Part 5
Due anni passarono. La pacifica famiglia degli Zingari tuttora corre a caso per le campagne. Dappertutto, come altre volte, incontrano buona accoglienza, e vivono in pace fra di loro e cogli altri. Sciolto dai ceppi della civiltà, Alecco è libero come essi; e con essi conduce una esistenza vagabonda scevra di cure e di timori. Più non rimembra il tempo passato, e s’è avvezzo alla vita zingaresca. Gli piace dormire all’ombra delle tende instabili, gli piace l’ozio perpetuo in che vive coi suoi compagni, e ama persino la loro lingua inculta e scarsa. L’orso strappato dalla tana natia, ospite irsuto della di lui baracca, danza pesantemente e grugnisce nei villaggi, lungo le strade delle steppe, nei casali, davanti alla turba cauta e prudente, e dappertutto va rodendo le importune sue catene. Il vecchio, puntellato al suo bordone, batte con indolenza il tamburino, Alecco guida la belva cantando, Zemfira va in giro a raccogliere il tributo volontario dei contadini. La notte soprarriva, tutti e tre cuociono il miglio non macinato. Il padre dorme, tutto tace, tutto è quiete e oscurità nel padiglione.
Il vecchio refocilla al sole di primavera il suo sangue gelato dall’età; la giovinetta canta una canzone d’amore allato ad una culla. Alecco ascolta, e freme.
_Zemfira_.
Vecchio marito, Sposo aborrito, Scannami pure Colla tua scure; Io ti disprezzo, Mi fai ribrezzo; Un altro adoro, Per lui mi moro.
_Alecco_. Chetati. Codesta aria mi secca. Non mi piacciono quelle parole feroci.
_Zemfira_. Non ti piacciono? Che mi importa? Io canto per me e non per te.
Vecchio marito, Sposo aborrito, Da te trafitta, Io starò zitta; Il nome tuo Bestemmierò; Il nome suo Non ti dirò. Per lui sol canto; È l’idol mio; Ei m’ama tanto! Ma più l’amo io.
_Alecco_. Cessa, Zemfira, cessa....
_Zemfira_. Che l’hai capita la mia canzone?
_Alecco_. Zemfira!...
_Zemfira_. Adirati pure; io canto per te. (Se ne va cantando _Vecchio marito_).
_Il Vecchio_. Me ne ricordo; questa frottola fu composta quando ero giovine; e d’allora in poi si canta per sollazzar le brigate. La mia Mariola la cantava nelle steppe del Cagul, durante le notti d’inverno, mentre cullava la figlia davanti al fuoco. I tempi andati si van sempre più cancellando dalla mia memoria, ma questo scherzo vi si è profondamente impresso.
* * *
Tutto tace; la luna inostra quella parte del cielo ove il sole sparisce. Zemfira risveglia suo padre. “O padre mio, Alecco mi spaventa. Ascolta, in mezzo a un sonno agitato egli geme e piange.”
_Il Vecchio_. Non lo toccare e non parlare. Ti dirò una credenza russa: verso la mezza notte il genio familiare opprime il respiro di coloro che dormono; parte prima dell’alba. Rimanti meco.
_Zemfira_. O padre mio! Egli mormora il nome di Zemfira!
_Il Vecchio_. Cerca di te anche dormendo, tu gli sei più cara di tutto.
_Zemfira_. Non me n’interessa più del suo amore. Sono annoiata; il mio cuore ha sete di libertà, e di già io.... ma.... senti. Egli pronunzia un altro nome!
_Il Vecchio_. Che nome?
_Zemfira_. Senti come anela e digrigna i denti. Che cosa orrenda!... Io lo sveglierò.
_Il Vecchio_. Non fare; non scacciare lo spirito della notte, se ne andrà da sè.
_Zemfira_. Si è voltato, si alza, mi chiama, si è destato. Io vo presso di lui. Addio, padre; raddormentati.
* * *
_Alecco_. Ove sei ita?
_Zemfira_. Da mio padre. Un demone ti toglieva il respiro e ti tormentava l’anima mentre dormivi. Mi hai fatto paura. Tu digrignavi i denti, e proferivi il mio nome.
_Alecco_. Mi sei apparsa in sogno. Mi sembrava trovarti con.... insomma, ho fatto un sogno spaventevole.
_Zemfira_. Non prestar fede alle visioni notturne.
_Alecco_. Ah ch’io non credo a nulla, nè ai sogni, nè alle proteste affettuose, nè al tuo amore.
* * *
_Il Vecchio_. Perchè mai, giovine insensato, sospiri continuamente? Qui ognuno è libero, il cielo è chiaro, ed è celebre la bellezza delle donne. Non piangere, la mestizia ti ucciderebbe.
_Alecco_. O padre! essa non mi ama più.
_Il Vecchio_. Plácati. Essa è bambina. Il tuo sospetto è senza fondamento, tu ami sul serio, ma le fanciulle scherzano. Mira! la luna signora dell’etra passeggia pei campi azzurrini del cielo; fonde egualmente i suoi raggi sopra tutta la natura. Se talora s’imbatte in una nuvola, l’illumina splendidamente, ma tosto trapassa a un’altra, nè vi si fermerà a lungo. Chi potrà assegnarle un posto fisso e dirle: non andrai più oltre? Chi potrà dire a un giovin cuore: ama una sola volta, non cangiar mai d’amore? Plácati.
_Alecco_. Essa mi amava tanto! Teneramente adagiata fralle mie braccia, quante notti felici condusse meco nel deserto! Quante volte quell’allegria spontanea, quel cicalio infantile, quel bacio inebriante, seppero in un momento dissipare le mie ambasce! Ma che? Zemfira mi tradisce! Zemfira mi dimentica.
_Il Vecchio_. Odi. Io ti narrerò un fatto che mi concerne. In un tempo remoto, quando il Moscovita non minacciava ancora il Danubio.... — Vedi, Alecco, ch’io sto per dirti una antica istoria. — Quando obbedivamo al Sultano, e un pascià ci signoreggiava dalle alte torri di Accherman.... Io era giovine in quel tempo; e l’anima mia ardeva d’amore; e non un sol pelo grigio deturpava i miei ricci neri. — Fra tante belle una ve n’era. Io l’amai come s’ama la vita, e alfine la feci mia propria.
Ahi che la mia giovinezza svanì come stella cadente! E la stagione del piacere sparì più presto ancora. Mariola mi amò un anno solo.
Un giorno incontrammo sul margine del Cagul una banda di Zingari stranieri che piantarono le loro tende vicino alle nostre sul monte, e vi stettero due notti. La terza notte s’allontanarono. Mariola se ne andò con essi mentre io dormiva tranquillamente, e abbandonò la mia povera figliuoletta. L’aurora spuntò, mi destai, non ritrovai più la mia compagna. Cerco, chiamo, nessun indizio. L’orfanella Zemfira piangeva, e io piangeva con essa. — D’allora in poi, io giurai odio a tutte le donne — e son rimasto sempre solo nella mia tenda.
_Alecco_. Ma come non volasti sulle tracce della perfida e ingrata? Come non immergesti un pugnale nel cuore della traditrice e del suo drudo?
_Il Vecchio_. Come? La gioventù è più volubile degli augelli. Chi potrà mai incatenar l’amore? Il piacere è concesso a tutti vicendevolmente; quel che fu, non sarà più.
_Alecco_. Io non la penso così. Io non so rinunziare senza contrasto ai miei dritti, o, se mai cedo, mi vendico poi altrimenti. No. Se io trovassi il mio nemico addormentato sui flutti del mare, non lo risparmierei; lo sommergerei nell’abisso senza nessun rimorso; gli farei vergogna del suo subito spavento alla mia vista; udirei con diletto i suoi lamenti, e riderei nel vederlo piombare al fondo.
* * *
_Un giovine Zingaro_. Un altro bacio solo! solo!
_Zemfira_. È tardi: mio marito è geloso e cattivo.
_Lo Zingaro_. Uno solo.... più lento.... è l’ultimo....
_Zemfira_. Addio! prima che egli ritorni.
_Lo Zingaro_. Parla: quando ci rivedremo?
_Zemfira_. Stasera, quando sorge la luna — là dietro il tumulo — su quella stessa altura....
_Lo Zingaro_. M’inganni! non verrai!
_Zemfira_. Scappa.... Eccolo! Ci verrò, carino!
* * *
Alecco dorme. Una funesta visione perturba il suo sonno; si desta cacciando un grido di gelosia, e gira le braccia attorno. Ma la sua mano tremante non incontra altro che le fredde coperte: — la sua consorte è lungi. — Solleva il fianco fremente e ascolta; nulla ode; la rabbia lo divora; fiamma e gelo gli scorrono per le vene; balza dal letto, esce dalla tenda, vaga intorno ai carri; i campi tacciono, tutto è silenzio e tenebre. La luna s’asconde fra i vapori; le stelle spargono una incerta luce. — Alecco scorge alcuni levissimi vestigi sull’erba rugiadosa; li segue impaziente, e lo guidano al tumulo. Sull’orlo della strada una tomba biancheggia in lontananza; ivi conduce egli i vacillanti passi, con un presentimento tetro; le sue labbra tremano, tremano i suoi ginocchi. — S’avanza, e a un tratto — è un sogno? — vede presso a sè due ombre, e ode sulla tomba un mormorío profano.
_Prima voce_. Io mi parto.
_Seconda voce_. Ferma, amor mio.
_Prima voce_. Bisogna ch’io mi parta, amico.
_Seconda voce_. Aspetta un poco; rimani sino all’alba.
_Prima voce_. È già tardi.
_Seconda voce_. Come sei timida in amore! Aspetta un minuto.
_Prima voce_. Tu mi perdi.
_Seconda voce_. Un momento.
_Prima voce_. Se mio marito si desta, e non mi trova....
_Alecco_. Già son desto.... Dove andate? — Non vi allontanate.... Stavate molto bene su questa tomba....
_Zemfira_. Amico mio, fuggi, fuggi!
_Alecco_. Férmati. — Dove vai, o gentil giovanetto? — Muori. (_gli dà una coltellata._)
_Zemfira_. Alecco!
_Lo Zingaro_. Io spiro.
_Zemfira_. Alecco! Tu l’hai ucciso.... mira!... sei tutto cosperso di sangue.... Che hai fatto?...
_Alecco_. Niente. Ora pasciti del suo amore....
_Zemfira_. Prosiegui. Io non ti temo; io disprezzo le tue minacce; io maledico la tua crudeltà.
_Alecco_. Muori anche tu!... (_la ferisce._)
_Zemfira_. Muoro amandolo.
* * *
L’aurora ingemma il balzo d’Oriente. Alecco, col pugnale in mano, siede dietro al poggio sulla lapida rosseggiante di sangue. Due cadaveri giacciono innanzi a lui; il suo volto incute spavento in chi lo vede; gli zingari lo circondano esterrefatti e tremanti. Mentre si scava una fossa in disparte, le donne addolorate accorrono in fila a baciare, secondo l’uso, gli occhi dei due morti. Il vecchio padre sen sta tutto solo mirando in muta angoscia la figlia diletta. Gli zingari sollevano i due corpi, li trasportano alla fossa e li ascondono nella fredda terra. Alecco considera tutto da lontano. Quando cadde l’ultima palata di polvere, Alecco si chinò poco a poco e stramazzò sul prato.
Allora il vecchio, avanzandosi, sclamò: “Vattene, uomo superbo e spietato! Siamo selvaggi; non abbiamo leggi; non conosciamo i tormenti nè i supplizi; ci fanno orrore i gemiti e gli omicidi; non vogliamo fra noi un assassino. Non sei nato per la vita errante: per te solo vuoi la libertà; la tua vista ci spaventerebbe; noi siamo timidi e umani; tu sei audace e feroce; lasciaci, pártiti, vattene in pace!”
Dice, e la truppa nomada ripiegando le tende, escì con gran fracasso dalla valle dolorosa, e in breve ora si dileguò nella steppa immensa. Un solo carro coperto d’un povero tappeto rimase nella funesta pianura. Così, allorchè, avanti l’inverno, al tempo delle nebbie matutine, uno sciame tardivo di gru si alza dai campi e stridendo s’indrizza a mezzogiorno, talvolta avviene che una di esse colpita da piombo mortale resta addietro afflitta, coll’ala pendente e insanguinata.
Sopraggiunse la notte. Nessuno accese il fuoco sotto la tenda del maledetto che non potè gustare le dolcezze del sonno.
EPILOGO.
Così, colla magia del canto io evocava nella mia mente le imagini dei giorni andati, oscuri o sereni. Nel paese ove tanto tempo rimbombarono le folgori della guerra, ove il Russo determinò i confini della potenza turca; ove la nostra vecchia aquila bicipite fa legge e impera tuttora, io incontrai un tranquillo accampamento di Zingari figli della libertà. Ma la felicità nemmeno fra voi è da cercarsi, o miseri rampolli della natura! Sotto i vostri padiglioni laceri s’aggirano sogni funebri e tormentosi, i vostri carri vagabondi non vi sottraggono alle ambasce; chè anche nei deserti regnano le passioni fatali, e l’uomo vi è, come altrove, bersaglio del destino.
LA FONTANA DI BAKCISARAI.
PREFAZIONE.
L’argomento del seguente poema riposa sopra una tradizione tuttora viva in Crimea. A poca distanza dal palazzo dei Khan in Bakcisarai, si vede un sepolcro costruito nel gusto saracinesco con una cupola emisferica. Si pretende che questo monumento fosse inalzato da Cherim Ghirei sulle ceneri d’una sua schiava ch’egli amava appassionatamente. La detta schiava era pollacca, e apparteneva alla famiglia dei Potozchi. Un viaggiatore russo, Muravieff Apostol, crede che questa tradizione non abbia nessun fondamento. Il celebre poeta pollacco Mizkiewic, che fu, come Puschin, esiliato in Crimea, e che ha dedicato quattro sonetti alla descrizione di Bakcisarai, propende ad ammettere come vera la tradizione popolare.
Citeremo questi sonetti perchè possono servire di preambolo al poema del Puschin, e perchè crediamo far cosa grata al lettore, offrendogli un’occasione di confrontare i due più insigni poeti slavi di questo secolo, ispirati dallo stesso soggetto.
Il quinto sonetto si riferisce a una montagna di Crimea (l’Aiu-dag) cui Puschin allude nell’ultimo verso del suo poema.
I.
BAKCISARAI DI GIORNO.
La reggia di Ghirei è tuttora vasta ma deserta. Le locuste saltellano, le vipere s’attorcono pei veroni e pei portici spazzati altre volte dalla fronte dei pascià, e per quelle mura ove risiedeva l’autorità sovrana, ove s’annidava l’amore.
L’ellera parasita insinuandosi per le finestre variopinte s’arrampica alle pareti e agli archi; le piante usurpano il posto dell’uomo in nome della natura, e scrivono sui muri, nel linguaggio di Baltazare: _Ruina_.
In mezzo alla sala sta una vasca di marmo tuttora incolume. Fu questa la fontana dell’_harem_; e spargendo lacrime di perle, essa grida nella solitudine:
“Ove siete, amore, potenza e gloria? Dovevate durare de’ secoli; l’onda tuttora scaturisce dalla polla. O vergogna! siete spariti, e la fontana resta.”
II.
BAKCISARAI DI NOTTE.
I devoti musulmani escono dalle meschite. L’eco dell’_izam_[17] si dilegua in lontananza; l’aurora dal volto di rubino si scolora; l’argentea regina della notte move a riposar col suo diletto.
L’eterne lampade del cielo rilucono nell’_harem_; una nuvoletta naviga a traverso le stelle pei campi di zaffiro, simile ad un cigno sonnolento sopra un lago; ha di neve il petto, e porta in fronte una ghirlanda d’oro.
L’ombra scende dai minaretti e dalle cime dei cipressi; laggiù nereggiano in giro i colossi granitici del Caucaso, simili a demoni seduti a consiglio nella corte d’Eblis,[18] sotto il padiglion delle tenebre.
Di quando in quando, dalle loro vette scocca un baleno che ratto come un _faris_[19] attraversa i silenziosi deserti del vasto azzurro.
III.
LA TOMBA DI MARIA POTOZCA.
Ti sfiorasti, o giovine rosa, nella terra della primavera eterna, in mezzo ai giardini deliziosi! Nè potevi più vivere, dacchè le ore del passato, nell’involarsi quali auree farfalle, t’avean lasciato nel seno il verme della rimembranza.
Verso settentrione scintillano le costellazioni della Polonia.... Perchè tanti astri splendono in quella parte dell’etra? Forse il tuo sguardo fiammante pria di estinguersi nel sepolcro lasciò in cielo quegli eterni segni sfavillanti?
O Pollacca! Io pure morrò qui, in solitario lutto. Possa la mano dell’amicizia spargere sulle mie ossa un pugno di terra.
Spesso i viandanti confavellan fra loro presso alla tua tomba; il suono del patrio idioma mi desterà dal sonno della morte, e forse un poeta pensando a te e vedendo il mio sasso vicino, scioglierà un inno anche alla mia memoria.
IV.
LE TOMBE DELL’HAREM.
(Mirza parla al Pellegrino.)
Un grappolo immaturo della vigna d’amore fu qui colto per la mensa d’Allah. Qui il nero feretro, conca dell’eternità, furò giovani ancora e precipitò nelle tenebre le perle orientali, delizia e tesoro del mare.
Il velo dell’oblio e del tempo le involve; un turbante scolpito sulla loro fossa riluce nella campagna simile alla bandiera dell’esercito delle ombre, e appiè della lapida appena rimangono le iscrizioni incise dalla mano d’un _giaur_.[20]
O rose dell’Eden! I vostri giorni si sfiorarono sul rio di purità, sotto le fronde del pudore, ascose per sempre agli occhi degli infedeli.
Adesso gli sguardi dello straniero contaminano le vostre tombe e io lo permetto. Perdona, o gran profeta! Solo l’occhio di quello straniero le mira con lacrime.
V.
L’AIU-DAG.
Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde spumanti che s’avanzano, strette in lunghe file, come nere coorti tumultuose, o che, simili a banchi di neve, rifrangono i raggi del sole in mille archi baleni.
Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono il lido come un esercito di cetacei; occupano la terra in trionfo, e, volte tosto in precipitosa fuga, lasciano dietro a sè conchiglie, perle e coralli.
In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso attrae sul tuo capo le tempeste; ma subito che impugni la cetra, esse senza offenderti,
Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a sè canti immortali, coi quali i secoli futuri intesseran ghirlanda alle tue tempie.
Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo _Viaggio di Crimea_ le vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e allude alla tradizione surriferita; ma non sembra rigettarla come spuria. Ecco uno squarcio della sua relazione:
“Nell’_harem_ circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni e di sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano le donne del _Khan_. Ma sono tutte deserte; appena qua e là scorgemmo qualche avanzo dell’incrostatura di legno; alle finestre alcuni brani di vetro colorito, e alle pareti alcune spere veneziane nelle quali le odalische talvolta si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che ispirò al Puschin il suo poema della _Fontana di Bakcisarai_....
”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special menzione. Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e spiccantisi sopra un fondo chiaro e variegato. In queste fontane si trova adunato quanto il gusto asiatico ha di più squisito, e l’architettura orientale di più elegante. Una di esse diede il titolo al poema del Puschin....”
(_Viaggio_ ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.)
Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al minaccioso _Khan_.[21] Tutti con rispettosa attenzione spiano su quella fronte accigliata i segni della rabbia e del dolore, il monarca altero fa un cenno colla destra impaziente e tutti riverenti si ritirano.
Solo nella sua stanza, respira più liberamente, e i moti del suo cuore si riflettono con maggiore energia sulla sua fronte. Così il cristallo ondoso d’un golfo riproduce fedelmente l’imagine delle procellose nubi. Che cosa mai sconvolge quell’anima superba? Che progetto assorbe i pensieri di Ghirei? Forse vuol muover guerra ai Russi, imporre leggi alla Polonia? Forse lo divora la sete di sanguinosa vendetta? Oppure scoprì una congiura nell’esercito? O finalmente lo inquietano l’odio dei suoi popoli e le insidie dello scaltro Genovese?
No: egli è sazio ormai di gloria militare. La sua mano micidiale si riposa dalle fatiche bèlliche, e la passione della guerra non gli infiamma più la mente.
Forse penetrò il tradimento nel suo _harem_, e qualche _odalisca_ educata nella schiavitù e nella mollezza, diede il cuore a un _giaur_?
No: le timide spose di Ghirei non ardiscono nè pensare nè desiderare, e sebbene oppresse da una tetra noia, esse non concepiscono idea di tradimento. Rinchiuse in un carcere invigilato da custodi assidui e inesorabili, ivi splendono in voluttuosa quiete come fiori esotici sotto le vetrine di una stufa. Per esse, i giorni, i mesi, gli anni fuggono in monotona fila, portando via seco a mano a mano la gioventù e l’amore. I dì passano tutti simili fra loro, e le ore sembrano lente. L’ozio e la pigrizia sono gli arbitri dell’_harem_; ben di rado vi s’insinua il piacere. Quando le giovani recluse provano l’angoscia e il tedio, lo dissipano cambiando abbigliamento, giocando, chiacchierando, oppure passeggiando in leggiadra schiera al mormorar delle acque zampillanti, al rezzo dei platani fronzuti. Un malizioso eunuco le segue in ogni parte; non possono sottrarsi alla sua vista. Il di lui sguardo scorge tutto, il di lui orecchio ode tutto. Per sua cura fu stabilita una regola di vita invariabile. Sua unica legge è il volere del Khan, e l’adempie colla stessa scrupolosità che i precetti del Corano. L’eunuco non sa che sia amore; impassibile come una statua, egli accoglie con indifferenza le beffe, la rabbia, le mortificazioni, gli oltraggi d’una petulanza impudica, il disprezzo, le preghiere, i languidi sguardi, i flebili sospiri, le timide lagnanze. Egli conosce bene l’indole delle donne, sa quanta sia l’astuzia femminile in libertà e in cattività. Nè le tenere occhiate, nè le mute rampogne, nè le lacrime hanno potenza su lui; egli ormai più non ci crede.
Quando le belle prigioniere, spargendo i lunghi crini al vento, vanno, durante i calori dell’estate, ad attuffarsi nel ruscello e spandono sulle rosee membra l’onda argentea della fonte, l’eunuco testimone eterno delle loro azioni fa sentinella al bagno. Mira senza emozione quelle elette forme nude. Quando spiega la notte il nero suo manto, l’eunuco schiude una porta obediente, s’avanza a passi taciti sui tappeti morbidi, striscia quatto quatto di letto in letto; agitato da continua tema, osserva attentamente le belle addormentate, e ascolta il loro bisbiglio notturno; nota i sospiri, gli aliti, i minimi fremiti; di tutto fa tesoro, — e guai a colei che sognando proferisse un nome straniero! Guai a colei che confidasse alla benevola compagna qualche sfrenata e matta cupidigia!
Qual mai sarà dunque la causa dell’ira di Ghirei? La pipa gli s’è spenta fra le mani, il servo aspetta immobile sulla soglia gli ordini del suo signore e osa appena respirare. Il regnante pensieroso si rizza in piedi; la porta s’apre avanti a lui. Silenzioso egli s’avvia alla dimora delle donne altre volte a lui sì care.
Esse, aspettando il _Khan_, si sono assise in vari gruppi attorno a una fontana gorgogliante. Con infantile gaudio, mirano il pesce che guizza in quello specchio liquido o rasenta il fondo della marmorea vasca. Alcune di esse vi gettano per diletto i loro orecchini d’oro. Frattanto le ancelle portano in giro i sorbetti odoriferi; poi intuonano un canto sonoro e gaio che fa echeggiar le sale.
CANZONE TARTARA.
I.
Largisce il cielo agli uomini il compenso delle pene e delle lacrime: beato il _Fachir_[22] che vede la Mecca nei tristi anni della sua vecchiaia.
II.
Beato colui che s’illustra morendo sulle gloriose sponde del Danubio: una celeste fanciulla gli volerà incontro, sorridendo d’amore.
III.
Ma più beato assai, o Zarema, colui che ebro di calma e di mollezza ti accarezza come rosa, nel recinto dell’_harem_.
* * *
Esse cantano. Ma dov’è Zarema la stella dell’amore, la perla dell’_harem_? Afflitta e pallida non ode le sue lodi; come una palma rabbuffata dai venti, essa piega la giovine testa; più niente può piacerle. Ghirei è cambiato! Ghirei non l’ama più.
Ma qual è la donna che ti si possa anteporre, o Zarema? I bruni capelli ti cingono due volte la nivea fronte; gli occhi tuoi son più chiari del giorno, più neri della notte. Qual voce sa meglio della tua esprimere gli slanci delle focose passioni? Qual bacio tenero è più vivo delle tue carezze? Come mai un cuore pieno della tua imagine può palpitare per una altra amante? Eppure, l’indifferente e feroce Ghirei disdegna i tuoi favori, e consuma le gelide ore della notte nella mestizia e nella solitudine, dacchè una principessa polacca abita il suo _harem_.