Part 25
Quando egli ebbe preso la risoluzione di ritirarsi per qualche tempo da Fontenay, alcuni suoi amici, che erano caduti in sospetto pressochè come lui, vedendosi soprastare non meno gravi pericoli e avendo in molta estimazione il suo senno, risolsero di seguirlo; ma non incontrarono subito egual fortuna, poichè mancò lavoro per essi, e doverono qualche po’ di tempo vivere a spese di lui. Il che non potendo, per giusto sentimento della propria dignità, sopportare, gli proposero di andare tutti insieme alla capitale, dove, a parer loro, doveva esser facile trovare da allogarsi tutti in qualche officina, e dove si figuravano che sarebbero stati più sicuri: perchè, dicevano, a Parigi la rivoluzione trionfa, e non può essere a meno che si sostenga, dacchè è nata per cagione del governo medesimo, il quale non ha mantenuto quello che aveva promesso; e il governo sleale è già caduto, nè si vede che ormai i suoi fautori abbiano più forza di ristorarlo. Noi dunque staremo con la parte che ha più ragione.... Ma Carlo, che per onesti riguardi era alieno dall’abbandonare senza assoluto bisogno il suo paese, e che giudicava poter servire per tutto la patria nel caso che essa chiamasse anche lui, ricusava d’unirsi a loro; e udendoli ragionare di parti ne mostrò dispetto, e persistè più che mai nel rifiuto, troncando ogni loro insistenza con queste parole: — Io amo la patria, e non farò altro che quello che un buon Francese dee fare. — Nientedimeno essi presero in mala parte la negativa e queste parole, e la loro scontentezza giunse a tal segno, che, dimenticata la stima avuta per lui fino allora, la fiducia ch’ei meritava e il soccorso ricevutone, convertirono l’amicizia in odio, e se ne andarono, dicendogli: — Ah! ti abbiamo conosciuto; anche tu sei un realista. Ci pareva una cosa.... ma t’è caduta la maschera. Resta, resta pure a Bourbon-Vendée, che è proprio paese fatto pe’ pari tuoi. —
Egli compassionando la cecità degli sconsigliati, continuò tranquillamente il suo lavoro; e già era passato parecchio tempo che accudendovi con indefessa fatica era pervenuto a guadagnare assai bene, da poter assistere anche con maggior larghezza di prima sua madre.
Ma questa era soddisfazione troppo leggiera a confronto del dolore di vedersene separato; e quando, per le premure del confessore, era, forse più ch’egli non si aspettasse, vicino il giorno in cui o a Bourbon od anche a Fontenay se le sarebbe potuto riunire, il forte patema d’animo, covato per tanto tempo, gli cagionò una malattia pericolosa.
Il suo confessore vedendosi mancare per molto tempo le notizie che soleva regolarmente riceverne, dubitò di quello che veramente era, e corse a trovarlo. Il povero giovine con la speranza di guarir presto, non gli aveva in sul principio fatto saper nulla, per non metterlo in pensiero. Quando avrebbe voluto avvisarlo, non poteva a cagione del male aumentato a dismisura. La vecchia portinaia di quella casa lo assisteva con amore, ma i doveri del suo impiego e la vecchiaja impedivano che l’assistenza fosse quale il bisogno chiedeva. Il sacerdote giunse in tempo per provvedervi; chè se il malato gli parve grave, pur nonostante, per la esperienza che di tali cose aveva fatta, giudicò che potesse guarire, e che fosse per essere più efficace la cura del morale che quella del fisico. La sola sua presenza, quando Carlo lo riconobbe, lo aveva fatto alquanto riavere da un abbattimento che a primo aspetto sarebbesi creduto letargo mortale; e viepiù lo rianimò col palesargli di mano in mano le buone disposizioni della madre, con usare, nell’esortarlo a farsi coraggio, quei modi così pietosi, così soavi e persuasivi, nei quali non era chi lo agguagliasse.
Indi, per buona sorte, abitava il primo piano di quella casa, una vedova, donna ragguardevole pei suoi egregi costumi, e tenuta in grande estimazione da tutti pei meriti del suo defunto marito, che aveva reso segnalati servigi alla Francia. Era anche facoltosa, benchè non fosse più ricca come per l’innanzi a motivo dei dissesti economici del suo unico figliuolo, il quale era dominato dalla passione sciagurata del giuoco. Ella viveva appunto da lungo tempo in quel remoto paese e nella massima ritiratezza, non solo pel dolore della vedovanza e per la diminuzione degli averi, ma più che altro ad oggetto di tener lontano dalla capitale e dalle occasioni di nuovi disordini quel figliuolo colpevole.
Il confessore di Carlo la conosceva bene, e n’era tenuto in quella venerazione ch’egli si meritava. Ei dunque, non potendo trattenersi a Bourbon senza trascurare i doveri del suo ministero a Fontenay, lasciò Carlo raccomandato a questa signora, la quale non è a dire se lo assistesse con tenerezza e con generosità, non risparmiando nè cure nè spese per fargli recuperare la salute.
Appena che il giovine orologiaro fu guarito, non solo il sentimento di un dovere, ma quello di sincera e affettuosa gratitudine lo mosse a ringraziare la sua benefattrice. I savi portamenti da lui tenuti sempre a Bourbon, il buon concetto in che lo aveva quel sant’uomo del suo confessore, e i modi gentili benchè riservatissimi, gli procacciarono benevolenza nell’animo della dama e del suo figliuolo. Avrebbero anche voluto averlo a veglia sovente, e non meno spesso alla loro tavola; ma se egli qualche volta passava volentieri la serata con loro, di rado accettava l’invito del pranzo, e solo per non parere scortese; adducendo per ragion del rifiuto che il lasciare troppe volte le proprie assuefazioni gli avrebbe forse diminuito l’amore del lavoro, del quale aveva tanto bisogno.
Ma Carlo, che aveva sempre il cuore a Fontenay, non vedeva l’ora di potervi tornare; e già le notizie che ne riceveva gli avvicinavano questo sospirato giorno, e perchè sua madre pareva ormai disposta a riceverlo e a vivere con lui come prima, avendo potuto superare gli scrupoli, e perchè gli avvenimenti politici erano tanto cresciuti d’importanza, chè sembrava le discordie stesse di un’intera provincia, non che i sospetti d’alcuni terrazzani contro un oscuro artigiano, dovessero affatto dileguarsi, a fronte d’una grande catastrofe che involveva tutta la nazione, e faceva sbigottire l’Europa.
E l’orologiaro aveva già dato alla signora qualche cenno della sua prossima partenza; la qual cosa veramente le dispiaceva, poichè (tanto è industrioso l’amor materno!) essa aveva fatto capitale sull’amicizia e sulla stima che il suo figliuolo dimostrava per un giovine così morigerato, e di carattere, comunque nato fosse in condizione inferiore, tanto nobile e tanto fermo, sperando che anche questo esempio potesse farlo vergognare di sè, ed aver forza, col tempo, di distoglierlo più facilmente dalla funesta passione del giuoco. S’era data perfino la combinazione che in quel frattempo Arturo aveva fatto più rade e più brevi tanto le sue improvvise scappate alla vicina città di Tours, quanto quelle, per lei più temibili, alla capitale, dove egli tornava a cadere nelle mani dei suoi iniqui seduttori, degli scellerati assassini delle sue sostanze. Povera illusa! essa non sapeva, o l’ardente speranza non le consentiva di riflettere, che la mancanza di denaro e la maggior difficoltà di trovarne anche dai più rapaci e temerari usuraj in quei tempi di universale trambusto, erano forse il solo freno allo sconsigliato; e che se in apparenza ei riveriva e lodava e teneva per amico Carlo così benaffetto a sua madre, segretamente peraltro si sentiva punto, umiliato, offeso dal confronto. Ah! quando il vizioso non ha più forza di combattere sè medesimo con sincero ravvedimento, allora la sua alleanza con la virtù, purtroppo è più spesso apparente che reale, suggerita da secondi fini, piena di pericoli e d’inganni, non foss’altro perchè allora il male che danneggia la società si occulta, non si guarisce, e serpendo così celatamente non fa che viepiù radicare e rendere scaltrita e inestirpabile la depravazione. E quando i grandi mutamenti sopraggiungono a scuotere le basi su cui l’umano consorzio riposa, e la discordia alza la sua face sanguigna a rischiarare il campo della scellerata lotta fraterna, allora i fragili legami dell’apparenza, dei privati interessi, della codarda ipocrisia, si strappano subito; e a vedere i creduti amici esser primi e più spietati a combattersi, e il santuario stesso della famiglia rimaner profanato dall’odio, l’umanità inorridita si sbigottisce, incredula quasi di tanta colpa, e quasi perdendo ogni fiducia nella virtù, ogni speranza nel perfezionamento sociale, nel miglioramento dei destini dei popoli.
Una mattina presto d’inverno, il giovine orologiaro s’era già involto nel suo mantello per andare, secondo il solito, in chiesa prima di porsi al lavoro; giacchè egli aveva per massima che tanto chi va in chiesa per farsi vedere quanto chi ostenta le sue virtù e le sue buone azioni, potrebbero non essere altro che ipocriti. Egli stava dunque per varcare la soglia, allorchè gli giunge all’orecchio un forte schiamazzo d’urla confuse, che s’avvicinavano a quella parte. Si sofferma, si pone in ascolto, e distingue alcune grida d’imprecazione contro i rivoluzionari, miste ad altre grida che urlavano: — Al ladro! al ladro! — Mandando allora un doloroso sospiro, egli esclama: — Forse qualche altra vittima del fanatismo! — e aspetta che la turba che sempre più si appressava fosse passata, per poter uscire di casa e andare tranquillamente pel fatto suo. Ma ecco spalancarsi all’improvviso la porta della sua stanza, e precipitarvisi dentro una persona imbacuccata nel ferrajolo. Ma il volto non era tutto celato; e gli sguardi atterriti, la pallidezza, il tremito delle membra rivelavano il terrore o un delitto. Era Arturo. Anzichè accostarsi a Carlo gli s’avventa, con voce interrotta e fioca gli dice: — Se vuoi salvarmi l’onore, nascondi questo fagotto! — e come un lampo sparisce, traversando il giardino e uscendo per una porticella segreta.
Carlo, senza curarsi di vedere che cosa fossevi nell’involto, si accinge subito a nascondere l’atto d’accusa contro l’onore del figliuolo della sua benefattrice; e per far più presto non si leva nemmeno il mantello. Ma in quel mentre una voce grida sotto la finestra: — Qua, qua! l’ho visto entrar qua, tutto inferrajolato! — E la turba irrompe nella casa, entra nella stanza: lo trovano intento a celare il fatale involto, gli saltano addosso, scoprono gli oggetti rubati, lo percotono fieramente, sebbene ei se ne stesse imperterrito senza fare contrasto nè con atti nè con parole, e lo conducono tra gli urli e gli strapazzi alla carcere, esclamando:
— L’abbiamo preso, questo ladro di repubblicano! Al lampione, al lampione!
— Che lampione! bruciatelo! Ha rubato in chiesa! È un sacrilego! È scomunicato.
E i gendarmi accorsi al tumulto durarono fatica a salvarlo da orribile strazio contro la furia della gente. Era appunto quella che Carlo aveva udito schiamazzare senza conoscerne la cagione; che correva in traccia del reo di un furto d’arredi sacri di molto valore, già da lungo tempo appesi in voto alla immagine, tenuta per miracolosa, di una chiesa remota. Una donna recatasi in quella chiesa alla prima messa, asseriva d’averne veduto uscire frettolosamente un uomo intabarrato, che aveva preso la dirittura di quella strada.
La sventurata madre d’Arturo che non era nemmeno andata a letto per l’ansia d’aspettare il figliuolo, che fino dal giorno innanzi mancava di casa e le aveva fatto pur troppo dubitare d’essere tornato a ingolfarsi nel giuoco, fu spettatrice del lacrimevole avvenimento. Afflitta e atterrita, non pensò più ad Arturo; e celandosi il volto con ambe le palme:
— Gran Dio! — esclamava alla portinaja, — chi l’avrebbe mai detto? Un giovine che pareva sì onesto, sì affezionato al lavoro! È egli possibile? non ardisco di credere a me stessa!
— Eh! — soggiungeva la portinaja non meno sbigottita della padrona, — anch’io duro fatica a persuadermene; ma poi rifletto che quando non v’è timor di Dio, non vi può essere onestà vera, ed è tutta finzione; e prima o poi si finisce male. La dica, l’ha ella mai visto in chiesa?
— Ah! purtroppo! Tu potresti aver ragione. Io le visito spesso le chiese del luogo, e non l’ho mai incontrato. Gran disgrazia! E io che sperava!... Arturo.... Ma a proposito! E ancora quel figliuolo non è tornato?
— Eh! no, signora.
— Povera me! quante afflizioni!
— Ma via, non si disperi. È giovine. Qualche ritrovo d’amici, qualche passeggiata in campagna, la caccia.... sono cose innocenti, che a lor signori si perdonano; possono farlo; e poi, al bisogno, hanno tanta carità pei poveri! Così tutti la meritassero! La lo sa che a volte non torna a casa fuorchè la mattina dopo. — E qui la signora non potè reprimere un gran sospiro.
— Ma dica, signora padrona, — continuava la vecchia, — quando il signorino tornerà e saprà questa notizia terribile! lui che si degnava d’avere tanta affezione per quello sciagurato! si figuri che colpo a sapere che e come! Lui tanto scrupoloso, tanto puntuale nei suoi impegni! La s’immagini che.... ma, per carità, mi raccomando, non gli dica che io le ho raccontato questa cosa. Una mattina tornò di fuori, e mi disse: «Senti, ho bisogno che tu mi faccia un favore; m’è avvenuto di perdere qualche cosa al giuoco, e non ho pronta tutta la somma per pagare. Eccoti il mio orologio d’oro e le mie fibbie di brillanti. Vedi se ti riesce di trovarmi denaro con questi pegni. Fa’ presto, e soprattutto che mia madre non trapeli nulla; tu sai quanto mi sta a cuore l’onore!» Signora, la si ricordi di queste parole, e non mi faccia scomparire. — E la dama sospirava di nuovo, e dolorosamente; nè potendo più celare il violento affanno, si ritrasse a sfogarlo nella sua camera; indi si accingeva a scrivere al confessore di Carlo per dargli la tristissima nuova.
Ma in quel mentre le fu recata una lettera d’Arturo, che diceva:
«Mia cara madre. — Mi rincresce d’avervi fatto stare in pensiero col non tornare a casa stanotte. Dall’amore che ho per voi potete giudicare se ne sono dolente. Ma spero che mi perdonerete quando saprete quale ne è la cagione. Il nostro amico M. Bernard partiva per Parigi sul far del giorno, appunto mentre io mi dirigeva a casa. L’ho visto quando entrava in carrozza, e ho voluto salutarlo; ed egli stringendomi la mano mi ha detto: Arturo, la decisione dell’impiego che tu aspetti da tanto tempo è imminente. Sii certo che io farò tutto quello che potrò a tuo favore, ed è sperabile che la ricordanza dei meriti di tuo padre ti faccia essere il preferito. Ma quanto sarebbe meglio che tu fossi meco! La tua presenza gioverebbe molto per farti ottenere con certezza e più presto ciò che tu brami, ciò che la tua rispettabile madre giustamente si aspetta. I tuoi competitori non hanno forse altra speranza di riuscita che quella fondata sulla tua assenza. Vuoi tu venire con me? Io ho creduto di non dover ricusare l’offerta; gli ho chiesto di scrivervi questa lettera, e siamo partiti. Addio, dunque, al mio ritorno ec.»
Così lo scellerato tentava, con accorta finzione, di nascondere il suo delitto, non essendovi altro di vero nella lettera che la partenza, mercè quel suo amico che gli aveva agevolato la fuga. Povera madre! E con qual giubbilo lesse la lettera! Invero guardandola di nuovo ebbe a credere che fosse stata scritta con mano tremante; ma poi si rassicurò riflettendo alla fretta che doveva avere avuto e alla trepidanza d’un giovine che si vede in procinto di conseguire un impiego ambito da molti. — Meglio così, — diceva tra sè; — meglio ch’ei sia lontano. Non avrà il dolore di scoprire un gran colpevole nel suo.... Ah! che diceva io mai! qual disinganno! Pure dovrà saperlo. Almeno non sarà presente al processo; e per ora io non gli farò saper nulla. —
Indi riprese a scrivere al sacerdote; e questi, appena ricevuta la lettera speditagli per espresso, partì frettoloso con la speranza di salvare il suo penitente, perchè parevagli impossibile ch’ei fosse stato capace di commettere quel delitto. — Ah! io lo conosco bene, — diceva tra sè; — io so quanto è onesto, integerrimo; so quanta religione ha, senza volerla ostentare.... Dio mio, concedimi la grazia di scoprire il vero, di far trionfare l’innocenza della tua creatura! —
Il processo era già incominciato. In quel tempo non andavano per le lunghe; e inoltre lo sdegno dei Borbonesi contro il preteso sacrilego era tanto furioso, che una folla di sfaccendati assediava sempre la carcere, e ne chiedeva il supplizio.
Carlo udiva di quando in quando le loro grida, conosceva purtroppo a quale orribile destino serbato fosse. Nondimeno tacque sempre. Lo stesso carceriere a cui fu dato in consegna era uomo crudele, scelto a bello studio per tormentarlo, per atterrirlo, per sottoporlo a una continua tortura di strapazzi, d’ingiurie, di minacce, assai più tormentose dello strazio della persona. Nondimeno Carlo resisteva imperterrito a tutto: le insidie e le atrocità del carceriere riuscirono così vane, che in breve quel brutale uomo si stancò ed ebbe a darsi per vinto. Un altro venne dopo di lui. Questi era compassionevole: rispettava il silenzio austero dell’imputato, gli offeriva quei servigi che poteva fargli senza mancare al proprio dovere; e gli mostrò sincera afflizione di averlo trovato in un carcere così fetido e così freddo, che pareva impossibile potervi sopravvivere un’intera giornata. — Ah! — disse quell’uomo, dopo averlo tradotto in un carcere meno orribile, — quanto avrete sofferto! Povero giovine! Alle mani di colui non c’è misericordia, lo so! Ora, se avete bisogno di qualche cosa, e che io possa, dite pure. E non crediate che io lo faccia per interesse o per iscalzarvi, cercando di scoprire con le buone maniere quel segreto che gli strapazzi brutali e il terrore non vi hanno potuto strappare. Io fo il carceriere e non il processante, e non cerco altro che di fare stare meno male i disgraziati che capitano in questo luogo! E non mi par vero di mutar mestiero. Ho moglie e figliuoli, e per ora mi convien mangiare di questo pane; ma presto spero di aver trovato un guadagno più cristiano. — Carlo, dopo aver mostrato riconoscenza delle buone e sincere intenzioni del nuovo carceriere, a queste parole rispose: — Oh! se tu sei così umano, sarà meglio che tu seguiti a fare il carceriere. Qui appunto v’è bisogno di chi abbia buon cuore. Tu vedi quanto bene tu puoi fare ai disgraziati che saranno posti sotto la tua custodia, col trattarli umanamente; e così tu acquisterai merito appresso Dio! —
Recandosi il sacerdote a uno dei Giudici criminali, udì che l’imputato si ostinava a non voler confessare il delitto, ma che le prove erano così convincenti, da non poterlo sottrarre alla pena capitale. Inoltre soggiungeva il giudice con piglio severo: — Voi non potete ignorare che questo giovine dovè lasciare il suo paese per forti indizi di segreta cospirazione, e che altri quattro suoi amici, non meno sospetti di lui, lo accompagnarono. Costoro, dopo aver vissuto qualche giorno qui in ozio, non si sa con quali assegnamenti, andarono a Parigi; e per le mie indagini ho avuto notizia (ecco qui la lettera) che sono stati arrestati per _Chouans_.[292] Voi vedete dunque come sia dubbia la loro condotta! essi che facevano da repubblicani! Chi non li giudicherebbe birbanti che cercano di trarre partito da tutti i partiti? E per costoro non vi può essere compassione! —
L’afflitto prete impallidì, rabbrividì a queste parole. Una folla di gravi obiezioni al discorso del giudice gli era venuta alla mente; ma per allora si contentò di chiedere il permesso di visitare il carcerato. — Oh! finchè il processo non è finito non si può. — Io ve lo chiedo in grazia; sono il suo confessore. — Scusate, ma per ora non si può. Io debbo essere inflessibile. — Il sacerdote s’accòrse purtroppo che ogni insistenza sarebbe stata vana: andò via più sconfortato che mai; ma nell’uscire da quelle stanze incontrò un magistrato di sua conoscenza. Era mesto: lo salutò, gli parlò di Carlo: — Ah! — rispose questi, — io dubito che la giustizia non sappia il vero, e che la condanna sia precipitata! Ma temo d’esser solo a pensare così!...
— Anche voi dunque siete uno dei suoi giudici?
— Per mia disgrazia!
— Dite per fortuna di Carlo; perchè, chi sa? io spero molto che vi riesca di scoprire la verità, d’impedire una sentenza troppo sollecita....
Il giudice non ardiva di confermare queste speranze nell’animo del pietoso; ma potè almeno fargli ottenere il permesso di visitar subito il carcerato.
Appena che il sacerdote fu entrato nella prigione, Carlo mandò un grido di gioia, e si mosse per abbracciarlo; ma poi frenandosi a un tratto si ritrasse, e riprese la sua solita impassibilità, dicendo con rispettosa pacatezza: — Voi siete un Angiolo tutelare, mandatomi dal Cielo; ma le mie mani non possono stringervi a questo seno, perchè a giudizio degli uomini io sono infame. Nondimeno maggior conforto io non poteva sperare di quello di vedervi, fosse anco di soltanto vedervi! Ma sarò ben più lieto se voi mi concederete la vostra benedizione. Padre, non ne sono indegno! Questo vi basti; perchè, non vi offendete, non mi accusate d’ingratitudine pel bene che mi avete fatto; no, chè questo sarebbe per me il maggiore di qualunque martirio; ma!... Iddio solo, Iddio solo, può sapere il vero! — E tacque piegando un ginocchio, e giungendo le mani con tanta serenità di volto, che il sacerdote tra il dolore e la maraviglia rimase alcun tempo attonito, senza poter proferire alcuna parola.
Poi non lasciò nulla intentato, nè preghiere, nè scongiuri, nè le affettuose lacrime dell’amico, nè l’autorità di direttore spirituale, nè il ricordo di una madre infelice, per indurlo a svelare l’arcano, a dire perchè mai quegli oggetti rubati fossero venuti nelle sue mani, a difendersi dalle accuse di cospiratore, di complice. La sola risposta che ne potè ottenere fu sempre questa: — Io sono innocente; ho sempre amato la patria, e non ho fatto altro che quello che un buon Francese dee fare. — E in ultimo, quasi sentisse il bisogno d’invocare una forza maggiore di quella che aveva in sè stesso per sostenersi contro le commoventi esortazioni del sacerdote, aggiunse con voce sommessa, ma ferma, e percotendosi il petto con la destra: — Onore al merito! —
Il sacerdote allora, colpito da questa esclamazione, riconcentrò le sue idee guardandolo fiso, scrutando nel volto, negli sguardi di Carlo, se mai qualche lampo di vero.... Ma il giovine si rinchiuse in sè stesso, e nemmeno il silenzio che in certi supremi casi suol essere più eloquente delle parole, nemmeno il silenzio rivelò nulla. — E tua madre? ripeteva il sacerdote. — Appunto — rispose allora intenerito il prigioniero, e dando sfogo alle lacrime, — appunto io stava per esortarvi a pregare i giudici che mi concedano la grazia di scriverle per chiederle perdono. — Il prete che aveva con sè un calamajo da tasca e la carta, gli pòrse l’occorrente, dicendo: — Io ci aveva pensato: ma non posso nasconderti che sperava la tua lettera a quella infelice dovesse essere ben diversa! — Carlo si pose a scrivere. La sua afflizione era estrema; ma la mano non tremava, e nel consegnare il foglio al sacerdote, gli disse: — Oh! sento purtroppo quanto dolore ho cagionato a mia madre! Ma assicuratela, potete farlo, assicuratela che suo figlio muore onorato. Può figurarsi ch’ei sia perito sul campo di battaglia in difesa della patria, dando la vita per.... — Ma qui i singhiozzi gl’impedirono di proseguire, e dopo alcun poco non potè aggiungere altro che: — E la raccomando alla vostra misericordia! —