Part 7
Potrò io mai fedelmente descrivere il gabinetto appartato, ove l’esemplare discepolo delle mode si vestiva, si spogliava e si rivestiva? Tutte quelle bagattelle che Londra in sì gran copia fabbrica per contentare i nostri capricci e ci manda quindi a traverso il Baltico in ricambio di legno e di sego; tutte quelle galanterie che il gusto e la provvida industria di Parigi inventa per dilettar la vista, per pascere il lusso e la mollezza del mondo elegante, tutto ciò adornava il gabinetto del nostro filosofo di diciotto anni. Pipe turche con bocchini d’ambra; lavori di porcellana e di bronzo; boccette di cristallo piene d’essenze odorose; pettini e lime d’acciaio; forbici dritte o curve; spazzole di trenta specie per le unghie e per i denti, ingrombravano i suoi tavolini. Rousseau (fo questa osservazione fra parentesi), Rousseau non poteva perdonare a Grimm di essersi nettato le unghie in sua presenza.[39] O magniloquente mentecatto! Il propugnatore della libertà e del dritto, in questo caso, ha certamente torto. Un uomo può essere assennato e pulirsi le unghie. Perchè voler lottare senza pro contro il secolo? L’uso è autocrata della società. Il mio Eugenio, paventando come un altro ***, i sarcasmi degli invidiosi, era, per dirla in una parola, un pedante della moda, uno zerbino coi fiocchi. Se ne stava talvolta almeno tre ore di seguito innanzi allo specchio, ed esciva dal suo _boudoir_, acconciato come una Venere notturna che sen va al veglione mascherata da uomo.
Potrei qui dilungarmi in descrivere la toelette d’Eugenio, e attrarre l’attenzione degli eruditi sul suo abbigliamento; ma convien ch’io rinunzi a tale impresa, poichè la lingua russa non ha voci corrispondenti a _pantalon, frac, gilet_. E d’altronde m’accorgo e confesso con schiettezza, che il mio sciagurato stile pur troppo è già zeppo di espressioni esotiche, sebben per iscansarle io spesso scartabelli il Dizionario dell’Accademia.
Ma ora di tutt’altro dobbiamo intrattenerci. Fa d’uopo che ci rechiamo alla festa di ballo ove Anieghin s’avvia in una calescia da nolo. Sulle facciate oscure delle case, pel lastricato silenzioso delle strade, i fanali delle carrozze spandono un giocondo chiarore che si refrange in mille archibaleni sulla neve. Il nostro eroe smonta all’ingresso d’un suntuoso palazzo, splendidamente illuminato. Si vedono passare e ripassare alle finestre, innumerevoli ombre e profili di teste di signore e di cavalieri.
Anieghin si slancia nel peristilio, vola come strale davanti allo introduttore svizzero[40], sul pavimento di marmo. Si liscia i capelli colla mano, ed entra nella sala di conversazione. È piena gremita di gente, e i musicanti cominciano a essere stanchi. Gli invitati danzano la masurca. Dappertutto chiasso e calca straordinaria; ronzano gli speroni dei _chevaliers gardes_,[41] guizzano e trepidano i piedini delle gentili dame; infiniti sguardi ardenti li accompagnano, e l’armonia dei violini soffoca il cinguettío delle gelose donne alla moda.
Nei miei giorni di felicità e di desiderio, io ammattiva per le feste di ballo. Non conosco luogo più propizio per far dichiarazioni d’amore, e consegnar viglietti teneri. O rispettabili mariti! Io vi offro i miei servizi, e vi prego d’attendere alle mie parole: vi voglio salvar l’onore. Voi pure, buone madri, osservate con maggior rigore la condotta delle vostre figlie, abbiate sempre gli occhiali a cavalcioni sul naso.... Non crediate però ch’io.... Dio me ne scampi e liberi! Parlo così, perchè già da un pezzo io non pecco più.
Ahimè, che ho perduto molta parte di mia vita in diporti frivoli! Eppure mi talenterebbero tuttora le feste di ballo, se non offendessero la morale! Io amo la petulante gioventù, la folla, il brio, l’allegria, gli addobbi ricercati delle belle; ma più di tutto io vagheggio i loro piedini. Peccato però, che in tutta la Russia si trovino appena tre paia di bei piedi muliebri! Ma fra questi uno ve n’ha, ch’io non potrò sì tosto dimenticare! Tribolato, spassionato, desto o svegliato, io gli ho sempre presenti, e ogni notte vengono a stuzzicarmi in sogno. In nessun tempo, in nessun clima li potrò io obliare. Ahi, piedini, piedini! Dove siete adesso? Sotto qual zona premete i fiorellini di primavera? Avvezzi alla mollezza orientale, non stampaste orma sulle orride nevi del settentrione; vi bisognava la morbidezza dei tappeti di Persia. Per voi, io scordai la gloria, l’ambizione, il paese degli avi miei, e la mia prigionia. L’incanto dei miei anni giovanili svanì come sull’erba dei prati la traccia vostra.
Il seno di Diana, le gote di Flora, o amici cari, mi fan trasecolare, ma più seducenti ancora mi sembrano i piedini di Terpsicore. Essa, lasciando travedere l’ambíto guiderdone degli amanti, trascina dietro a sè un turbine di voti e di sospiri. Io adoro quei piedini: di primavera, sopra lo smalto delle lande; d’inverno, innanzi agli alari del caminetto, sul tavolato lucido dei saloni, sotto le lunghe tovaglie delle mense, e presso al mare sul granito d’uno scoglio.
Un giorno, io ed essa, eravam sul lido poco prima di una burrasca. Oh come io invidiava le onde che venivano in tumultuosa fila a lambirle amorosamente i piedi! No, durante il voluttuoso corso della mia gioventù, non bramai con tanto affetto di baciare le labbra purpuree, o le rosee guance, o il petto tremulo delle nuove Armide, come bramai in quel punto di baciare quei piedini.
Mi rimembro d’un’altra circostanza. Talvolta in un sogno felice parmi tener l’arcione della sua sella, e stringer fra mano quel piedino adorato. A quel pensiero mi si riscalda la fantasia, a quel contatto mi ribolle il sangue nelle vene agghiacciate: soffro ancora, amo ancora.... ma già troppo a lungo la mia garrula Musa celebrò le belle superbe: esse non meritano nè gli ardori nè i carmi che esse ci ispirano. Le parole e il cuore di quelle lusinghiere sono così volubili come i loro piedi.
Ma dov’è il mio Anieghin? Mezzo addormentato esce dalla festa di ballo, e va a gustare un istante di riposo. Già il rimbombo dei tamburi ha svegliato l’abitante instancabile di San Pietroburgo. Il mercante balza da letto, il rivendugliolo va in giro colle sue ceste, il cocchiere s’incammina alla stazione consueta. La contadina di Octa corre colle sue brocche di latte, e fa crepitar la neve sotto ai suoi solleciti passi. Il gradito fracasso del mattino si rinnovella dappertutto: le imposte si spalancano; il fumo delle stufe serpeggia per l’aria in ghirlande azzurrine, e l’accurato fornaio tedesco col berretto bianco in testa ha già aperto più volte lo sportellino della sua bottega.
Frattanto il figlio del piacere e del fasto, sbalordito dal frastuono delle feste, converte il mattino in notte, e dorme placidamente fra beate visioni. Si desterà dopo le dodici; continuerà la stessa vita varia eppure uniforme, e domani farà quel che fece ieri. Domanderete forse se il mio Eugenio, indipendente sul più bel fior degli anni, fra i trionfi, gli amori e le delizie, godesse la felicità? Domanderete se fra i lauti conviti egli fosse tranquillo e sano?...
No: i sensi suoi già divennero ottusi e languidi. Il rumore del mondo lo importuna; le belle non son più il precipuo oggetto dei suoi pensieri. La perfidia delle donne lo ha disgustato; è stucco degli amici e dell’amicizia, perchè non può sempre condire di sciampagna le bistecche e i pasticci di Strasburgo, nè sciorinar motti e frottole quando gli duole il capo; e benchè egli fosse un discolo solenne, abiurò finalmente gli alterchi, le sciabole e le pistole.
Un morbo, le cui cause già da gran tempo si sarebbero dovute indagare; un contagio fratello dello _spleen_ inglese, vale a dire l’ipocondria russa, lo invase poco a poco. La Dio mercè egli non cercò di farsi saltar le cervella, ma si svogliò di tutto. Divenne burbero e tetro come _Childe Harold_. Nè i pettegolezzi della città, nè il gioco del _boston_, nè le provocatrici occhiate, nè i sospiri indiscreti lo commovevano, e non vi badava nemmeno.
In primo luogo, egli abbandonò le fantastiche dame della alta società. A dir vero, il _bon ton_ d’oggigiorno è bastantemente seccante. Sebbene alcune signore siano in grado di spiegare Say e Bentham, ciò non ostante, ad onta di quell’innocuo cicalío, la loro compagnia è intollerabile. Di più esse sono così caste, così maestose, così spiritose, così pie, così guardinghe, così puntuali, così inespugnabili, che la sola vista loro ti appicca lo _spleen_.
E voi, o forosette, cui ad ora avanzata un rapido _droschi_ mena in giro per le vie di San Pietroburgo, il mio Eugenio piantò lì anche voi. Disertore dei divertimenti sregolati, Anieghin si rinserrò nella sua camera, prese carta e calamaio, e volle scrivere; ma quella applicazione improba gli fiaccò le forze. Quindi egli non entrò nella sella di quelli uomini violenti, che io non condannerò perchè io sono di quel numero uno.
Nuovamente in preda all’ozio, straziato dall’inedia del cuore, schierò un battaglione di libri sulli scaffali della sua biblioteca, e s’assise col lodevole intento di far suo proprio l’ingegno altrui. Lesse, lesse, lesse, ma senza scopo e senza frutto; ove trovò la noia, ove l’inganno e la follia. Tale autore non ha coscienza, tale altro non ha giudizio; ciascuno ha le sue prevenzioni e i suoi vizi. Gli antichi sono un po’ vieti, e i moderni delirano sugli antichi. Mandò all’aria i libri come le donne, e avvolse in un drappo bruno la biblioteca, e i suoi polverosi tesori.
Io conobbi Anieghin verso quell’epoca di sua vita. Appunto aveva io, come lui, scosso di recente il giogo delle convenzioni sociali e delle vanità mondane. Mi piacque la fisionomia d’Eugenio. Quella sua indole astratta e cogitabonda, quella stranezza di maniere e d’idee, congiunta a una sagacità rara e ad un senno squisito, m’empì di meraviglia. Io fremeva di sdegno; egli sen stava quieto e meditabondo. Ambedue sapevamo per prova come scherzino le passioni; ambedue satolli della esistenza, dovevamo soffrire nel mattino della vita gli oltraggi della ceca fortuna, e dei nostri simili.
Chi ha vissuto e riflettuto, non può fare a meno di sprezzare gli uomini, nel secreto del cuore. L’imagine dei dì passati, che non torneranno più, è una tortura per un’anima sensibile. Il rammarico, il pentimento, la mordono e la rodono come serpenti, e per essa non v’ha più vera gioia. Tali sentimenti infondono nella conversazione di chi li prova una grazia, un fascino onnipossente. Dapprincipio, il linguaggio d’Anieghin mi turbò; ma poco a poco mi assuefeci alle acerbe invettive, ai sarcasmi pungenti e atrabiliari, che discorrendo scoccava, or qua or là, come tanti strali mortiferi.
Nella stagion d’estate, quando il cielo si specchiava limpido e terso nel cristallo della Neva; quante volte, a quell’ora di notte in cui più non brillava il sorriso della luna, errando insieme lungo le sponde del fiume, ci narrammo a vicenda gli episodi romanzeschi dei nostri primi amori! Ridivenivamo sensibili e noncuranti, oppure ci inebriavamo in silenzio dei grati olezzi della verdura, in mezzo a quelle tenebre sfolgoranti di stelle. Trasferiti in idea dal tempo presente sì amaro, nel passato sì dolce, provavamo quel che proverebbe un galeotto, il quale addormentatosi nell’orror dell’ergastolo, si destasse in seno a un fiorito boschetto.
Immerso nell’abisso delle sue rimembranze, talvolta Eugenio se ne stava aggomitato[42] sul granito, come il personaggio descritto dal poeta.[43] Alta quiete regnava intorno, non s’udiva altro strepito che il grido delle sentinelle, e di quando in quando il fragore delle ruote d’un _droschi_ nel quartiere della Miliona. Al più al più, una barchetta a remi solcava lentamente la superficie unita del gran fiume; e ci molcea l’orecchio un suon di corno misto a un canto flebile in lontananza. Ma più soave assai echeggia nelle ombre opache l’armonia delle ottave del Tasso.
O lagune dell’adriaco mare, o Brenta! Io vi vedrò; io andrò a ispirarmi al susurro delle vostre acque. La vostra voce è sacra ai figli d’Apollo; essa mi è nota per la cetra altera d’Albione,[44] mia maestra e donna. Io assaporerò la voluttà delle notti dell’aurea Italia; io vogherò in una misteriosa gondola al fianco d’una leggiadra veneziana, ora loquace, ora taciturna, che addestrerà le mie labbra a modular la favella di Petrarca, e d’amore.
Ricupererò io mai la libertà? Io la chiamo, io la sospiro con fervore. Vo spaziando qua e là in riva al mare;[45] invoco la burrasca; fo segni alle antenne delle navi. Quando potrò io intraprendere un tragitto periglioso sui flutti lottanti coi venti, per le oblique vie del pelago? È tempo che io fugga il lido fastidioso e queste aure aborrite; è tempo ch’io voli sotto un cielo più mite, sulle spiagge dell’Africa natia,[46] a pensare a questa nebulosa Russia, ove ho sofferto, ove ho amato, ove giace sepolto il mio cuore.
Anieghin stava per far vela meco verso estranee regioni, quando piacque al barbaro destino di separarci per lungo tratto. Il padre d’Anieghin passò da questa vita. Un branco d’accaniti creditori assalì Eugenio. Tutti avevano dritti legittimi e istromenti validi. Eugenio che abominava le liti, contento delle sue mediocri sostanze, cesse loro l’eredità paterna; non credendo scapitar gran cosa, e pronosticando forse la prossima fine d’un suo vecchio zio. E, in fatti, di lì a poco, gli giunse la notizia che quel galantuomo era in punto d’agonia, e bramava, prima di spirare, dargli l’estremo addio. Eugenio, subito ricevuta la lettera dell’intendente, montò in posta, anticipatamente sbadigliando dalla noia, e preparandosi a dovere, per qualche danaro, gemere, piangere, e far quella commedia cui si allude nell’esordio di questa veridica istoria. Ma quando Eugenio giunse al villaggio dello zio, trovò il buon vecchio già basito e in procinto di andarsene sotterra.
Il cortile era pieno di servitori. Da ogni banda accorrevano amici e nemici per godere della vista dei funerali. Si seppellì il defunto. I preti e i curiosi gozzovigliarono in suo onore, e quindi, ben pasciuti, si ritirarono con gravità e sussiego, come persone che han compito un dovere sacrosanto. Ecco Anieghin divenuto campagnuolo, possessore assoluto di manifatture, di canali, di selve, di poderi, esso, fin ad ora, scialacquatore di prima riga, e recalcitrante ad ogni freno! Eccolo che consente a trasformare il suo antico vivere disordinato in una esistenza regolata e sicura.
Per ben due giorni interi la solitudine dei campi, la frescura crepuscolare dei querceti, il mormorío d’un placido ruscelletto, gli tornarono a genio. Nel terzo giorno, i boschi, i poggi, le valli, non lo dilettarono più tanto; anzi gli cagionarono un tedio mortale. Finalmente s’accorse e fu convinto, che la noia penetra anche nelle borgate rustiche, quantunque non vi si trovino nè strade, nè palazzi, nè carte da gioco, nè feste di ballo, nè poesie. L’ipocondria accompagnava Eugenio in ogni luogo, e lo inseguiva come una ombra, o una sposa fedele.
Io son nato per la vita quieta, per la calma delle ville. Il suono della cetra pare più melodioso in quel silenzio; le visioni della mente son più vive. Ivi mi pasco d’innocenti piaceri, navigo sul liquido cristallo d’un lago; nè conosco altra legge, che il dolce _far niente_. La libertà e la mollezza occupano le mie giornate; leggo un poco, dormo un poco; più non mi cale di quel vano fiato di vento, che si appella gloria. In somma, io passo il tempo come lo passava nella mia infanzia scevro di cure e di pensieri.
Fiori, amori, verdura, campagna, riposo, siete i miei Dei tutelari. Mi rallegro sempre quando mi accade di notare qualche divario fra il carattere d’Eugenio e il mio. Senza di ciò, i lettori malevoli, i coniatori d’ingegnose calunnie, riconoscendomi forse a qualche indizio, andrebbero poi vociferando, che ho qui delineato il mio ritratto, secondo l’esempio di Byron, poeta dell’orgoglio. Perchè mai sarebbe più difficile di dettar poemi sopra gli altri, che sopra noi medesimi?
Io farò una osservazione. Tutti i poeti si lasciano abbindolar dall’amore ideale. Tempo fa, io adorava certi cari oggetti, la cui effigie mi è rimasta impressa in fondo al cuore. La Musa poi prestò un corpo a quelle vaghe imagini, e celebrò la fanciulla dei monti[47] e le captive delle sponde del Salghir.[48] Adesso, amici miei, non di rado mi dirigete questa domanda: “Per chi palpitano le corde del tuo liuto? A quale delle gelose vergini sacrasti i tuoi concenti? Quale bella, destando in te l’entusiasmo, premiò i tuoi carmi con una occhiata? Chi è quella che divinizzi ora nelle tue carte?” Nessuna, o amici, lo giuro. Pur troppo esperimentai le ambasce forsennate di Cupido. Felice colui che accoppia il fuoco d’amore a quel di poesia, e così duplica il sacro furore dell’ispirazione ad esempio di Petrarca, il quale leniva il suo affanno cantando, e a un tempo stesso s’irradiava di gloria. Ma io, quando corteggiavo le donne, ero stolto e muto.
La fiamma d’amore si estinse e rimasi al buio. Allora la Musa m’apparve e dissipò la caligine del mio intelletto. Libero omai, cerco ancora di combinare l’armonia del metro col sentimento e la ragione; scrivo, e con tale esercizio placo gli spasimi del cuore. La mia penna non si balocca più a schizzare, fra i versi non finiti, piedini e volti di donne. La cenere spenta non riarde più. Io tuttora patisco; ma è esausta la fonte delle lacrime, e in breve ogni traccia d’agitazione sarà sparita. Allora m’accingerò a comporre un poema in venticinque canti. Ho già ideato il nesso dell’azione, e stabilito il nome dell’eroe.
Intanto eccomi giunto al fine del primo capitolo di questa favola. L’ho riveduto con accuratezza; vi ho scoperto un monte di contradizioni, ma non vo’ sprecar tempo in tôrle via. Adempirò il mio dovere verso la censura, e regalerò questo nuovo frutto ai giornalisti, acciocchè se lo mangino. Vattene adunque sulle rive della Neva, o neonato parto del mio ingegno! Possa tu produrre colà i soliti effetti delle cose illustri: le maligne interpretazioni, i clamori pazzi, e gli improperi.
CAPITOLO SECONDO.
O rus! ORAZIO.
O Russia! _Traduzione libera_.
La terra ove s’annoiava[49] Eugenio era un delizioso asilo nel quale un amante dei piaceri semplici avrebbe goduto una perfetta felicità. La casa signorile si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte. Intorno intorno verdeggiavano e fiorivano ameni campi indorati di mèssi e prati ubertosi ove spaziavano gli armenti. Qua e là un villaggetto o un vasto giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca ove venivano le Driadi a meditare.
Il venerabile castello era costrutto come devono essere tutti i castelli; straordinariamente solido e tranquillo, secondo l’uso dei nostri giudiziosi avi. Sale ampie ed alte, arazzi appesi alle pareti, ritratti d’antenati e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto ciò ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè. D’altronde, l’amico badava pochissimo all’architettura e alla mobilia, atteso che sbadigliava nei saloni moderni come negli antichi.
Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio per quaranta anni di seguito s’era affacciato alla finestra, aveva quistionato colla governante e acciaccato mosche.
Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di quercia, due scaffali, un tavolino, un divano di piuma senza alcuna macchia d’inchiostro. Anieghin aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa; nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro e un lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato da mille faccende, non leggeva altri libri.
Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per accorciare il tempo, determinò di stabilire un ordine nuovo nella azienda del suo dominio. Filantropo segregato fralle selve, egli convertì in un lieve tributo annuo gli oblighi feudali;[50] e il servo redento benedì il nuovo signore. Ma un possidente spilorcio e inumano sbuffò di rabbia all’annunzio di tale azione che considerava come una enormità. Un altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono in dichiarare Eugenio un matto pernicioso.
Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita; ma siccome tosto che udiva un _droschi_ per la strada maestra Eugenio inforcava la sella d’un focoso stallone, i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano essi, “è un ignorante, uno scapestrato, un _frammassone_. I suoi vini fini se li tracanna tutti lui; non bacia la mano alle signore; dice sempre _sì_ e _no_; non v’aggiunge mai _signore_ o _signora_.” Tale era l’opinione della gente intorno ad Anieghin.
Giunse allora nel villaggio un altro possidente che diede un nuovo pascolo alle chiacchiere degli oziosi. Chiamavasi Vladimiro Lenschi. Allievo di Gottinga, fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine e bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi studi: dei principii liberali, un’anima ardente e un po’ bizzarra, un linguaggio esaltato, e capelli lunghi sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato dalla fredda perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava alla lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle vaghe zittelle. Era Lenschi d’una grande ingenuità di spirito, si lasciava facilmente illudere dalla speranza, dalle apparenze e dalle fanfaronate della gente. Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde menzogne. La vita umana gli sembrava un enimma interessante; si rompeva la testa a scrutarlo, e si figurava che dalla soluzione di quello dovesse scaturire qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima sorella della sua, di quell’anima che, secondo egli credeva, anelava d’unirsi alla compagna destinatale dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante, languiva nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci d’ogni sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer per lui la prigionia e la morte, e non esitassero mai a rintuzzare le calunnie....
L’indignazione, la pietà, il sacro amore del bene, la sete della gloria, sin dai primi anni, gli fecero palpitare il cuore. Sen giva peregrino per la terra senza altra compagnia che la sua cetra. Ammiratore di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di coltivar le muse. Celebrava nelle sue rime i generosi sentimenti, l’entusiasmo giovanile e l’aurea semplicità; suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi canti eran puri come i pensieri d’una vergine candida, come il sonno d’un fanciullo nella culla, come, in un ciel sereno, il raggio della luna, regina dei sospiri teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione, la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle rose, il fiore di sua gioventù appassito in sulla diciottesima primavera e i lontani paesi ove in seno della solitudine egli aveva sparso tante amare lacrime.
In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva valutare i meriti di Lenschi, il quale fuggiva con premura i tumultuosi banchetti dei possidenti circonvicini, le loro conversazioni serie intorno al vino, alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia. Dalla natura degli argomenti, si può desumere che i discorsi di quei barbassori non ridondavano nè di estro poetico, nè di delicatezza, nè di acume, nè di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle loro carissime mogli era molto più sciocco ancora.
Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona, Lenschi veniva accolto in ogni casa come s’accoglie un genero futuro. Tale è la consuetudine dei villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie per il signorino mezzo russo.[51] Subito che egli entrava, la compagnia si metteva a ragionare degli incomodi della vita celibe. Se invitavano Lenschi a prendere una tazza di tè, la Dunia era incombensata di mescerlo. Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!” Quindi un servitore recava una chitarra, e Dunia incominciava a miagolare:
Oh! vieni a me, nel mio palazzo d’oro![52]