Racconti poetici

Part 6

Chapter 63,710 wordsPublic domain

Non è molto che la giovane Maria vive sotto estranio clima: poco fa, essa fioriva nella propria famiglia accanto a un padre affettuoso che la chiamava sua consolazione e sua gloria. La di lei fanciullesca volontà gli era legge. Una sola cura lo occupava: ambiva che la sorte della diletta figlia fosse splendida come un dì di primavera; che nè anche il minimo duolo conturbasse il di lei petto, e che dopo maritata, si ricordasse con delizia il tempo dell’adolescenza, quelle ore festose e gioconde che si dileguano come lieve sogno. Ogni cosa in lei destava maraviglia: l’indole gentile, i moti graziosi, vivaci, gli occhi d’un azzurro cupo. Ai doni della natura univa quelli dell’arte e allegrava i banchetti domestici coi suoni melodici dell’arpa. Molti potenti e ricchi signori chiedevano la di lei mano, e molti giovani timidi sospiravan per lei di secreto amore. Ma la vergine tranquilla e candida non conosceva ancora le passioni, e nel castello del padre dedicava l’ore dell’ozio a scherzare colle care compagne.

Non durò molto quella felicità. Una orda di Tartari si sparse per la Polonia, colla rapidità d’un torrente che invade le pianure, o d’un incendio che divora le mèssi. Le fiorenti contrade devastate dalla guerra, divengono un deserto; cessano gli innocenti sollazzi e i giuochi; spariscono i villaggi e i querceti. Il magnifico castello è desolato, la camera di Maria è vuota e muta. — Nella cappella del palazzo ove in lunga riga dormono le fredde reliquie degli avi con intorno corone e stemmi nobiliari, ora s’inalza una nuova sepoltura. Il padre è morto, la figlia è schiava. Un avaro straniero possiede il castello e spreme con estorsioni tiranniche gli infelici abitatori della campagna.

La corte di Bakcisarai accoglie la giovane principessa; ma la bella vi si strugge in pianto e in gemiti, nè può assuefarsi alla prigionia cui è ridotta. La di lei disperazione, le lacrime, i sospiri, turbano il sonno breve del _Khan_, il quale fa di tutto onde lenir la doglia della sua captiva, e mitiga per essa l’austerità delle leggi dell’_harem_. Essa entra nel bagno senza altri testimoni che una serva. Il truce custode delle odalische non penetra da lei nè di giorno nè di notte; non la pone egli in letto con quelle sue mani effeminate, nè osa neppure fissarle gli occhi in volto. Il principe medesimo non ardisce turbare il riposo della vergine prigioniera: le concesse di vivere sola nella più estrema parte della reggia, e diresti che in quel misterioso ricetto s’annida qualche ente più che mortale. Ivi perpetua arde una lampada davanti all’imagine della Madre di Dio; ivi la speranza, ultimo conforto degli afflitti, dimora colla fede e l’umiltà; ivi la sventurata fanciulla si pasce delle rimembranze della patria vicina e così cara, e si lamenta e chiama le dolci compagne che l’invidiano forse. Mentre in tutto il palazzo domina la mollezza e la follia, un angolo di quello diviene, o miracolo d’amore! il santuario della castità e della virtù. Così, anche in mezzo all’ebrezza d’una vita dissoluta, il cuore talvolta riman puro e serba intatto il suo sacro deposito: il sentimento della divinità....

Sorge la notte. Le amene campagne della Tauride si vestono di tenebre; in lontananza, fra le fronde immote degli allori, io odo il gorgheggiar del rosignolo... La luna spunta nel ciel sereno attorniata d’un coro di stelle, e tinge d’un color ceruleo le valli, le colline, le selve. Le donne agili e snelle come ombre passano per le vie di Bakcisarai, e vanno nelle case degli amici a spendere le ore disoccupate della sera.

La reggia tace; l’_harem_ giace immerso in pacifico sonno; nessuno strepito interrompe la quiete notturna. Il fido e vigilante eunuco ha adempito la ronda nel dormitorio. Adesso egli riposa, ma l’ansia assidua gli amareggia quella breve requie. Il sospetto atroce del tradimento non cessa un istante di aizzarlo. Gli pare sentire ora un calpestío, ora un bisbiglio, ora un grido; ingannato dall’orecchio incerto, si solleva spaventato, tremante e ascolta con orrore.... ma ogni cosa tace intorno, e nessun suono s’ode in vicinanza, fuori quello delle acque zampillanti che scaturiscono dalla loro prigione di marmo, e l’inno che il rosignolo modula nella oscurità alla rosa sua compagna diletta e inseparabile. L’eunuco sta attento un buon pezzo, ma invano.... poi finalmente di nuovo socchiude le palpebre.

Quanto son belle le chiare notti del voluttuoso Oriente! Quanto soavi scorrono quelle ore per gli adoratori del Profeta! Che lusso splende nelle loro magioni, nei giardini incantati, ne’ silenziosi e impenetrabili _harem_, ove sotto il candido raggio della luna, par ch’ogni cosa si bei di mistero, di silenzio e d’amore!

Le donne dormono. Una sola veglia; respirando appena essa balza da letto; con mano frettolosa schiude la porta, e con passo snello s’inoltra nelle ombre della notte. Sopito in lieve e trepido oblio, il vecchio eunuco giace davanti alla soglia. Egli è inesorabile e astuto; il suo riposo non è che apparente.... essa passa leggera come spettro.

Titubante e sbigottita, arriva ad una porta, gira lentamente la maniglia della serratura; entra, guarda intorno, un secreto terrore s’insignorisce d’ogni suo sentimento. Scorge nella camera la fiammella dubbiosa d’una lucerna, un armadio fievolmente lumeggiato da quella lampada, una piccola imagine della Beata Vergine, e un crocifisso, simbolo sacrosanto di carità.... Questi oggetti destano nell’animo della Georgiana la grata rimembranza e il dolce eco dei giorni remoti. S’arresta innanzi al letto della bella Maria. Il colore d’un sonno giovenile inostra quelle guance ove rifulge un melancolico sorriso, sebben tuttora vi appaiano i vestigi di lacrime recenti. Così talvolta il riflesso della luna imbrillanta un fiore affogato dalla pioggia. E Zarema, curva presso all’infelice, sembrava un angelo dell’Eden, sceso in terra a consolare la misera prigioniera del serraglio. — Il di lei cuore si stringe angosciosamente; i di lei ginocchi si piegano a suo malgrado; essa prega: “Abbi pietà di me; non respingere i voti miei....”

Quelle parole, quella agitazione, quelli aneliti, risvegliano la principessa. Vede con timore la giovine incognita prostrata al suolo; tutta confusa, la rialza da terra, dicendo: “Chi sei? perchè sola, a questa ora, in queste mura? Che brami?...”

— “Io cerco di te, mi puoi salvar la vita, ogni mia speranza è in te riposta.... Fui felice un tempo.... viveva in sicurtà e in gioia.... ma svanì ormai ogni mio bene; io muoro. Ascoltami.

”Io nacqui lontan di qui.... ma le ricordanze dei miei primi anni sono altamente impresse nella mia memoria, ed io rimembro tuttora i monti alzati al cielo, i tepidi ruscelletti delle pendici, i querceti impenetrabili, altre leggi, altri costumi; ma per che decreto della sorte io lasciassi il patrio lido, non so; soltanto mi sovviene del mare e d’un uomo ritto sopra un albero di nave sopra le vele.... Fin adesso la paura e l’ambascia mi furono incognite; soffriva in pace all’ombra dell’_harem_, e aspettava i primi diletti d’amore con paziente ansia e trepidazione. I miei secreti desiderii vennero esauditi. Ghirei rinunziò alla guerra sanguinosa, per addarsi alla dolce voluttà; cessò le sue tremende spedizioni, e tornò nelle mura dell’_harem_. Venimmo tutte al cospetto del nostro signore, con un palpito di incerta speranza. Egli fissò sopra di me il suo sguardo tranquillo e sereno.... Da quel giorno in poi, godevamo una felicità perfetta e continua, e nè la calunnia, nè il sospetto, nè la gelosia crudele, nè il disgusto, avevano interrotto la nostra unione.... Ma tu gli apparisti, o Maria!... da quell’istante, l’anima sua cova un empio disegno.... Ghirei non pensa che a tradirmi, chiude l’orecchio alle mie rimostranze; i sospiri miei lo molestano, non mi degna più delle sue attenzioni nè del suo amichevole consorzio. Non sei complice della sua perfidia; non sei partecipe del suo tradimento, io lo so; quindi ascoltami.... io son bella; tu sola in tutto l’_harem_, potresti gareggiar meco; ma io son nata alle passioni, mentre tu non puoi amare come amo io; perchè, dunque o fredda vergine, martiri un debol cuore? Non mi contender Ghirei: egli è mio; le sue carezze mi ardono come fiamma; egli s’unì a me con solenne giuramento; da gran tempo, egli ed io, non abbiam che un consiglio, che un pensiero. La sua infedeltà mi uccide.... io piango!... io sto ginocchione innanzi a te. Io ti supplico, non osando accusarti.... ah rendimi la gioia e la pace; rendimi il mio Ghirei, qual era prima.... Non replicar parola.... egli è mio; egli delira per te.... rispingilo, disgustalo col disprezzo, coi prieghi, colle lacrime.... con quel che vorrai; giurami.... sebben io ora adori il Corano, crebbi nella tua fede, che era la fede di mia madre.... giurami per il tuo Dio, che riconcilierai Zarema con Ghirei.... Ma senti.... se io dovessi!... ricordati ch’io nacqui a piè del Caucaso, e so adoprare lo stiletto.”

Disse e sparve. La principessa non ardì seguirla. L’innocente giovinetta ode per la prima volta il linguaggio delle passioni tormentose, l’ode con maraviglia e con spavento. — Che lacrime, che preghiere potranno salvarla dall’opprobrio? Che sorte la minaccia? Passerà essa i suoi giorni in quella vergognosa condizione? Se Ghirei potesse dimenticarla per sempre nel di lei longinquo carcere, o se volesse troncare innanzi tempo il sottile stame della di lei vita! Con che giubilo Maria abbandonerebbe questa valle di dolore! Le sue ore di beatitudine svanirono e non torneranno più! Che farebbe essa nel deserto di questo mondo? È tempo di partire; Maria è aspettata in cielo, nel seno della calma e del sorriso eterno.

Alcuni giorni passano. Maria è spenta. L’orfanella è sparita in un momento; novello angelo di Dio, essa splende ora nel tanto sospirato paradiso. Chi la precipitò nel sepolcro? Forse il rammarico della sua disperata prigionia o qualche altro dolore?... Nessuno può dirlo. — Solo è certo che la gentil Maria cessò di vivere. — L’orrendo serraglio è vuoto. Ghirei l’ha derelitto, e alla testa d’una turma di Tartari egli ha invaso una terra vicina. Spietato, sitibondo di sangue come prima, s’abbandona di nuovo al turbine della guerra, ma serba aperta nel cuore la piaga d’un amore insanabile; spesse volte in mezzo alla battaglia, il suo brando alzato per ferire, a un tratto s’arresta; Ghirei volge gli occhi intorno sbalordito e attonito, impallidisce come côlto da subíto terrore, susurra alcune parole indistinte, e versa un torrente d’amare lacrime.

Ghirei sdegna e dimentica il suo _harem_; le sue donne sventurate invecchiano e languono in quelle triste soglie sotto la custodia dell’eunuco. La Georgiana più non trovasi in mezzo ad esse; già da un pezzo le guardie del Khan la sommersero nell’abisso delle onde. Nella notte in cui morì la principessa finirono gli strazi della di lei gelosa rivale. Qualunque fosse la colpa della bella Georgiana, atroce, immane fu il castigo.

Dopo che Ghirei ebbe messo a ferro e a fuoco le circostanti valli del Caucaso e le tranquille campagne della Russia, tornò nella Tauride, e fece edificare, in onore di Maria, una fontana marmorea in un angolo recondito della reggia. Una mezza luna d’argento vi splendea sotto l’ombra d’una croce, empia confusione dei due riti, e segno manifesto di ignoranza. Fece incidere sopra al frontispizio una iscrizione che il tempo edace non ha ancora consunta. Dietro a questa fabbrica bizzarra, l’acqua mormora in una vasca di marmo dalla quale risale in lucide stelle che mai non vengono meno, e sembran piangere la sorte di Maria. Tale una madre inconsolabile spande perenne tributo di pianto sulla lapida del figlio estinto nelle pugne. Le fanciulle del paese conoscendo l’antica tradizione, chiamano quel funebre monumento la fontana delle lacrime.

Esule dal settentrione, e dai giocondi divertimenti della capitale, io visitai il palazzo di Bakcisarai sepolto nell’oblio. Errai per le silenziose sale, ove risiedeva il feroce _Khan_ flagello dei popoli, e ove reduce dalle sue incursioni depredatrici dedicava i giorni ai banchetti e all’ozio voluttuoso. La mollezza tuttora respira nelle stanze e nei giardini inabitati: le acque scherzano, le rose rosseggiano, i grappoli s’avviticchiano alle spalliere, l’oro scintilla sulle pareti. Vidi le grate antiche dietro a cui le donne prigioniere consumavano il fior degli anni loro, gemendo in secreto, e contando i grani delle loro corone d’ambra.[23] Vidi il cimitero dei _Khan_, ultima dimora dei dominatori del mondo. Quelle stele funebri, cinte d’un turbante di sasso, pareva che mi dichiarassero apertamente i decreti del fato. Ove sono i _Khan_? Ov’è l’_harem_? Tutto tace all’intorno, tutto sparì, tutto cangiò. Ma poco a poco, un altro pensiero soggiogò il mio cuore: l’olezzo delle rose, il rombo delle fontane m’immerse in una involontaria meditazione, in mezzo a cui scòrsi un’ombra di fanciulla che spaziava nel lucido azzurro....

Chi era quello spettro, amici miei? Dite, che imagine era quella che m’inseguiva nell’_harem_ deserto, e ch’io non poteva respingere, nè evitare? Forse la casta anima di Maria, o l’anima iraconda e gelosa di Zarema? Sempre ho presente all’idea quell’occhiata tenera, e quelle forme ancora terrestri.

Adoratore delle Muse e della quiete, dimentico della gloria e dell’amore, io in breve vi rivedrò, o gaie spiagge del Salghir. Perlustrerò di nuovo le falde amene dei monti marittimi, e i flutti cerulei della Crimea rallegreranno ancora la mia vista. Regione incantata, delizia dei cuori! Colà tutto vive e sente: i colli, i boschi, le vigne onuste di rubini e di topazi, le valli ombrose e fresche, i ruscelletti garruli, fiancheggiati di pioppi.... tutto eccita l’ammirazione del viandante, il quale scorrendo a cavallo la strada in riva al mare, a piè dei poggi, vede, per un bel mattino d’estate, davanti a sè le onde verdeggianti dell’Eusino che lampeggiano al sole, e spumano e mugghiano intorno alle radici dell’Aiu-dagh....

EUGENIO ANIEGHIN.[24]

CAPITOLO PRIMO.

Si affretta di vivere, s’affanna a godere. VIASEMSKI.

“Mio zio, uomo d’illibati costumi, godeva la stima di tutti ed era giunto al colmo dei suoi desiderii, quando in un subito ammalò sul serio. L’esempio suo potrà servir di norma ai posteri; ma che seccatura per me vegliar dì e notte accanto al suo letto nè osare discostarmene di un passo! Che brutta ipocrisia è confortare un moribondo, assettargli i guanciali, porgergli con volto afflitto le medicine, mentre si dice in disparte con un sospiro d’impazienza: “Ti levasse via il diavolo, maladetto vecchio!”

Viaggiando per la posta in mezzo a un nuvolo di polvere, così fantasticava fra sè un giovine scapestrato, erede, per voler di Giove, di tutti i suoi consanguinei. Ammiratori di _Ruslano e Liudmila_,[25] permettete che questa volta io, senza altri preamboli vi faccia fare amicizia col protagonista di questo mio nuovo romanzo. Il mio buono Eugenio Anieghin nacque sulle sponde della Neva ove forse nasceste voi pure, ove forse faceste bella figura, o miei lettori! Anch’io le conosco, e ci ho spesso passeggiato; ma il clima del norte m’è contrario.[26]

Il padre d’Eugenio, dopo aver servito lo Stato con onore, viveva di debiti; dava tre feste di ballo all’anno e finì spiantato. La sorte dapprima favorì Eugenio; egli ebbe per balia una _Madame_; quindi un _Monsieur_ per aio. Cresceva un po’ vispo, ma amabile. Quel povero diavolo di abate francese non volendo stancar la mente del suo alunno, lo istruiva scherzando e ridendo. Alieno dai precetti d’una austera morale, non lo sgridava che per celia, e lo menava a spasso nel Giardino d’estate.

Quando Eugenio arrivò all’età delle vaghe speranze e della tenera melancolia, _monsieur l’abbé_ fu licenziato. Ecco Anieghin finalmente libero. Pettinato all’ultima moda, attillato come un _dandy_ di Londra, Anieghin si lanciò nei saloni eleganti. Scriveva e parlava in francese molto bene; danzava con garbo la marcusa; salutava con gran disinvoltura: che potevasi esigere di più! L’alta società lo dichiarò spiritoso e compito.

Tutti abbiamo studiato qualche coserella in un modo qualunque. Possiamo dunque spacciarci per dottori. A detta di giudici competenti e severi, Anieghin era un ragazzo erudito ma un po’ pedante. Aveva il felice talento di ciarlare di tutto con grazia. Quando nasceva una discussione grave, sapeva tacere col muso serio d’un intelligente e divagar le signore coi suoi frizzi satirici e spontanei.

La lingua del Lazio è oggimai fuor d’uso: Eugenio, a dir vero, la conosceva abbastanza per decifrare una epigrafe, per chiacchierare di Giovenale, per cacciare un _vale_ in fondo a una lettera e citare a mente, storpiandoli un poco, due versi di Virgilio. Non si sentiva gran vocazione a rovistar nella muffa cronologica dell’istoria del globo; ma sapeva appuntino gli aneddoti curiosi dai tempi di Romolo ai nostri.

Ricusò di sacrificar mezza la vita a studiar prosodia, e ad onta delle nostre premure non giunse mai a poter distinguere un iambo da un coreo. Bestemmiava Omero e Teocrito; leggeva Adamo Smith e diveniva un profondo economista; esaminava per qual modo uno Stato sussiste e s’arricchisce, e perchè l’oro non gli è necessario quando possiede i prodotti primi. Il padre di Anieghin non capiva niente a queste teorie, e ipotecava i suoi beni.

Mi manca il tempo per dire appieno tutto ciò che Eugenio sapeva. Ma la scienza in cui primeggiava, la scienza a cui dalle fasce egli si applicò con impegno, con studio, con diletto; la scienza che occupava le sue intere giornate e vinceva la sua naturale indolenza, era la scienza di quella tenera passione che Nasone cantò sulla lira e per la quale chiuse la vita, come un martire, nelle atroci steppe della Moldavia, lungi dalla sua cara Italia......

Benchè così novizio, già sapeva comporre il volto a suo beneplacito, occultare le sue speranze, simular la gelosia, asserire, persuadere, mostrarsi or feroce or languido, or superbo, or umile, or attento, or indifferente. Come sapeva a vicenda esser silenzioso e discreto, o focoso ed eloquente! Che espansione, che calore nel suo carteggio intimo! Non sospirava che per un solo oggetto, non adorava che una sola donna e per essa dimenticava il resto. L’occhio suo esprimeva ora la tenerezza e la timidità, ora l’audacia, e a volte s’irrugiadava di obedienti lacrime.

Sapeva comparire sempre nuovo alle belle, sapeva commoverle con finte disperazioni, ammaliarle con melate lusinghe, coglier l’istante di debolezza, accalappiare l’innocenza burlando, sperdere a forza di logica e di passione i pregiudizi dell’inesperienza, aspettare una carezza involontaria, implorare ed esigere una dichiarazione, sorprendere i primi palpiti di un cuore vergine, inseguire senza posa la preda, e alfine ottenere dalla impietosita un misterioso appuntamento in cui le dava lezioni particolari d’amore. Oh, come sapeva confondere l’astuzia delle civette sfacciate! Quando voleva sfrattare i rivali, con che impudenza li denigrava! Che insidie tendeva sui loro passi! Ma voi, fortunati sposi, rimanevate suoi amici. Il marito scaltro, antico discepolo di Faublas; l’incredulo vecchio, maestoso capricorno, sempre contento di sè stesso, del suo secolo e di sua moglie, piaggiavano a gara il nostro Eugenio.

Talvolta, mentre era tuttora in letto gli pioveva in camera un diluvio di bigliettini. Che saranno mai? Inviti? Di fatto, a un tempo stesso è pregato a conversazione in tre case diverse. In una v’è festa di ballo; in un’altra, ricreazione di bambini. In quale di questi posti si condurrà il nostro scapato? Con quale comincerà il suo giro? Poco importa, purchè vada in tutti. Frattanto si veste da mattino, prende il suo largo _bolivar_,[27] corre al _boulevard_, passeggia in su e in giù finchè il suo infallibile _Breguet_[28] gli segni l’ora del pranzo.

Fa buio. Egli si accomoda in una slitta. “Ehi davanti! Ehi davanti!” gridano da ogni parte i cocchieri. Una polvere bianca inargenta il bavero del suo soprabito. Si ferma da Talon, credendo che ivi già lo aspetti N. N. Entra, e i tappi balzano al soffitto e il vino della cometa[29] si mesce a torrenti. I servi gli imbandiscono un _roast-beef_ sanguinolento, un piatto di tartufi, delizie della gioventù e onore della cucina francese; e l’incorruttibile pasticcio di Strasburgo[30] torreggia davanti a lui fra un formaggio _vivente_ di Limburgo e una piramide d’aurei ananassi.

La sete eccitata dalle bollenti costolette richiede per estinguersi altre libazioni; — ma la lancetta dell’orologio già annunzia che è principiata la nuova pantomima. Mordace Aristarco del teatro, incostante adoratore di tutte le attrici, onorato cittadino delle quinte, Anieghin si trasporta al teatro, ove già tutti i dilettanti stanno pronti ad applaudire le capriole delle danzatrici, a fischiar Fedra e Cleopatra, a richiamar Maina[31] coll’unico scopo di farsi osservare dalla gente.

Magico recinto nel quale echeggiarono i carmi dell’arguto Von Visin,[32] re dell’ironia e amico della libertà! Lì Oseroff[33] divise colla giovine Semenova[34] l’omaggio del nostro pianto e del nostro fanatismo; lì Calienin[35] rivelò al pubblico russo il genio sublime di Cornelio; lì il caustico Sciachovschi lanciò il susurrante sciame delle sue commedie; lì Didelot[36] s’incoronò d’immortali allori; lì, all’ombra di quelle decorazioni, passarono i miei dolci anni primieri.

Care dive, che fu di voi? Porgete orecchio alla mia voce addolorata: siete sempre quali io vi vidi, oppure altre dive vi hanno supplite ma non pareggiate? Udrò io ancora i vostri concenti? Mirerò ancora il volo della Terpsicore russa, ovvero la mia vista sconsolata non incontrerà più nessuna fisionomia nota sulla vedova scena, e dovrò io, freddo spettatore dell’allegria comune, appuntare indarno il canocchiale sopra una adunanza sconosciuta, e, sbadigliando in disparte, contentarmi delle reminiscenze del tempo trascorso?

La sala è zeppa di gente; i palchi brulicano; la platea e l’anfiteatro fervono, il lubbione trepida d’impazienza. Il sipario s’alza con un grato stroscío.... Sfavillante di luce, mezza aerea, docile al cenno dell’arco armonico, circondata d’una schiera di ninfe, ecco s’avanza Istomina[37] radendo appena il suolo colla cima d’un piede, mentre l’altro lentamente aleggia. Ora essa saltella, ora spazia più lieve che piuma al soffio d’Eolo, ora curva il bel fianco, ora lo drizza, e intreccia e batte in tempo gli agili calcagni.

Tutti gli astanti dan segni di satisfazione. Anieghin entra, calpestando la gente si fa strada fra le poltrone, alza il doppio tubo ottico ai palchi ove stanno signore ch’egli non conosce ed esamina l’un dopo l’altro tutti gli ordini. Ha già veduto ogni cosa e nulla gli garba, nè i sembianti nè le _toelette_.[38] Saluta i conoscenti che scorge in varie parti, poi si volge agli attori con occhio disattento, gira la testa sbadigliando e susurra: “Convien mutar tutto; assai tempo ho sofferto i _ballets_; persino Didelot m’è venuto a uggia.”

Gli amori, i diavoli tuttora sgambettano e tempestano sulla scena; già i lacchè stracchi russano nel vestibolo sulle pellicce dei padroni. Gli spettatori si soffiano il naso, tossono, fischiano, picchiano le mani. Dentro e fuori rifulgono mille lumi; i cavalli intirizziti dal freddo scuotono i finimenti; i cocchieri, ritti intorno ai braceri, maledicono i loro signori e si percuotono i fianchi colle palme per riscaldarsi. Già Anieghin è uscito; va a casa a mettere un nuovo _costume_.