dei popoli barbari, e gli orribili pasti dei cannibali, se noi, gente celebrata per coltura, diamo loro siffatti esempi?

Nè minor folla di plebaglia accompagnava il condannato, e si dimostrava più feroce, aizzata forse maggiormente dalla sua intrepidezza; e con urla terribili, scagliandogli addosso e fango e marciumi ed altre immondezze, gridava morte al ladro repubblicano, al ladro sacrilego, allo scomunicato assassino!

In mezzo a questo infame trambusto, odonsi all’improvviso altre grida più acute, più disperate, e vedesi da lontano più agitata la moltitudine. Tutti si spingono là, e ne vengono respinti con impeto furibondo, e molti cadono, e rimangono pesti e malconci; il frastuono cresce e si appressa alla carretta: una donna scarmigliata, con le vesti stracciate e il volto sanguinoso dagli sforzi fatti per aprirsi una via tra la folla, con passi di forsennata e sguardi che mettevano spavento, si slancia sulla carretta, abbraccia il condannato, e gli rimane avvinta come se di due corpi fossero divenuti uno solo.

A tal vista le grida e il furore della plebaglia raddoppiano:

— È la sua complice! è la sua druda! svergognata repubblicana! È una strega! alle fiamme! alle fiamme! —

E la sciagurata, alzando allora le braccia, coi pugni stretti, per dar forza alla voce che le mancava:

— Sono sua madre! Sono sua madre!

— No! tu menti, scellerata, i repubblicani non hanno madre!

E in ciò dire, i più vicini la trassero giù dalla carretta afferrandola per le vesti, e la fecero precipitare in terra. All’orrendo colpo l’infelice giovine perdette il senno e la vista: non vide lo strazio della madre che in pochi istanti fu cadavere; non vide il delitto esecrando d’un popolo traviato da scellerata passione; non vide il patibolo, su cui in aspetto d’infame finì una vita intemerata; non udì gridare con giubbilo infernale, con orrenda bestemmia, da quella misera moltitudine: — Viva la giustizia! —

La madre d’Arturo s’era ritirata in quei giorni in una casetta di campagna, presa a pigione distante alcune leghe da Bourbon-Vendée, perchè non aveva potuto sopportare la vicinanza al luogo del supplizio; ma non bastò questa cautela a risparmiarle il dolore della inaspettata tragedia, giacchè la fama ne corse per tutto. Allora scrisse al figliuolo, narrandogli i miserandi casi, e scongiurandolo a tornare, perchè tanta era la sua mestizia, da aver bisogno d’essere da lui confortata. Ma Iddio nemmeno ai più grandi scellerati ha tolto il rimorso; e Arturo fu così scosso da tale descrizione, che.... sua madre, infelice! lo aspettava; ma invece di riabbracciare il figliuolo, ricevè la notizia ch’ei s’era annegato nella Senna; e la misera donna non ebbe più pace fino all’ultimo giorno, che presto giunse, della sua vita.

Arturo, prima di togliersi con nuovo delitto la sua, ed abbreviare così quella della madre, scrisse al confessore dell’orologiaro, svelandogli il funesto segreto come per la necessità di pagare nelle ventiquattr’ore un debito di giuoco, che egli chiamava debito d’onore, e per la impossibilità di trovare il denaro ad imprestito, si fosse lasciato trascinare al furto sacrilego, e quindi per salvarsi con la fuga, allorchè si vide scoperto e inseguito, avesse voluto nascondere il corpo del delitto nella stanza di Carlo. — E dopo questa confessione, l’afflitto sacerdote ne riceveva un’altra.

Nel casamento abitato da Carlo a Fontenay viveva una fanciulla di sua conoscenza, e che più volte gli aveva assistito amorevolmente la madre in casi di malattia, mentre egli era costretto a stare in bottega per guadagnare. Ingenua, di costumi candidi, non bella, ma di sentimenti elevati, aveva posto il suo amore in quel giovine, e n’era riamata ardentemente.

In una di quelle malattie, a cagion della quale il buon giovine era stato in gran timore per la vita di sua madre, aveva trovato conforto alla sua afflizione nell’affetto purissimo di quell’angiolo di speranza, che così la chiamava; e le aveva promesso di farla sua compagna allorquando co’ propri risparmj avesse potuto mettere tanto da parte da assicurare onorata sussistenza alla famiglia; e fino da quel punto la pietosa fanciulla era divenuta custode del picciolo scrigno, che racchiudeva il danaro di mano in mano risparmiato, e che non doveva essere aperto se non che il giorno della loro felicità. Questo era il patto fra essi concluso nel palesarsi lo scambievole amore; e niun altro fuorchè Dio ed essi doveva conoscere il loro amore e quel patto, prima del giorno desiderato.

La sventurata fanciulla scriveva il mesto ricordo dal suo letticciuolo in cui la teneva confitta una febbre micidiale, la febbre del dolore d’aver perduto, e in che modo, il suo amante; e col ricordo mandava al confessore il grazioso scrignetto di squisito lavoro, tutto di mano di Carlo, con dentro alcune centinaja di lire e un orologio parimente lavorato da lui, e involto in una carta, dov’egli aveva scritto di proprio pugno: «Enrichetta, questo mio lavoro, al desiato tempo della nostra consolazione, segnerà l’ora in cui potremo esser felici!» Nella medesima carta la fanciulla aveva notato che alla somma dei danari da lei ricevuti in più volte mancavano due lire, le sole richiestele dal suo amante la stessa sera in cui dovè partire da Fontenay. Forse erano quelle ch’ei disse d’essersi fatte dare ad imprestito per la cena della povera madre, quand’ella volle fatalmente abbandonarlo. In ultimo aggiungeva la moribonda: «Poichè ambedue quest’infelici hanno lasciato la terra, se non hanno parenti, come credo, e se nella vostra saviezza, reverendo padre, voi l’approvate, chiedovi che questo denaro e il valore dello scrigno e dell’orologio, siano per mano vostra destinati parte a suffragio delle nostre anime, e parte a soccorso dei poveri.»

Il santo uomo, appena ricevuta la lettera e lo scrigno, andò per visitare la fanciulla. Ella era in fine, ma lo riconobbe, e mandò un sospiro di profondo dolore: — Confortati, — disse allora il sacerdote — il tuo Carlo era innocente; il vero colpevole è stato scoperto. — A tali parole la moribonda sorrise guardando il cielo, e con un grido di giubbilo spirò. Le lacrime dei dolori mondani rigavano le gote della vergine, ma il volto spirava la beata serenità della innocenza, che lietamente lasciando questa terra di guai ritorna nel seno di Dio.

La domenica seguente il buon prete, dopo avere spiegato il Vangelo ai suoi parrocchiani, dopo averli commossi con parlare dell’amore del prossimo, stato alquanto sopra di sè, e pregatili a trattenersi un altro poco: — Il dovere del mio ministero, disse loro, m’impone di svelarvi qui, a piè dell’altare, a piè della croce del Redentore, l’innocenza d’un vostro fratello, che per una di quelle disgraziate combinazioni da imputarsi alla fragilità degli umani giudizi, morì condannato come colpevole di un grande misfatto. Io non intendo, nè voi potrete osare di farne rimprovero a chi si sia. La giustizia umana deve avere il suo corso, altrimenti la società perirebbe. A volte sciagurate apparenze la ingannano; ma chi può giudicarle propriamente apparenze quando una colpa è stata commessa, quando il reo s’è potuto celare, quando l’innocente accusato in sua vece non si difende? La giustizia divina soltanto può riparare gli errori della umana; e chi, perchè questa è soggetta ad errare, volesse rispettarla meno, e volesse punire negli uomini i falli involontarj, costui offenderebbe Dio col presumere di far le sue parti. Preghiamo che Egli illumini sempre i giudici, che li renda sempre incorruttibili; rispettiamo le leggi che devono essere rifugio dei deboli e degl’innocenti, e rimettiamo poi tutto nelle mani della Provvidenza divina. Ricordatevi, insomma, di quello che vi ho detto dianzi sull’amore del prossimo, e ascoltate. — Quindi raccontò tutto quello che era necessario a far conoscere evidentemente la innocenza di Carlo, la sua pietà religiosa, le sue virtù cittadine, la purezza del suo affetto per la patria; e li commosse fino alle lagrime.

E allora esclamò: — Popolo mio, fedeli cristiani, non dimenticate il precetto del vostro divino Maestro; amatevi, ve lo ripeto in nome di Lui che tanto patì per la nostra redenzione, amatevi tutti scambievolmente; non vi lasciate traviare dalla funesta passione di parte, non vi lasciate accecare dall’odio; e se avete bisogno di chi vi consigli nei gravi frangenti, ascoltate gli uomini virtuosi che amano lealmente la patria, siano essi chiamati o repubblicani o girondini, o conservatori. Non guardate al nome, ma ai fatti; perchè chi ama lealmente la patria non può ambire altro nome che quello di difensore della nazione, non può volere altro che la osservanza delle leggi e il bene universale. E coloro ai quali è affidato il grave peso di governare i popoli, siano costumati e illuminati da Dio per conservarsi sempre equi e imparziali, per preservarsi essi i primi dalla passione di parte, per operare con fatti, e non con parole soltanto, ciò che il bisogno della società richiede, per mantenere le cose promesse o per non lasciarsi indurre a promettere ciò che poi non avrebbero volontà di mantenere; e allora non si ritroveranno a dover contrastare con le fazioni, perchè esse alla viva luce del vero e della lealtà spariscono come le ombre e i vani fantasmi della notte all’apparire del sole; allora non avranno eglino stessi nè incerta, nè paurosa vita; non vedranno il mostro della discordia empire le carceri, separare le famiglie con gli odj o con gli esilj, insanguinare i patiboli, accendere disperate guerre tra nazioni e nazioni, fra quelle genti che sono fatte da Dio per amarsi come sue creature dilette; nè si udiranno rimproverare poi a loro stessi lo strazio della umanità che dovevano render felice; ma invece saranno chiamati suoi padri, suoi salvatori, e si meriteranno la benedizione delle moltitudini, come io benedico voi, miei cari figliuoli. — E mentre egli compartiva loro la benedizione, tutti genuflessi e singhiozzando esclamarono: — Uniti, e per sempre! la Patria e il Vangelo! —

IL MUGNAJO DI VALLECCHIA

Io mi diletto, voi lo sapete, di fare nell’ottobre qualche viaggetto a piedi, o andando solo o in compagnia d’un amico.

Sei o sette anni fa, essendo già in villeggiatura in un luogo lontano dalla capitale, mi posi in cammino una mattina, che il tempo era bellissimo; e mi era proposto una gita di tre o quattro giorni. Doveva venir meco un valente giovine, ma dopo che io l’ebbi alquanto aspettato, mi fece sapere che non so quale ragione glielo impediva.

Quando ebbi fatto un quindici o venti miglia per luoghi montuosi, verso un castelletto nel quale avrei voluto passare la notte, ecco che a due ore dopo il mezzodì un vento burrascoso incominciò all’improvviso a imperversare furiosamente; il cielo fu tosto coperto di nuvoloni neri neri e bassi, e poi giù a scroscio una pioggia rovinosa, che appena mi lasciò il tempo di prenderla tutta quanta ne veniva. Il settembre era stato piovoso oltremodo, e pareva lecito sperare che l’ottobre sarebbe andato asciutto: ma il cielo che non guarda ai nostri lunarj, che per dirlo con Dante, procede a suo talento «oltre la difension de’ senni umani,» volle quell’anno, e massime quella sera, farci ricordare un tantino i tempi del diluvio universale.

Le strade già guaste dalle piogge precedenti, si convertirono subito in fossi; l’acqua, di sopra, flagellava le schiene, e l’acqua di sotto correva come la piena nel letto di un torrente; e due o tre volte l’ebbi alta fin sopra il ginocchio. Nè una casa, nè una capanna mi riesciva scoprire per trovarvi un po’ di ricovero; e, com’è naturale in questi frangenti, mi pareva che il castello a cui erano volti i miei passi fosse anche più lontano, e tutta quella campagna un deserto. Ci voleva pazienza. La prima scossa non durò molto; ma in breve un’altra non meno copiosa le tenne dietro. Allora, girato un gomito della strada, sopra una pendice vicinissima scòrsi con mia grande consolazione un vasto casamento; e il giubbilo crebbe, allorchè, sbirciando ben bene il desiderato rifugio, vidi qualcuno affacciato a una finestra, che mi restava proprio di fronte. A tale scoperta feci un atto e un grido di allegrezza, come chi da lontano riconosce un amico, il quale accorra frettoloso per dargli un amplesso. La persona, e mi parve un uomo piuttosto vecchio, vide certamente il mio gesto, udì fors’anco il mio grido, capì che era una domanda di soccorso, e chiuse subito la finestra. Tanto più mi assicurai che il cortese abitatore di quella casa avesse la buona intenzione di proteggermi contro l’imperversare della procella; e mi aspettava di vederlo sulla porta spalancata, per accogliere il povero naufrago. Lasciai la strada, e a corsa feci la breve salita, che conduceva al limitare dell’ospizio. Ma ohimè! il portone era chiuso. Aspettai un poco, non vidi nessuno, non udii altro strepito che quello della pioggia e della grandine. Girai gli occhi attorno per vedere se vi fosse una qualche porticella.... del soccorso. Tutto chiuso; muri, cancelli, inferriate, per tutto: bussai, ribussai or qua or là; niuno si faceva vivo; nemmeno un cane che abbajasse! Ho io sognato? diceva tra me. Non ho pur veduto con questi occhi una persona alla finestra? E colui che l’ha chiusa dopo avermi scòrto? Che abbia ruzzolato le scale per la fretta di scendere? Poveretto! mi dispiacerebbe davvero! Ma non sarà solo!... Insomma, dopo altre inutili prove, ebbi a concludere che o la casa fosse disabitata, o che gli spietati padroni di quella non mi volessero dare asilo. Almeno vi fosse stato un tetto molto sporgente, un portico da potermivi rannicchiare! nulla! Pareva il recinto d’un camposanto, d’una fortezza, d’una prigione! Non posso negare che riscesi indispettito, brontolando contro.... contro nessuno; e molle fino alle ossa, ripresi la via, e in su quel primo bollore del crudele disinganno, non mi accòrsi nemmeno che dall’altura si dominava una vallecola sparsa di varie case, e che nelle colline dirimpetto sorgeva il castello, il sospirato termine del mio viaggio.

[Illustrazione: Pag. 315.]

Io me n’andava giù mesto, a capo basso, e senza tanto affrettarmi, come colui che si è già rassegnato a una disgrazia inevitabile, o all’emicrania che vuol fare il suo corso. Ormai l’acqua, avesse anche durato altre due ore, non avrebbe potuto bagnarmi di più: la lavanda era completa.

Mentre dunque, tutto raccolto in me stesso, mi lasciava flagellare dalla piova «fredda e greve,» sento una voce che mi chiama: — Ehi galantuomo! — Parendomi di poter rispondere a questo saluto cortese, mi volto, e vedo un vecchio; non era quello della finestra, «un vecchio bianco per antico pelo,» e biancheggiante anco alle vesti, alto, tarchiato, il quale garbatamente mostrandomi una casipola poco distante dalla strada: — E dove andate a questo tempo? Siete voi pazzo? perchè non vi rifugiate voi in casa mia? Animo, animo! venite ad asciugarvi!

— Grazie, vo al castello; deve essere poco discosto, non è vero?

— È poco discosto; ma, caro mio, non vi potrete arrivare. Il torrente è grosso, e il ponte è stato portato via dalla piena. —

E, senz’altro dire, con un gesto che era insieme cortese invito e risoluto comando, mi fe’ cenno di seguirlo. Io gli vo dietro; egli, anche prima d’essere in casa — Maria! — gridò, — mettete altre legna sul fuoco; le lenzuola di bucato sul letto, e i panni a scaldare. — Poi, voltandosi a me, per darmi il passo: — Entri, caro signore; questo non è tempo da andare attorno: un bicchier di vino, un buon fuoco e un letto caldo, ci vuole per non prendere un malanno. Che mi fa celia? A quanto vedo, la non ne ha risparmiata una gocciola. — E aveva ragione. Appena fermatomi davanti un bel fuoco, feci la pozza. La buona Maria, dopo aver messo le legna sulla fiamma, che già era ben nutrita in servigio di due o tre poveri viandanti riparati prima di me sotto quel tetto ospitale, ebbe a prendere la granata per levare la stroscia[293] dell’acqua, calata giù da tutta la mia inondata persona.

Durarono molta fatica ella e il mugnajo (dalla casa e dalle vesti mi accorsi che tale era il mio protettore), a levarmi di dosso la roba inzuppata; e, bisognò obbedire in tutto il vecchio premuroso, mi condusse in camera, m’ajutarono a finir di spogliarmi, e mi posero nel letto, già scaldato; e intanto preparavano panni asciutti, portavano ad asciugare le mie vesti, mi facevano bevere un bicchier di vino, e mi domandavano ogni poco se io mi sentiva bene, se avessi avuto bisogno di qualche cosa. Insomma, io credo che in casa mia non avrebbero potuto usarmi maggiori attenzioni. Io mi sforzava a ringraziare, a ricusare; gnornò: il mugnajo e la sua degna consorte mi lasciavano dire e facevano. E veramente presto fui convinto che quelle cure non erano superflue. A corpo ed animo riposato, conobbi d’averla scampata bella. Mi si presentarono tutti i fenomeni precursori d’un mal di petto; ma il riparo preso in tempo mi salvò subito. Mi disse poi il mugnajo, che appena vistomi da vicino, giudicò del mio pericolo dall’aspetto livido e dalle labbra smorte e tremanti.

Se avessi un sol momento perduto la mia presenza di spirito, sarei rimasto avvilito in mezzo alla strada.

Io me ne stava beatamente accovacciato in quel letto; i miei ospiti mi avevano lasciato solo, esortandomi a procurare di addormentarmi, e preparando intanto la cena, allorchè udii da lontano le disperate grida di una donna. Balzo dal letto, avvolgendomi in una coperta, e vo per cercare l’uscio e la scala, dubitando che fosse avvenuta qualche disgrazia; ma non conosceva il luogo, era un po’ bujo.... Allora corro ad aprir la finestra, e vedo poco lungi il torrente, che era straripato, e menava una piena terribile. Una donna scapigliata correva, urlava, guardava protendendo le braccia verso l’acqua; e anch’io aguzzando le ciglia al punto da lei accennato, rabbrividii nello scorgere un bambino travolto dalle onde, e a mala pena sostenuto a galla perchè era nel suo cestino di vimini. Misurata subito l’altezza della finestra, e visto che senza pericolo avrei potuto accorciare la strada, pensai, giacchè era nudo e sapeva nuotare, di correre in ajuto del povero bambinello. Mi sbarazzai della coperta, e mi accingeva a saltar giù; ma in quel mentre ecco che il mugnajo s’era già lanciato in mezzo alle acque; con poche, rapide, vigorose puntate giunse ad afferrare il cestino, e bravamente salvò il bambinello dall’annegare, non senza aver corso grave pericolo, perchè il torrente a ogni poco travolgeva ciottoli e massi enormi. Fu tanto il mio stupore e tanta la mia consolazione a quella vista, che io non m’avvedeva d’esser rimasto lì nudo, a cavallo sul davanzale della finestra.

Il freddo e la pioggia mi riscossero; e tornato a coprirmi alla meglio, trovai l’uscio e scesi per andare a stringere, a baciare la mano del vecchio, e dargli libertà di mettere nel mio posto il bambino, giacchè il letto era sempre calduccio. Così facemmo: il povero piccino si riebbe; più difficile fu il far tornare in sè la povera madre, la quale, prima pel dolore di vedersi rapito dalla piena il figliuolo, indi per la subita consolazione di riaverlo salvo, s’era svenuta, ed era presa da forti convulsioni.

Manco male che avendo io qualche po’ di pratica di medicina domestica, ed essendo solito di portare in tasca nei miei viaggetti acqua di colonia e spirito canforato, potei ajutare la Maria e il mugnajo nella pietosa cura che si davano attorno alla meschina; e un’ora dopo, quando la pioggia era già quasi cessata, madre e figliuolo stavano benone, e potemmo accompagnarli alla loro casipola.

Io, coperto dei panni da festa del mugnajo, mi posi quindi nel canto del fuoco, a guardare la Maria, che tranquillamente era tornata ad ammannire la cena, e a raffigurarmi la generosità, la vigorìa, la sveltezza del vecchio. Egli se n’era andato lungo il torrente per esaminare i guasti già fatti dalla piena, o quelli che sarebbero stati da temersi, e per riparare a qualche cosa se fosse stato necessario e possibile.

Non istette molto a tornare, ed erano con lui due bei giovinotti, che non indugiai a conoscere per suoi figliuoli. Mi salutarono con franca garbatezza, e si accostarono al fuoco. Erano anch’essi bagnati da capo a piedi, fangosi, stanchi, ma appena si curavano di scaldarsi. La madre diceva loro che si mutassero; il padre stava zitto: i figliuoli risposero alla Maria rispettosamente, che non pareva loro necessario mutarsi, che una scaldatina bastava, e che il loro maggior bisogno sarebbe stato quello di fare onore ai suoi preparativi. Avevano faticato tutta la giornata per assicurare alcuni argini minacciati dalla piena, e prevenire qualche smotta che avrebbe potuto arrecare gran danno alla vicina campagna, e per fare con sassi, travi e funi un ponticello provvisorio, laddove il torrente correva più stretto in mezzo ad alte ripe; e quel lavoro era stato ordinato e diretto dal padre in servigio degli abitanti della valle e del vicino castello.

Dopo essermi congratulato col buon mugnajo e con la sua moglie, di vedere quei due bei giovinotti dei loro figliuoli, — Gran cosa, — dissi io, — che queste piogge tanto frequenti non abbiano a cessare. Danneggiano le campagne; e anche voi ne patirete, non potendo macinare per soverchia quantità d’acqua. —

Il vecchio attizzava il fuoco, e non rispondeva.

— E nell’estate, — aggiunsi, — spesso avrete difetto d’acqua, perchè questi torrentelli non sogliono avere sorgente perenne; o se l’hanno, è scarsa al bisogno, e non può mandare una macine.

— Così è, — rispose allora il vecchio: — nell’estate si sta un mese, due, a volte tre senza poter macinare. Dategli poi le piene e i guasti degl’inverni piovosi, e sono parecchi anni che abbiamo questo flagello, e vedete un po’ che faccenda! sempre i due estremi! —

E siccome io lo guardava con sincera espressione di condoglianza, quasi invitandolo a sfogarsi meco e a farmi il racconto delle sue peripezie, proprio desideroso che un mugnajo di tanta vaglia, quale mi pareva, potesse avere a suo servigio la cateratta del Niagara, egli con volto sereno, senza burbanza, mi disse: