Part 8
Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare alle panie del matrimonio, e niente altro ambiva che contrarre più stretta familiarità con Eugenio. L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio e la brace, non son più diversi fra loro di quello che fossero Lenschi e Anieghin; eppure divennero amici sviscerati. A prima giunta, quel reciproco contrasto cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni giorno a cavallo o a piedi, fece sì che divennero compagni inseparabili. Così, pur troppo è vero, la scioperatezza è il nodo che ravvicina e unisce gli uomini.
Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati dall’orgoglio, reputiamo noi stessi come tante unità e gli altri come tanti zeri. Tutti ci crediamo nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci; ogni affetto ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio era più tollerante; conosceva gli uomini e li disprezzava in genere, ma faceva in particolare alcune eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei quali rispettava l’opinione. Ascoltava Lenschi con un sorriso; quel linguaggio colorato ed eloquente, quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove per Anieghin. Si asteneva da ogni parola che potesse agghiacciar quell’ardore, pensando fra sè: sarei insano e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità momentanea. Pur troppo l’esperienza lo disingannerà. Lasciamogli quella sua fiducia nella perfezione umana e non estinguiamo anzi tempo quel fuoco giovenile; non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori.
Non v’era cosa che non servisse loro di testo a qualche controversia e che non li portasse alla riflessione. Le gesta delle generazioni antiche, i frutti della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei secoli, i funebri misteri della tomba, il destino e la vita, porgevano a vicenda ésca alle loro disquisizioni. Lenschi, nel calore della disputa, leggeva a modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici, e l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione, sebbene da gran tempo li conoscesse.
Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti erano le passioni. Eugenio, già da qualche tempo sfuggito a quella insolente tirannia, ne ragionava con un involontario sospiro di rincrescimento. Beato chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe sottrarsi al loro impero! Ma più felice colui che non le conobbe mai, che vinse l’amore colla fuga, e l’odio colla maldicenza! Di quando in quando egli sbadiglia cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare da gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il capitale tramandatogli dagli avi.
Quando stanchi della agitazione del mondo ci ricovriamo prudentemente sotto l’insegna della calma e del riposo; quando la fiamma che ci consumava è spenta; quando la febbre delle passioni, le loro estasi, le loro ubíe, i loro richiami tardivi, non ci incutono più che disprezzo; tranquilli alfine non senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la descrizione delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci rinverdi e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido obliato in fondo al suo tugurio, porge volentieri orecchio ai racconti dei militi novizi che tornano dalla guerra.
La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa; è sempre pronta a confidare i suoi odii e i suoi amori, i suoi affanni ed i suoi gaudi. Anieghin, veterano dell’esercito d’amore, accoglieva a muso serio le confessioni del poeta, il quale, devoto alla religione del cuore, svelava con ingenuità ogni ripiego della sua coscienza. Eugenio in breve fu istruito di tutti i suoi secreti teneri e dolci, secreti che già da un pezzo ci son noti.
Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti soli sono ancora capaci d’amare. Sempre, dappertutto, un sol pensiero, un sol desire, un sol tormento gli occupava l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse, nè la vista dei paesi forestieri, nè lo strepito delle feste, nè lo studio delle scienze, poterono alterare i sentimenti suoi puri e virtuosi.
Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle passioni, s’invaghì della vezzosa Olga di cui divideva le cure e i trastulli infantili sotto il baldacchino dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici, vedendo il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano e incoronavano sposi.[53] Olga, tutta spirante bellezza e innocenza, fioriva nella solitudine, fra le soglie avite e sotto gli occhi paterni, come un mughetto ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura, ignoto alle farfalle e alle api.
Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine cuore, ed egli, trasumanato da quel caro dono, sacrò alla vezzosa i primi lai della cetra. Addio, aurei sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli ricercò le selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle, la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo altre volte come ad una fida amica per offrirle le nostre lacrime, grato sfogo dell’interno affanno.... Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per confidenti, invece della luna, i lampioni delle cantonate.
Sempre modesta, sempre obediente, allegra come l’aurora, sincera e semplice come l’anima d’un poeta, buona e timida come un bacio d’amore.... occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre, voce soave, Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo odierno qualunque, vi troverai il di lei ritratto esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho veduto e ammirato; ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa, lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di Taziana[54] sorella maggiore di Olga. Sarà la prima volta che simil nome comparirà nelle pagine di un romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole e sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora appartenne più alle serve che alle padrone. È forza confessare che non mettiamo molto gusto nella scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto che mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione, ma soltanto l’affettazione e le smorfie di quella.
Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione di ligustri e rose, nè la bellezza di Olga sua sorella, avevan finora potuto attrarre sopra di lei l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica, paurosa come una damma selvatica, l’avresti creduta straniera nella propria famiglia. Non sapeva, a forze di lusinghe, cattare la buona grazia dei genitori. Non si associava alle danze nè ai giuochi delle fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola e muta, per giorni interi, nel cantuccio d’una finestra; o ascoltare, di sera, novelle orribili e strane.
Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva animare colle finzioni della vivace fantasia i suoi solitari ozi. I delicati suoi diti non avevan mai toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo per screziar la tela di fogliami e figure di seta.
Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder una ragazza che si esercita colla docile sua bambola alle ipocrisie, alle etichette della società, e ripete a quel pezzo di legno le riprensioni che ha ricevute dalla mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole nè conversar con loro dei pettegolezzi della città o delle ultime mode. Quando la balia adunava in uno spazioso giardino tutte le fanciulle del vicinato per giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava altrove. Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano. Ad essa piaceva più anticipare sopra un balcone lo spuntar dell’alba, quando a poco a poco le stelle si ritirano dall’emisfero scolorato; quando la terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde e sui prati. Nelle notti d’inverno, quando il pigro Oriente riposa sotto i raggi smorti della luna annuvolata, Taziana sempre desta all’ora solita esciva da letto al chiaror d’una lucerna.
Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi le tennero luogo di tutto. In special maniera s’affezionò ai racconti di Richardson e di Rousseau. Il padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo, non leggeva mai. Considerava i libri come innocui giocattoli, nè si curava di scoprire quali insidiosi volumi si appiattassero sino al mattino sotto il guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente Richardson, non già per averlo letto, non già perchè anteponesse Grandisson a Lovelace; ma perchè sua cugina, la principessa Alina di Mosca, citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In quell’epoca, il signor Larin non era ancora che suo pretendente, ma senza speme. Essa ardeva per un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente della guardia, famoso damerino e giocatore. Essa, ad esempio di lui, andava sempre vestita di moda e con gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della fanciulla la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo consenso. L’assennato marito, volendo dissipare il di lei cordoglio, si trasportò immantinente nelle sue possessioni, e lì la povera signora, circondata da Dio sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in procinto di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle cure domestiche, s’avvezzò al suo nuovo stato, si placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine adunque sopì quella angoscia, che nulla poteva mitigare. Una grande scoperta che essa fece terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli ozi della villa, trovò un ottimo secreto per governare autocraticamente il consorte, e d’allora in avanti ogni cosa camminò a meraviglia.
Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi per l’inverno, teneva il conto delle spese, radeva la testa ai giovani coscritti,[55] andava al bagno il sabato, e quando era di mal umore picchiava le serve, senza mai chieder licenza ai marito.
Scriveva col suo sangue negli _album_ delle giovini amiche, cangiava per vezzo il nome di Prascovia in quello di Paolina; portava fascette molto strette, parlava con una cantilena, pronunziava la N russa col naso, come una N francese;[56] ma tosto smesse tutto ciò, e dimenticò gli _album_, i versi teneri, la principessa Paolina e le fascette; chiamò bonariamente Aculca, la cameriera che prima chiamava Celina, e in somma, incominciò a far uso di scuffie semplici, e di gonnelle ovattate.
Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava mai nei di lei negozi, e aveva messa in lei una fiducia scevra d’ogni sospetto. Pranzavano ambedue in veste da camera. La vita loro scorreva in perfetta quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano a veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo, e ridere un poco di questo e di quello. Così passava il tempo. Si pregava Olga di preparare il tè; poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire, ciascun se ne tornava a casa propria.
Essi osservavano nella loro placida esistenza gli usi e i costumi antichi. In tempo di carnevale facevano le frittelle. Il _cvas_[57] era la loro unica bevanda, e a mensa, offrivano i piatti a ciascun convitato, secondo la sua qualità e il suo rango. In tal guisa invecchiarono insieme. La porta del sepolcro si aprì poi per essi, e il fortunato sposo ricevè allora una nuova corona. Morì un’ora avanti desinare. I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente degli altri parenti. Era un uomo schietto e buono; e nel posto ove giacciono le sue ossa, si erge un monumento funebre, con questa iscrizione: _Sotto questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile peccatore, servitore del Signore, e brigadiere_.
Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò il modesto monumento dell’amico, diede un sospiro alla sua memoria, e rimase un istante pensoso e afflitto. Poi sclamò: “_Poor Yorick!_[58] egli mi tenne fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua medaglia d’Occiacoff![59] Mi promise Olga in isposa, dicendo: Quando verrà quel giorno?...” E oppresso dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla pietra un funereo madrigale. Siccome poi continuava in quella vena poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe per suo padre e per sua madre.... Ahi che le generazioni, quasi mèssi caduche, germogliano, per voler della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano, si inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a quelle.... La nostra razza fragile e fugace, cresce, si agita, ferve, e precipita al fine nell’abisso funesto, in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal mondo per occupare il nostro posto.
Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile esistenza! Io ne fo poca stima, perchè ne conosco tutta la vanità. Son ceco alle illusioni, ma talvolta le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e mi rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe d’escir di vita, senza lasciar nel mondo orma del mio passaggio! Non scrivo già per la fama: vorrei poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche amico serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e del mio amore. Forse troverò quell’amico; e questa strofa da me composta, non piomberà in grembo a Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il mio ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi era poeta!” Accogli dunque le mie grazie, o cultore delle pacifiche Pieridi, o tu la cui mano pietosa adunerà le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto di sempre verdi allori!
CAPITOLO TERZO.
Elle était fille, elle était amoureuse. MALFILATRE.
“Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...”
“Addio, Anieghin, è tempo che io vada.”
“Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?”
“Dai Larin.”
“Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere in tal guisa i tuoi istanti?”
“Niente affatto.”
“Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli. Non è così?... Una sempliciotta famiglia russa; gran cordialità per gli invitati; tortelli di panna; i soliti ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al bestiame.”
“Non ci vedo nessun male.”
“Il male, caro amico, è la noia.”
“Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco una società senza pretensione ove posso....”
“Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per amor del cielo. Tu parli.... ma odi, Lenschi! non potrei vederla io questa Fillide, oggetto dei tuoi pensieri, delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera? Presentami.”
“Tu mi beffi.”
“Oibò.”
“Acconsento.”
“Quando?”
“Adesso subito.”
“Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.”
I due amici entrano, e si presentano. La famiglia li colma di tutte le gentilezze proprie dell’antica ospitalità. Si imbandiscono i tortelli nei piattini, e si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un desco incerato.
. . . . . . .
Tornano a casa nel loro _droschi_ per la strada più corta, e con gran fretta.
Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri due personaggi.
“Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?”
“È un vizio, Lenschi.”
“Sei forse più annoiato di prima?”
“No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la campagna. Cammina più presto, cocchiere! Che brutti posti! A proposito: la Larin è una buona vecchiotta molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di mirtillo m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi, chi è Taziana?”
“È quella ragazza melancolica e taciturna come Svetlana...[60] quella che è entrata e s’è messa a sedere alla finestra.”
“Come mai ti sei innamorato della minore?”
“Perchè?”
“Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta come sei tu. Non v’è vivacità nella fisonomia d’Olga. Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck. Ha il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù su quello stolto orizzonte.”
Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più parola per tutto il resto del cammino.
Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa dei Larin produsse una grande impressione, e diede che ciarlare a tutti i vicinanti. Si almanaccarono mille congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana. Alcuni persino asserirono, che il matrimonio era già stabilito, ma differito per il motivo che non si era potuto trovare un anello di moda. In quanto allo sposalizio di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo combinato.
Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi; eppure in secreto, provava una certa dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio le s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente s’innamorò. Così il seme caduto nel seno della terra, germoglia sotto i raggi di primavera. Da un pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante; da gran tempo, una inquietezza profonda angustiava quel giovine petto; e quell’anima inesperta aspettava qualcheduno.
Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È desso! Ormai i giorni e le notti, il sonno e la veglia, sono pieni di lui; tutto parla di lui senza posa all’animo della gentil giovinetta. Il resto le viene a noia, e l’aura dei complimenti, e le cure premurose dei servitori. Immersa nella meditazione e nel dolore, non attende più agli amici di casa; maledice la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata.
Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali! Con che voluttà gusta ora i raggiri e gli inganni dei seduttori famosi! Tutti quei caratteri ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di _Giulia Volmare_,[61] _Malec Adel, De Linard_, il martire _Werther_, e l’impareggiabile _Grandisson_, che sembra a noi un eroe soporifico, si condensarono tutti, nella mente di Taziana, in un solo tipo, si fusero tutti nella persona di Anieghin.
Taziana, figurandosi essere la protagonista dei suoi romanzi prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora Delfina,[62] passeggia sola pei boschi con quei pericolosi libri. In essi cerca e trova l’espressione della fiamma secreta che nutre in seno, e di quei sogni che provengono da una troppa pienezza di vita. Essa sospira, e appropriandosi le estasi e gli strazi altrui medita e compone sconsideratamente una lettera diretta al caro idolo suo.... Ma il nostro amico, comunque egli la pensi, non è un Grandisson.
Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che consuonava al tuon dell’argomento, ci rappresentavano il loro protagonista come un vero modello di perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un ingegno sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò perseguitato dall’iniquità del mondo. Acceso d’una passione sincera e illibata, animato d’un continuo entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar sè stesso per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il vizio vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata.
Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa l’effetto d’un narcotico. Il vizio solo ci sembra piacevole in sè stesso e nei romanzi nei quali trionfa. Le chimere della Musa britannica turbano il sonno delle fanciulle di men di dodici anni, che han sempre presente al pensiero o il fantastico _Vampiro_, o _Melmoth_ l’oscuro avventuriere, o il _Giudeo errante_, o il _Corsaro_, o il misterioso _Sbogar_.[63] Almeno Lord Byron con lodevole audacia improntò di romantica mestizia l’egoismo disperato.
Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì io cesserò di verseggiare, se così vuole il cielo. — Un altro demone s’impossesserà di me, e sprezzando le minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la vile prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo modesto. Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti atroci, nè delitti secreti, — ma vi racconterò con semplicità le tradizioni di qualche famiglia russa, le illusioni ridenti dell’amore, e i costumi dei nostri antenati. Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o d’un buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva a un ruscello, sotto un vecchio tiglio; gli spasimi crudeli della gelosia e della separazione e le lacrime della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei miei personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente li cingerò del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò allora le espressioni appassionate, le dichiarazioni eloquenti che mi scaturivan dal cuore nei tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti alla mia bella, ma che adesso mi sono tutte quante uscite dalla mente.
Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco che hai rimesso il tuo destino in poter d’un tiranno alla moda. Perirai, mia cara; ma frattanto ti pasci di speranze, invochi una tragica felicità, assapori il soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti comparisce un ricetto propizio agli amorosi colloqui; e ovunque porti i passi hai davanti agli occhi la soave imagine del tuo astuto tentatore.
In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va a gemere nel giardino. Tutto a un tratto abbassa i cigli a terra, e non può andar più oltre. Il seno suo ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di porpora, il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie ronzano, le luci si oscurano....[64] Soprarriva la notte; la luna fa la ronda nella volta cerulea del firmamento; il rosignolo esala i suoi melodici trilli nella caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non riposa, ma confavella a bassa voce colla balia.
“Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!... Apri la finestra e pónti a sedere accanto a me.”
“Che hai, Taziana, che hai?...”
“Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo passato....”
“Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi, di malvagi spiriti e di fanciulle, ma mi son fuggite dalla mente.... quel che sapevo non lo so più.”
“Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai stata innamorata?”
“Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava ancora d’amore; e se ci avessi pensato, mia matrigna buon’anima m’avrebbe ammazzata.”
“Come dunque facesti per maritarti?”
“Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il mio Gianni, era più giovine di me.... io avevo tredici anni. Una comare venne dai miei genitori, e finalmente mio padre benedì la nostra unione. Io piansi tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli ad onta dei miei urli, e mi menarono cantando in chiesa. Così entrai in una nuova famiglia.... Ma, Taziana, tu non mi ascolti....”
“Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto per singhiozzare, per prorompere in pianto.”
“Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti e ti conservi! Domandami quel che gradisci.... Lascia ch’io ti spruzzi il viso d’acqua santa.... Sei tutta bollente....”
“Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia.... io sono.... innamorata....
“Dio ti guardi, figliuola mia!”
E borbottando una orazione, la buona vecchia colla sua mano grinzosa, benedì la giovinetta.
“Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza.
“Ma, carina, ti dico che stai male di salute.”
“Lasciami; io sono innamorata.”
Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume il pallido volto, i capelli snodati, le calde lagrime di Taziana, e insieme la vecchia canuta la quale stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso. La natura intera raccolta e silenziosa sembrava meditare ai raggi della luna. Taziana collo sguardo fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove.... Le salta in testa una idea:
“Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi carta e calamaio; approssima il tavolino, fra poco mi ricoricherò.... Buona notte.”
Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina. Colla testa puntellata sul gomito, Taziana scrive. Eugenio le sta sempre presente. Trasfonde in una imprudente epistola tutto l’innocente amore che le ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana, per chi codesta lettera?