Racconti popolari

Part 27

Chapter 273,876 wordsPublic domain

— Veda, signor mio, è vero che essendo mugnajo, ricavo dall’acqua il campamento della mia famiglia; ma non mi è mai venuta la tentazione di lagnarmi della troppa siccità o della troppa pioggia, perchè mi pare inutile ogni lamento, quando si tratta di cose inevitabili e che non dipende da noi mutarle a piacer nostro; e soprattutto poi, perchè temerei d’offendere la Provvidenza. Iddio, che governa l’universo, sa quel che fa. Lavoro quando posso e come posso; e piova o non piova, per chi vuole, non manca da fare in casa mia: quando i tempi vanno contrarj, mi ricordo di quelli che ho avuto propizj, e la riconoscenza del bene di cui ho goduto, mi fa sostenere con pace quello che sogliamo chiamar male, e che forse potrebbe anche essere un bene maggiore che il nostro corto vedere non sa conoscere.

— Va bene, — soggiunsi, — la vostra riflessione mi par giustissima.

— Che cosa vuole? Nella mia lunga vita, sebbene abbia visto poco mondo, pure m’è avvenuto più volte di udir taluni lagnarsi dell’asciutto mentre altri dicevano di averne bisogno, e tanti chiedere acqua mentre altri si raccomandavano che il sereno durasse lungo tempo. Secondo i loro interessi gli uni e gli altri erano persuasi d’aver ragione; e mentre questi ringraziavano Dio, quelli imprecavano. E gl’imbecilli o gl’impostori a dire e far cose da pazzi o da empj, speculando sulle superstiziose credenze dei poveri gonzi. Io sono ignorante, si figuri, non so nemmeno leggere, e sbaglierò; ma provo maggiore tranquillità d’animo e più coraggio, contentandomi del bene che ricevo, accettando con rassegnazione il male se tale è, e se deve venire, rimettendomi in tutto e per tutto nelle mani del Signore. —

E senza lasciarmi tempo di rispondere, e accennando la Maria che metteva in tavola un minestrone fumante:

— Ecco intanto un po’ di bene, — proseguì; — se vossignoria vuol degnarsi di mangiare un boccone alla buona con noi, venga qua, e s’accomodi su questa panca, che è più vicina al fuoco. —

Io, stringendogli la mano, accettai subito, e mi posi dov’egli accennava, nel suo posto, nel posto d’onore; dopo il vecchio si assisero i figliuoli, e cenammo lietamente. La Maria stava sempre in moto: non volle essere ajutata dai figliuoli perchè erano stracchi; mangiava un boccone sedendo un poco, e ora dicendo una garbatezza a me, ora facendo un sorriso al marito o ai figliuoli; poi s’alzava a mutare i piatti, a mescere il vino, a mettere in tavola un bel tòcco di lesso, indi un’insalata candida e tenerina, che era una delizia. Per fare onore all’ospite vollero cavar fuori il cacio e le frutta; ma io era tanto bene satollo, che non potei prendere altro: e il vecchio, senza insistere, dette fede alle mie parole, e ci ponemmo a fare altre ciarle.

Poco dopo il vecchio s’alzò, andò a guardare il tempo, e tornando mi disse: — Domani, se non m’inganno, sarà buon tempo: e vossignoria, se vorrà....

— Ma io anderei al castello anche ora: non è tardi; sto tanto bene; le mie vesti sono rasciutte.

— Se ha estremo bisogno d’andare al castello stanotte, io e i miei figliuoli siamo pronti ad accompagnarla.

— Oh! non dovreste incomodarvi!

— Scusi, caro signore, ma la non è pratico di questi luoghi; bisognerebbe passare il torrente tre volte, prima di giungere alla collina difaccia; e poi le strade son rotte e fangose; e benchè la piena sia abbassata e i miei figliuoli abbiano fatto un buon lavoro, chi non è di qui non può arrischiarsi davvero a andare attorno stanotte.

— Quand’è così, piuttosto accetto la vostra cortese ospitalità anche stanotte, che obbligarvi a venire ad accompagnarmi. Ma in tutti i modi io vi do incomodo.... —

Il vecchio, interrompendomi con un sorriso benevolo, prese il lume, mi accennò la scala, e disse:

— Venga, venga dunque a riposarsi; le farà buono. Il letto è rifatto e scaldato, non è vero, Maria?

— Che si domanda? — rispose quella.

— Voi, — riprese il vecchio, volgendosi ai figliuoli, — andate prima a dare un’altra occhiatina alla gora, all’argine, al varco del ponte; assicurate bene i ripari, chè a caso qualcuno viaggiando di notte e non sapendo che il ponte se l’è battuta, non abbia a pericolare; e se v’è bisogno di me chiamatemi, se no, buona notte. — E prese la via delle scale precedendomi col lume: io salutai la Maria e i figliuoli, e lo seguii obbediente come se fosse stato mio padre.

— Non avrà un letto comodo e bello, — mi disse mostrandolo; — ma è pulito, e non posso offrirle di meglio. Se avrà bisogno di qualche cosa, batta le nocca nel muro, perchè o io o la mia moglie, che dormiamo di qua, sentiamo dicerto. Di là dormono i miei figliuoli; ma o staranno fuori buona parte della notte, perchè a questi tempi il torrente ha bisogno d’essere vigilato, o se dormissero, non basterebbe picchiare le nocca; ci vorrebbe un tuono per isvegliarli. Buoni ragazzi, sa ella? Buoni ragazzi! È questo il tempo di dormire la grossa per loro. Hanno da fare più strada di quella che hanno già fatto, se Dio vorrà; ed è giusta che a suo tempo dormano tutti i loro sonni. —

Ciò detto, posato il lume in terra, guardato se v’era in camera tutto l’occorrente, mi dette con lieto volto la buona notte, e andò via senza lasciarmi tempo di ringraziare. Appena gli potei restituire la buona notte con un’altra stretta di mano, che v’assicuro io, fu più eloquente d’un lungo ringraziamento.

Non voglio trattenervi col ricordare le mie riflessioni sul contegno del mugnajo. Ne feci molte, e potrete farle pressochè eguali da voi medesimi. Non ebbi nemmeno la vogliolina di fumare il mio sigaretto. Con la immagine di quel bel vecchio davanti gli occhi, ripensando alle sue parole assennate, alle sue azioni risolute, alla sua schiettezza, al rispetto che i figliuoli, grandi e grossi, gli addimostravano, all’amore di quella madre, eccellente massaja, mi parve d’essere un fanciullino sotto la custodia del nonno; e tanti dilettucoli, gingilli, perditempi, inezie, che a noi cittadini, anche a chi sulle prime le sdegna, a lungo andare sembrano cose necessarie e importanti, non mi passarono per la mente.

Dopo una bella dormita, ai primi raggi del sole mi svegliai. Le mie vesti erano già schierate sopra due sedie a piè del letto. Mi accorsi che anche gli altri erano levati. Mi vestii, scesi, trovai la massaja che mi aveva preparato il caffè, e il vecchio mugnajo che lavora di legnajuolo.

Appena mi vide, mi accolse con un sorriso; e seguitando il suo lavoro: — Non istò a domandarle se ha dormito bene, — mi disse — perchè due o tre volte ho avuto bisogno d’entrare in camera sua, e il rumore che ho fatto non l’ha svegliata. Era buon segno, se non m’inganno.

— Avete ragione. Ho dormito benissimo; e vi assicuro che vo via mal volentieri da questa casa.

— E perchè dunque non rimane quanto le piace?

— Sono aspettato. Ma tornerò a rivedervi.

— Mi farà grazia; e se il mio augurio valesse qualche cosa, lo farei di tutto cuore perchè la non incontrasse una giornata come quella di ieri. —

Intanto la Maria mi mesceva il caffè.

Quando l’ebbi preso, e mostrato di volermi mettere in cammino, il vecchio fece un fischio. In breve comparve uno dei suoi figliuoli.

— Se dunque l’ha bisogno di andar via, ecco qui Nanni, che l’accompagnerà fino alla strada buona. Verrei io, se non avessi bisogno di riparare al guasto del mulino.

— E non dovete privarvi dell’ajuto di Nanni. Ora è giorno, la strada la so....

— Scusi; ma il lavoro che ho da fare non è per Nanni; e la strada è mutata per cagione del ponte, portato via dalla piena. Faccia buon viaggio, e al piacere di rivederci, perchè mi ricorderò della sua promessa. —

Nanni aspettava; la Maria ringraziava me d’aver gradita la loro ospitalità: il vecchio rispondeva con affetto alle mie strette di mano. Chi avrebbe avuto l’ardire di ringraziare? E quali parole avrebbero potuto esprimere quello che io sentiva?

Andai con Nanni, rivolgendomi due o tre volte alla casipola, dove io aveva passato così bene la veglia e la notte, dove io aveva imparato a conoscere una famiglia a modo mio. L’altro figliuolo era andato lontano per non so quale faccenda. Passammo il ponte provvisorio, ed ebbi a rimanere stupito del lavoro che quei due giovinotti avevano saputo fare in poco tempo; e presto giungemmo alle falde dell’opposta collina.

Salendo quella pendice, vedemmo i grandi guasti fatti nella valle dalla pioggia e dalla piena; e appunto nell’osservare la campagna, mi dette nell’occhio il casamento misterioso, del quale non mi era più rammentato per le molte distrazioni avute nella casa del mugnajo.

— Oh! — esclamai, — a proposito! E di chi è quel casamento in collina, poco distante dal vostro mulino?

— Appartiene a un certo signore....

— È abitato?

— Sicuro. Vi sta da sè il padrone.

— E che uomo è?

— Glie l’ho a dire?

— Mi fate grazia.

— È un avaraccio, ma dica avaraccio!

— Capisco. Non sarebbe stato dunque pronto come vostro padre a darmi ospitalità nemmeno con quella po’ po’ di burrasca che mi sorprese ieri per via.

— Credo di no. Anzi direi che se per caso ei l’avesse veduto avvicinarsi alla casa, avrebbe sbarrato le porte, e fatto spengere il fuoco e serrato i cani in cantina per far credere che la casa fosse disabitata.

— Tu l’hai indovinata giusta giusta, — dissi tra me. — Certo la faccia che vidi era quella dell’avaraccio. — E risposi: — Dunque sarà mal veduto in questo paese!

— La si figuri!

— E vostro padre, che cosa ne dice?

— Mio padre?... Mio padre non vuole che si parli mai di quelle persone delle quali non possiamo dir bene.

— Ma, corpo di Bacco, un avaro di questa sorta! mentre vostro padre è così generoso!...

— Eppure ved’ella? Guai a chi lo oltraggiasse in sua presenza. —

— Forse gli ha delle obbligazioni.

— Oh no, signore! Anzi....

— Anzi? Che cosa?

— Io le racconterò un fatto solo, e tanto basta. La potrà giudicare da sè.

— Dunque sentiamo.

— L’abbia da sapere, che un anno, io era sempre ragazzo, l’alidore dell’estate durò tanto in questi paesi, che uomini e bestie incominciarono a patire una sete da morirne. Noi abbiamo un buon pozzo; e mio padre, la può figurarsi, lo lasciò aperto a tutti. Venivano ad attingere acqua di lontano due o tre miglia, e perfino alcuni del castelletto, perchè anche lassù, levato del pozzo dello speziale e di quello del pievano, gli altri erano asciutti; e quei due non bastavano al bisogno. L’avaro ha una gran cisterna, un buon pozzo, due vasche nel giardino; e in casa non v’è che lui, un abatino che dicono suo figliuolo o suo nipote, una donna, un servitore, e due cani per guardia. Sicchè acqua ne avevano d’avanzo, e anche la cantina molto ben provvista di vino! Ma che? sempre chiusi. I poveri assetati potevano picchiare, raccomandarsi, cadere rifiniti a piè della porta.... Se non erano suoi contadini, non potevano sperare d’avere nemmeno una stilla d’acqua. Povera gente! tra il patire che facevano e la paura dei cani, quando s’erano raccomandati perfino piangendo, ma inutilmente, se ne andavano, e allora tornavano a casa nostra, dove, finchè il pozzo ebbe un fil d’acqua, mio padre la spartì con quanti si presentavano. Tre volte almeno si calò giù ad affondarlo, levando i sassi a uno per volta, per non intorbare la poca acqua che v’era; e poi, scavando più qua e più là lungo il torrente, gli venne fatto di rinvenire due o tre polle che davano pochi sorsi in un’ora; ma sempre meglio qualche cosa che nulla. La può figurarsi le benedizioni che davano a mio padre, e le maledizioni che scagliavano contro l’avaro. Ma il babbo li riprendeva, dicendo: — Compiangetelo! egli è più infelice di noi! Non ha altro Dio che l’oro, e vive sempre col tormento della paura e del rimorso!.... — Alcuni più arditi, quando la disperazione fu al colmo, fecero udire feroci minacce.... E mio padre: — Sciagurati! colui col negare di dar da bere agli assetati commette un delitto; vorreste voi commetterne uno maggiore con usare violenza, con chiedere sangue perchè vi vien ricusata l’acqua? Se giungeste mai ad estorcerla a questo prezzo, la si convertirebbe in veleno! — Insomma si può dire ch’ei gli salvasse la vita più volte. Finalmente, vedendo la mala parata,[294] una mattina mio padre andò alla casa dell’avaro; picchiò due, tre volte; non gli volevano aprire: ma tanto fece, che giunse a parlare al padrone, e addirittura gli disse che avrebbe fatto bene a permettere che i poveri assetati attingessero acqua al suo pozzo. Colui a giurare e spergiurare che pozzo e cisterna erano più asciutti del forno. Non era vero. Mio padre con buona maniera, con pazienza, a raccomandarsi. — Se non volete gente sconosciuta per casa, date a me un barile o due dell’acqua che avete in abbondanza, lo so dicerto, e io penserò a distribuirla; e niun altri passerà la soglia di questa porta. — Il bir.... colui sempre duro. Mio padre ebbe a venir via, perchè non volle essere messo a punto di fare quello, che avrebbe biasimato se fosse stato fatto da altri. Venne via, e stette male, proprio male qualche ora, per la violenza che aveva dovuto fare a sè stesso per frenarsi. Il giorno dopo, come Dio volle, il cielo si rannuvolò, e presto una buona pioggia venne a liberarci da tante tribolazioni. Io non le so dire le feste che tutti facemmo. E questa buona gente venivano con le lagrime agli occhi a ringraziare mio padre.... Ma sa di che cosa lo ringraziavano con più fervore? Non già d’avere spartito la nostra acqua con chiunque veniva a chiederla; ma sì d’averli con tanta costanza dissuasi dal commettere un atroce delitto. Avevano patito con rassegnazione, e perciò godevano tutta intera la gioja di vedersi liberati da quel terribile flagello.

Passarono pochi giorni, e nissuno pensava quasi più alle sofferte tribolazioni, quando mio padre, verso sera, volgendo a caso gli occhi dalla parte di quel casamento, vede escire un gran fumo dal fienile: fumo e faville; si mette in sospetto; poi ode alcune grida, e in breve s’accorge che il fienile dell’avaro aveva preso fuoco; e l’incendio era tanto accosto alla casa, che senza pronto soccorso le fiamme avrebbe potuto ridurla in cenere. Subito corre con noi al borghetto, e trova lì sulla piazza gli uomini che se ne stavano impassibili a guardare il bruciamento, come se fossero stati fuochi d’artifizio. — Figliuoli, — esclama, — che cosa state a fare? Animo! Chiedono soccorso, non li sentite? Andiamo! — Ma nissuno si moveva; e vi fu chi disse: — O l’acqua che non volle dare agli assetati non l’ha? Spenga il fuoco con quella. E se vuol bruciare bruci! Noi l’abbiamo patita l’arsura della sete? Provi ora un po’ lui! — e simili altre parole. Mio padre acceso di collera: — Tacete! gridò con una voce da far paura. Vergognatevi! Chiunque si sia, è un disgraziato che chiede soccorso. Così ringraziate Dio della provvidenza che vi concede? Se non volete venire voialtri, animo ragazzi, volgendosi a noi, venite meco, faremo quel che potremo. — E via a casa a prendere l’occorrente. Che cosa vuole? Tutti ci vennero dietro, quali con bigoncioli, quali con secchie, brocche, accette, pale.... Mio padre fece prendere ai più svelti scale, funi, tutto quello che gli parve potesse abbisognare. In un attimo fummo lassù in trenta o quaranta persone; e sotto la direzione del babbo incominciammo a gettare dove acqua, dove terra, a demolire il fabbricato per troncare la strada alle fiamme. Per farla breve, in meno d’un’ora l’incendio era soffocato, e non accaddero disgrazie. Mio padre soltanto, perchè andava sempre innanzi, ne riportò alcune contusioni e bruciature, ma di poco rilievo. Colui e la sua gente s’erano rintanati in un casotto nel fondo dell’orto, tutti più morti che vivi; e sapemmo poi che avevano dovuto trascinare a forza il padrone di casa fuori del suo scrittojo, al quale senza il nostro soccorso il fuoco si sarebbe comunicato di sicuro. L’avaro avrebbe voluto piuttosto morire nelle fiamme, che lasciare il suo scrigno. Anche allora, sa ella? anche allora i nostri buoni vicini ringraziarono il babbo d’aver dato loro l’esempio, e se ne tornarono a casa, contenti d’aver fatto una buona azione.

— Va bene. Ma lo spietato avaro, — dissi io a Nanni, — sarà poi venuto a ringraziare tuo padre?

— Ei non esce mai di casa che sono molti anni, — mi rispose il giovine secco secco.

— Avrà mandato qualcuno....

— La non mi faccia dire altro.

— Ma perchè? Hai tu paura di narrarmi il resto? Che cosa avvenne? Sentiamo.

— Che cosa avvenne? — e fremeva di sdegno. — Mio padre vorrebbe che lo avessimo dimenticato: crede anzi.... Guai se sapesse che io!...

— Ma via!

— Sa ella che cosa disse l’avaro a qualcheduno che non era capace di darci a intender fiabe? Colui disse che il fuoco era stato appiccato al fienile da quella canaglia del borghetto, per vendetta dell’acqua negata.

— Indegno! scellerato! E tuo padre?

— Mio padre? la l’ha conosciuto, e tanto basta! E’ si contentò di esclamare: — Ve lo diceva io, che colui per la sua avarizia è l’uomo più sventurato che possa darsi sopra la terra? Ingratitudine e calunnia! Oh, figliuoli miei, gl’ingrati e i calunniatori sono pure infelici. — E voi dunque gli perdonereste? risposero. — Io lo compiango sempre più. — Ma costui ci toglie anche l’onore! — Che cosa volete che vi tolga l’onore, uno che non sa che cosa voglia dire esser uomo? — E se un giorno venisse, e dicesse: il frutto del vostro sudore è mio; la vostra vita e quella delle vostre famiglie è mia; voi siete tutti miei schiavi, perchè io sono ricco e voi siete poveri.... dovremmo anche allora compiangerlo e sopportare pazientemente? — E che discorsi mi fate voi ora? Che cosa andate voi a pescare fantasticando così?... — Siamo poveri, e non sappiamo quello che ci possa toccare. Colui che ha abbondanza d’acqua ci lascia morir di sete, e noi dobbiamo compiangerlo e perdonargli; è in pericolo di morire nelle fiamme, e noi, mossi dal vostro esempio, esponiamo la nostra vita per la sua, ed egli in ricompensa ci calunnia infamemente; e ancora dobbiamo compiangerlo e perdonargli!... — Ma dunque vorrete farle voi, le parti della giustizia di Dio? Se Dio è misericordioso, volete essere inesorabili voi? — No; ma di questo passo, ci lasceremo mettere i piedi sul collo dal primo scellerato che ci vorrà opprimere, e a forza di compiangere e perdonare.... — Tacete! Quando avvenisse quello che un giusto sdegno ora vi fa supporre, venite a me: ve lo dirò allora che cosa dovrete fare! — E non volle rispondere altro; e tutti se n’andarono silenziosi e tranquilli. Mio padre, nel proferire queste ultime parole, aveva dato loro una di quelle, noi altri le abbiamo viste di rado, ma ce ne ricordiamo sempre, una di quelle occhiate che ci danno la sua anima, che ci fanno diventare risoluti e intrepidi come lui. Da quella volta in poi nissuno ha più rammentato, almeno in sua presenza, nè l’avaro, nè la sua crudeltà, nè la sua ingratitudine, nè la sua calunnia. —

Eravamo giunti a pochi passi dal castello. Nanni si accomiatò. Ci lasciammo con affetto, come se fossimo stati fratelli. Io mi congratulai con lui dell’ottimo padre che aveva. Nanni, guardando il cielo: — È proprio una gran fortuna! — esclamò; e tutto lieto volse i passi verso il mulino.

Io vi ho narrato cose che non sono o non dovrebbero essere straordinarie. Ma se in oggi gli uomini di questa tempra sventuratamente fossero troppo rari, ho creduto che anche voi poteste avere a grado di fare la conoscenza del mugnajo di Vallecchia.

FINE

INDICE

AVVERTIMENTO Pag. V Le Tessitore 1 Una Madre 101 Una passeggiata pei borghi di Firenze 201 Il buono e il cattivo per tutto 277 Il mugnajo di Vallecchia 311

NOTE:

[1] In Firenze, nella Piazza del Prato.

[2] Quartieri dei poveri, dove le donne per lo più esercitavano l’arte della seta. Forse ebbero questo nome da un convento dei padri Camaldolensi.

[3] L’infima plebe; ciane son dette in Firenze le donne che ad essa appartengono.

[4] Aspetto, sembiante di chi supera prepotentemente un ostacolo.

[5] Rumore, frastuono.

[6] Un casamento vasto da appigionare a piccoli quartieri per uso dei poveri.

[7] Autorità di polizia: quelli che ora si chiamano Delegati, in Toscana avanti il 1859 si chiamavano Commissari.

[8] Subitamente, prestamente.

[9] _Stiacciarla male:_ Soffrire checchessia contro voglia e con acerbo dolore.

[10] Ricordi il lettore che l’azione del Racconto ha luogo in Firenze, verso il 1840.

[11] Secondo gli ordinamenti del tempo, i cittadini potevano liberarsi dalla coscrizione, cioè dal prestare servizio militare, pagando una somma in contanti.

[12] _Uno scrupolo senza sugo:_ uno scrupolo ingiustificato, senza buona sostanza.

[13] L’avviatora prepara lo strigato per la tessitora, ossia giornalmente l’ordito già steso sul girellone, perchè la tessitora possa tirare innanzi la tela senza incontrare intoppi.

[14] Discorso lungo e noioso. Le _stampìte_ erano componimenti provenzali a strofe, simili alle nostre canzoni.

[15] Ho tentato un buon affare. Metafora presa dal giuoco delle carte.

[16] Si dice dei fiaschi da vino, quando sono di giusta misura. Qui all’opposto vale: che ha tutte le cattive qualità.

[17] Ingannare.

[18] Esclamazione insignificante, propria del vernacolo fiorentino, oggi fuori d’uso.

[19] Ricevimento. Nello stile ufficiale si diceva che il Granduca apriva il suo _reale appartamento_, allorchè si degnava ricevere i nobili della città e anche di fuori. In oggi si dice, non sappiamo con quanta proprietà, _Tener circolo_.

[20] Che fanno mostra d’ambizione, soprattutto nel vestiario.

[21] _Ganzare:_ vale Amoreggiare non onestamente.

[22] Come correva la moda sullo scorcio del secolo XVIII.

[23] Narra la tradizione che un frate del Convento del Carmine, certo padre Ambrogino, avesse fama di indovinare i numeri che dovevano uscire all’estrazione del lotto; e che le donne del popolo a lui ricorressero per aver la sorte.

[24] Al Battistero.

[25] Modo famigliare che esprime congettura; come dire: Scommetto che....

[26] Corruzione del latino _bene quidem_, che vale: Bene veramente; sta benissimo.

[27] In un attimo.

[28] Schifiltosa, ritrosa.

[29] Prese la via ov’erano le mura della città, che era anche luogo di passeggio.

[30] Tristi avventure; inconvenienti gravi.

[31] Innamorati.

[32] Non bisogna dar retta ai discorsi degli sciocchi.

[33] Cose che danno noia, molestia.

[34] Soggettacci scaltriti.

[35] Scapestrati; diminutivo di ciacco, porcello.

[36] Smorfiosa esagerata.

[37] Oggi via dei Macci. L’una e l’altra, sono strade abitate in massima parte da gente del popolo.

[38] Ho esperienza.

[39] Piccole ciocche.

[40] Autorità di polizia: quelli che ora si chiamano Delegati, in Toscana avanti il 1859 si chiamavano Commissari.

[41] _Rimbombolare:_ lo stesso che arzigogolare, fantasticare.

[42] Osservazioni inutili; argomenti inconsulti.

[43] Risolversi a far una cosa con efficacia.

[44] Ricevimento. Nello stile ufficiale si diceva che il Granduca apriva il suo _reale appartamento_, allorchè si degnava ricevere i nobili della città e anche di fuori. In oggi si dice, non sappiamo con quanta proprietà, _Tener circolo_.

[45] Strada contigua alla Via del Purgatorio.

[46] Eccessivamente affaticati.

[47] Non avere mai neppure un quattrino.

[48] Lorenzo Lippi fiorentino, pittore, e poeta, nato nel 1607. Passando dal castello di Malmantile vennegli il capriccio di comporre una leggenda in istile burlesco, e tanto vi lavorò attorno con l’andar del tempo, che la leggenda divenne un poema faceto, in stile vernacolo, col titolo _Il Malmantile racquistato_, pieno di ridicole novelle, di proverbi e graziosi idiotismi, pregevolissimo d’altronde per lo studio della lingua. Secondo lui _Malmantile_ significa una _cattiva tovaglia da tavola_; e conclude il poema avvertendo che quelli i quali vogliono sempre godersi l’allegria de’ conviti, per lo più si riducono a morire fra gli stenti.

[49] Capricciosa, fantastica.

[50] Vana mostra.

[51] Faccendiere, mestatore; Chi appalta, sopraffà con le parole.