Racconti popolari

Part 23

Chapter 233,896 wordsPublic domain

«Ma siccome l’uomo non è perfetto, così egli non può godere di una felicità senza limiti. L’uomo ha bisogno di occuparsi, di migliorare sempre sè stesso e le cose sue, e di superare i pericoli ai quali è esposto. Se si ritrovasse ad essere felice senza niuna fatica, correrebbe rischio di diventare fiacco, vile, egoista ed avaro; ma nel compiere costantemente il proprio dovere, l’anima si nobilita e ringagliardisce. Il pretendere d’essere felici come gli Angeli, è una pazzia; nello stesso modo che sarebbe delitto ridurci a vivere come bruti. Restiamo volentieri nella condizione d’uomini, e in essa troveremo la felicità che ci spetta. Quindi non ci affliggiamo d’esser privi di quelle cose che non possiamo avere. Alla fine, del bene ve n’è per tutti. Un povero pastore non ha idea delle comodità dei ricchi; ma e’ possiede le sue proprie, delle quali i ricchi non goderanno giammai. Lasciamo stare se sia meglio esser nato pastore che uomo ricco, giacchè ambedue possono esser felici a modo loro; ma intanto è cosa certa che il pastore potrà arrivare alla felicità più presto del ricco, e che l’uno è meno esposto ai gravi pericoli e agli strani precipizj dell’altro. Siccome Iddio non ha voluto che la felicità sia solamente privilegio di pochi, perciò per esser felici non è necessario possedere le ricchezze e nascere in alto stato. Il bene non consiste in queste cose. Anch’esse possono procacciarlo, ma ad una condizione rigorosa; ed è quella di non lasciarsi sedurre dall’oro o dal potere; di saperne fare buon uso, e di moderare i desiderj: cosa difficile, perchè la ricchezza e il potere hanno attrattive molto pericolose sugli uomini, e diventano tribolazione e miseria per chi li vuole acquistare con modi poco onesti, per chi si crede di doverli possedere a preferenza degli altri, o per chi non se ne sa approfittare a vantaggio del prossimo. Si pena poco a voler troppo, a scordarsi degli altri, a incorrere nelle disgrazie dalle quali è salvo chi vive nella mediocrità, chi nasce oscuro, chi non si lascia rodere l’anima dall’invidia; e le cadute dei grandi sono più micidiali perchè sono fatte dall’alto.»

— Vero, verissimo! — esclamò Santi. — Mi ricordo io d’aver fatto gli scarpini da Corte ad uno che ora ha un dicatti di scantonare i chiassuoli. E allora faceva il gallo[287] con tutti; aveva sotto di sè un visibilio di gente, e comandava a bacchetta; e guai a chi avesse avuto che dire con lui! e’ ne fece anche a me di quelle.... Basta, se ora m’intoppa, fa il viso rosso.

— E tu voltati; o soccorrilo se ti chiede misericordia, — interruppe Michele, — o compiangilo; e fa’ ch’ei non s’accorga d’essere riconosciuto da chi può farlo arrossire: se è reo, lascia che lo giudichi Iddio; e pensa che se tu fossi stato nei suoi piedi, potresti aver fatto anche peggio. Ringrazia piuttosto il Cielo che non corri pericolo di patire umiliazioni così dolorose.

— Avete ragione, — riprese Santi tutto commosso; — fece compassione anche a me, quando lo vidi la prima volta. Mi pentii d’averlo guardato dall’alto in basso; non avevo mai avuto una giornata così malinconica come quella.

— E tu a che cosa pensi? — scuotendo Andrea che se ne stava a capo basso, e pareva immerso in profondi pensieri.

— Io, — disse Andrea, — io mi lambicco il cervello per trovare cosa vi vuole ad esser felici.

— Dimmi, Andrea, — soggiunse Michele, — quando sei proprio contento di te stesso, ti par egli allora d’esser felice?

— Sì; ma che si può esser sempre contento? E poi, chi sa quali sono per l’appunto le cose che ci possono fare stare più contenti?

_Michele._ Quando hai fatto il tuo dovere, per esempio, sei tu contento?

_Andrea._ Sì; ma non ci potrebbe essere qualche cosa che mi rendesse più contento che mai?

_Teresa._ Ma se voi siete incontentabile, lo credo anch’io, non potrete mai esser felice!

_Andrea._ Diamo che oggi la mi vada bene per aver fatto il mio dovere a bottega. Domani mi ammalo, e non posso più lavorare.... sono io felice?

_Michele._ Convengo che per esser felici vi voglia anche la sanità; ma dimmi un poco: se la tua malattia è venuta per disgrazia, avrai tu il rimorso d’essertela procurata con gli stravizj?

_Andrea._ No; questo è naturale.

_Michele._ Intanto anche nel male che ci viene addosso v’è la sua differenza, perchè il male voluto scotta più di quello che viene senza nostra colpa. Avrai male; ma almeno la tua coscienza è tranquilla, e non ti mancherà la forza di sopportarlo; non ti mancherà nemmeno l’ajuto di chi ti vuol bene; guarirai più facilmente; acquisterai maggior vigore per sopportare le nuove disgrazie.... Rammentati che l’uomo è imperfetto, e non deve presumere d’ottenere perfetta felicità.... Ma intanto eccoti sano; e se alla tua sanità unisci quella tranquillità di coscienza, che ti faceva sopportare con rassegnazione la malattia, di che cosa avrai tu da lagnarti? Ora, in conclusione, la salute e la pace dell’anima, non le possiamo aver tutti?

_Santi._ Senza dubbio. E anche dico io che una fa bene all’altra. Quando non ho nulla da rimproverarmi, mi par d’essere l’uomo più felice di questo mondo.

_Andrea._ Ma queste due cose non bastano; perchè con tutta la mia salute e con la coscienza tranquilla potrei aver la tasca pulita, e patir la fame. In oggi chi fa l’uomo onesto è un miserabile; tutti tirano ad ingannare il prossimo, e a levarsi il pane di bocca l’un l’altro!...

Le donne e il vecchio fecero un atto di disapprovazione, e Santi battendo il martello sul bischetto esclamò infiammato:

_Santi._ Questo poi non è vero! Tu l’hai a lasciar dire a chi accusa gli altri per discolpare sè stesso, a chi vuol mangiare a ufo, a chi vuole scorticare i fratelli, a chi fa capitale delle disgrazie, delle imprudenze o della dabbenaggine del prossimo. Un uomo che lavora tutta la sua giornata, che non getta il guadagno nell’osteria, che cerca, se può, di risparmiare qualche cosuccia pei bisogni straordinarj, che non si rovina col giuoco, oh! lo trova il modo di campare onestamente. Non potrà scialare, ma non morirà mai di fame.

_Michele._ E poi, come potresti esser contento di te, se tu non avessi fatto il tuo dovere? E facendo il tuo dovere da onesto bracciante, che è quello di lavorare, è certo che tu guadagni.

_Andrea._ Se ci fosse sempre il lavoro!...

_Michele._ Prima di tutto, a chi ha voglia e capacità il lavoro non manca mai. Se per disgrazia un maestro è obbligato a mandar via qualche garzone, fa sempre di tutto per conservarsi i più onesti e i più capaci. E se poi fossero licenziati anche loro, quando hanno buona reputazione, trovano facilmente un’altra bottega; e se non la trovano subito, qualcheduno li ajuterà. Ma convengo che per dire d’esser felici, oltre alla sanità e alla pace dell’anima, ci vuole un guadagno sicuro e sufficiente a provvedere ai nostri bisogni.

_Santi._ E tu vedi bene che queste cose vengono una dietro l’altra. Per lavorare ci vuol salute; la salute si mantiene coi buoni costumi; il lavoro, la salute e i buoni costumi ci assicurano il pane e ci danno modo di risparmiare; e quando non ti manca da mangiare ed hai l’animo in pace, tu sei contento. Allegri dunque, e coraggio! Ma a quel che veggo non sei ancora persuaso. Che cosa vorresti di più?

_Andrea._ Le malattie, avete detto, possono esser volute, e allora peggio per chi le ha; ma quando le vengono per disgrazia? Un muratore che caschi dalla fabbrica, e si rompa una gamba....

_Michele._ Hai ragione. L’uomo è sempre sottoposto alle disgrazie; ma v’è il modo di prevenirle....

_Andrea._ Come volete che io faccia a prevenire una caduta?

_Michele._ Non dico questo, sebbene la prudenza possa far molto; ma in ogni caso non ti ricordi che cosa leggemmo sere sono sulla Cassa di risparmio? Metti assieme anche un soldo per giorno, e avrai una sommerella da parte, che basterà spesso a rimediare alle tue disgrazie. E se le disgrazie non vengono, i frutti del tuo denaro potranno servirti a migliorare il tuo stato, a dare una buona educazione ai figliuoli, e ad assicurarti una vecchiaja tranquilla.

_Andrea._ Voi dite bene; ma poniamo il caso che una disgrazia mi venga presto, e quando non ho che pochi paoli[288] nella Cassa di risparmio?....

_Isabella._ Per carità, non fate tanti casi disperati!

_Santi._ Lascia dire, perchè la risposta viene a proposito.

_Teresa._ Se ci fosse stato l’altra sera, non farebbe una domanda come questa.

_Andrea._ Sentiamo la risposta. Dev’esser bella davvero se vo’ m’insegnate il modo di rimediare alle disgrazie d’un bracciante, che per un pezzo non potrà lavorare.... So anch’io che lo Spedale e il Reclusorio sono fatti pei poveri; ma....

_Michele._ Lasciamo star queste cose. La risposta che ti darò sarà buona; ma non ti credere ch’e’ sia un rimedio caduto giù dalle nuvole, e bell’e pronto. In queste cose non bisogna figurarsi miracoli. Non si tratta di fortune prodigiose, di tesori nascosti. Ora dobbiamo studiare un espediente per prevenire la miseria, per rimediare alle disgrazie impreviste, per assicurarsi il pane nella vecchiaja, per migliorare il proprio stato. E questo espediente deve sempre essere fondato sulla previdenza e sul risparmio, ma in un modo più efficace di quello della Cassa di risparmio. Per ora è un disegno, ma che potrebbe riuscire a bene, basta volere. E sta a noi a farne la prova. Ora ne giudicherai da te stesso.

Andrea stava ad ascoltare attonito, ma poco disposto a credere.

— Angiolo, — seguitò Michele, — to’ su il libro che parla delle _Società di Soccorso scambievole tra gli operaj_,[289] e leggi di dove feci un segno coll’unghia. —

Andrea, scotendo il capo, disse allora sottovoce: — Finchè sono cose scritte nei libri, ci ho poca fede. Saranno belle; ma chi vi pon mano?

_Michele._ Ho detto che tocca a noi; e sostengo che se vogliamo, possiamo. Abbi pazienza, ed ascolta. —

Angiolino lesse:

«Gli operaj sono sottoposti a perdere il pane a motivo della mancanza di lavoro, delle malattie, della vecchiaja e delle disgrazie impreviste. Vi sono già le Casse di risparmio che rimediano a molti guai: ma non tutti coloro che vi ricorrono, possono avervi depositata una somma bastante a provvedere ad una necessità inaspettata; non tutti possono aver cominciato tanto presto a depositare i loro risparmj, da mettere insieme una somma, che dia un frutto sufficiente per farsi le spese nella vecchiaja. Ora, i buoni operaj, hanno immaginato le _Casse o Società di previdenza o di soccorso scambievole, ossia Compagnie contro le disgrazie della vita_; e a un dipresso in questo modo.

«Ogni operajo che ha una giornata sicura, per quanto guadagni poco ed abbia famiglia, se vuole, può levare un soldo il giorno dal suo salario, e depositarlo nelle mani di un onesto cassiere. Già parecchi sono quelli ai quali riesce di depositare ogni settimana nelle Casse di risparmio anche una somma molto maggiore di sei soldi.

«Quando il numero dei contribuenti passa i dugento, la società può soccorrere, finchè il bisogno lo richiede, quei socj che si ammalano o quelli che non hanno lavoro, o assicurar loro una pensione per tutta la vecchiaja. Se un operajo che sia stato ammesso alla società, non può più guadagnare per malattia o per mancanza di lavoro, con pochi soldi ha acquistato il diritto di godere, finchè sarà necessario, di un tanto il giorno, e d’aver medico e medicine pagate; e se non ha famiglia, sarà custodito in casa sua dai suoi compagni, senza bisogno d’andare allo spedale. Ancora che per venti anni di seguito un operajo abbia depositato nella cassa della società tanti soldi da fare una somma di sole tre o quattrocento lire, con questo piccolo capitale ha diritto di godere una pensione di cinquanta lire il mese, e anche più, secondo il numero dei socj. Il piccolo capitale di quattrocento lire gli frutta allora come quello di quindicimila al quattro per cento. Una società che incassi trecento lire il mese può dare sei pensioni di cinquanta lire l’una.

«La società destina un certo numero di persone che, senza pregiudizio del loro tempo, debbono andare per turno a visitare i socj malati, e, se è necessario, ad assisterli, ed accompagnare i defunti alla sepoltura ec.

«Pel buono andamento della società è necessario che tutti i suoi membri sieno scelti tra gli artigiani più onesti e più sobri.

«I malati per effetto di stravizj o di colpevoli risse, non sogliono essere ammessi al benefizio dei soccorsi, o vien loro restituito col debito frutto il denaro che hanno depositato nella cassa, e rimangono esclusi dalla società; la quale tra le persone più specchiate ne deputa alcune per giudicare di questi casi.

«Il socio che senza un’assoluta impossibilità dipendente da straordinarie cause nelle quali non abbia nessuna colpa, non paga per due o tre mesi la sua tassa, perde la somma che può aver già depositato, e rimane escluso dalla società e dai diritti che aveva acquistati.

«La medesima persona alla quale riesca di fare maggiori risparmj di quelli che occorrono per pagare la sua tassa, può nello stesso tempo depositare il superfluo nella Cassa di risparmio, o appartenere a due o tre di consimili associazioni.

«Il marito e la moglie possono appartenere ciascuno alla medesima società, pagando ambedue la tassa, o a due società diverse, e procacciarsi così il mezzo di passare insieme la loro vecchiaja senza patimenti e senza le umiliazioni della povertà.

«Le più facili a istituirsi fra tali società sono quelle che provvedono principalmente alla vecchiaja, e non sarebbe male incominciare da queste.

«L’esperienza ha già dimostrato in Francia e in Italia quanto sieno utili; e non v’è da temere che la quantità dei pensionati le mandi in rovina: prima, perchè niun contribuente è obbligato ad aumentare la tassa, sia piccolo o grande il numero delle pensioni da darsi; quindi perchè per lo più questo numero è piccolo in confronto a quello dei contribuenti. Una società di questo genere composta di dugento cinquanta artefici, tra maestri di bottega, garzoni e fattorini, non giunge ad aver mai più di otto pensionati, cioè neppure uno su trenta.

«Quando si sono trovati tanti socj, che bastino a mettere in piedi un’associazione di questo genere e che abbiano tutte le condizioni richieste per renderla stabile e veramente morale, le difficoltà principali da superare stanno nello scegliere gli ufficiali, nel fare il regolamento, nell’assicurare l’utile d’ogni socio e nel far fruttare convenientemente il denaro che avanza. Uomini o inesperti o tuttodì occupati non possono provvedere a queste cose. Dunque è necessario che vi pongano mano i maestri di bottega più istruiti, i capi dei traffici, i fondatori e i direttori di altre società caritatevoli. I capi d’arte specialmente sapranno stabilire e regolare siffatte associazioni, e troveranno in esse molti mezzi per migliorare lo stato dei loro sottoposti, per affezionarseli maggiormente, e per renderne più corretti i costumi. Essi conoscono più d’ogni altro i bisogni, i difetti, la possibilità degli operaj, e possono offrir loro una opportuna sicurezza per la custodia e pel giro dei capitali. Nonostante bisogna che uno cominci; e sia chi si voglia, purchè uomo onesto, il suo zelo e i suoi tentativi potranno fare un gran bene al prossimo. Noi ne abbiamo già un bellissimo esempio nella Compagnia della Misericordia; e le antiche nostre corporazioni delle arti e dei mestieri (lasciamo stare le ragioni per cui furono soppresse) provvedevano a un dipresso con questo mezzo ai bisogni degli operaj più poveri e di quelli che rimanevano colpiti dalle disgrazie. Possedevano inclusive terre e case, e adoperavano in tali opere di carità una buona parte delle rendite di questi beni. Anche adesso, se non tutti, almeno molti mestieranti hanno la buona usanza di assistersi scambievolmente; e un cappellajo, per esempio, che per qualche disgrazia rimanga privo di lavoro, o vada a cercarne da una città in un’altra, trova soccorso nei suoi compagni. Ma questo è un soccorso sempre incerto, e mancano i regolamenti che sarebbero necessarj per provvedere al vero bisogno, e per isfuggire il pericolo di assistere chi non lo merita, e di fomentare l’infingardo ed il vagabondo. Nonostante, quest’assistenza tacita, spontanea, indipendente da ogni patto e da ogni obbligazione, mostra la buona indole dei nostri operaj, e sarebbe preferibile a ogni altro metodo; ma non può sempre porgere aiuti costanti e corrispondenti ai bisogni; indi per lo più è tutta a carico di pochi, e va a rischio di mantenere gli abusi. Alla fine l’istituzione d’una di queste società non toglie che altri assista come gli pare e piace gli amici e i compagni. Il buon esito di una società che provveda ai bisogni della vecchiaja, farebbe nascere il desiderio di istituirne altre consimili, le quali in varj modi migliorerebbero l’economia domestica e la moralità della classe manifattrice.»[290]

— Basterà per istasera, — disse Michele ad Angiolino. — Ora puoi andare a letto. — Indi volgendosi ad Andrea: — Ecco a un dipresso come si potrebbe rimediare alle nostre disgrazie. Mancherà ora chi voglia farne la prova e dare un esempio anche tra noi? Io spero che non passerà gran tempo che vedremo istituita la società di soccorso reciproco tra i calzolaj. Intanto il mio figliuolo ed io daremmo subito un pajo di lire al mese per ciascheduno; che cosa ne dici? —

Andrea approvò il pensiero, ed esclamò: — Dio volesse che una società come questa fosse già fatta! Anch’io sarei per uno. Ma chi comincia?

— Subito che fuorivia lo fanno, e se ne trovano bene — aggiungeva Santi, — perchè non s’ha a poter fare anche qui?

— E poi — ripetè Michele — ricordatevi che non si può nè anche dire che sia cosa nuova per noi. Nei tempi antichi c’era anche più di questo; e l’unione tra gli operai non solamente era giovevole alla loro prosperità domestica, ma potevano ancora accumular denari per opere di pubblica magnificenza, come fece l’_Arte della Lana_ che sostenne le maggiori spese per la fabbrica del Duomo, e tutte le altre che fecero fondere e scolpire le belle statue di bronzo e di marmo, che sono nelle nicchie di Orsanmichele.

— Oh! ma quelli erano altri tempi, — diceva Andrea sospirando.

— E ora chi dice di fare un’altra cupola? — soggiunse Michele; — si tratta di assicurare il campamento di qualche povero vecchio, di prevenire la miseria, di migliorare il nostro stato, di trovare almeno il mezzo di morire in pace in casa nostra, piuttosto che andare a chiedere l’elemosina o chiuderci in un ospizio di mendicità, o finire una vita tribolata nello spedale. E poi, cominciamo, non ci lasciamo sgomentare dalle difficoltà e dalle dubbiezze; proviamo, se non foss’altro. Lasceremo noi dire che ora non siamo capaci d’immaginare un’opera buona o di condurla a fine? Ci sono tante compagnie religiose, che si reggono da lungo tempo! e anche in quelle si paga; forse meno, è vero; ma a tener di conto di tante spesicciuole traverse, e per lo più superflue, in capo all’anno si farebbe una bella somma! E nello stabilire una società di scambievole soccorso, credete voi che la religione non debba avervi la sua parte? E ve l’ha naturalmente, perchè questo è il miglior modo di esercitare la carità cristiana, perchè è il più utile al maggior numero, e perchè deve reggersi sui buoni costumi e tener cura della morale. La miseria, voi lo sapete, è una causa di molta depravazione. Dite: un figliuolo che fosse esatto a pagare la sua tassa alla compagnia, pel calo del torcetto alla processione, per la festa al tabernacolo, pel desinare ec., e che sapesse fare la sua bella figura sul banco del Governatore, ma che poi non volesse aiutare suo padre invecchiato nella fatica, e lo lasciasse andare a chiedere l’elemosina o a chiudersi in Montedomini, vi parrebbe egli un buon figliuolo, un vero cristiano codesto? Non direste che egli fa quelle spese più per ostentazione che per zelo religioso? Ma io non voglio fare la predica. Siete persuasi della bontà della proposta? bisogna cominciare a metterla ad effetto. Meno parole e più fatti. Aggiungerò solamente, ma non per voi, che molti i quali crederanno di non si potere obbligare a un tanto la settimana o a un tanto il mese per questa compagnia, troveranno un mezzo paolo ogni venerdì pel giuoco del lotto. Se a codesti disgraziati si dicesse: Che cosa preferite; un terno al lotto, promesso tante volte e non ottenuto mai, e se ottenuto, cagione spesso di molti altri inconvenienti; ovvero una pensione anche di sole trenta lire per tutta la vostra vecchiaja? Credete voi che dubiterebbero nella scelta? Andiamo, andiamo! Io spero che presto vedremo prosperare in gran numero anche fra noi queste nuove società di soccorso scambievole tra gli operaj; che tutti si persuaderanno della loro utilità, e che ne verrà un notabile miglioramento nei nostri costumi. —

Tutti applaudirono alle parole del vecchio, e Andrea esclamò: — Domani voglio parlarne subito al mio maestro di bottega; so che gli piacciono, queste cose!

— Benissimo! parlatene subito. — esclamarono le donne.

E Andrea, data la buona notte, un’occhiata amorosa alla fanciulla e una stretta di mano a Michele ed a Santi, tornò a casa più contento del solito, e impaziente di conferire col suo maestro di bottega intorno alle cose che aveva udito.

IL BUONO E IL CATTIVO PER TUTTO

I fatti lacrimevoli che qui troverai narrati, o lettore, avvennero a tempo della tremenda rivoluzione, che scosse la Francia e l’Europa sul cadere del secolo scorso; di quella rivoluzione così detta dell’89, terrore tanto dei despoti che dei popoli; segnalata da atrocità inaudite e da virtù e da prove di valore talvolta sublimi: lodata troppo e troppo biasimata tanto da coloro che nelle rivoluzioni altro non vedono che la occasione di soddisfare passioni sfrenate o malvage, quanto da coloro che le credono sempre ordite da cospiratori e da pochi faziosi, nè sanno persuadersi che per lo più i governi stessi coi loro errori le preparano, e le fanno essere inevitabili.

Perchè, tu dirai forse, avendo volontà di scrivere un racconto, perchè scegliere argomento così malinconico, e risvegliare memorie sì luttuose? Non basta che la storia registri le calamità di quel tempo? Che cosa occorre andar frugando nei remoti angoli d’una provincia per ricordare dolori e lacrime ormai ignorate da lungo tempo?

Io risponderò, cortese lettore, che la intenzione è manifesta nel titolo, e che io la credo buona, e perciò ho dato in luce lo scritto. Imperocchè le rivoluzioni essendo più o meno inevitabili in tutti i popoli fino a che ogni specie di dispotismo non sarà abolita sopra la terra, fino a che tra gli uomini sussisteranno diseguaglianze derivanti da ingiusti privilegi e da iniqua usurpazione; così la esperienza del passato è sempre utile pel presente e pel futuro; e appunto le lezioni della storia devono principalmente conferire a minorare, quant’è possibile, gli errori, i disordini, gli eccessi purtroppo inseparabili da qualunque violenta mutazione nel reggimento dei popoli. Quindi ciascuno può trovar da imparare qualche cosa, non solo nelle gesta luminose di un uomo grande, ma anche nelle avventure d’un oscuro e povero cittadino, il nome del quale non comparirà mai nella storia.

La Vandea,[291] come a tutti è noto, fu la provincia che nel tempo della rivoluzione fece i maggiori sforzi pel sostegno della monarchia borbonica. Ivi le passioni della fazione realista, spingendo gli uomini qualche volta all’eroismo e più spesso alla ferocia, giunsero a terribili eccessi, e fecero versare invano molte lacrime e molto sangue, invano oltraggiarono la natura, per difendere e conservare un ordine di cose divenuto impossibile per colpa di quei medesimi che presumevano di poterlo perpetuare.

In quel paese viveva a Fontenay una povera vedova in compagnia del suo unico figliuolo, onesto giovine e abile artigiano. Ambedue erano amati dai loro vicini, e godevano la stima dell’universale, non tanto pei loro buoni costumi e pel tenero affetto che si volevano, quanto perchè erano esemplari nella religione, vivendo da veri cristiani.