Part 21
Beppe era un artigiano, non bello, ma d’aspetto sereno, piacevole, sincero e dignitoso; era vestito con semplicità e lindura. Le parole e gli atti manifestavano la bontà del cuore, un affetto virtuoso e una buona educazione. Dopo aver salutato l’inferma, zitto zitto e sorridendo prese il lume, s’accostò al letto, e si trasse di tasca una lucida medaglia. Le donne la guardarono con subita maraviglia.
— _Michelangiolo!_ — esclamò la fanciulla, leggendo il contorno. — È il premio? Così presto! Davvero? — Beppe guardando il cielo, e accostandosi la medaglia al petto, esclamò:
— Dio m’ha assistito!
— Ma tu non me lo dicesti — soggiunse la Nina — che il giorno dei premi era così prossimo!
— Se non mi fosse toccato...! — rispose Beppe — chi sa quante ore di penosa incertezza per voi. — La povera inferma piangeva dalla consolazione, abbracciava ora il giovine, ora la figliuola, e giugnendo le mani, invocava su loro la benedizione del Cielo. Immaginiamo le venerate e severe sembianze del _Buonarroti_, i volti lieti, l’amore, le speranze ed il giubbilo di chi le contemplava, e lasciamo quella coppia felice a godersi i piaceri d’un amore virtuoso.
Presa la via delle mura, mi trovai alla porta delle Cascine. Vidi un chiarore insolito, e la gente accorrere ed affollarsi; e finalmente ecco le torce e la compagnia della Misericordia ed il cataletto. Portavano allo spedale un disgraziato giovine calzolajo, il quale, per ribadarsi[269] da un soldato a cavallo, che faceva largo alle c_orse degl’Inghilesi_, era rimasto sotto una carrozza, e s’era rotto una gamba!
IL TEATRO.
Era già bujo, e il cielo rannuvolato minacciava un rovescio. Passando di Via Palazzuolo, udii più qua e più là ragionare di commedia e dello Stenterello che recitava nel vicino teatro di Borgognissanti;[270] ma quasi tutti rattenuti dal cattivo tempo dicevano esser meglio di stare in casa, di risparmiare quel mezzo paolo,[271] e per minor consumo di lume, andarsene a cena e a letto. — Vi lodo; — diceva un uomo ad alcuni giovani artigiani — tanto il teatro non è necessario; e poi in oggi non rappresentano altro che scempiaggini, e si va a rischio di impararvi piuttosto il male. Lo Stenterello si butta a fare solamente scioccherie o sconcezze, e tutti spettacolacci d’assassini, di spiriti folletti.... È una vergogna. Andateci di rado, o soltanto allorchè siete certi che la commedia sia buona, non scipita nè immorale; e quando tale non fosse, meglio sarebbe sempre starsene a casa a far qualche briccica o a leggere qualche libro utile. Soprattutto poi badate bene di non vi condurre ragazzi! Lasciamo stare che le scelleratezze o le inezie indecenti, dannose a tutti, per loro sono pessime; ma la platea! Oh che poca educazione! quante magagne, che licenza, figliuoli! A tempo mio.... non dirò.... gl’imprudenti vi sono sempre; ma ora.... che si fa celia? Si parla di tutto, si sparla, si dà noja.... Insomma io sono rimasto scandalizzato.... E credo che questo dipenda appunto dalle cattive lezioni che vi si danno. Chè se la commedia fosse come m’intendo io, gli spettatori si comporterebbero altrimenti. Ma.... che cosa volete? Gli ostacoli per avere un buon teatro sono troppi! So io quel che dico.... — Pareva che quei giovani gli menassero buone le sue querele. Uno di essi che si allontanò prima degli altri, appena ebbe scantonato[272] videsi venire incontro una povera vecchierella. E’ la conosceva, e le domandò: — Come sta egli oggi Tonino?
— Al solito, figliuolo, al solito, — rispose sospirando.
— E poi, con la povertà addosso....
— Tieni, avevo fatto conto d’andare al teatro; ma è meglio che l’abbia lui. — E ciò dicendo, le donò un mezzo paolo e la buona notte.
La vecchia: — Dio ve ne renda merito! — esclamò. — Già lo sapevo che voi siete un giovine perbene. — E allestì il passo, perchè principiava a piovigginare.
In quel mentre escono da una casipola un uomo e una donna; quello in giubba nera ed in guanti bianchi, questa col vestito di seta e una penna al cappello e la mantiglia ricamata. Infine parevano due signori; ma le esclamazioni poco scelte che fecero accorgendosi della pioggia, non andavano d’accordo con l’apparenza delle vesti. Poi nacque un diverbio, perchè l’uomo riprendeva la donna d’aver indugiato a vestirsi, e questa lui di non essere andato più presto alla crestaia, e si rammaricavano di dovere stare tutta la sera col fradicio addosso, e perdere forse l’introduzione dell’opera nuova. Cospetto! questi signori si sono ripicchiati[273] per andare alla Pergola! E non tornarono già indietro, sebbene la pioggia crescesse; ma aperto un ombrelluccio, si posero una pezzola bianca sopra i cappelli; l’uomo si tirò su i calzoni, la donna tutto il vestito; e saltellando per iscansare le grondaje e le pozze, andarono a gambe verso la Pergola. Questo signore era un gentiluomo caduto al basso, e la signora Maria, sua moglie, aveva chiesto in prestito la mattina stessa ad una buona vecchiarella che abitava una soffitta di quella casuccia la somma di quattro lire, appunto quante occorrevano per andare col marito all’opera nuova della Pergola. — Mi fate una carità fiorita — diceva ella, — perchè il signor Guidobaldo non ha potuto riscuotere ancora certi denari; e non vorrei far debito col macellaro nè col fornajo. Ce n’andrebbe del nostro onore. Sono uomini maldicenti, pieni d’insolenza; non sanno avere i debiti riguardi per le persone distinte al par di noi. Fra tre o quattro giorni vi restituisco tutto, non dubitate.... — E molte altre cose diceva, con voce quasi piangente.
E la vecchia confortandola:
— Glieli do volentieri, sa ella? Basta che la si ricordi che siamo vicini alla pigione: gli ho fatti col mio filato per pagarla.... — E consegnati i denari tornava su, tutta contenta d’avere asciugato le lagrime di quella signora. Dopo la sua partenza, le lagrime si mutarono in riso ed in beffe intorno alla credulità della vecchia che le aveva menato buono tutte le sue fandonie. La sera la moglie ed il marito si lisciano, pongono a letto un loro bambinello di tre o quattr’anni, e se ne vanno alla Pergola. Un’ora dopo, mentre la vecchia era per andarsene a letto, il bambino si riscuote allo scoppio d’un tuono; impaurito chiama la mamma; nissuno gli risponde, ed egli comincia a strillare. La vecchia l’ode nello spogliarsi, e rimane afflitta; ma pensandosi che sua madre troverebbe il verso di farlo chetare, se ne va a letto. Ma il pianto continua. — Meschina me! — esclama ella — o è seguita qualche disgrazia, o i suoi genitori sono fuori di casa. A questo tempo! Mi pare impossibile. Vo’ un po’ vedere se hanno bisogno di me.... — Si riveste, riaccende il lume, e va giù; si accosta all’uscio, e chiama; nessuno risponde; picchia, nessuno apre. Chiama più forte, e allora il bambino, udita la sua voce, va gridando che si è trovato solo, che ha paura, che non può dormire; ed ella a confortarlo, a promettergli che starà lì per fargli compagnia; e difatti corre a pigliare la rócca, torna giù, si pone a sedere sopra uno scalino, ed incomincia con lui un colloquio, poi gli racconta le novelle; e il bambino che per lo spiraglio dell’uscio vedeva un poco di lume, si riconforta, è contento; e dopo due ore, a mezzo di una novella, si raddormenta.
La vecchia quando lo ebbe udito russare ben bene, risalì nella sua soffitta, e andò a dormire, non senza prima durar fatica a sgranchiare le membra assiderate dal freddo. Tornarono i genitori fradici mézzi;[274] trovarono il figliuolo come lo avevano lasciato, e poco soddisfatti del loro divertimento, se n’andarono a riposare. Di levata il figliuolo narrò che gli era apparso in sogno la vecchia a liberarlo dai lupi che lo volevano sbranare ed a raccontargli novelle. Nè in quel giorno, nè in quello dopo, nè in altri si ragionò di restituire i denari alla vecchia. S’ella avesse avuto qualche altra lira da prestare, sarebbe stato un negozione. Ma la stentava il pane, poveretta! e i due malaccorti scialacquavano ridendosi di lei e del suo perpetuo filare. Venne il giorno della pigione; la vecchia si arrapinò, vendè, impegnò la sua robicciuola per non perdersi la soffitta. I signori buontemponi doverono sloggiare col danno e la vergogna, perchè era il secondo semestre che non pagavano. La vecchia, ricavando il campamento dalla rócca e dai fusi, morì in santa pace, e lasciò tanto da farsi suffragare l’anima e da rivestire di tutto punto tre suoi nipotini. I signori, quando non poterono più far le mode nè andare al teatro, al caffè o ai passeggi, nè giocare al lotto, nè mangiare a debito, nè trovare chi prestasse denari per fomento dell’orgoglio e dei vizj signorili, andarono miseramente a finire, il marito in Montedomini,[275] la moglie allo spedale. Il povero figlioletto era già morto dallo stento!
VI. — Un vecchio Camaldolese.
Non è passato gran tempo che nei Camaldoli di San Lorenzo morì un vecchio battilano, il quale per aver tenuto vita onesta, operosa e utile al bene dei suoi vicini, fu da essi compianto con affetto filiale, e lasciò di sè onorata memoria.
Egli fu buon padre di famiglia, morigerato e amorevole, e potè con savj portamenti indirizzarla al bene, nello stesso tempo che la moderazione nei desiderj, i risparmj e il coraggio, gli diedero modo di liberarla anche nei giorni calamitosi dalle strettezze del bisogno che suole essere cagione di tanti guai.
Contento sempre del suo umile mestiere, cercò di renderlo anche più onorato esercitandolo onestamente, e lo fece diventare più lucroso con l’assiduità del lavoro. Indi recavasi a vanto d’essere battilano, perchè sapeva quanta parte il lanificio avesse avuto nella potenza e nella celebrità degli antichi Fiorentini. Intorno alla qual cosa inoltre soleva dire che il popolo fiorentino potè edificare la maravigliosa cupola del Duomo quando erano più rispettati i grembiuli e quando facevano meno schifo il puzzo e l’untume della lana. Siccome poi in nessuna cosa volle mai costrignere l’animo altrui, così concesse che il suo stesso figliuolo, non inclinando a questo suo favorito mestiere del battilano, si tirasse su piuttosto per quello del calzolajo.
Ebbe nome Michele; e anche di ciò era lieto per memoria di quel raro uomo di Michele di Lando scardassiere, che nella sollevazione dei Ciompi seppe con senno e prodezza por freno alle angherie dei grandi, governare la plebe tumultuante, rendendo tuttavia ai popolani il potere che era stato loro usurpato, riformare insomma gli ordinamenti della Repubblica, e riprendere poi con modestia lo scamàto[276] e il grembiule del suo mestiere, dopo aver sostenuto gloriosamente il gonfalone della suprema magistratura.
Essendo inoltre il nostro vecchio molto affezionato alla sua patria, soleva raccomandare ai compagni che ciascuno venerasse la bella Firenze coi monumenti della passata grandezza, con le opere dei celebri artefici che la resero gloriosa, con le memorie del senno, del valore e dell’amor di patria del buon popolo antico. Senza andare alle scuole, era venuto a capo, domandando a questo e quello, e leggicchiando a tempo avanzato, d’imparare a conoscere i più notabili avvenimenti della storia fiorentina; ma non si reputava un dottore, e soprattutto diceva di non sapere le date, sebbene intorno ad alcune delle più importanti e’ non sgarrasse[277] nemmeno di un giorno.
Essendo anche molto religioso, gustava la sublime dolcezza delle verità e della carità del Vangelo, e studiandosi di esercitare le virtù cristiane, osservava puntualmente i doveri della sua fede. Talora s’affliggeva, considerando che molti nelle sacre solennità agognavano e pregiavano solamente l’apparenza e lo sfarzo delle cose mondane, e che le frequenti feste e festicciuole divenivano per parecchi oggetto di passatempo, pretesto ad oziare, e occasione ad abbandonarsi all’intemperanza.
Intorno alla qual cosa giovi riferire ciò ch’egli fece un anno per la festa di San Rocco.
I Camaldolesi che tengono in molta venerazione questo santo, sogliono la sera della sua vigilia far luminarie nelle loro strade ai tabernacoli ed alle case, ed imbandire liete cene sull’uscio, facendo strage di maccheroni, e talora chiudendo la veglia con qualche rissa cagionata dai vapori del vino. Due giorni prima che si dovesse apparecchiare questa pia gozzoviglia, morì, per esser caduto di sulla fabbrica dov’ei lavorava, un falegname del vicinato di Michele, giovine onesto e benaffetto a ciascuno, e lasciò desolata e povera la moglie con quattro figliuoli. Michele, deplorando la repentina disgrazia di quella famiglia, — Io, per me, — diceva ad alcuni compagni, — lasciamo stare che le cene non hanno nulla che fare con la divozione a San Rocco, ma non potrò vedere tanta baldoria e tanta allegria, pensando che quei tribolati non hanno più chi li campi. Si fa egli una cosa, fratelli? Ci accordiamo noi a mettere assieme quel tanto che si spenderebbe nei lumi alle finestre e nella cena, per poi donarlo alla vedova? Io non ricuso di pagare la mia tassa pe’ lumi al tabernacolo; ma ogni rimanente a quella povera donna.
— Tu pensi bene — risposero ad una voce i compagni. — Ci stiamo anche noi! — Detto fatto; ne parlarono con le loro mogli che furono tosto del medesimo sentimento; e il partito[278] girando di bocca in bocca andò a genio a tutte le savie famiglie del vicinato, le quali deputarono Michele a raccogliere le caritatevoli offerte per consegnarle alla vedova. Così in quella strada non si videro illuminazioni alle case nè tavole apparecchiate sull’uscio, nè si udirono suoni o canti o schiamazzi di gente allegra. I lumi erano accesi solamente alla immagine del tabernacolo parata con bell’assetto; e le donne e i fanciullini vi recitavano il rosario con divozione consolata e tranquilla. Intanto la povera vedova del falegname, benedicendo con le sue creaturine la buona ispirazione di Michele, sopportava con più coraggio lo spasimo d’aver perduto il marito, e si confortava nel vedere assicurato per molti giorni il campamento della famiglia.
Michele non apparteneva ad altre confraternite fuorchè a quella dei Battilani, nella quale si onora sempre la memoria di Michele di Lando, e dove, tra gli statuti delle antiche corporazioni d’arti e mestieri, si mantengono in vigore soltanto quelli che si riferiscono alla scambievole assistenza dei mestieranti malati e impoveriti. Del resto, e’ non approvava che tra fratelli e fratelli si vedessero introdotte quasi in nome della religione certe distinzioni contrarie all’eguaglianza evangelica, e suscitare ambizioni e promovere spese e dissidj per cagioni tutte mondane.
I suoi compagni lo chiamavano per soprannome lo _Sveglia_, perchè avendo egli avuto fino da giovinetto una particolare avversione al soverchio dormire, non solamente era sempre il primo a svegliarsi nel vicinato ed a comparire a bottega, ma faceva anche da svegliatore agli amici, che desideravano d’imitare la sua sollecitudine: quasi ogni giorno, prima d’essere in sul lavoro, aveva già destato per via sette o otto artigiani, proferendo ad alta voce il suo favorito proverbio: «Chi dorme non piglia pesci!» Talora biasimando il troppo dormire, toccava anche alcuni altri difetti che ne dipendono o che lo fomentano, e ribadiva i suoi avvertimenti con molti esempj, quando gli pareva ch’e’ quadrassero bene. Alla poltronaggine attribuiva, non senza ragione, un visibilio di guai. — Dal mangiare o dal bere con intemperanza — diceva egli — nasce di necessità il bisogno di dormire un po’ troppo e il pericolo d’ammalarsi; ed ecco una cagione di spese gravose e di disastri, perchè l’intemperanza divora tutto il salario, il dormire accorcia il tempo del lavorare e diminuisce la voglia, e una malattia può essere la rovina delle nostre famiglie. E poi, chi più dorme più vorrebbe dormire, e fa la testa grossa, e si trova indebolite tutte le membra; e l’uomo sonnolento o sbalordito guasta spesso i fatti suoi, e trova chi gli dà ad intendere o gli fa fare tutto quel male che vuole. E badate, dove molti dormono c’è sempre qualcheduno che veglia: uno che vegli con buone intenzioni può giovare a sè ed agli altri; ma vi potrebbe anch’essere chi vegliasse per nuocere ai dormiglioni. Oh se sapeste quanti rimasero mortificati, o perdettero una buona ventura, o si ritrovarono senza letto, per aver troppo dormito! — E qui narrava delle sconfitte toccate di nottetempo ai Filistei dopo la gozzoviglia, del Campidoglio romano che sarebbe caduto nelle mani dei Galli se le oche non ne avessero svegliate le guardie; di Pisa che era per essere saccheggiata e arsa nel sonno dai Saracini, se non fossero state le grida e il valore di Cinzica de’ Sismondi.... aggiungendo che non per tutto vi sono le oche pronte a sventare con lo schiamazzo le insidie dei nemici, e che una Cinzica de’ Sismondi sarebbe cosa troppo rara al dì d’oggi. I sogni poi che si affacciano tanto spesso a turbare il sonno dell’intemperante e dell’infingardo, o a sedurre la fantasia del giocatore, non sono le più volte cagione di grandi mali?...
Sebbene i suoi ragionamenti su questo e sugli altri difetti ch’egli prendeva di mira, fossero in sostanza molto rozzi e comuni, tuttavia e’ li faceva con tanta vivacità e amorevolezza, che ai suoi uditori andavano molto a genio, e producevano spesso qualche buono effetto. Inoltre, ponendosi a tassare le azioni degli uomini, egli sfuggiva sempre di mordere questo o quello, e non portava mai sè medesimo per esempio; laonde non veniva in fastidio a nessuno: e soprattutto quando era fuori di casa sua, bisognava proprio levargli le parole di bocca; altrimenti non avrebbe osato di far la predica a chicchessia. E queste e le cose che seguono sono state narrate con tenera riconoscenza da coloro a cui giovò molto l’averle udite proprio dalla sua bocca.
Tra i buoni costumi ch’egli massimamente raccomandava ai Camaldolesi era la nettezza della casa e della persona. — Perchè siete poveri, — diceva loro, — vo’ credete di non potere stare puliti? Ma questo è uno sbaglio grosso: anzi la pulizia che sta bene in tutti, è necessaria quanto il pane per noi; starei per dire che l’è la nostra ricchezza. Non crediate che per farsi vedere puliti vi sia bisogno della giubba di panno fine e del fazzoletto di seta; ma la camicia, chi è quello che non la può mettere spesso in bucato? E l’acqua per lavare non manca mai. È meglio andare in maniche di camicia ed averla anche rattoppata ma linda, che nascondere con un fronzolo le vesti sudice e strambellate. Tutti vi diranno che la pulizia giova molto a mantenerci sani; e tutti abbiamo potuto vedere che le malattie contagiose hanno sperperato più gente dove i poveri si cibavano male e stavano sudici, che dove erano frugali e puliti. Vo’ mi dite che ai poveri manca il tempo di ripulirsi: ed io vedo che per l’appunto i più sudici sono quelli che stanno più in ozio; e posso dirvi che anzi la pulizia è un risparmio di tempo. Una buona tessitora ebbe da incannare per cinque o sei mesi di séguito, e intanto il telajo rimase fermo. Il suo marito le diceva spesso; dagli una spolverata a quel telajo; riguardalo di quando in quando. — Oh! — rispondeva la moglie, — ho altro tempo da perdere! Mi preme d’incannare.... — e via discorrendo. Venne il giorno d’andare a tessere: era un lavoro di soggezione e di furia. Prima d’avere spolverato il telajo ci vollero molte ore; e qui mancava una cosa, e là un’altra; i licci e il pettine erano sciupati, e bisognò che spendesse per far rifare alcuni pezzi; e la tela veniva disunita ed a stento. Il marito rimproverò la malaccorta: nacque un litigio; ed ecco turbata la pace di casa, un’arrabbiatura da ammalarsi, e un lavoro da scomparire e da perdere la buona riputazione, che aveva, di tessitora abile e diligente. V’è chi dice che la biancheria si logori troppo a lavarla spesso: ed io vi farei vedere che il sudiciume mangia la roba più che il ranno o il sapone; mangia perfino la pelle, perchè quante sono le malattie cutanee cagionate o alimentate dal sudiciume, e che spesso deformano il corpo di chi le ha sofferte! E poi un povero che almeno faccia di tutto per mantenersi pulito, trova più compatimento e più fiducia nelle persone caritatevoli che possono assisterlo, dandogli del lavoro o adoperandolo in qualche servigio.
Sebbene non fosse ricco, Michele si trovava spesso a fare qualche elemosina, ma segretamente, ed elemosine da suo pari: un pane comperato con quei po’ di soldi che avrebbero dovuto servire pel suo companatico: un vestito usato; un pajo di giornate di lavoro per un padre di famiglia malato, affinchè il principale che aveva le furie non avesse a prendere un altro lavorante invece di quello; qualche povero senza tetto ricoverato per varj giorni in casa sua; e via discorrendo.
Una volta gli fu chiesta in prestito da un amico una sommerella per pagare la pigione: altrimenti il padrone di casa, usurajo matricolato, lo minacciava di cacciarlo fuori o di sequestrargli i letti; e la povera madre di quest’amico era inferma! Michele che appunto aveva messo in serbo certi denari per portarli nella Cassa di risparmio, glieli prestò subito; e l’amico fu puntuale a restituirgli il giorno fissato. Ma considerando il buon vecchio la povertà di colui per la grave malattia della madre, volle dargli altro tempo e più lungo per la restituzione: e quei denari furono una manna, perchè il figliuolo non ebbe il dolore di mandare allo spedale colei che gli aveva dato la vita.
Ad un altro fece lo stesso; ma siccome sapeva che in casa sua non v’erano disgrazie di malattie, e che sarebbe stata a proposito un po’ più di regola nello spendere, con molta delicatezza fece cadere il discorso sopra il risparmio.
— Vo’ dite bene — rispondeva l’amico; — ma che cosa dobbiamo risparmiare noialtri poveri, che non abbiamo nulla, e quando il guadagno appena ci basta per levarci la fame? — E Michele soggiungeva:
— Pensaci bene, e vedrai che alcune spese sono inutili, o che si potrebbero fare con più giudizio, e che talora si sciupa il tempo, e questa è l’uscita più rovinosa. Chi ci obbliga, per esempio, a spendere le craziuole in certe golaggini, che costano più del pane, che non sfamano come quello, e che spesso riescono dannose alla salute? Così dei liquori, così dei ninnoli che ci si mettono attorno per fare spocchia, così dei divertimenti che costano e che fanno sempre venire nuove tentazioni; e quanti vi sono che non lavorano il lunedì, che per ogni festicciuola si danno buon tempo all’osteria e poi fanno stentare il pane alla famiglia per tentar la fortuna, sperando di poter rimediare alla loro miseria con una vincita che non viene mai, o se viene, è quasi sempre cagione di un precipizio maggiore! — L’amico gli diede retta; incominciò a serbare una parte del denaro donatogli da Michele, e le cose gli andarono meglio di prima. Nello stesso modo che una voglia tira l’altra, così il resistere alla prima tentazione ci dà la forza di scacciare anche la seconda.
Un’altra volta rintoppò[279] un suo parente tutto sgomento: il suo figliuolo cadendo si era spaccato la testa, ed egli dopo la paura aveva dovuto spendere per farlo medicare.
— Me ne dispiace davvero! — rispose Michele — povero ragazzo! O come mai gli è seguita questa disgrazia?
— Che cosa volete? — riprese l’altro — è un monello; e’ le caverebbe di mano a un santo: i’ lo rincorrevo per picchiarlo, e fuggendo ha inciampato in una seggiola.... Dio mio! credevo che fosse rimasto sul tiro. —