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Part 18

Chapter 183,911 wordsPublic domain

Ma confortati, povero Nicodemo! il dì del riscatto suole a volte spuntare quand’uno men se lo aspetta. Lo preparano, è vero, gli eventi lontani, lo contrastano i tentativi infelici; e molti che hanno perduto nell’esilio la cara patria, nelle carceri la libertà, nelle stragi e nei supplizj la vita, non lo vedranno risplendere; ma anch’esso è pur segnato dalla mano della Provvidenza nei destini e nella vita dei popoli, e verrà, e sarà principio di novella e più felice e più gloriosa età per la nazione che lo aspetta e che ne è fatta degna dal lungo patire. Benedetti coloro che lo sperarono, che lo prepararono, che lo santificarono con le virtù cittadine, con l’eroismo, col martirio! Forse tu sei destinato a vederlo splendere dalla tua povera soffitta, prima che i tuoi occhi moribondi spremano le ultime lagrime sulla perduta sorella, sulla sventurata patria, sulle vittime invendicate. Allora tu scioglierai a parole di giubbilo e di speranza vera le labbra per tanti anni chiuse dal doloroso silenzio; allora non ti pentirai d’averlo una volta interrotto per dare utili e generosi consigli a quel giovine, che ti mostrava di non averli ascoltati invano. E tu, o madre popolana, che hai patito e pianto per sì lunghe sventure, non aver paura per la salvezza dei figliuoli ricuperati nella vecchiaja. Il giorno del riscatto spunterà sereno per la loro patria; la forza del vero otterrà alfine una vittoria tutta pacifica; e se al valor cittadino non bastasse di risorgere per trionfare, rammentati che con quel valore sta il diritto dei popoli, e che la vita spesa per la patria non è perdita, ma acquisto di gloria immacolata, fruttuosa, immortale. Anche la patria aveva smarrito, come te, i suoi figliuoli, e giaceva derelitta co’ suoi figliuoli infelici, dimentichi di lei, e il suo dolore non aveva confini! Ma quando anch’essa udì le note voci, rivide gli amati sembianti, e scòrse balenare un raggio di speranza che i suoi figliuoli tornassero a lei per salvarla, per sostenerla, sorrise allora di celeste giubbilo, si sentì rigenerata nei valorosi, e non le dolse che con una mano stringessero l’ulivo, con l’altra il ferro per compiere e assicurare la sua salvezza. Narra pur le tue gioje alle altre madri popolane che ti somigliano, mostra loro i tesori che rinvenisti, godi dei godimenti della tua nuora, delle speranze dei tuoi nipoti; ma non essere avara del tuo sangue alla patria comune quand’essa lo chiedesse per la comune salute. I piaceri domestici sono grandi, ineffabili; prima di essi vi sono i doveri dei cittadini; ma in mezzo alle tribolazioni della moltitudine derelitta perderebbero ogni dolcezza se li amareggiasse il rimorso di non aver nulla operato a sollievo dei fratelli infelici.

UNA PASSEGGIATA PEI BORGHI DI FIRENZE

I. — Il Capo d’Anno.

È capo d’anno; siamo tutti in gala. Chi torna da fare le visite di complimento, chi da portare i biglietti di visita alle case. Il viavai dei frettolosi portatori di biglietti che entrano ed escono con aria d’importanza dai palazzi, dura sempre, sebbene sia stato introdotto anche qui il lodevole uso di fare la nota del capo d’anno, e di assegnare quel denaro a benefizio dei poveri o di qualche istituzione ad essi vantaggiosa. Ma vi sono molti che non s’appagano di vedere stampato in quella nota il proprio nome, e vogliono anche far la girata e la distribuzione dei loro biglietti. Se credono speso bene il tempo e la fatica in questa faccenda, tal sia di loro. Quei bigliettini avranno l’onore di starsene dentro la cornice di uno specchio elegante, finchè a poco a poco un servo, spolverando, non li lasci cadere tra la spazzatura a guisa dei petali d’un fiore appassito, o finchè una donna gentile non ne faccia l’anima d’un gomitolino di seta. Oh quanti invidieranno questo destino più avventuroso! un bel titolo, una corona ducale sotto le nivee dita d’una donna gentile, e accuratamente riposti in una serica veste! Chi si diletta di paragoni, potrebbe mettere in campo il mirabile verme nato a formare la leggiadra farfalla e il bozzolo e la crisalide, ed eziandio le mummie d’Egitto, cose tutte che rasentano l’idea dell’immortalità, almeno di quella che può toccare alla materia. Ma lasciamo ora le splendide dimore ove le apparenti vagheggiate felicità e mille cure soavissime infiorano la vita dei mortali mollemente adagiati sul carro della fortuna.

Andiamo nei borghi della popolosa e vetusta città; andiamo in Camaldoli.[222] Ahimè, che rovescio di medaglia! Lasciamo stare che non vi possano essere gli svelti, eleganti e profumati portatori di bigliettini; ma anche senza ciò, il nome solo di questa parte della città addolora l’anima, perchè rammenta povere case e povere famiglie e dure fatiche e la penuria di lavoro e di guadagno, e gli stimoli inesorabili del bisogno, e tutte le tribolazioni dello stentato vivere di coloro che sembrano gente di un’altra e più bassa anzi infima ed abbietta sfera, caduti a caso attorno i cittadini lieti e facoltosi. Vero è che taluni asserirono, quella benedetta felicità da tutti gli uomini tanto desiderata aver più a grado l’umile casolare d’un campagnuolo o le rozze vesti d’un onesto artigiano, che i palazzi sontuosi o le ricche spoglie del fasto e dell’orgoglio; ma comunque ciò sia, fatto sta che di rado essa balena anco agli occhi di coloro che si credono averla più da presso. Nonostante giova credere che meno s’inganni chi la suppone amica della virtù e della moderazione ne’ desiderj, senza curarsi gran fatto se queste qualità sieno possedute dal ricco o dal povero. Sicchè resterebbe solamente a conoscere a quale di essi due sia più facile possederle.

Ma l’aspetto dei Camaldoli non è poi sì lurido e meschino in tutte le loro strade. Vi sono pur troppo, e dove meno si crederebbe, i tetri ripostigli in cui le più tribolate creature languiscono d’estrema povertà, e si consumano nei patimenti; ma il sentiero che ad esse conduce inspira repugnanza ad alcuni benefattori troppo delicati, e solamente quella carità misericordiosa che si copre del manto della modestia, essa sola vi sa penetrare senza ribrezzo, e tocca e solleva e conforta sul fetido giaciglio le membra dei fratelli soffrenti per infermità schifose e per difetto d’assistenza. Ma a quella carità non sempre è dato di prevenire i mali che logorano l’infima parte dell’umana famiglia; essa non può fare altro che mitigarne i dolori.

Nondimeno parrebbe che il primo giorno dell’anno un raggio di gioja dovesse spuntare per tutto. Noi rintoppiamo intanto parecchi artigiani rimpulizziti, e l’animo si riconforta sperando ch’essi godano di uno stato migliore. Oh sì! in un giorno come questo si cerca d’ornare a festa ogni cosa; oggi più facilmente si dimenticano le umane tribolazioni. Oggi tutta questa buona gente è allegra, tutta sollecita di tornare a casa per rivedere i parenti prossimi, i parenti lontani, gli amici, e per ritrovarsi qualche ora in famiglia. Oggi si rinfrescano i più teneri affetti, oggi si dissipano le inquietudini, i malumori, le ruggini.... I vezzi d’un’ingenua creaturina, la benedizione d’un vecchio venerando riconciliano quegli animi che forse erano turbati da un malinteso, da un dirizzone, da una ciarla, e spremono dolci lagrime da quegli occhi che jeri sfuggivano d’incontrarsi. I figliuoli chiedono perdono ai genitori, i mariti alle mogli; ogni rammarico è dimenticato, ogni famiglia è in tripudio.... E chi non l’ha? Oh! chi non l’ha, se la trova in quella del suo amico. E’ v’è aspettato a braccia aperte, i grandi e i piccini lo festeggiano, e tutti gli fanno animo, e dicono: — Siete nostro, siete nostro! — Poveretto! e’ s’intenerisce; anch’egli giubbila, anch’egli beve alla salute de’ suoi cari lontani, come se fossero a quella mensa d’una famiglia non sua. Lo strepito di queste vivaci, di queste schiette consolazioni che s’ode fin dalla strada, riempie l’animo di contentezza.

Vero è che anche il tripudio onesto passa talora certi limiti; oltre i quali, quando per effetto di vanità, quando per eccesso di buon cuore, diventa cagione di disordini: la è vecchia sentenza, che ogni eccesso è dannoso.

Or ecco venirsene frettoloso un falegname che oggi agli abiti ed al sussiego tu prenderesti per uno stipettajo: ha in capo lo stajo[223] nuovo e luccicante, indossa la falda nera, e una cocca del fazzoletto bianco si affaccia alla tasca. Il suo figlioletto, con la gala smerlata e la cintura di pelle fiorita, va innanzi battendo i tacchi e recando in mano un grande involto di carta. Maestro Giuseppe, che le male lingue (ve ne sono per tutto) vogliono tassare[224] d’un po’ di boria, dannosa in ciascuno e massime in un artigiano. Maestro Giuseppe sta rimpettito, e saluta a gote gonfie i vicini che gli pajono da meno di lui.... Ciò non sta bene, maestro mio, perchè si potrebbe credere che la taccia di borioso fosse fondata. — Oh! maestro Giuseppe ha comperato il pasticcio, — dice uno. — Si fa celia! — soggiunge un altro, — gli ha a desinare il Cursore del Commissariato! Chi è per lui? — Maestro Giuseppe mette la chiave nell’uscio, ordina al figliuolo che zitto zitto vada a nascondere in bottega l’involto accanto alle bottiglie comperate la sera innanzi, perchè vuol fare uno scialo, uno spolvero[225] da suo pari; e sale su.

Quanta gente! quanti evviva! Chi lo chiama cognato, chi zio, chi babbo, chi nonno, e tutti lo accerchiano e lo assordano, col suono della voce e col battere delle mani. Egli diventa due dita più alto, si rasciuga il sudore col fazzoletto bianco, sparge i confetti alla turba dei nipotini, e poi va in camera, e la moglie dietro, per ajutarlo a levarsi e ripiegare il vestito di gala.

— O Cecchino dov’è? — domanda la moglie.

— Dammi il berretto, non voglio infreddare.

— Eccolo qui; e Cecchino?

— Se non mi cavo questi stivali, divento zoppo. —

E la moglie lo ajuta, e poi: — Ma insomma si può sapere...?

— Finiscila con la tua curiosità! —

Ecco Cecchino. — O dove sei tu stato finora? — dice la mamma.

— A nascondere il pasticcio — risponde il fanciullo.

Ma il padre, senza lasciargli finir la parola, gli chiude la bocca con poco garbo, va in collera, e lo fa spiritare di paura.

— L’ho indovinata io che gatta ci cova! — esclama la moglie tutta dolente. — Ah! marito mio, tu ti vuoi rovinare con tante grandezze! Ti par egli questo il tempo di fare scialo?

— Signora Geltrude, non cominciamo!

— E intanto la mia povera roba rimane al Presto!

— Oggi non se ne poteva fare a meno. Io non voglio scomparire.

— Ma che bisogno c’era del pasticcio?

— Oh! il babbo non ha speso nulla! — diceva il bambino.

— Anche i debiti! Peggio che peggio!

— Stasera ci riparleremo. Va’ a mettere in tavola, — rispose il marito con mal piglio. — E fece un tal gesto, che la buona Geltrude, vedendo la mala parata, pensò che fosse meglio obbedire e tacere. Già i commensali che gli avevano visti sparire, e conoscevano l’umor della bestia, erano venuti in traccia di loro, ed empivano la camera.

— A mangiare, a mangiare! Allegramente, figliuoli! è capo d’anno! — esclamò allora il padrone di casa.

— Allegramente! — risposero tutti, rincorati di trovarlo in buona luna; e andarono a tavola.

Lasciamo stare maestro Giuseppe coi suoi commensali; forse domani lo rivedremo.

Guardate ora quella casipola di faccia: non ha altro che due finestrine per piano; vi sono ancora le impannate invece dei vetri; e la facciata qua e là è senza intonaco. Vo’ direste che la fosse proprio il tugurio della povertà. Nè s’ode schiamazzo di liete voci; forse chi v’abita non ha quattrini da celebrare il capo d’anno con tanto scialo! Salite tutte le sue scalucce, e troverete una stanzetta, povera di suppellettili, ma pulita come uno specchio. Ecco lì due vecchierelli, marito e moglie, e una vispa giovanetta che ha finito d’apparecchiare la tavola con biancheria ordinaria, ma linda e odorata di spigo. Sono tre, ed è apparecchiato per quattro: pare che aspettino con impazienza l’arrivo d’un commensale.

Il marito, pover’uomo, è cieco; un tempo faceva il tessitore di panni. La ragazza è un’orfanella presa dall’ospizio degl’Innocenti, la quale custodisce e vuol bene a quei vecchi, come se fossero il suo babbo e la sua mamma. Essi ricavano il campamento da un figliuolo, che fa il mestiere del padre in un paesetto di provincia, piuttosto lontano, verso i confini della Romagna.[226]

Povero Nisio! e’ non avrebbe voluto lasciare i suoi vecchi; ma quando il padre ebbe la disgrazia d’accecare, Nisio non trovò subito una fabbrica dove la sua abilità potesse fruttargli guadagno sufficente al bisogno. Allora capitò un fabbricante campagnuolo, che andava in cerca d’un ministro abile e morigerato; conobbe Nisio, gli piacque, e gli offerse di prenderselo in casa e di dargli un tanto il mese ed il vitto. Il partito parve buono; ed anche suo padre lo confortò ad accettarlo.

Questo principale è un uomo d’età avanzata, di poche parole e piuttosto burbero, ma onesto e molto amorevole; e conoscendo la buona indole, la capacità e la fidatezza del giovine, fa di tutto per tenerselo affezionato.

Nisio manda il suo guadagno ai genitori, i quali se la passano strettamente, ma in santa pace, confortati dalla speranza che non sia per mancare il campamento nè a loro nè a quel savio figliuolo. Sicuro, è una gran passione per essi il viverne separati; e anche Nisio se ne affligge, e vorrebbe almeno poterli rivedere più spesso; ma come si fa? in questo mondo non si possono avere tutte le cose a suo modo. Il principale ha sempre molto lavoro, e non concede al ministro d’andare a casa sua altro che tre o quattro volte l’anno per trattenervisi un giorno solo.

A quest’ora doveva esser giunto per fare il capo d’anno in famiglia; ha mandato scritto pel procaccia[227] che lo aspettino; il desinare è fatto, e va a male. Ma questo importerebbe poco; il peggio si è, che i vecchi e la Maria stanno in pensiero.

— Sarà partito più tardi, — dice la Maria, — vo’ sapete che per risparmio e’ fa molta strada a piedi; le miglia sono parecchie.... — E torna alla finestra per vedere se arriva.

In questo mentre una ventata porta seco alcuni rintocchi della campana della Misericordia.[228] La vecchia si riscuote e sospira. Il marito va alla finestra per orecchiare.

— Non suoneranno a caso; suoneranno a malato, — aggiunge la Maria; ma anch’ella impensierita fa il viso bianco, e si studia di nasconderlo ai buoni vecchi.

Già nelle altre case tutti sono a tavola; tutti gli usci sono chiusi; di quando in quando s’odono le liete voci dei convitati; ma la strada è deserta. Solamente il servo della Compagnia,[229] incappato, va gridando con lugubre voce: — Elemosine per le anime del Purgatorio! — e picchia alle case. Ma oggi pochi lo sentono, o pochi gli daranno retta: in mezzo al tripudio chi vuol pensare alla morte? Ma giunto sotto la casa dei vecchi, la Maria gli butta un madonnino;[230] un madonnino che le era stato regalato da Nisio. — Dio ne renda merito a voi e alle anime dei vostri defunti! — e intuona il _De profundis_, e la Maria ed i vecchi divotamente rispondono ai mesti versetti.

Finita la santa prece, che fu recitata con la solita indifferenza dal servo e con pietosa compunzione dalla Maria e da’ suoi padroni, la fanciulla si mette a sedere con loro, dicendo in cuor suo: — Che cosa sarà accaduto del povero Nisio? Dio mio, ajutatelo! — E ad essi: — A proposito! Ora capisco. A vedere il servo della Compagnia, mi sono ricordata che uno di questi giorni doveva arrivare il priore nuovo nel paese dove sta Nisio; forse sarà arrivato oggi. Ecco perchè Nisio fa tardi. Avranno voluto che rimanga alla festa.... Io dico che fino a stasera non lo vedremo.

— Ti par egli? — soggiunse la vecchia — e’ ce l’avrebbe mandato scritto; non v’è pericolo. Ah! dicerto gli è accaduta qualche disgrazia.... — E le donne si guardavano sbigottite.

Il marito che intanto stava in orecchi verso la finestra, senza badare alle parole della Maria, a un tratto esclama tutto giubbilante: — È lui è lui! lo riconosco al passo; — e s’alza.

Mentre la Maria corre per affacciarsi, ecco tre picchi lesti e sonori all’uscio di casa.

— Dio sia benedetto! — grida la vecchia.

Nisio è già nelle sue braccia; le bacia le mani ed il volto; poi corre al babbo; e intanto la madre si rasciuga di nascosto una lagrima. Nisio si volta per salutare anche la Maria; ma ella era corsa tutta lieta a buttare le paste nella pentola.

— Dunque tu sta’ proprio bene? — domanda la madre.

— Benissimo! —

— Ma chi sa come tu sarai stracco! —

— Vo’ sapete che per gambe la cedo a pochi io. Mi dispiace d’avervi fatto stare in pensiero. È tanto più tardi del solito! Ma che cosa volete? Quasi due miglia fuori di porta è avvenuta una disgrazia ad un pover’uomo. E’ non è stato a tempo a ribadarsi dalla carrozza di certi signori, che andavano via come disperati; n’è stato investito, e.... poveretto! una ruota gli è passata sul braccio sinistro, e s’è fatto un po’ di male anche alla testa.... —

— Vergine santa! Ecco forse perchè è suonata la Misericordia.... E tu....

— Io l’ho portato alla meglio nella casa d’un contadino, e poi sono corso a chiamare i fratelli della Misericordia: m’è convenuto tornare in su col servo....

— E quei signori della carrozza?...

— Figuratevi! Il cocchiere ha frustato i cavalli, e via a precipizio più di prima. Sicuro, se avessero avuto compassione di quel disgraziato.... almeno si sarebbe potuto avvisare la Misericordia più presto!

— Sicchè, stracco come tu eri....

— E che cosa m’importava della stanchezza? M’avete insegnato voi a soccorrere il prossimo a costo anche della vita.

— Oh sì! tu hai ragione; hai fatto benissimo; e Dio te ne renderà merito.

— Ho fatto il mio dovere, e nulla di più....

— E quel pover’uomo?

— Confortiamoci, perchè il chirurgo ha detto che la ferita del capo non è pericolosa, e che il braccio si può rassettare facilmente. Sono stato a sentire le sue nuove allo spedale; e stasera voglio tornarvi....

— Farai bene; e se è un povero....

— Alle vesti pareva.... Ho capito; lasciate fare a me. Voialtri, grazie a Dio, state bene....

— Al solito contenti come tu vedi....

— E la Maria continua a custodirvi con amore?...

— Oh! sì davvero, povera ragazza! — rispose il padre. — Non possiamo dirne altro che bene!

— Fa le tue veci propriamente con garbo, — aggiunse la madre.

— Ma non è il nostro Nisio!

— Lo credo anch’io! ma ci vuol pazienza. E il tuo principale che fa egli?

— Ogni giorno va in collera con tutti; ma è sempre un gran galantuomo, e prosegue a volermi un bene dell’anima....

— Dunque, con te sarà un’altra cosa.

— Eppure qualche volta brontola anche con me.... Io non credo di dargli motivo; e mi studio di far sempre il mio dovere; ma vo’ lo sapete.... È fatto così: e’ piglia fuoco per un’inezia. Nonostante, figuratevi! non ci penso nemmeno. Cioè.... per un verso mi dispiace, perchè quando s’accorge d’avere sbagliato, mi chiede scusa; mi fa piangere di tenerezza.... Insomma si piange tutt’e due, e bell’e finita. Allora mi vuol più bene di prima. —

Dopo questi discorsi, la Maria che scodellava la minestra, e s’era tutta consolata a udire i padroni lodarsi di lei col figliuolo, esclamò: — A tavola, a tavola! La minestra si fredda.

— Evviva la Maria! — disse Nisio facendole festa. — Te ne farò onore davvero! —

Ecco un altro desinare; ma quanto diverso da quello di maestro Giuseppe! Un buon lesso ed un bel cappone, pane e vino quanto volete, e la contentezza nell’anima. Esempio della frugalità degli antichi artigiani fiorentini, di quelli stessi che allora erano popolo, e fecero inalzare la cupola di Brunellesco.

II. — Il giorno dopo Capo d’Anno.

Il giorno dopo, maestro Giuseppe alle nove precise era nell’anticamera del Commissario.[231] Il suo stesso cognato cursore, il quale jeri s’era lautamente pasciuto in casa sua, per vendicare la sorella di certe busse toccate dal marito la sera del banchetto, aveva staccato e portato da sè medesimo il precetto.[232]

Il falegname aspettò due ore prima di poter passare. Sventuratamente accade che nei giorni i quali precedono le solennità si trova, per cagione dei vanesj e degl’intemperanti, maggior folla nei botteghini del giuoco, ai fondachi, ai vinaj, ai pasticcieri, e nei giorni susseguenti sono piene le udienze dei commissarj e le carceri: gli effetti tengono sempre dietro alle cagioni. Ma il povero maestro Giuseppe che aveva sempre la testa invasata dal vino, con una bella dormita si liberò dalla noja dell’aspettare. Finalmente fu svegliato, andò a udienza, vide l’aspetto minaccioso del Commissario, udì le accuse, i rabuffi, e.... per mala sorte, scordandosi dove e con chi era, rispose a traverso, volle fare alto là, e la cosa divenne seria. Il pasticcio e le bottiglie, come potete immaginarvi, erano stati la pietra dello scandalo; ma non potendosi mettere in carcere nè i pasticci nè le bottiglie, toccò a lui ad andarsene in gabbia. Se avesse avuto il tempo di smaltire la balla,[233] questo non sarebbe accaduto; ma il cognato fu troppo sollecito, e il Commissario non sapeva o non pensava di parlare con un fiasco e non col cervello d’un uomo.

Quando la moglie seppe che il marito era al bujo,[234] disperata e invelenita venne ad aspra contesa col fratello; e dopo un casa del diavolo da non si dire, non fu cercato altro ripiego che quello d’ungere il chiavistello della segreta, supponendo che si potesse aprire innanzi il tempo senza fare strepito.[235] Ma ancora che questa supposizione fosse stata ragionevole, non si trovò chi potesse prestare un soldo; tutti s’erano ridotti al verde. Il povero maestro Giuseppe dovè battere i denti tutta la nottata; la moglie abortì pel rimescolamento e per l’arrabbiatura; il figliuolo ebbe una colica d’indigestione e una malattia di venti giorni; i creditori, dubitando che lo sventurato falegname navigasse per perso, vollero esser pagati addirittura per non rimanere al naufragio; sicchè il cappello nuovo, la giubba, e inclusive certe poche masserizie di casa andarono in fumo. Dopo qualche mese la disgraziata moglie aveva preso il suo posto a chiedere l’elemosina sotto le loggie dell’Annunziata, e Giuseppe, di maestro divenuto garzone, stentava un meschino salario.

Dalla casa di faccia ecco uscire il giovine Nisio, e i suoi vecchi e la Maria dirgli addio anche dalla finestra.

— A Pasqua d’Uovo!

— Sì, a Pasqua d’Uovo, — ripeteva egli camminando lentamente; e durò un pezzo a camminare lentamente, perchè gli dispiaceva di separarsi tanto presto dai genitori. Ma alla fine, quando ebbe fatto qualche passo fuori di porta, riflettè che stando lontano da casa sua procacciava il sostentamento di chi gli aveva dato la vita, e allestì il passo, e tornò contento a fare il proprio dovere.

Dopo due anni il suo principale burbero ma onesto, sentendosi fiacco per la vecchiaja, lasciò a lui tutta la direzione della fabbrica, assegnandogli un buono stipendio e una partecipazione agli utili. Sicchè Nisio potè aprir casa in quel paese, condurvi i suoi genitori per non doversene più separare, prendere per moglie la buona Maria ricompensandola dell’amorosa assistenza fatta ai suoi vecchi, e potersi dire pienamente contento.

III. — La vigilia dell’Epifania.[236]

Era la vigilia dell’Epifania, e in varie strade di Camaldoli vedevasi un viavai di ragazzi e di giovinastri con torce e granate accese e fumanti, e udivansi un tafferuglio, un risuonare di strane vociacce, un rimbombare di stridule trombe, e per tutto conciliaboli e spauracchi, quasi la sognata ribaldaglia delle streghe fosse venuta a trescare in quel luogo.

— Stasera — diceva Gigi merciajo a un rivenditore nel chiudere la bottega — stasera Camaldoli è divenuto proprio una casa del diavolo. Ma anche tu, Cencio mio, mescolarti in queste ragazzate! Mi fa specie davvero, che un uomo che ha moglie e figliuoli....

— Che cosa vuoi che ti dica? È un uso antico; vo dietro alla corrente io. E poi non fanno la Befana anche quelli della Pergola?[237]