Racconti popolari

Part 20

Chapter 203,888 wordsPublic domain

— Ma che cosa volete ch’i’ ci faccia io, povera madre? E’ non aveva lavoro.... Quando stette con voi la prima volta stentava tanto a guadagnare....

— Perchè aveva poca voglia di durar fatica; perchè stava dietro a tutte le festicciuole.... E poi, si sa, bisogna fare il noviziato; e se avesse avuto pazienza, a quest’ora potrebbe riscuotere un buon salario. Ma se crede di passarsela meglio a baloccare il signorino, padrone, si serva....

— Oh che dite voi? figuratevi! e’ c’è andato per non disgustare la casa.... Le son persone che ci possono fare del bene....

— Sarà....

— Fate conto che qualche cosa casca sempre. Non foss’altro gli avanzi di cucina....

— Oh! su questo poi, state zitta! buona roba!... me ne ricordo.... la grazia di Dio andata male.... Sciatterìe, golaggini da far rivoltare lo stomaco.... un companatico da aver bisogno del medico e dei purganti.... Vuol esser pane, maestrina!... La si vede la bella cera della vostra nuora e della sua povera creaturina che ingojano quei veleni! Pane, pane!...

— O gli spogli?... li contate voi per nulla?

— Sciala! uno straccio di falde all’inghilese, e i pantaloni bianchi ragnati.... per far venire la voglia della giannettina e del sigaro! Vuol esser lavoro, e rivestirsi a modo suo, e non portare la livrea di nessuno. A rivederci; ho fatto tardi.

— Ohimè, vo’ siete diventato aspro davvero! Ma via!... voglio darvi la ragione; e sapete? da povera madre, gliel’ho dette anch’io queste cose. Ma noialtri, mi risponde, noialtri non possiamo fare superbia....

— Superbia! superbia! Eh, Giovann’Antonia, i’ vi compatisco io!... L’onore, dico, l’onore.... Quando s’ha un par di braccia e un mestiere alle mani, e voglia di lavorare, non è superbia se ci teniamo di campare da braccianti, ma a casa nostra, e senza strascicarci dietro agli sfaccendati per aspettare che caschi qualcosa, per aver protezione, e bisognando, esser costretti a tener di mano.... lasciarsi disonorare.... Basta, non ho più tempo da perdere. — E se n’andava pieno di dispetto.

— Oh Vergin santa! dico che avete mille ragioni;... ma io....

— Sentite — ritornando un po’ indietro e parlandole nell’orecchio. — Quando quello svenevole dicesse: «Matteo, va’, trovati una bottega; ti darò del lavoro.... te ne farò avere da’ miei amici.... Ecco, ti compro gli arnesi: mi renderai i denari a suo tempo....» Oh! allora crederò al bene ch’e’ dice di volergli; allora benedite la sua carità.... Già, me l’aspettava, sapete, questa notizia! Ma per farvi vedere ch’i’ sono sempre il maestro Jacopo di quarant’anni fa, i’ era venuto prima a cercar di lui. Ora ho fatto il mio dovere; non occorr’altro. —

La povera vecchia non aveva più parole; un nodo le serrava la gola; implorava misericordia con le mani giunte, e con le lagrime grondanti sotto le ciglia canute. Maestro Jacopo che non era un orso, abbassando il capo come per guardarsi le fibbie delle scarpe:

— Chetatevi! — disse con la voce commossa; — Giovann’Antonia, chetatevi! Ci penserò meglio; vedrò; ma non gli mandate a dir nulla.... Lasciate che si diverta, che si sfoghi. Quando ritornerà, se ne avrà voglia, ci sarà da lavorare anche per lui.... La Provvidenza mi assiste.... Sì, mandatemelo a bottega.... Po’ poi, la colpa non è tutta sua.... è traviato, e potrebbe darsi che una volta si ravvedesse. Mettiamolo daccapo alla prova.... E quella disgraziata della sua moglie, come se la passa?

— Eh! che cosa volete? — ripigliando tutto il suo animo e rasciugandosi le lacrime col grembiule. — La non si può dar pace.... E’ la fa stentare.... e così sopra parto.... Volete voi che la chiami?

— No! — con una risoluzione che sarebbe parsa crudele, se la voce non fosse venuta come un gemito dal fondo del cuore; e poi, nel pigliare la mano alla vecchia per dirle addio, le lasciò una moneta di dieci paoli![258] e, senz’altro, pigiandosi il cappello sugli occhi, andò via.

La Giovann’Antonia proferì qualche parola di ringraziamento, si fermò sulla soglia dell’uscio a guardargli dietro, e poi, quando l’ebbe visto scantonare, baciò due o tre volte quella moneta, e adagio adagio cominciò a salire le scale. — Questi sono uomini! — diceva tra se e sè. — Che sbaglio fece mia madre, Dio la perdoni, a non volermi dare a lui, perchè era nocentino![259] Nocentino o no, aveva un buon mestiere e buone intenzioni; e un cuore di Cesare! Quel che diceva, lo manteneva. Era colpa sua, poverino, se non conosceva nè babbo nè mamma? A me non importava; conoscevo lui, e tanto basta.... Mio marito, buon’anima.... uh! il cielo mi guardi dal dirne male! era una perla.... ma con tanto voler fare le cose alla grande.... ecco qui.... e’ ci ha lasciati come Tenete.[260] E quel benedetto ragazzo tirerebbe da lui! e’ si vergogna di portare il grembiule.... Vuol bazzicare i signori.... Oh! ma starò a vedere io, se questa volta lascierà l’arrosto pel fumo. Eh, eh! non sono ancora sottoterra, no, io! — E così dicendo arrivò al pianerottolo, riprese fiato, e andò a consolare la povera nuora, che pallida, a capo basso, logorata dal crepacuore, cullava il figliuolo di un padre senza giudizio; un bambino macilento, nutrito col latte del dolore, e più avvezzo a veder le lagrime che il sorriso d’una madre sventurata ridotta a patire ed a piangere per le insensatezze del marito traviato e per le insidie del protettore libertino.

I COMPAGNONI.

Tra la tenerezza e il rammarico di ciò che io aveva visto e saputo, mi posi dietro a due calzolaj che s’incamminavano con poca sollecitudine verso la bottega. Uno di essi aveva l’aspetto sereno ed un buon colorito, e avresti detto che andasse adagio per far piacere al compagno; il quale col viso giallo, col sigaro in bocca e gli occhi smarriti, pareva malato. — Animo! — dicevagli dolcemente l’altro, allestisci il passo, che è tardi.

— Oggi non c’è bisogno di furia, — rispose. — È lunedì. Tutti se la sbirbano.

— Oh! un bel discorso codesto! Par che sia obbligo seguire il mal esempio degli altri, sciupare il tempo, i denari e la salute perchè è lunedì. D’avanzo chi ha poco giudizio si rovina le domeniche! E tu lo sai, figliuolo. Credevo d’averti persuaso; ma si vede che per tua disgrazia non vuoi darmi retta. Guarda se quelli che si potrebbero spassare più di noi, nemmeno ci pensano! Il nostro principale s’è fatto un patrimonio, ma non smette mica di lavorare; e lavora tutti i giorni, e dalla mattina alla sera. E nella sua gioventù era un povero garzone come noialtri. E il signor Andrea che conosci anche tu, con un’entrata di dieci paoli il giorno, e poca famiglia, potrebbe darsi buon tempo.... gnornò; e’ lavora sempre! Conosco un magnano che ha una villa con tre poderi; nonostante va a bottega, e non fa vacanza nè anche le mezze feste!... — Il compagno rispose:

— Sicuro! loro hanno già fatto i quattrini; e chi più ha, più vorrebbe avere.

— O che non possiamo mettere in serbo qualche soldo anche noi? Basta cominciare. Io, tu lo sai, ho il mio libretto della cassa di risparmio. Quel che avrei speso in merende, in sigari, in divertimenti, tutto lì; e ancora non son morto ch’i’ non diventi qualche cosa più di garzone. Per carità, Sandro mio, ti voglio bene, e vorrei....

— Po’ poi io non ho famiglia; posso scialare un altro poco.

— O io che l’ho? E poi quando si fa l’uso alla scioperatezza e all’ozio, è più difficile ravvedersi.... E’ viene lo scoraggiamento. —

Intanto un altro giovinotto fischiava a una casa, di dove ne uscivano due, e tutti insieme fermarono i calzolaj, facendo loro le feste. Il fischiatore zelante:

— Animo! — disse — figliuoli; oggi ci sono _le corse degl’Inghilesi_ alle Cascine; bisogna andarci. Il ritocchino[261] lo pago io. Ho sempre un resticciòlo della vincita del terno. Gli hanno a andare tutti pel medesimo verso. Si deve stare allegramente. Venite, venite. — Il calzolajo svogliato, che era per cedere alle buone ragioni dell’amico giudizioso, non potè resistere a quest’invito. Due lo presero nel mezzo a braccetto, e all’amico non riuscì di trattenerlo. Anzi n’ebbe le beffe, perchè ricusò di seguirli; ma anche da lontano s’affaticava a dir loro:

— Date retta a me.... finitela questa storia.... Verrà il tempo che ve ne pentirete.... — Non gli badarono; e canterellando disoneste canzoni s’avviarono alle Cascine.

I GIUOCATORI.

Riflettendo passo passo alle triste conseguenze della scioperataggine a cui s’abbandonano il lunedì alcuni mestieranti della città, mi trovai di faccia ad una prenditoria di lotto.

[Illustrazione: I GIUOCATORI]

V’era la folla a leggere l’estrazione di Roma. Anch’io mi fermai; nessuno degli affollati, uomini o donne, era lieto: chi si grattava il capo, imprecando alla fortuna o al libro de’ sogni; chi si rammaricava di non aver saputo levare i numeri; chi era disperato per aver impegnato senza costrutto ogni cosa; e i mariti se ne tornavano a casa a sfogare la loro collera contro le povere mogli. Grande schiamazzo faceva un pollajuolo per aver avuto due numeri accanto: — O va’ a riscoterli! — dicevano gli altri beffandolo. Egli impermalito rispondeva con oscene parole, senza curarsi delle fanciulle e dei ragazzi che udivano. Due donne erano per accapigliarsi, sostenendo l’una d’aver fatto la giocata a mezzo con l’altra, e richiedendo in conseguenza la metà della messa;[262] ma sarebbe stata capace di negare la metà della vincita, se la fortuna le avesse assistite. Una pinzochera battipetto narrava i suoi sogni, le diverse spiegazioni di essi, citava le cabale, portava le ragioni del non aver vinto nè ella nè la tale nè la tal’altra che avevano avuto i suoi numeri; e non era scoraggiata, ma si sdegnava della poca accortezza dei giocatori, delle malìe fattele per invidia, e dava consigli e avvertimenti per l’avvenire. Aveva un’udienza numerosa, e i balordi le davano ragione; ma non tutti. — Gracchia meno![263] — esclamava con acerbo rammarico una donna rovinata per averle dato retta. — Intanto il tuo marito è allo spedale e il figliuolo in prigione, precipitàti dal tuo poco giudizio.

— E non va mai a vederlo quel pover’uomo, — soggiunse un’altra. — Non v’è pericolo che la gli compri una beuta.[264] Tutti nel giuoco. Quando venne la Misericordia a pigliarlo, l’era nel botteghino.

— Io poi non mi lascio infinocchiare dalle sue frottole — riprese una che aveva l’aria di donna savia. — Il giuoco non mi gabba: non passo mai la lira...; raddoppio la posta quando c’è la Gogna,[265] e basta....

— E io — scappa fuori una serva — giuoco solamente quando qualcheduno ne fa delle belle. Mi sa mill’anni che segua una rissa, un rubamento o un incendio; allora soltanto ricavo i numeri. Ho visto che i più sicuri si ricavano sempre dal fuoco.

— Me la fareste dir bella, donne senza cuore e senza giudizio! — esclamò un ortolano che passava di lì col suo carretto. — C’è più conclusione negli orecchi del mio somaro, che in tutte le vostre zucche arruffate.

— Aspetta ch’io compri l’insalata da te, villanaccio! — rispose indispettita una donna.

— Non m’importa; tanto con chi giuoca non ho mai fatto un pasto buono. _Arri_ là, Bartolo! che sta’ tu a fiutare? Non senti che è tutto puzzo di miseria? —

Intanto la pinzochera se n’andava dicendo: — Maria benedetta! è tardi.... Mi toccherà a perdere la messa; e a quest’ora il confessore se ne sarà andato.... — E così mischiando il giuoco e la religione, ella andava a profanare il tempio co’ voti colpevoli di un turpe vizio. Ecco dall’altra parte correre furiosamente un omaccione in maniche di camicia, scalzo, ansimante; aprire con impeto la folla, quasi ebbro di giubbilo, ma ritenuto ancora dall’incertezza; guardare, e sbirciare con ansietà l’estrazione; s’accosta di più, ma tremando; e poi fatto certo dell’inganno, si morde le labbra divenute bianche, si caccia disperatamente le mani entro i capelli, e imprecando con orribili grida, ritorna indietro.

— Madonna santa! — esclamarono le donne atterrite — or ora si butta in Arno!

— Gli hanno dato ad intendere che aveva vinto — disse uno sopraggiunto di fresco. — Ha messo tutto il suo sopra un numero, e per un punto ha perduto. — E seguitò a narrare la celia ordita per fargli credere la vincita.

Il peggio si è ch’egli sfogò la sua collera sulla sventurata famiglia; e il frenetico, arrestato pe’ suoi disordini, dovè andare a scontarli in una prigione. Dopo questi fatti mi parve di scorgere sul volto di alcuni un rammarico, una specie di ravvedimento, e tutti se n’andarono costernati. In terra, di faccia alla prenditorìa v’era la fiorita dei biglietti stracciati. Parevano sangue mischiato di lacrime e di veleno, e che ne uscissero _sospiri, pianti ed alti guai_!

LA GOGNA.

La gente se n’andava alle sue faccende. Scoccavano le dieci; ed ecco il suono lugubre della campana del Bargello che incomincia a percuotere l’aria. Il bisbiglio rinasce. Uno, due, tre.... escono dalle case, dalle botteghe, e via a corsa verso il Bargello[266] e non solamente uomini, ma ragazzi, e donne e fanciulli. Pur taluno proseguiva pel fatto suo, e allestiva il passo, e sospirando si chiudeva gli orecchi. Udii un bambino domandare alla mamma che cosa volesse dire quella campana e quel correre della gente: — Raccomandiamolo a Dio, — gli rispose; — suonano per uno che ha fatto del male. — E s’affrettava per chiudersi in casa.

Ma gli altri: — Vieni tu? Animo, si fa in un momento.

— Oggi ce ne sono tre.

— Sì, bisogna vederli.

— Sventurati! — esclamò un sacerdote, che forse era il parroco, — sventurati loro, e voi più di loro! E avrete il cuore di lasciare le vostre faccende per vedere l’infamia e il gastigo dei vostri fratelli? La giustizia umana avrà forse bisogno di questi tremendi esempj; ma voi, perchè, trascurando il proprio dovere, abbandonate la bottega o la famiglia per sì crudele curiosità? Quei meschini son lì perchè hanno trascurato il proprio dovere.... pensateci! E se la disperazione non gli avesse accecati, o se avessero avuto la fortuna meno avversa, forse non sarebbero nè anche colpevoli. Compiangeteli piuttosto, e pregate Dio, affinchè possano sopportare con pazienza il loro gastigo, e ravvedersi. —

Alcuni tornarono indietro; e il buon parroco accompagnatosi con essi, strinse affettuosamente le loro mani, li condusse in un oratorio vicino, e fatta insieme una breve orazione a Dio, implorò perdono e misericordia pe’ traviati. La sua voce era commossa e, qualche lagrima cadde dagli occhi di coloro che lo avevano seguìto.

LA BETTOLA.

Verso il mezzogiorno incominciò l’affluenza alla bettola, sebbene vi entrasse meno gente del solito, perchè essendo giorno di lunedì, molti dei suoi avventori erano per le osterie di campagna. Intanto dal terreno di una casuccia poco distante dalla bettola uscivano le dolorose querele d’una donna.

— Ecco qui, — diceva ella ad una sua vicina, che le aveva portato per carità una minestruccia fatta sull’acqua, — lui all’osteria, ed io a patire. Dio ve ne renda merito! Se non foste voi, oggi sarebbe stato digiuno rigoroso. Finchè non posso riportare quella po’ di seta non si mangia. Ma eh? che mariti! Hanno la casa aperta, e la moglie che gli aspetta: ma no! all’osteria per ispendere il doppio, e ubriacarsi, e non esser più buoni a lavorare nel resto della giornata. E per soprappiù anche il giuoco! Si comincia dal fiasco, e si finisce col perdere la camicia. Ma! è toccata a me questa tribolazione.... Benedetto il me’ cognato: guadagna poco! non potrà comperarsi la carne tutti i giorni; ma quel poco lo mangia con la moglie, sempre in pace, sempre di buon umore. E la Geppa? ha il marito che lavora fuori di porta; ma e’ torna a bella posta in Firenze per pigliare un boccone[267] con la famiglia. E l’osteria l’avrebbe accanto; ma che! una volta ch’è una volta non c’è entrato. Quelli son uomini! E senza debiti, e pieni di salute loro e i figliuoli; perchè lì non si trangugia pane e afflizione. —

La vicina, confortatala ad aver pazienza, andò via. Poco dopo sopraggiunse il figlioletto della sventurata; ed ella rasciugandosi una lagrima e composta a serenità la sua faccia, si pose a mangiare con lui la minestra. Quindi il fanciullo si provava a rodere un tozzo di pane scuro e risecchito; ma la madre, levandoglielo di mano, diceva: — Aspetta, bambino mio, è troppo duro cotesto. — E andò a cavare da un ripostiglio una fetta di pane bianco involtata in uno straccio di tovagliolo, e glielo dette senza pigliarne un boccone per sè. — Ma bada, sai? che il babbo non lo risappia. Povera me, se arrivasse a scoprire che ho da comperarti una libbra di pan bianco! Ah Cencio, Cencio! Quando mi facevi l’innamorato, a detta tua dovevo trovarmi a stare come una regina; non mi sarebbe mancato nulla; e sempre insieme.... E allora tu eri un giojello! Il primo sempre a andare a bottega; tutto pace, e buono come un angiolo.... Ora, dacchè tu pratichi tanti capitalacci, e bàzzichi le osterie e i biliardi, sei diventato un demonio. Carlino! tu piangi!.... che hai?

— Mamma, questo pane non lo posso buttar giù, se non ne mangiate anche voi. — La povera madre, rimproverandosi d’aver dato sfogo al suo dolore senza più ricordarsi che era presente il figliuolo, prese ad accarezzarlo e baciarlo, quando a un tratto fu scossa da uno scroscio di risa sgangherate. Il pane bianco scappò di mano al fanciullo, ed ella tutta sgomenta lo raccattò, corse a rimpiattarlo, e poi ricoverò il figliuolo tra le ginocchia. Ecco il marito in compagnia d’un altro sciagurato. Pareva che non potessero salire lo scalino dell’uscio; ma traballando passarono; e narrarono con risa scempiate, che il cammino dell’oste avea preso fuoco; polli e frittura, tutto sciupato dalla fuliggine; ma che essi a buon conto qualche cosa avevano in corpo, e che approfittandosi dello scompiglio erano venuti via senza pagare. Volevano godersi sotto la Fortezza[268] i denari non spesi all’osteria; e invitavano anche lei a fare scialo con essi alla barba dell’oste.

— O perchè non ajutarlo a spengere? — diss’ella.

— Cospetto! — rispose il marito, cadendo di scoppio a sedere sopra la panca — che bruci lui con tutti i libracci dove ha scritto il mio nome! Ci fa pagare l’osso del collo; e noi ci dobbiamo sbracciare per lui?

— O perchè ci andate? e lasciate le povere mogli a casa a patire?

— Chétati! — alzandosele contro furioso. — Ti conduco a far merenda sotto la Fortezza, e tu mi vieni fuora con questi discorsi?

— Per carità, — esclamò la sventurata buttandosegli a’ piedi — non fare strepito!

E il fanciullo piangendo stava tra mezzo, con le mani giunte verso quel padre spietato. Ma intanto l’amico, che non poteva più stare alle mosse lo tirò via con sè, e andarono barcollando sotto la Fortezza. La moglie rimase lì a piangere; e tanto ella che il figliuolo non poterono più accostarsi il pane alla bocca in tutto quel giorno.

L’INNAMORATO.

Verso sera mi ritrovai in fondo a una strada solitaria e vicina alle mura della città. Vidi aperta la finestra terrena dell’ultima casipola, e ne usciva un dolcissimo canto. Era la voce di una fanciulla, e le parole cantate mi parvero queste:

Su, notturni viandanti, Su, movendo i passi lieti, Oda il Cielo i nostri canti Nella sua serenità: Forse un coro d’Angioletti A cantar con noi verrà.

Della Luna il bianco raggio Inargenta omai la Terra; Ci accompagna per viaggio, E consola i nostri cor. Duri eterna l’ora santa Della pace e dell’amor.

In quella povera stanza vedevasi un letto, ed in esso una donna malata, col volto pallido e magro, ma sereno. La figliuola vereconda e leggiadra, forse di diciotto anni, con vesti povere ma linde, stavasi accanto al capezzale della madre; e allora faceva la calza; ma presso la finestra v’era un telajo da ricamare. Vedendo la madre sorriderle per la dolcezza del canto, tutta consolata continuava:

Presto andiamo; in sulla via Sorge un piccolo tugurio Che l’immagin di Maria Col suo tetto coprirà; Della luna il bianco raggio La sua lampada sarà.

Protettrice delle mèssi Tra la siepe in mezzo ai fiori, Quante volte genuflessi L’han baciata i pii cultori, Invocando pei figliuoli La gran madre del Signor!

— Vien qui! — disse l’inferma, e le chiese un bacio. Allora la giovinetta giubbilando si chinò sul suo volto, e le ne diede due.

— E ho finito la calza — disse poi con un sorriso di contentezza.

— Hai fatto presto! e’ mi pare di non aver male con questa figliuola accanto. Ce n’è più della canzoncina?

— Sì, mamma; ecco il resto:

Oh! per quante rimembranze Sacro è a noi quel monumento! Di conforti, di speranze Taciturno donator. Quante lagrime vi han sparse E la gioja ed il dolor!

— Non t’ho sentito cantare mai tanto bene! Mi passano tutti i dolori.... — Indi, come se un pensiero molesto le fosse balenato alla mente, si turbò all’improvviso, strinse la mano della figliuola, e guardandola con occhi supplichevoli, disse: — Ma!... non le darai retta eh? a quella signora che ti lodò tanto, e che ti vuole per cameriera. È vero; ti promesse tante belle cose, ma....

— Mamma mia! che cosa dite? Perchè affliggervi dubitando ch’io possa lasciarvi nè anche un giorno? Già vo’ lo sapete; ancora che fossi certa che non vi poteste più ammalare, starei sempre con voi, ancora che non dovessi più pensare a Beppe.... — E nel proferire quel nome, il volto le si copriva d’onesto rossore.

— E poi, tu hai l’esempio della povera Lisa — riprese la madre.

— Eh lo so, poverina! non ha un momento di bene..., par tisica; lavora come un martire, e la sua padrona non è mai contenta; le fa fare e disfare le cose due o tre volte, e non ha riposo nè anche la notte. Poi.... Oh! povera Lisa!... la mi disse piangendo che l’aveva anche certi altri dispiaceri più grandi.... tanto grandi, da non potermeli raccontare. Nè io mi curo di sapere i fatti suoi quando non abbia modo d’ajutarla. Almeno, diceva potessi uscire! Ma no! e’ la tengono, si può dire, per forza.

— Che peccato! Lo vedi dunque? non ti lasciar mettere su da nessuno.

— Figuratevi! E se Beppe potesse immaginare che ho parlato con quella signora, e ch’ella mi fece quei discorsi, Dio guardi!

— Sì, sì, non ci va pensato.

— E non mi date più il dolore di dubitarne. Non vi lascerò mai; e se Beppe vorrà la mia mano, giacchè non ha nessuno, deve prima promettermi di star sempre con voi. Oh! lo farà dicerto. Intanto bisogna raccomandarsi a Dio che abbia il premio al concorso di meccanica, perchè il suo maestro di bottega gli ha promesso di crescergli il salario se ha questo premio.

— Oh! gli toccherà, ne son certa.

— Ma chi lo sa? diceva sospirando la giovinetta.

— E se non lo avesse quest’anno? pazienza! — riprese tosto la madre, confortandola. — A buon conto lavora bene, ha giudizio; e anche senza il premio, se il principale è giusto....

— Lo so; ma si potrebbe accorare e perdere d’animo....

— Eh via, non aver paura! Beppe non è più un ragazzo. Animo! canta un altro poco. — E la fanciulla, piena di fiducia, ricominciava a cantare:

Della luna il bianco raggio Inargenta omai la terra; Ci accompagna per viaggio, E consola i nostri cor. Duri eterna l’ora santa Della pace....

E interrompendo il canto, si pose in orecchi. La madre si voltò a guardarla; ed ella con timido sorriso: — M’era parso.... avrò sbagliato....

— E tu credi che stasera venga presto? Ha finito forse di lavorare intorno al modello?

— Non lo so, perchè su questo non mi ha voluto dire mai nulla....

Duri eterna l’ora santa Della pace e dell’amor.

Intanto s’accostava alla casuccia un giovine frettoloso. La fanciulla balzò alla finestra, lo riconobbe, e dopo avere avvisato la mamma, corse ad aprire. Quel giovine era più lieto del solito; ella se ne accorse appena gli ebbe rivolto un’occhiata amorosa; e battendo le mani: — Buone nuove! — disse alla mamma.