Part 19
— E se non hanno giudizio loro, lo volete perdere anche voialtri? E poi quello è uno stillo[238] de’ coristi per far quattrini o per gozzovigliare a spese degli altri; e voi sciupate senza sugo que’ po’ di soldi che vi costano tanti sudori! Codesta granata per esempio, non sarebbe meglio serbarla per dare una buona spazzata alla tua bottega? E quel povero ragazzo del tuo figliuolo con quella tromba alla bocca si logora i polmoni e va a rischio d’allentarsi. Un buon medico che pratica molto per questi luoghi e vuol bene alla povera gente, mi diceva che le chiassate delle rificolone e delle befane,[239] a motivo dei fischi, degli urlacci e delle trombe, fanno venire l’ernia a una quantità di persone....
— Tu dira’ bene; ma ormai sono in compagnia, ho promesso; e se manco, domattina mi fanno martire.
— Perchè s’accorgeranno che hai avuto più giudizio di loro. Guarda che premura stasera di mantenere le tue promesse! Fa’ a modo mio: o non v’andare, o provati a dissuadere anche loro....
— Oh sì! e subito mi darebbero retta! Anderei a rischio d’essere canzonato pel dì delle feste!
— E per fare una buon’azione tu hai paura delle beffe?
— Ormai ho pagato la mia crazia[240] ogni settimana per la spesa del carro e della cena, e giacchè sono in ballo voglio ballare. Tanto, se non ci vo, non mi rendono mica i quattrini.
— Meglio perderli e perdere la cena, che andare a rischio di capitar male in cattiva compagnia, d’ubriacarsi, e qualche cosa di peggio! Ecco! per le scioccherie i quattrini si trovano, e per farne buon uso non si sanno mettere insieme. Se tu avessi portato quelle craziuole[241] nella cassa di Risparmio; o se.... c’intendiamo....
— Oh, i conti addosso poi non li voglio! — E se ne va tutto stizzito, serrando la bottega in fretta e furia, e correndo col figliuolo alla bettola, dov’era un ritrovato di bighelloni per accompagnare la più sciatta befana che mai fosse andata a zonzo per Camaldoli.
Intanto una povera tessitora, mamma senza cervello, rimpinzava di fave cotte il corpicciuolo d’una sua bambinella di quattro o cinque anni, dicendo: — Mangiane dell’altre, piccina mia, mangiane dell’altre, sennò la befana stanotte viene a bucarti il corpo con lo stidione. E sai? non servirebbe ch’i’ ti mettessi addosso il tagliere o l’asse del pane.... Le senti tu le trombe? Eccola, eccola! vieni alla finestra a vederla passare.
— Mamma, ho paura!
— Vien via, grulla! Vedrai domani quante chicche vi saranno nella tua calzina.[242] Oh! svoltano in via dell’Ariento.... Che peccato! Ma più tardi passeranno anche di qui. Eh la Befana non manca!
— Che viene anche quando si dorme?
— Di buona ragione! Se tu vedessi! Col capo tutto imbacuccato, col viso nero, zitta zitta, le braccia lunghe che non finiscono mai....
— Picchiano, mamma! — esclama la bambina tutta spaurita, acciuffandola per la sottana.
— Animo! Che geate[243] son queste? Va’ a vedere chi è.
— Non mi lasciate al bujo! — e piangeva.
— Di che ha’ tu paura? della gatta ignuda? Chétati, o ti sculaccio. Se ti sente la Befana! non ti porta nulla, o t’empie la calza di carboni presi dal fondo dell’Inferno. Animo! vien meco. E ora? lo vedi? per pigliarti in collo mi s’è spento il lume!
— E’ picchiano daccapo, sentite?
— Andiamo ad aprire.
— Al bujo?
— Oh, non sarà il Lupo mannaro,[244] nè lo Smisurato, nè l’Orco che vengano a portarti via! —
La madre scende le scale con la bambina che trema come una foglia; apre, ed è la vecchia Liberata che le chiede il piacere di un po’ di fuoco pel veggio, dicendole: — Fatemela voi questa carità. Tutte le botteghe sono chiuse, con questa miseria delle befane!
— Qua il veggio. Aspettatemi costì. Uh, questo veggio pesa che gli spiomba! Che diascolo ci avete vo’ messo, maestrina?
— Un quattrin di brace, ed è pochina bene. A mala pena mi potrò scaldare il letto, col vento che tira stasera. —
Mentre la Brigida, con la bambina in collo, mette il fuoco nel veggio della vecchia: — Ecco fatto! — esclama — il fuoco s’attacca alla paletta. Ci mancava ora che venisse questa strega a farmi restare al bujo. Era meglio che la fosse andata a ballare co’ diavoli sotto il noce, se la voleva scaldarsi bene. Vien vien, bambina, andiamo a portarglielo subito questo benedetto veggio: il lume l’accenderò dopo; non mi par vero di levarmela di torno. Ma sentite che peso! Scommetto io che in questo veggiaccio vi sono tutti i denti della Versiera! — Prima di scendere mette la granata alla finestra, e poi va all’uscio, e non vede più la povera vecchia. — L’ho detto io? Era venuta a stregarmi la figliuola! Vecchia perfidiosa! Ho messo la granata, e se l’è battuta. Va’ via anche tu! — E scaraventato il veggio nel mezzo di strada, fa un’usciata che ne tremano i vetri delle finestre, e torna su con la bambina tramortita dalla paura.
La vecchierella, per timore d’esser buttata in terra da certi scioperati che berciando e barcollando pigliavano tutta la strada e non le avevano dato tempo di rifugiarsi nell’uscio, erasi rintanata nel vicino chiassuolo per lasciarli passare. Poi studiato un ringraziamento umile e cortese, perchè sapeva d’aver che fare con una donna bislacca e piena d’ubbìe, esciva dal suo nascondiglio, quando udì lo scoppio del veggio e il tonfo dell’uscio, e vide i cocci e la brace per terra. Povera Liberata! quella sera le toccò a tremare dal freddo, e a piangere il suo veggio che le costava molto, perchè era di quelli impiombati.
La notte s’inoltra; comincia a piovere e a tirar vento. Quando il fuoco s’attacca alla paletta, perchè il ferro tira l’umido, è segno di pioggia.
Torna a casa il marito della Brigida; ha le traveggole e sta male in gambe per essere andato anch’egli alla bettola a vuotare un fiasco ad onore della Befana. Inciampa ne’ cocci del veggio, perde l’equilibrio, stramazza per terra, e si spacca la testa. Il male non è grave, ma lo strepito e gli urli e le disperazioni della Brigida mettono a soqquadro la strada. Poi un litigio tra lei e il marito, e un rimescolamento maggiore nella bambina. Allora la madre è più che mai persuasa che la Liberata sia una strega, che abbia preso a perseguitarla, ed anche prima di fasciare la testa al marito che grondava sangue, si confonde a cercare nella cassa il ramo d’abeto per metterlo sulla soglia dell’uscio.
Alle due dopo mezzanotte si sente gridare: — Al fuoco! al fuoco! Brucia la bottega di Cencio rivenditore. — O ch’egli nella furia di chiuderla avesse spento male il lume o lasciato il veggio col fuoco sempre acceso accanto a’ suoi cenci, o che taluno avesse smorzato una torcia alle bande mezzo imporrate, fatto è che la bottega bruciava davvero. Il merciajo andando a letto tardi, perchè aveva voluto mettere in pari la sua scrittura, sentì il puzzo del fumo e scoperse il fuoco. Avvisò Cencio ed il vicinato, corse a chiamare le guardie del fuoco, dette mano a spengere, vigilò ogni cosa perchè Cencio era sbalordito dal vino e dalla paura; e presto cessò il pericolo, sebbene fosse grande, a motivo del vento che trasportava le faville per tutto.
Il giorno dopo, un visibilio di congetture sulla cagione del bruciamento; ma nessuno ne incolpò gli scompigli e le follìe originate dal baccano della Befana.
La Brigida cominciò a mettere in campo la vecchia Liberata, sospettando che essa sola fosse cagione di tutte queste disgrazie; e già tra parecchie altre donnicciuole si bucinava non so che di fattucchierìe e di stregature. Indi la figliuolina di quella sciagurata madre, per le paure sofferte, per un’indigestione di fave, di confetti e di panforte, s’ammalò, dette addietro in pochi giorni, e morì prima che fosse chiamato il medico a visitarla, e dopo aver preso qualche sciagurato intruglio di donnicciuole o di ciarlatani.
Allora ribollirono i sospetti contro la Liberata; le chiacchiere si moltiplicarono; il vicinato incominciò a vedere di mal occhio, a mortificare, a maltrattare la misera vecchierella, e la faccenda finì al Commissario con piati e precetti e carcerazioni e spese e discordie. Sicchè alla fine la Liberata, sebbene fosse stata difesa e assistita da Gigi merciajo, vedendo che quella non era più aria per lei, con santa rassegnazione lasciò la sua cameruccia e andò a ricoverarsi nell’ospizio dei poveri; ma il merciajo non lasciò di andare a visitarla tutte le domeniche, recandole quando una cosa quando l’altra per conforto della sua tribolata vecchiaja.
Questo medesimo uomo caritatevole e savio, trovato nel suo bilancio del mese un guadagno maggiore del solito, cancellò un debito stantìo del rivenditore che era rimasto brullo[245] pel bruciamento, e gli donò una cinquantina di lire per sostentare la famiglia finchè non si fosse riavuto. Cencio lo ringraziava di tanta carità; ma il merciajo: — Non voglio ringraziamenti — gli disse. — Tu mi devi soltanto promettere di badar meglio a’ fatti tuoi, e soprattutto nella vigilia di _Befanìa_. —
VI. — Il giorno di Berlingaccio.
— Animo! per oggi facciamo festa. I’ non ne vo’ sapere più nulla della lima; è Berlingaccio, — diceva maestro Simone magnano al suo fattorino di bottega. — È meglio andare sotto gli Ufizj[246] a vedere le maschere. O tu, maestro Carlo — al magnano di faccia, — che cosa fai che non serri ancora la tua bottega?
— Che è festa di precetto?[247]
— No, ma un po’ di svago ci vuole per tutti.
— Questa non la ’ntendo. Dello svago ce ne pigliamo abbastanza le domeniche; e poi mi preme di rimettere il lavoro quando l’ho promesso; e sinchè ho da fare, non smetto io.
— E non vorrai nè anche vedere du’ maschere?
— Non mi par vero che di qui non ne passino. Sono scioccherie che mi fanno rivoltare lo stomaco. Gli uomini ho piacere di vederli in viso io, anche quando si spassano.
— O badate ora che uomo savio, che sputasentenze! Qualche anno fa, quando s’era garzoni assieme, tu non la pensavi così, fratello.
— È meglio metter giudizio una volta che mai. E quando s’ha moglie e figliuoli, mi parrebb’ora di far l’uomo posato.
— Che forse la fo mancare di qualche cosa la me’ famiglia?[248]
— Non dirò questo; ma lo vedi? E’ s’era tutt’e due bardotti alla stessa paga; poi si aprì bottega di nostro, su per giù nel medesimo tempo. Ma ora tu hai un garzone soltanto, e io n’ho quattro. Ho più famiglia di te; la mantengo passabilmente, e qualche cosuccia m’avanza sempre.
— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica io? Bazza a chi tocca! Tu se’ più affortunato di me. Le ordinazioni ti piovono da ogni parte....
— Gli è che levato delle domeniche e delle altre feste d’intero precetto, i’ lavoro sempre. Per me, sotto la Fortezza, Lungarno di Carnovale, al Monte alle Croci i venerdì di Quaresima, al Prato delle Lune per San Luca, alla Cella di Cialdo, lungo Mugnone, alle Mura,[249] e via discorrendo, per gozzovigliare, per vedere tanti scioperati che anche dalle feste sacre pigliano occasione di far baldoria e d’ubriacarsi, chi m’ha visto m’ha visto. E poi non siamo più dell’erba d’oggi, Simone mio; e a stare a bottega più che si può, è sempre meglio per l’anima e pel corpo.
— Ed avrai cuore di tener costì a telonio tutta la giornata codesti ragazzi?
— Io non gli obbligo: chi vuole sdarsi,[250] padrone; e’ fa sul suo.
I garzoni, ridendo sotto i baffi, lavoravano lietamente; e chi diceva: — Io me ne trovo bene a dar retta al principale; — e chi: — Ho più gusto a portare un giulio a me’ madre, io, che a veder cento maschere.
— Sai tu come l’è? — rispose maestro Simone — voglio andare sotto gli Ufizj; la moglie m’aspetta. Oh! guarda, guarda il me’ Biagio vestito da Arlecchino. Che cosa te ne pare? Non è un giojello? Buffone! ti riconosco, sai? Eccomi, eccomi. Di’ alla mamma che vengo subito; corri. Addio, maestro Carlo. Buona veglia!
— Addio. Animo, ragazzi! il lavoro d’oggi rende il doppio. Povero Simone, vuol rovinarsi; ma il peggio è che quel figliuolo s’avvezza male! —
Nella strada non si udivano altri strepiti che quelli dei martelli e delle lime di maestro Carlo e dei suoi garzoni.
Un’ora dopo, cápita un giovine di banco tutto frettoloso in cerca di maestro Simone, e trova chiusa la bottega. — Volevo maestro Simone — dice a Carlo; — è il magnano del mio principale; ma si vede che oggi e’ se la sbirba; suo danno! Venite voi, maestro Carlo; so che posso fidarmi. Il principale ha bisogno di mutare certe chiavi. Se avete tempo, pigliate gli arnesi: ci vuole un lavoro lesto e fatto con garbo.
— Grazie; ma io non voglio levare questo guadagno a maestro Simone. È andato sotto gli Ufizj, posso mandare a cercarlo.
— Vi par egli? Il principale non può aspettare; domani parte. Animo! Una volta tanto non ci sarà male. Doveva stare a bottega il balordo! Ve lo chiedo proprio in piacere. E se non venite voi, cerco un altro.
— Quand’è così, eccomi a’ vostri comandi. Lavorerò per Simone.
— Va bene. Ma prendete de’ buoni arnesi; le son toppe indiavolate.
— Se vedrò di potervi contentare, starò all’impegno: sennò, vi servirete d’un altro.
— Così parlano i galantuomini; ma chi ha meno pretensione, dà più nel segno.
— Andiamo. Ragazzi, lavorate. Or ora torno. —
Maestro Carlo si comportò da suo pari; lavorò a bottega chiusa fin dopo la mezzanotte; e il banchiere fu tanto contento della sua abilità e della sua esattezza, che volle dargli un bello zecchino. L’avrebbe anche fissato per altri lavori invece di Simone, ed egli rispose: — La scusi, non mi dà l’animo; non voglio levare il pane a nessuno. Se oggi Simone ha avuto la disgrazia di non poterla servire, non sarà così da qui innanzi.
— Hai ragione; mi piace la tua onestà. Ma c’è un forestiero che mi richiede d’un buon magnano per dargli molto lavoro. Gli propongo subito te, perchè sono sicuro di farmene onore.
— Ed io lo servirò meglio che potrò. Grazie tante! —
Il giorno dopo, all’aperta di bottega, maestro Carlo andò a trovare maestro Simone, che era sempre immelensito dal chiasso e dal sonno. — E com’è andata? Ti divertisti tu a tuo modo?
— Lasciami stare! non ho più fiato; e quel che è peggio, mi trovo rasciutta la tasca. Buon per me se jeri t’avessi dato retta! Me ne seguirono d’ogni razza! Che giornataccia! Il figliuolo m’ebbe a rimanere sotto una carrozza; si conciò tutto, e trema sempre dal rimescolamento; ho paura che mi s’ammali. La me’ donna si strappò il vestito nuovo. Io non trovo la via di rimettermi a lavorare. Sarei capace di andarmene a gironi[251] per passar la mattana.
— Vorresti pregiudicarti più che mai? Animo! a ogni cosa v’è il suo rimedio. Coraggio! Una buona settimana di lavoro ripara a tutto. E intanto, vien qua. Lo vedi questo zecchino? È tuo; lo guadagnai jersera per te, lavorando a un banchiere che aveva mandato a cercarti. E’ mi ha promesso il lavoro d’un forestiere, e ci combineremo per farlo a mezzo. —
Maestro Simone gli buttò le braccia al collo; non voleva lo zecchino, ma finalmente lo prese; fece proposito fermo di non mai più abbandonare il lavoro pei passatempi frivoli e dannosi, e fu puntuale con sè stesso.
V. — Un lunedì in Camaldoli.
IL CANARINO.
Un lunedì mattina, levatomi presto, passeggiando bel bello, arrivai in Camaldoli. Appena entrato in una via delle più popolose, odo un frastuono di risate, d’urlacci, di batter di mani e di fischi; e vedo ragazzi col loro pezzo di pane sotto il braccio, uomini con gli arnesi del mestiere, donne scapigliate e in ciabatte accorrere ed affollarsi davanti una casa, e bambini e fanciulle alle finestre, e tutti fare un tafferuglio, uno schiamazzo da disgradarne la fiera dell’Impruneta;[252] e guardavano e accennavano un tetto che poteva essere dominato in parte anche dal mezzo della strada. Su quel tetto v’erano una donna e un fanciullo che parevano forsennati, ballonzolando la tarantella. A un tratto anch’io fui mosso alle risa; ma tosto me ne uscì la voglia, pensando al loro pericolo, ed accorgendomi che facevano la caccia ad un povero canarino scappato di gabbia. Le fischiate erano pei loro inutili tentativi di chiapparlo; gli evviva pei voli dell’innocente bestiolina, quasi fosse diventata il Pagliaccio di monsu Guerra,[253] allorchè ad ogni salto mortale,
Dell’attonita gente i magni spirti Accendeva di bella emulazione, Ed in mezzo agli applausi iva l’eroe Con la patria nel petto a far più grande D’essa il nome, ed il suo....
Fatto sta che il misero animaluccio, stordito dagli urli, spaventato dai suoi persecutori, che per affetto sviscerato lo volevano rimprigionare, alla fine tentò un volo più ardito, ma non lo resse, e precipitò sulla folla, allora cento mani si contesero il protetto amico della libertà; ma l’infelice pagò troppo cara la protezione, perchè morì soffocato da chi avea tanto zelo per la sua salvezza. Intanto i suoi tiranni rimasero sul tetto, delusi e segno alle beffe ed alle fischiate della marmaglia; ed o fosse l’impeto dello sdegno, o la fretta di rifugiarsi nell’abbaìno, venne giù un tegolo smosso, e spaccò la testa a un ragazzo. Allora un prorompere in osceni improperj, e uno schiamazzare più strepitoso che mai, finchè non scaturirono dalle vicine botteghe due o tre uomini armati di bastone o di nerbo a dar la caccia ai monelli, tempestando bòtte alla cieca e facendo piazza pulita in un attimo. Il corpo dell’estinto ebbe tosto sepoltura nel ventre d’un gatto.
Tutto ciò poteva dirsi un’inezia, se non fossero stati gli strapazzi patiti dal canarino prima di morire, e le dolorose conseguenze che derivarono dalla curiosità di chi accorse a vedere e ad accrescere lo scompiglio. Non dirò le inimicizie e le contese dei padroni del canarino col vicinato: non i lividi, le paure e i pianti dei bambini lasciati soli e ruzzolati a terra dal letto, non le prede dei gatti rimasti padroni delle cucine.... Le grida disperate che uscivano da una casa della strada contigua mi spinsero ad entrarvi con gli altri: «M’è affogato il figliuolo! Ajuto! Oh Vergine! urlava una donna spenzolandosi al pozzo, e strappandosi i capelli; e la gente affollata, sbigottita, non sapeva che cosa farsi; quand’ecco un giovine, ratto come il baleno, aprirsi la via, ghermire la fune, annodarla che non scorresse e calarsi nel pozzo; e un uomo accorrere con una scala, e in men che il dico ricomparire salendo per essa il giovine coraggioso con in braccio un bambino di forse quattro anni. Non dava segno di vita; e la madre, più forsennata di prima, a stringerlo al seno, a baciarlo, a brancicarlo piangendo. Ma l’uomo cavatoglielo dalle mani: — Potrebbe darsi che non fosse morto, — diceva — aspettate; — e presolo pei piedi lo capovolgeva per fargli vomitar l’acqua secondo il comune errore. Allora mi feci avanti, e: — Se v’è speranza di salvarlo, — esclamai — per carità non fate così. Via subito a chiamare un medico; — e il giovane a corsa pel medico. E intanto feci stendere supino il fanciullo sul letto, e scaldare quanti panni si poteva..., e pregai che la folla facesse posto. Per buona sorte un medico era vicino, e tosto venne.
Postosi attorno al fanciullo, bisognò respingere a forza i curiosi, altrimenti non avrebbe avuto campo di fare il suo ufficio. È una crudele stoltezza affollarsi attorno un disgraziato per vedere, senza dare ajuto, facendogli respirare un’aria cattiva e impacciando coloro che lo assistono. Io trassi in disparte la madre per frenare le sue smanie e la sua impazienza, e intanto udiva il cinguettìo delle donnicciuole: — Già non concluderanno nulla.... Pretendono di resuscitare un morto.
— Le sono minchionerie; tempo perso!
— È tanto bracona quella benedetta Geltrude, che si lascierebbe bruciare la casa per andar dietro a’ fatti degli altri.
— Dacchè il suo marito sta con l’Ebreo ha la sperpetua in casa. —
Come se il servire onestamente, e senza rinnegare la fede, un Turco o un Ebreo, fosse peccato!...
Dopo due ore di tentativi e di cure, dopo una buona cavata di sangue ed altre opportune cautele, l’abile medico con grande maraviglia di tutti e con indicibile consolazione della madre, aveva richiamato in vita il fanciullo. Esaminando allora in che modo e’ fosse caduto nel pozzo, fu visto ch’ei doveva essere salito da una seggiola sopra la madia, posta con poco senno presso la finestra del pozzo, e che questa finestra era stata scapatamente lasciata aperta dalla madre per accorrere fuori; il bambino, o volesse guardare il fondo, o baloccarsi con la fune, s’era spenzolato tanto da precipitare laggiù. Fortuna che la cucina era a terreno, e il pozzo poco profondo! La madre incolpandosi, giurando di non lasciar più solo il figliuolo, di chiudere sempre il pozzo, e tuttavia piangendo dirottamente, ringraziava Dio, il medico e il giovine, il quale, senza curarsi di ringraziamenti o di lodi, già se n’era andato pel fatto suo. Aveva una buona fisonomia tutta serenità e schiettezza, le vesti da bracciante[254] ma pulite, gli sguardi pieni di fuoco; ed era intrepido e risoluto negli atti. Seppi che faceva il trombaio; e tutti lo tenevano per giovine onesto, laborioso, abile e di buon cuore.
LA PROTEZIONE.
Batteva il tacco innanzi a me un uomo attempato e grassotto; aveva il codino, i calzoni corti e le fibbie alle scarpe. Quel vestiario antiquato mi dette nell’occhio, e accostatomi un po’ più, vidi una di quelle facce rubiconde e gioviali che fanno consolazione e mettono proprio di buon umore. A un tratto mi parve che incominciasse a rattenersi o a camminare di malincorpo, come chi teme il passo di Malamocco. Ora si fregava il mento con la mano storcendo la bocca, ora si rosicchiava le unghie, stabaccava, o faceva la rassegna dei suoi bottoni. Ma finalmente, squadrata ben bene una casuccia, e scossa la testa, si piantò nel rigagnolo a gambe larghe e con le braccia incrociate sul petto, alzò il capo facendo rizzare all’improvviso il codino sul bavero lumacoso della giubba, e chiamò con quanto fiato aveva — Giovann’Antonia! — Una vecchia impresciuttita e rubizza apparì a scatto di molla alla finestra dell’ultimo piano, esclamando: — Oh! mamma delle poerine! gli è proprio lui!
— Volete voi far motto a capo scala, Giovann’Antonia?
— _Gaudeamus!_[255] — rispose ella; e in un batter d’occhio scese le scale, appuntandosi un fazzoletto bianco, buttato alla peggio per pudicizia sopra un collo color di nocciòla e grinzoso come quello delle testuggini. — Che Dio vi dia bene! — esclamò tutta gioconda ed a mani giunte; — chi non muor si rivede! ogni cent’anni una volta! Animo, passate; almeno per riposarvi.... Non degna più vosustrissima?
— Non ho tempo.
— No’ siamo alle solite! Sempre le furie. Che cosa vuol dire eh non esser più dell’erba d’oggi, maestro Jacopo? Ma!... scordarsi proprio di tutto!....
— Il tempo passa, Giovann’Antonia! —
E la temuta loquacità della vecchia, incominciava a fargli perdere la pazienza.
— Lo so che il tempo passa — rispose ella ponendo le mani sui fianchi, — ma eh? quarant’anni fa non avreste parlato così; _salmisia!_[256]
— Insomma! — esclamò Jacopo, uscendo de’ gangheri, — o chetatevi o me ne vado.
— Sì, starò zitta. — Soggiunse allora colei strillando meno. — Dite voi; in che cosa posso servirvi?
— Dov’è Matteo? Sempre a gironi? Ha egli messo giudizio? Ho bisogno d’un lavorante. Quasi quasi mi arrischierei a metterlo in fabbrica un’altra volta.
— Dio facesse! — esclamò con fuoco; — mi sono raccomandata tanto nelle mie orazioni! volevo ben dire che vo’ ci avessi abbandonati per l’affatto, a questi lumi di luna!
— In conclusione, c’è egli?
— Ora come ora.... ve la dirò giusta giusta.... — e con voce supplichevole — gli è a caccia; ma, non dubitate....
— Con quel solito signorino? con quel protettore spiantato? Ho capito! Buon pro gli faccia! — E si voltava risoluto per andarsene.
— Per l’amor di Dio, sentite — diceva la vecchia tutta umile e addolorata, scongiurandolo a trattenersi. — Domani va lassù il prete; gli mando a dire che torni subito....
— Figliuola mia, non s’è fatto nulla; finchè Matteo farà il secutus[257] a quello sdolcinato ganimede, a quel vagabondo pieno di boria e di debiti, può girar largo. Per me, lo sapete, voglio gente che stia al sizio: i signori nei palazzi, e i braccianti a bottega.