Racconti poetici

Part 9

Chapter 93,838 wordsPublic domain

Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e pudiche come l’inverno, inesorabili, incorruttibili, incomprensibili. Io ammirava il loro orgoglio di moda, la loro naturale virtù, e confesso che le scansavo e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto sulla loro fronte: _Lasciate ogni speranza_.... come sulla soglia dell’inferno. Ispirare amore lo stimano una calamità; e loro diletto è spaventare i cuori. Può darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle sponde della Neva.

Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti altre dee capricciose, egoiste, ed indifferenti ai sospiri e alle lodi. Ma qual fu il mio stupore quando m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro a forza di finezze, e di promesse! E il credulo giovinetto, accecato dall’amore, tornava a ripigliare le antiche catene.

Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse perchè, nella sua cara semplicità, essa non s’accorge del suo fallo e confida pazzamente in un dolce errore? Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione inquieta, ingegno fervido, volontà risoluta e ostinata, cuore tenero e ardente? Non le perdonerete forse la sua imprudenza?

Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana ama per davvero, e da bambina che è, s’abbandona all’amore senza riserva nè condizioni. Essa non calcola; non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce pregio ai favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente al laccio. Prima di tutto stimoliam la vanità col pungolo della speranza; sbraniamo poi il cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia. Senza di ciò, il prigioniero, tosto satollo di voluttà, cercherebbe ad ogni istante di rompere i suoi ceppi.”

Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar l’onore del mio paese natío, io dovrò tradurre nel nostro idioma la lettera di Taziana. Questa fanciulla non leggeva i nostri giornali e durava gran fatica ad esternare i suoi concetti nella lingua materna; quindi è che essa scriveva in francese.... Che ci ho che fare io? Convien ch’io lo confessi. Finora le nostre signore non han mai espresso il loro amore in volgare russo e questa superba favella è rimasta fin qui estranea allo stile epistolare. So che si vogliono obligare le donne a legger libri russi. In coscienza ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una bella signora col _Bene intenzionato_ fra mano?[65] Lo domando a voi, giovani poeti; non è egli vero che tutte le leggiadre seduttrici alle quali, pei vostri peccati, dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono a stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita? Non è egli vero che una lingua straniera è divenuta loro più familiare della propria?

Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di ballo o sul verone, all’ora della partenza, un seminarista con uno scialle giallo o un accademico con una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar russo senza solecismi. Forse un dì fia, in cui, per mia sventura, una nuova generazione di figlie d’Eva, cedendo alla supplice voce della stampa, si degnerà di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di moda. Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato agli usi antichi. Un balbettío scorretto e indolente, una pronunzia incerta e tremebonda mi ecciterà nel seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi di tal difetto. I gallicismi mi son cari come i primi errori di mia gioventù, come i poemetti di Bagdanovis.[66] Ma basta così. È tempo ch’io mi occupi della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola, — eppure, eppure — sto in dubbio se la manterrò. So che le molli elegie di Parny[67] non godon più la stima comune.

Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi! Se tu fossi qua, ti farei una domanda indiscreta. Ti pregherei di tradurre in armoniosi metri la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove sei? Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa. Ma divezzato dagli elogi, egli erra solo sotto il cielo finnico, e non ode il mio appello.

Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo conservo come una reliquia; lo leggo con un secreto affanno e non so saziarmi di scorrerlo. Chi potè insegnare a Taziana quella eloquenza piena di venustà e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico, persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo. Ecco intanto una traduzione insufficiente e imperfetta, un fievole eco di quella musica del cuore; in somma il Freischuetz,[68] cantato da una compagnia di principianti.

_Lettera di Taziana a Anieghin._

“Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che posso io dire di più? Ora, voi avete il diritto di disprezzarmi. Ma spero che compatirete alla mia misera sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima, io voleva tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la mia debolezza, se avessi potuto lusingarmi di vedervi nella nostra villa di quando in quando; per esempio una volta per settimana, e di udire almeno la vostra voce, di scambiar qualche parola e poi pensare sempre, sempre a voi, a voi solo, sino al nuovo incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si dice che noi non vi siamo cari punto, sebbene vi amiamo con sincerità. Perchè ci veniste a visitare? In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto e non avrei provato le pene che provo. Col tempo avrei domato forse le ribellioni di questa anima irrequieta e inesperta, avrei trovato un amico veritiero; sarei stata sposa fedele e virtuosa madre...

”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il cuore. Così sta scritto nel libro del destino; così vuole la mia stella; io son tua.... tutta la mia vita è stata la preparazione di questo affetto per te. — So che Dio a me ti invia per esser mio protettore fino alla tomba.... già da gran tempo mi apparivi in visioni notturne.... prima di vederti già ti conoscevo e t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento soave mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno! Appena ti scorsi, io ti riconobbi; rimasi immota e muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso! Non è egli vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato mentre io andava a soccorrere i poveri o quando in chiesa mi sforzava di sedare le mie angosce alzando preghiere all’Eterno. Non sei tu che sovente spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera e ti chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi susurri all’orecchio parole di speranza e d’amore? Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o il mio perfido tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata. E così sia. D’ora innanzi, io rimetto la mia sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie lacrime nel tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola.... nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io perirò tacendo. Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo le mie speranze o sperdi le mie illusioni tacciandole di delitto.

”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi sento svenire dalla vergogna e dal terrore — ma la vostra onoratezza mi rassicura e in essa confido.”

Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema nella di lei mano. L’ostia rosata si secca sulla sua lingua inaridita. La vezzosa piega il bel capo e a quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla. In quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori. Taziana guarda e ascolta. La valle s’ammanta di nuvole; il torrente risplende come un nastro d’argento; il corno dei pastori desta i contadini; l’alba brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora. Sta seduta colla testa bassa. Non si sa risolvere a stampare il suo sigillo sulla lettera. La serva Filippevna dal crin grigio, arreca il tè sopra un vassoio.

“Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi.... ma che miro? sei bell’e vestita! O cara lodoletta mattutina! Che paura mi mettesti ieri sera! Ma grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un papavero.”

“O balia, fammi un piacere....”

“Due, figliuola. Comanda pure....”

“Non credere già.... non sospettar mica.... non dir di no, veh!”

“Come è vero il vangelo, io ti servirò.”

“Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino dal.... dal vicinante A.... con questo biglietto.... e intimagli che non mi nomini, che non dica....”

“Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta così smemorata e ci son tanti vicinanti intorno a noi che non li saprei nemmeno contare.”

“Come sei poco furba, balia mia!”

“Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è affievolito l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa anche io; indovinavo il volere dei padroni a un cenno, a un alito....”

“O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno del tuo ingegno.... To’; questo biglietto è per Anieghin.”

“Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima mia; sai che son dura di zucca.... ma perchè torni ad esser così pallida?”

“Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto il tuo nipotino.”

Un giorno passa; non vien risposta. Un altro giorno arriva, egual silenzio. Smorta come un fantasma e vestita sin dall’alba, Taziana aspetta: quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante di Olga.

“Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona di casa. “Egli ci ha del tutto dimenticati.”

Taziana a quelle parole arrossì e tremò.

“Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi alla vecchia. “Credo che abbia lettere da scrivere....”

Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una rampogna amara.

Incominciava a far buio. Il _samovar_ di rame[69] splende sulla tavola, e riscalda la lettiera di porcellana chinese, intorno alla quale s’aggira un sottile vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto porge la panna. Intanto Taziana, astratta, ritta davanti alla finestra, soffiava sui cristalli e vi segnava col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un E accoppiato a un A. E l’anima di Taziana era mesta e gli occhi suoi traboccavan di lacrime. Tutto a un tratto, s’ode un rumore. Il sangue le si agghiaccia nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio. Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo, quindi al verone, balza nel cortile e sparisce nel giardino. Sembra aver ali ai piedi. Non ardisce volger l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto. Si dirige al ruscello per mezzo ai _parterre_, calpesta e schiaccia gli stipiti dei lilla, e anelante e spossata si lascia cader sopra un sedile.

“Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di me!” Abbacinata dalla passione, essa si pasce di speranza, palpita, geme e aspetta.... Quando verrà egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti, cantando in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso ripiego trovato dall’astuzia signorile per impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li vanno staccando dalla pianta.

CANTO DELLE SERVE.

Sull’erba folta Delle campagne, Andiam, compagne, Alla raccolta. Per le viottole, Narrando favole. Cantando frottole, Cogliam le fravole E l’uva spina Carca di brina. Dal nostro canto Sedotti, intanto, I garzoncelli Leggiadri e snelli Verranno a tresca Sull’erba fresca. A lui che amiamo, Al nostro rege, In sen gettiamo Fiori e ciriege, Nero mirtillo, Verde serpillo! Il canto dolce Le pene molce; Al cuor che geme Rende la speme; I voti appaga; Sana ogni piaga. Cantiam, cantiamo!

Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione a quelle rustiche melodie; ma s’aggira impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti del suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue guance. Ma più l’ora s’avanza, più il turbamento della giovinetta va crescendo. Tale vediamo la farfalletta dibattere le ali variegate tralle mani di un protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce fralle biade quando scorge il cacciatore che s’inginocchia in mezzo ai cespugli, per appuntare l’arme.

Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina verso il viale, ma non vi aveva fatto dieci passi allorchè s’imbattè in Eugenio. Questi le parve in quel momento non già quel ch’era prima, ma uno spettro minaccioso, con occhi rutilanti di sdegno. Taziana si ferma quasi percossa dal fulmine. Ma non mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di quell’incontro. Questo capitolo è già troppo lungo. Sono stanco di lavorare e convien ch’io vada a passeggiare e a riposarmi un poco. Terminerò poi l’istoria in un modo qualunque.

CAPITOLO QUARTO.

La morale est dans la nature des choses. NECKER.

Meno amiamo una donna, più siam certi di andarle a genio e di acchiapparla al vischio della seduzione. Fu un tempo in cui l’empio libertinaggio si spacciava impudentemente per vero amore; insidiava e tradiva con fredda premeditazione e con impunità. Ma tali scherzi licenziosi van lasciati ormai a quei vecchi scimmiotti decantati dai nostri antichi; gli allori di _Lovelace_[70] si sono avvizziti e sbiaditi insieme coi lacchi rossi e le perrucche a buccoloni.

Come può un uomo assoggettarsi a una eterna ipocrisia, ripetere senza fine le medesime nenie, affaticarsi a persuadere cose di cui tutti son da gran tempo persuasi; combatter sempre le stesse obiezioni, sempre confutare quelli stessi pregiudizi che non esisterono mai nemmeno presso le bambine di tredici anni? Chi non ha provato quanto son cosa dura le minacce, le suppliche, le imprecazioni, le paure imaginarie, le bugie, le calunnie, gli anelli, le lacrime, i sospetti delle zie e delle madri, l’amicizia insoffribile di un marito? Così appunto pensava il mio Eugenio. Nella sua prima gioventù, fu in balía di fatale smarrimento e di indomabili passioni. Effemminato dalla mollezza e dal lusso, illuso per un poco dagli uni, disingannato tosto dagli altri, consumato dal desiderio, disgustato dei suoi successi efimeri; sempre occupato a trasformare i suoi sbadigli in sorrisi, e sentendo sempre in mezzo allo strepito e al silenzio la voce della coscienza che lo rimbrottava: così visse Eugenio per ben due lustri; così lasciò perire il più bel fior degli anni suoi.

Ora, egli non circonveniva più le fanciulle; tendeva le reti alle donne. Se lo ributtavano, tosto si consolava; se lo gabbavano, godeva di prender qualche sosta. Le corteggiava senza fanatismo, e le abbandonava senza rammarico, appena memore dei loro favori e de’ loro furori.... In simil guisa, uno straniero indifferente, invitato a una partita di whist, si pone a sedere, gioca, e quando finisce il trattenimento, se ne torna a casa passo passo e s’addormenta senza saper dove anderà a conversazione la sera susseguente.

Comunque sia, il biglietto di Taziana commosse profondamente Anieghin. L’ingenua manifestazione di quel sogno virginale sconvolse tutti i suoi pensieri. Si raffigurò subito Taziana, e quel sembiante scolorato e quell’aria melancolica; e l’anima sua piombò in una molle e vaga contemplazione. Forse sentì risvegliarsi l’antico ardore e l’antica baldanza; ma la rintuzzò; chè non volle tradir la fiducia d’una fanciulla inesperta.

Ora, vi ricondurrò, lettore, al luogo ove i nostri personaggi s’incontrarono.

Per ben due minuti tacquero. Quindi Anieghin s’appropinquò a Taziana dicendo:

“Voi mi avete scritto un biglietto. Non dite di no. Ho fra mano la confessione d’un’anima credula e ingenua.

”Il vostro candore mi è caro. Il vostro affetto ridestò quasi l’agitazione in un petto da gran tempo tranquillo. Ma non voglio lusingarvi; voglio contraccambiare la vostra schiettezza con una schiettezza non minore. Datemi ascolto un momento. Io mi sottometto alla vostra sentenza.

”Se io potessi circonscrivere la mia esistenza nella sfera domestica; se il destino propizio mi volesse fare sposo e padre; se gli onesti piaceri della vita di famiglia potessero un istante affascinarmi; io non prenderei per certo altra consorte che voi. Vi dichiaro senza nessuna iperbole poetica che trovo in voi quel tipo ideale che mi son dipinto nella mente, e che vi sceglierei qual socia dei miei tristi giorni, quale simbolo e modello d’ogni cosa bella. E credo che con voi io sarei felice quanto mi sia concesso di essere.

”Ma io non son nato per la felicità! Quando la buona ventura mi si para davanti, io le volto le spalle. Ammiro il vostro merito, bramerei goderlo; ma ne son indegno. Credetemi, il matrimonio sarebbe per noi un vero martoro. Più vi avrei amato prima di possedervi, meno vi amerei dopo. Vi mettereste a piangere. Le vostre lacrime non mi moverebbero, anzi mi accanirebbero sempre più. Queste son alcune delle rose di cui ci cingerebbe l’imeneo per molti e molti anni.

”Non credo v’abbia al mondo spettacolo più tristo di quello d’una povera moglie che geme dì e notte nell’abbandono e aspetta il marito, il quale, sebbene conosca la virtù e i pregi di lei, si mostra sempre barbaro, accigliato, arrabbiato, freddamente geloso, e sempre bestemmia il suo destino. Questo è il mio ritratto. Cercavate voi un tale sposo, o anima casta e pura, quando mi scriveste con tanto senno e tanta grazia? No, vi risparmi il cielo una tale sciagura. Le illusioni sono come le ore; passano e non tornan più. Le mie non possono rivivere. Vi amo come s’ama una sorella e forse anche con maggior fervore. Uditemi dunque senza ira. Spesso accade che una fanciulla sostituisce a un errore un altro errore, come l’albero all’aura di primavera rinnovella le foglie. Così prefisse il fato. Amate ancora, ma.... sappiate moderarvi; non tutti intenderebbero il vostro linguaggio come l’ho inteso io. L’inesperienza, può condurre ad un abisso....”

In tal modo finì la predica d’Eugenio. Taziana l’ascoltò col respiro interrotto dall’angoscia, cogli occhi accecati dalle lacrime, nè ardì fare una sola osservazione. Egli le porse la mano. Essa la prese mestamente o _meccanicamente_ (come dicon taluni), e vi si appoggiò in silenzio. Poi fece il giro del viridario, e se ne tornò a casa colla testa bassa. Entrarono insieme nel salone, e nessuno fiatò parola. La vita di campagna ha le sue franchige e i suoi cari privilegi come la città di Mosca.

Confesserete meco, lettore, che il nostro amico agì molto garbatamente colla misera Taziana. Non era la prima volta che egli dava saggio di generosità, sebben la malizia della gente lo accusasse d’ogni vizio. I nemici e gli amici (espressioni quasi sinonime) gareggiavano di zelo a diffamarlo. Ciascun di noi in questo mondo ha i suoi nemici; ma Dio ci liberi dagli amici![71] Io ne ho avuti tanti, o amici miei! E sa il cielo se la loro amicizia mi fu _cara_!

Ma procuriamo di sbandire le larve insane e funebri che ci assediano. Intanto, fra parentesi, noterò una verità. Non havvi ciarla assurda e plateale; non havvi calunnia vile e sucida nata nel fango dei postriboli e ampliata dalla scelleraggine del _gran mondo_,[72] che il vostro amico non ripeta le mille volte in un crocchio di persone oneste, senza la menoma malizia nè perfidia; anzi con un sorriso di benevolenza; imperocchè egli, in fatti, vi è devoto, e vi ama come un prossimo consanguineo.

Hem! Hem! Pregiatissimo lettore! Sta sana tutta la vostra famiglia?... Ma forse gradireste sapere che cosa io intenda per famiglia. Ve lo definirò in poche righe. Nostra famiglia sono coloro cui ci corre obligo di adulare, di accarezzare, di venerare con tutto il cuore; coloro che, secondo l’uso di questo paese, dobbiamo abbracciare nel giorno di Natale, o ai quali dobbiamo mandare a capo d’anno un biglietto di visita per la posta, affinchè durante i dodici mesi seguenti essi non pensino più a noi.... Che Dio conceda loro lunga vita!

L’affezione d’una tenera fanciulla è più salda di quella degli amici e dei parenti. In mezzo alle peripezie più dolorose essa ti conserva i tuoi diritti e ti conforta. È vero. Ma il torrente della moda, l’incostanza della natura, l’opinione tiranna della società.... e poi, il bel sesso è mobile qual piuma al vento.[73] Sicchè la vostra fedele compagna, al fin dei conti, cede alla tentazione, e il diavolo manda a spasso la vostra felicità!

Chi dunque dovremo amare? A chi dovremo credere? Chi non ci tradisce? Chi pesa tutti i nostri atti, tutti i nostri detti, con esattezza, alla nostra bilancia? Chi non semina calunnie sui nostri passi? Chi non ci lusinga con assiduità? Per chi non sono i nostri difetti un flagello? Chi non ci secca mai? Onorevolissimo mio lettore, non perdere i momenti a inseguire fantasmi fuggitivi e inarrivabili: ama te medesimo come si conviene. Non troverai al mondo oggetto più degno della tua carità.

Quale fu il seguito dell’abboccamento? Ahimè! Si può facilmente indovinare. Gli stimoli della passione non cessarono di travagliare quell’anima gentile avida di tempeste. La fiamma che pur prima divorava Taziana, crebbe anzi che scemare. L’ala del sonno più non blandì le sue palpebre. La salute, fragranza e miele della vita, il sorriso, la calma infantile sparirono come una meteora. La gioventù di Taziana languisce nell’affanno. Così talvolta l’orror d’una procella aduggia le prime ore d’un giorno di primavera. La bellezza di Taziana si sfiora e muore. La vaga verginella si scolora, si spenge e tace. Non v’ha più cosa alcuna che possa rallegrarla nè interessarla.[74] I vicinanti crollando la testa con aria d’importanza, ripetono fra loro: “Sarebbe tempo che le si desse marito.” Ma lasciamola stare per adesso, e passiamo a descrivere le delizie d’un amore fortunato. La compassione quasi mi tronca il respiro; scusate, cari lettori, voglio tanto bene alla povera Taziana!

D’ora in ora più allacciato dalla vezzosa Olga, Vladimiro si abbandona tutto a quella piacevole schiavitù. Sempre sta presso ad essa. La sera siedono insieme nell’angolo più oscuro della di lei camera; la mattina errano nel giardino colle mani giunte e intrecciate. Vladimiro, ebro d’amore, ma paralizzato dal rispetto; appena alcune volte ardisce, imbaldanzito dal sorriso d’Olga, scherzare coi di lei biondi ricci e baciarle il lembo della vesta.

Di quando in quando, le legge un romanzo morale, il cui autore conosce la natura umana meglio che non la conosca Chateaubriand. Vladimiro arrossendo salta talvolta due o tre pagine di seguito, perchè piene di fandonie insulse, di fantasticaggini pericolose per una giovinetta. Oppure, lontani da tutta la gente, seduti col gomito appoggiato sulla tavola, assorti in profonde riflessioni, giocano a scacchi; e Lenschi, preoccupato d’altro che del gioco, prende l’alfiere per una pedina.

Se torna a casa, anche lì pensa unicamente alla sua Olga. Orna d’imagini i fogli volanti del di lei Album. Vi rappresenta colla penna e coi colori, ora un tratto di paese, ora un monumento funebre, ora il tempio di Citerea, ora una colomba sopra una lira. Talvolta, fra mezzo ai nomi e ai ricordi, egli introduce furtivamente un distico amoroso, timido attestato dei suoi sospiri, indizio d’una speme, sempre eguale dopo tanti anni di costanza.

Ti è accaduto mai, lettore, di vedere l’_album_ di qualche signorina provinciale tutto coperto di scarabocchi, in principio, in mezzo e in fine? A ogni pagina inciampi in versi tradizionali intorno a una amistà fedele, zeppi di sgrammaticature, e troppo lunghi o troppo corti. Sul frontispizio si legge: _Qu’écrirez vous sur ces tablettes?_ Poi al basso: _t. à. v. Annette_. In fondo al volume ti si presenta questa frase trita e triviale: “Scriva più di me chi ti ama più di me.” Non morranno mai i due cuori accompagnati da faci e da fiori; le promesse di affetto invariabile “sino all’orlo della tomba,” e qua e là una facezia inserita da qualche gioviale militare.