Racconti popolari

Part 22

Chapter 223,839 wordsPublic domain

Michele si recò a visitare il fanciullo, ed a confortare i suoi genitori; e quando quel ragazzo fu guarito, un giorno di domenica andò a spasso con suo padre. Allora, tornando sul fatto della caduta del figliuolo, si provò a fargli capire quanto stesse male percuotere i fanciulli, mostrandogli con evidenza che in quel modo invece di correggerli si va a rischio di farli diventare peggiori, di perdere il loro affetto, e d’indebolire l’autorità continua e tranquilla che un padre deve avere sopra di essi. Oggi e’ ricoprirà di baci il figliuolo, gli concederà tutto quello che vuole, lo condurrà seco Dio sa dove, e domani, se è di cattivo umore, o se il fanciullo s’imbizzarrisce per una cosa di poco, ecco in ballo le busse.

Il parente, il quale aveva da farsi molti rimproveri, dovè convenire che qualche volta i falli dei ragazzetti possono dipendere dai disordini e dalle imprudenze dei genitori, e che perciò il batterli sta tanto più male, in quanto che alla crudeltà s’unisce l’ingiustizia. In sostanza quel padre a poco a poco potè moderarsi, diventò più cauto nelle proprie azioni, e fu in tempo a rimettere sulla buona strada il figliuolo. Appunto in quei giorni si narrava di un giovinetto, che fuggendo dalla casa paterna per essere stato battuto dal genitore, s’era intruppato con alcuni discoli, e arrestato insieme con essi e creduto complice delle loro mariuolerie, gli era toccato a vedersi rinchiudere in una carcere e a soggiacere a un processo. Il padre pel rammarico e pel dolore fu còlto da una fiera malattia, e il figliuolo si perdette la bottega dov’era garzone. Così quello fu punito del modo bestiale di correggere il suo figliuolo, questi pagò anche troppo cara la pena di una colpevole disobbedienza. Chi lo sa? se avessero avuto per amico Michele, non si sarebbero ritrovati a quelle disgrazie.

Michele parlando ora con questa ora con quella camaldolese, aveva più volte biasimato l’usanza di correre senza ragionevole bisogno ad impegnare la loro robicciuola al Presto.[280] E’ lodava l’istituzione di questo Presto, perchè derivata dal desiderio di soccorrere i poveri nelle loro strettezze, ma siccome il cattivo uso o l’abuso delle cose buone è sempre nocivo, egli ammoniva gli amici a non far pegni per andar poi a gozzovigliare con quei po’ di soldi nelle osterie i giorni di festa; gli dispiaceva di vedere tanti poveri sconsigliati che impegnando mantelli, coltroni, materasse e perfino le camice per godersi un’ora di lauta mensa, andavano a rischio di tremare di freddo tutto un inverno, di guastarsi la salute, di perdere le cose impegnate e di spendere il doppio di quello che costavano per ricomprarle; deplorava i dissapori e le discordie che nascono in molte famiglie dopo il pentimento e dopo i rimproveri, rammentava che nella folla alla porta del Presto nascono spesso gravi inconvenienti e risse e inimicizie e scandali senza fine, e che tra l’andare a portare il pegno e a ricoglierlo, molte donne sciupano due o tre giornate di lavoro; mentrechè se invece le stessero a casa a telajo, potrebbero conservare la loro roba, e guadagnare nel tempo stesso quel tanto che ricevono in prestito sul piccolo valsente della roba impegnata. Ma questa e molte altre ragioni, menate buone in altri tempi, poco valevano alla vigilia d’una solennità. Una volta corse la voce in Camaldoli che per non so quale straordinaria occasione i piccoli pegni sarebbero stati resi senza riscatto. Allora sì, che in tutti venne voglia d’impegnare a ruba! Ma il nostro Michele che sapeva di buon luogo quella voce altro non essere spesse volte che una congettura poco fondata, non volle stare zitto, e uscì fuori, e parlò allora a voce alta a un buon numero di donne qua e là radunate e in procinto d’andare al Presto. Ma per quanto si affaticasse, poche furono quelle che gli dessero ascolto. La folla ai Monti di Pietà fu senza esempio; bisognò mettervi le sentinelle per tenerla a freno, e nonostante accaddero varie disgrazie, e furono fatti parecchi arresti. Una donna gravida, che più delle altre s’era fatto beffe dei buoni avvertimenti di Michele, caduta e calpestata nel tafferuglio, abortì, dovè patire una malattia lunga e dispendiosa, e poco mancò non morisse; e una madre di famiglia che s’era trattenuta al Presto tutta la giornata e aveva dato in custodia i suoi piccini a una donnicciuola dappoco, trovò che uno di essi era caduto boccone sul focolare, e s’era sciupato la faccia e gli occhi, in modo da far temere ch’ei ne perdesse la vista. E finalmente, secondo che Michele aveva preveduto, la speranza della restituzione gratuita dei pegni svanì per l’affatto. Allora in Camaldoli incominciarono a chiamarlo indovino e profeta; ed egli durò molta fatica a levar di capo agli sciocchi questo pregiudizio, studiandosi di far loro capire che molti avvenimenti si possono prevedere con l’ajuto della riflessione e con l’esperienza dei fatti che gli hanno preceduti.

Confortando un tale che era rimasto deluso in certe sue spallate speranze d’ottenere una gran fortuna per mezzo di protezione, diceva: — Così è, figliuol mio: noialtri poveri dobbiamo meno di tutti prestar fede alle seducenti promesse d’arricchire senza onesta fatica. Sta bene che si desiderino e che si accettino volentieri le assistenze e le carità delle quali possiamo aver bisogno; che si benedicano coloro che studiano il modo di migliorare il nostro stato; che ci rendiamo meritevoli di queste premure con la virtù e con la riconoscenza; ma intanto facciamo sempre dal canto nostro quel che è da noi per assicurarci il campamento con le fatiche moderate ed oneste. Finchè siamo sani e robusti facciamo capitale dei guadagni dell’onorata industria, e quando chi ha voglia e capacità di lavorare non può certamente morire di fame, contentiamoci di far la parte che ci tocca, e lasciamo che la carità degli altri soccorra chi non ha modo di vivere con le proprie braccia. Figliuolo mio, è meglio mangiare pane e cipolla a casa nostra, in santa pace, con la famiglia, dopo aver lavorato quanto permettono le nostre forze, che arrovellarci a correre dietro alle fallaci promesse della fortuna per poi vivere in ozio o nutrirci di cibi più delicati o coprire il nostro corpo di vesti più belle. Se potremo un giorno condurre vita più agiata mercè i nostri guadagni e i nostri risparmi, sta bene; se no, abbiamo noi bisogno di lavorare? lavoriamo volentieri, e Dio, che è imparziale con tutti, benedirà le nostre fatiche. Inoltre le fortune che vengono all’improvviso non sempre sono fatte per noi: di rado le giovano a coloro che hanno più confidenza con la ricchezza; noi poi che non ci siamo avvezzi, corriamo rischio di rimanerne imbarazzati e di perdere la pace dell’anima e l’illibatezza dei costumi. — E siccome talora oltre agli esempj e’ soleva uscir fuori con certe sue favole e paragoni, a somiglianza d’Esopo, così prese a dire all’amico:

— E’ si conta che il Leone, eletto signore degli animali volle avere numerosa comitiva di costoro intorno alla sua tana, e ne chiamò a sè da ogni parte, facendoli mettere su con molte belle promesse di gozzoviglie, di sollazzi e di ricompense. Infatti a’ primi che vi corsero in folla, parve quello il paese della cuccagna, perchè senza durare una fatica al mondo vi trovarono grasse pasture, abbondanti ricolte e la bellezza di ogni sorta di carnagione. Vi giunse anche la volpe ma accortasi la tristarella che messer lo Leone in tanta sopravvegnenza di convitati non aveva grande scrupolo ad imbandire le vivande coi loro medesimi quarti, avrebbe subito ripreso la via tra le gambe per tornarsene indietro, se non le fosse stato dato l’ufficio di tenere i conti al siniscalco, con un buon salvacondotto per la sua pelle. Intanto l’Asino, che presiedeva l’assemblea, fattane un dì la rassegna generale, vide che vi mancava il Castoro; e prima che il Leone s’avesse a sdegnare del suo indugio, andò subito ad invitarlo con larghe promesse e con squisite carezze, perchè gli era stato detto che qualche volta e’ faceva l’indiano e lo smorfioso. Infatti il Castoro che se ne stava tutto in faccende per certa fabbrica di una casa, in sulle prime non voleva dar retta a questa chiamata; ma finalmente mosso dai ragli eloquenti e dalle svenevoli moine dell’Asino, si risciacquò ben bene la coda, che era tutta imbrattata di mota, e venne alla tana del Leone. Quivi, imbrancato con le altre bestie, le quali tutto dì se ne stavano senza far nulla, vagolando qua e là, lisciandosi la pelle, spiattellando strambottoli, mormorando senza carità del prossimo e mangiando a ufo, presto quella vita gli venne a noia, e l’uggia l’avrebbe fatto morire tisico in poco d’ora, se non che, adocchiato un torrente vicino alla caverna, si trasse alla sponda di quello, e posesi addirittura a lavorare ai fondamenti di una casupola. A prima vista non raccapezzarono i compagni che cosa volesse fare, e si pensarono che quello fosse un nuovo trastullo, una buffonata di nuovo conio; ma quando l’Asino e gli altri conobbero ch’e’ faceva davvero, senza mettere tempo in mezzo corsero a rampognarlo, urlando non essere lecito ch’ei si sporcasse in quel lavoro triviale al cospetto del Leone e di tutta la bestiale assemblea. Il povero Castoro ebbe un bel dire ch’egli credeva anzi di fare onore a sè ed alla razza, mostrando la sua abilità, invece di sdarsi come gli altri dalla mattina alla sera, o di mettersi a dir corna dì questo e quello: allora non solamente gli convenne abbandonare l’incominciato lavoro, ma scorbacchiato in mezzo agl’insulti di tante bestie, perdè la vita sotto i calci dell’Asino, perchè aveva avuto la temerità di rispondergli ragionando. —

Figuratevi se Michele con questi sentimenti poteva compatire quelli sciagurati, che avrebbero sanità e robustezza per l’esercizio d’un mestiere, ma che invece di lavorare si buttano a far gli accattoni, senza esservi ridotti dalla disgrazia! Un giorno che tra’ suoi uditori v’era uno di costoro, dopo aver deplorato un difetto tanto biasimevole, recitò questa specie di parabola:

— Era di verno, e il freddo repente assiderava le membra. Tre accattoni che non erano nè ciechi, nè vecchi, nè storpiati, ma solamente per mancanza di voglia di lavorare non avevano arte nè parte, se ne stavano oziando in sulla porta di una chiesa, a battere i denti e a mormorare contro la Provvidenza, che negava loro un tetto per ricoverarsi dai rigori della stagione. Passa un carro di paglia: uno di essi lo adocchia, e ratto va dietro a sfilarne un covone ben grosso, e se lo porta via per goderselo da sè solo. Ma i compagni, garosi[281] di spartire la preda, gli corrono addosso, e uno di qua uno di là acciuffano il covone, e fanno a tira tira per carpirglielo. Era meschina cosa un covone di paglia; ma l’astio dei mascalzoni s’infiammò tanto, che convertitosi in aspra contesa vennero alle percosse. In questo mentre si levò un turbine di vento, e la paglia tritata da quelle mani rapaci fu dispersa in un attimo, e le mani rapaci restarono vuote. Allora, posto giù lo sdegno, il primo esclamò:

— O s’io l’avessi compra?

— Chi te l’avrebbe tocca? — disse il secondo: — la roba rubata non fa frutto, tu lo sai.

— Lo sappiamo tutti e tre — soggiunse l’altro con aria d’amaro rimprovero.

— Ma intanto non ho più freddo, — concluse il terzo; — questo moto mi ha riscaldato.

— E il moto vi scalderebbe sempre, non col percotervi tra di voi per contendervi la roba involata, ma col lavorare onestamente, — esclamò un uomo intabarrato che passava rasente ad essi.

— Ah! non c’è lavoro! — gridarono ad una voce gli accattoni.

— Non c’è voglia! — rispose l’incognito; e tirò via.

Guardatisi un poco in silenzio, uno degli accattoni disse addio ai compagni, si voltò da una parte, e andò a chieder lavoro per misericordia ad un onesto artigiano di sua parentela; ebbe il lavoro, non patì più freddo nè fame, e si pentì del passato. Un altro, accomiatatosi dal compagno prese la strada opposta, e fatti pochi passi trovò un facchino che per essersi tolto in ispalla un peso sproporzionato alle sue forze, non poteva andare più innanzi; l’accattone se gli accostò per dargli una mano, e il facchino gliene seppe buon grado e lo condusse a far colazione e a scaldarsi con lui; e i pesi da portare non mancarono mai. Il terzo ricordandosi per che verso andava l’incognito, gli corse dietro, lo raggiunse, e fattoglisi accanto gli disse: — Dunque, abbiate la carità di darmi da lavorare. — L’incognito gli accennò di seguirlo; e andarono innanzi un buon tratto senza parlarsi, finchè usciti dalla città e giunti a un podere, l’incognito si fermò presso una casupola rovinata di cui le macerie ingombravano i solchi del campo: — Ecco, — disse all’accattone — un turbine di vento buttò giù questa casa; sgombera il terreno dai sassi, affinchè il mio contadino possa seminarvi il grano, che tu mangerai con lui, se avrai sempre voglia di lavorare e se sarai uomo onesto. —

A Michele stesso intravenne che una sera sull’imbrunire passando di lung’Arno, dove la via è più solitaria, gli s’accostò a chiedergli l’elemosina un giovinotto cencioso, ma ben quadrato di spalle e ben piantato sopra le seste,[282] sicchè aveva tutto l’aspetto d’un bighellone: — Figliuolo mio, — rispose Michele con dolcezza — ti comprerò volentieri un po’ di pane, perchè tu mi dici che sei digiuno; ma o non potresti guadagnartelo? Tu mi sembri sano e robusto.

— Che cosa volete? — rispose l’accattone — lavorerei, ma non so far nulla; esco ora dal militare, e senza avere imparato un mestiere non trovo chi mi pigli; per bardotto ho troppa età; a casa mia son più tribolati di me; qui non conosco nessuno....

— I’ voglio credere a quel che tu dici — soggiunse Michele, — ma non ti stancare a cercare lavoro, perchè alla fine chi ha voglia davvero lo trova. — E mentre andava innanzi per arrivare alla bottega d’un fornaio, scòrse per terra una quantità di fiocchetti di lana tra le fessure delle lastre, perchè in quel luogo i tintori sogliono distendere al sole la lana lavata per farla asciugare. Allora spiegò il suo fazzoletto, e disse all’accattone: — Fammi intanto un servizio; raccogliamo questi fiocchetti; nissuno li gode, se non fossero le rondini per portarli nel loro nido. — E tornando anche addietro, e rifrustando per tutto, in poco d’ora tra lui e l’accattone, che attonito lo seguiva, n’ebbero pieno quel fazzoletto. — Ecco, — disse dipoi Michele al compagno — di questa lana, non foss’altro rivendendola ad un cenciajuolo tu puoi prendere almeno un par di soldi: tanto pane per domattina: ecco la ricompensa della tua fatica; è un mestiere facile; e così puoi raccogliere fogliucci, ossi, pezzi di cuoio, di ferro, di latta; insomma per ora puoi fare lo spazzaturaio non sapendo che altro. — Intanto giunsero al forno, e comperatogli il pane, Michele aggiunse: — Porta pur teco il fazzoletto: me lo renderai a tuo comodo; — e dettogli dove egli stava di bottega, lo lasciò con Dio. L’accattone, fosse egli o no disgraziato ed onesto come dalle sue parole poteva credersi, fatto sta che fu puntuale a riportare il fazzoletto, e che fino da quel giorno avendo deliberato di non far più la vita del vagabondo, s’appigliò al consiglio di Michele. Questi gli prestò allora un canestro per raccogliere le spazzature, gli procacciò un luogo da farne deposito, e lo vide poi sempre industriarsi in quel modo e ricavarne onesto campamento.

Ma vediamo una volta questo buon vecchio a casa sua, poco tempo prima ch’egli morisse, ed assistiamo ad una conversazione tra lui e la sua famiglia.

VII. — Una veglia in Camaldoli.

È una sera di verno: Michele, eccolo là seduto a scranna, accosto al bischetto di Santi suo figliuolo, che lavora di calzolaio. Il vecchio ha già passato la settantina, ma li porta bene; posa le mani sul pomo della mazza, e appoggia il mento sopra le mani; ha i capelli bianchi, ma lunghi e folti; è piuttosto secco e col viso pieno di grinze, ma le carni sono ancora sodette e bronzine; gli occhi scintillano come quelli di un giovanotto, ed ora sorride, ora parla con piacevole posatezza; non è sordo, non gli manca un dente...; insomma è un uomo ferrigno[283] e rubizzo, che ha saputo conservarsi bene con la temperanza; e di verno ei non ha mai bisogno di fuoco; non può vedere i veggi, specialmente nel letto; e dice che sono fatti per gl’infingardi e per chi vuole avere in casa un incendio.

Accanto a lui siede la Teresa, moglie del suo figliuolo, donna di circa trentacinque anni, non bella, ma con sembiante pieno di dolcezza e con tutto il senno di una buona massaia; fa poche parole, ma buone; veste sempre di roba ordinaria, ma linda; e non alza gli occhi di sul lavoro se non quando parla il vecchio Michele. Dall’altra parte vi è l’Isabella, figliuola della Teresa, giovanetta leggiadra, vispa e modesta, abile tessitora di seta, e piena di attenzioni verso il nonno. Per non istare in ozio la sera quando non si può tessere, cuce o rimenda per casa, o si prepara il corredo.

Santi poi è sempre lì al suo bischetto a cucire le scarpe. Chi volesse dipingere la giovialità e la salute, dovrebbe fare il suo ritratto. Figuratevi un pezzo d’uomo tarchiato, piuttosto grasso, pieno di robustezza, col volto quasi sempre ridente, le carni bianche e rosse, i capelli neri e ricciuti, gli occhi tutto fuoco, i denti bianchissimi e la voce sonora.

Andrea, giovine pigionale e amico di casa, vi capita ogni sera per un par d’ore; si mette di faccia al vecchio ed accanto a Santi. Andrea è piuttosto serio e taciturno, non però zotico nè sgarbato; anzi, le sue maniere sono affettuose, ed ha sempre un rispettoso contegno. I suoi lineamenti sono regolari, il colorito sano, e il personale ben fatto. Dal vestito coperto di peli e di lische,[284] si conosce che fa il linaiuolo; ed anch’egli, per non perdere il tempo, si prova a cucire le scarpe, e così va dietro a quella buona massima «Impara l’arte e mettila da parte.» Se una volta o l’altra il suo mestiere non gli desse più il pane, s’ingegnerebbe con quello del calzolaio.

Spesso vi suole essere in conversazione anche Angiolino, figliuolo minore di Santi: ha nove anni; è vegeto, robusto, vivace, e qualche volta farebbe il diavolo a quattro, se una parola del nonno o dei suoi genitori non bastasse a frenarlo; dagli occhi neri e sgranati traluce l’acutezza della mente; e la faccia sempre aperta e serena dà indizio d’ingenuità e di buon cuore. Ha in mano un libro: legge benino; e quand’è in conversazione, fa la sua lettura a voce alta. Tutti vi stanno attenti, e spesso il vecchio lo interrompe con qualche utile osservazione. Così Angiolino fa una parte d’importanza; ma non se ne investe come farebbe un ragazzo vanesio. Va a scuola al Reciproco Insegnamento,[285] e spesso è premiato con buoni libri, che sono quelli che di mano in mano legge alla famiglia.

— La felicità? — diceva Andrea — e dov’è la felicità? io ne conosco una sola — e guardava l’Isabella; — ma che tutti la possono avere la felicità che m’intendo io? I’ veggo tante miserie ogni giorno, ch’e’ mi par proprio d’essere in un mondo di disperati. Nè anche i signori sono felici!...

— Anzi, — soggiunse Santi ridendo, — i’ non ne conosco uno che non si rammarichi sempre d’un visibilio di molestie, e che specialmente non triboli a camminare; vogliono le scarpe troppo attillate e poi si lamentano meco de’ piedi sciupati.

— Ma prima di ragionare, — disse il vecchio, — leggiamo avanti. A te, Angiolino: — e Angiolino leggeva:

«Se l’uomo non potesse mai essere felice, si direbbe che non fosse stato creato da quella Divina Sapienza, che governa tutte le cose. Esaminate la magnificenza e l’ordine dell’universo. Le stelle brillano sempre con lo stesso splendore; il sole ogni giorno c’illumina, e la luna segue eternamente il suo corso. Vedete poi il giro delle stagioni, la perfetta struttura delle piante, l’istinto degli animali per conservare la loro specie; e riflettete come i venti, le pioggie, le nevi, le stesse tempeste purghino l’aria, fecondino le campagne, e rendano più vigorosa la vegetazione delle piante e la vita degli animali. L’uomo, che è la creatura più intelligente, non può esser nato per vivere a caso, o per languire nell’avvilimento e nella miseria. Iddio ci ha collocati sopra la terra perchè tutti viviamo, perchè tutti godiamo dei suoi benefizii, e perchè siamo sempre più felici, facendo buon uso dei beni che Egli ci ha compartito.»

Michele fece fare ad Angiolino una pausa, e guardando Andrea: — Ora che cosa ne dici? —

— Va tutto bene, — rispose; — lo so anch’io che tutti, adempiendo i nostri doveri, possiamo sperare d’essere felici, e di migliorare il nostro stato; ma qual’è la felicità che deve toccare a noi? Forse quella di campare senza pensieri, come i fagiani delle Cascine?[286] Veggo che chi non ha quattrini sta male; chi ne ha troppi, il più delle volte sta anche peggio....

— Male, figliuolo mio, — interruppe Michele, — male se tu fai consistere la felicità solo nei quattrini. Che cos’è la ricchezza? Uno che guadagna tanto da vivere, è più ricco di chi ha mille scudi il mese e ne spende mille uno o vorrebbe averne duemila.

— È vero; non dico questo, — riprese Andrea; — ma in somma nessuno è contento: chi si rammarica della troppa fatica, e chi è ammazzato dalla noja non avendo da fare o perchè non sia stretto dal bisogno o perchè gli manchi la voglia.

— Ho capito, — replicò Santi; — la felicità è come il giudizio: la viene a quarti d’ora. Per un giorno di bene un anno di guai.

— Piuttosto direi che la felicità possa dipendere dal giudizio, — disse la Teresa. — Per me chi ha più giudizio è più felice.

— Lo credo anch’io! — soggiunse con timidezza l’Isabella.

— Ma alle volte, — rispose Andrea sospirando, — alle volte si trova più felicità a dar retta al cuore, che a lasciarsi governare dal giudizio. —

Michele disse allora: — O che il cuore e il giudizio non hanno a andare d’accordo? Anzi credo che chi si lasciasse trasportare dal cuore senza governarsi colla riflessione, spesso rischierebbe di diventare infelice e di fare infelici anche gli altri. Puta caso, un padre di famiglia spenderà tutto il suo per saziare le voglie, i capricci, l’ambizione della moglie e dei figliuoli: e’ si dirà ch’ei lo fa per buon cuore; ma si può anche dire ch’ei non abbia giudizio, perchè non pensa alle malattie, non pensa che morto lui la famiglia rimane povera.... Val più un po’ di risparmio, un po’ di previdenza, anche a costo di privarsi di qualche cosa, che una condiscendenza fuori di proposito. Quel giovine vuol bene ad una ragazza, e crederò che il buon cuore lo faccia risolvere a sposarla presto; ma se i suoi guadagni non sono ancora buoni e sicuri, non sarà meglio che aspetti un poco, invece di andare a rischio d’aver figliuoli senza la possibilità di mantenerli e di educarli come si deve? Nello stesso tempo io credo che un uomo senza buon cuore, ancora che abbia molto giudizio, non possa godere un’ora di vero bene.

— Dunque, — soggiunse Andrea, — non sbaglio io; la felicità viene dal cuore.

— Purchè la vada d’accordo col giudizio.... — ripetè Michele. — O andiamo avanti, Angiolino. —