Racconti poetici

Part 4

Chapter 43,681 wordsPublic domain

Così la Musa, leggiadra compagna delle mie ore d’ozio, si slanciava ai confini dell’Asia, e coglieva i fiori selvatici del Caucaso per farsene una ghirlanda. L’allettavan i bizzarri arredi di quella stirpe bellicosa, e più d’una fiata la bella Camena mi apparve in quell’acconciamento insolito. Addobbata in tal guisa, essa vagava sola intorno alle capanne abbandonate, e porgeva orecchio alle ballatelle delle fanciulle derelitte. Essa amava quelle tribù militari, quei Cosacchi baldanzosi e sempre all’erta, quei tumuli, quelle tombe, quei cavalli. Dea del canto e dei racconti, carca d’un tesoro di rimembranze, forse un dì fia ch’essa illustri le leggende antiche del Caucaso. Narrerà il gran duello di Mistislao; gl’inganni e l’empietà delle belle Georgiane che scannarono i Russi innamorati; celebrerà il glorioso istante in cui la nostra aquila bicipite oscurò colle ali il Caucaso sbigottito; quando il primo fulmine di guerra scoppiò sul Terek petroso, quando vi romoreggiò il primo tamburo russo, e quando l’audace Zizianof vi portò la strage.... Celebrerò le tue gesta eroiche, o Cotliarevschi flagello dei Circassi! Ovunque movevi le orme, cadevano, perivano le turbe, come mietute da inevitabil lue. — Ora, hai scinto la lama ultrice, hai fatto divorzio colla guerra. Screziato di nobili ferite, assaggi le delizie della domestica felicità e della pace, che pur ti grava e ti incresce.... Ma, ascoltate! l’Oriente grida: _armi, armi!_... Umilia la canuta fronte, sottoponti al giogo, o Caucaso! Ecco Ermolof. E il bèllico richiamo già cessa e tutto obbedisce al brando moscovita. Superbi figli del Caucaso, combatteste e foste esterminati; nè il vostro coraggio, nè le vostre loriche fatate, nè gli aspri monti, nè i veloci corridori, nè l’amore di quella vostra barbara indipendenza, bastò a salvarvi! Simili ai discendenti di Bati,[15] dimenticherete un giorno i vostri progenitori, ingentilirete i vostri costumi, e getterete via le vostre frecce crudeli. Il viandante potrà arrischiarsi senza timore nelle angustie ove ora vi postate in agguato; e la voce della tradizione tramanderà ai posteri la fama del vostro castigo.

IL CONTE NULIN.

Presto! Presto! I corni rimbombano; i bracchieri in gran gala stanno in sella sin dall’alba; i levrieri saltellano nei guinzagli. Il signore s’avanza sul verone, colle mani puntellate ai fianchi; esamina ogni cosa, e una amabile serietà gli splende sul volto. Ha indosso un soprabito tartaro, un coltello turco a cintola, una boccetta di rum ad armacollo, e un corno appeso a una catena di bronzo. Sua moglie, colla scuffia da notte in capo, con un semplice fazzoletto sulle spalle, tutta sonnacchiosa e indispettita, osserva dalla finestra quella turba d’uomini e di cani. Arriva il cavallo del padrone. Questi impugna la criniera, inforca gli arcioni, e grida alla consorte: “Non m’aspettare!” E tosto sprona, e via.

Negli ultimi giorni di settembre (per parlare come si parla in prosa) la campagna è noiosa; piove, fa della mota, tira vento, neviscola, e i lupi ululano intorno alle ville. Ma questo appunto è ciò che piace al cacciatore! Sdegna egli le mollezze della vita; lancia il corsiero nelle vaste campagne; cangia ogni sera soggiorno; bestemmiando, inzuppandosi, e mangiando a più non posso, insegue le fiere e ne fa orrenda strage.

Ma che sarà della signora, durante l’assenza del marito? Non le mancano le faccende. Salare i funghi, pascere le oche, ordinare il pranzo e la cena, sorvegliare la cantina e il granaio. L’occhio della padrona è necessario in ogni dove; vede bene e vede tutto.

Sventuratamente, la nostra eroina.... (Ah che mi sono scordato di dirvi il suo nome! Suo marito la chiamava Taliuccia; — noi la chiameremo Natalía Pavlovna.) Natalía Pavlovna dunque non s’intendeva punto dei suoi interessi domestici, per la ragione che era stata educata, non già nella casa paterna, ma in una pensione nobile diretta da una emigrata francese, madama Falbalà.

Sta a sedere innanzi alla finestra; sul tavolino giace aperto il quarto volume d’un romanzo sentimentale intitolato: _Amours d’Elisa et d’Armand ou La correspondance de deux familles_; romanzo classico, antico, lungo, lungo, lungo, morale, decente e scevro di sottigliezze romantiche.

Natalía Pavlovna cominciò a leggerlo con attenzione; ma, frastornata dalla zuffa d’un becco con un cane, s’affacciò alla grata per mirar la giostra. I monelli di strada si smascellavan dalle risa; le tacchine dell’orto incalzavano, stridendo, un gallo fradicio; tre anatre sguazzavano in una pozzanghera; una vecchia attraversava il cortile fangoso per andare a stendere la biancheria nel chiuso; il cielo s’annuvolava; pareva che volesse nevicare.... tutto a un tratto s’udì in lontananza un tintinnío di sonagli.

Chi ha vissuto un pezzo in una villa isolata, sa per esperienza quanto il distante squillo dei sonagli esalta il cuore e la immaginazione. Forse sarà qualche amico attardato, qualche compagno della nostra gioventù.... Forse sarà _dessa_?... Dio mio!... s’accosta, s’accosta.... Il cuore ci balza in petto. Il rumore s’appressa sempre più... ma ohimè! già s’indebolisce, si dilegua e svanisce dietro il monte.

Natalía Pavlovna vola al balcone. Quella musica la rallegra; guarda e scorge una calescia che corre accanto al mulino al di là del fiume.... ora passa il ponte.... vien da lei senza dubbio... no.... svolta a sinistra. — Natalía la segue cogli occhi, e quasi piange dal dolore. Ma di subito.... oh che fortuna! Nello scender la china, la calescia ribalta.

“Filippo, Basilio! Ehi di casa! Presto! è ribaltata una calescia! Conducetela qua, e invitate a pranzo il viaggiatore.... ma sarà vivo?... andate a domandarne.... presto, presto!”

Il servitore parte. Natalía Pavlovna accomoda in fretta i suoi ricci, si getta uno scialle in dosso, tira le cortine, spinge una sedia, e aspetta: quanto le converrà aspettare? Finalmente arrivano; arrivano finalmente. Impillaccherato dalla melletta della strada, tristo e mezzo sciancato, s’avanza l’equipaggio. Segue il signore zoppicando. Il cameriere francese non si sgomenta; va ripetendo: _allons! courage!_ Salgono sul verone; entrano nel vestibolo. Mentre il cameriere _Picard_ brontola, e si adira; mentre il signore introdotto a porte spalancate in una stanza separata, s’occupa della sua toelette; domanderete forse chi è costui? Egli è il conte Nulin che torna dall’estero, ove dissipò in pazzie e in mode tutte le sue rendite future. Ora, onusto di _fracchi_, di _gilè_, di cappelli, di ventagli, di mantelli, di fascette, di spille, di bottoni da camicia, di occhialini, di _foular_, di calze ricamate a giorno, egli si trasporta a Pietroburgo per farvisi vedere come un animal curioso. Ha inoltre nei suoi bauli un libro serio di monsieur Guizot, un _album_ di pessime caricature, un nuovo romanzo di Walter Scott, la raccolta dei _bons mots_ della corte di Francia, le ultime canzoni di Béranger, gli ultimi componimenti di Rossini e di Paer, ec. ec. ec.

Già la tavola è apparecchiata; è battuta l’ora di pranzo; la padrona aspetta con impazienza; l’uscio s’apre; il conte comparisce. Natalía Pavlovna si alza a metà e chiede garbatamente come egli sta di salute e come sta la sua gamba.... Il conte risponde: “Non sarà nulla.”

Siedono a mensa. — Egli avvicina la sua posata a quella di Natalía; appiccano conversazione. Il conte impreca alla santa Russia; non comprende che uno possa vivere fra quelle nevi eterne. Sospira e anela Parigi. — “Che si recita di bello al teatro?” — “Il teatro è orfano.... _c’est bien mauvais; ça fait pitié_. Talma divien sordo e scade; _Mademoiselle_ Mars, oimè, invecchia. In ricompensa, c’è _Potier, le grand Potier_! Solo questo cantante mantiene la sua antica riputazione.” — “Quali sono gli scrittori di moda?” — “Sempre D’Arlincourt e Lamartine.” — “Hanno imitatori anche presso di noi.” — “Dite davvero? Poffar di bacco! L’ingegno incomincia a svilupparsi anche in Russia. Piaccia a Dio che alla fine c’inciviliamo!” — “Come si portano i busti?” — “Molto bassi.... quasi sino al.... ecco, fin qui.... Permetta ch’io esamini il di lei vestiario.... appunto così.... _ruches_, nastri; questo è proprio un modello; tutto insomma mi par assai conforme alle ultime mode.” — “Ce le mandano per il telegrafo.” — “Vuol’ella sentire un grazioso _vaudeville_?”

E il conte si mette a canterellare.

“Ma, conte, voi non mangiate.” — “Son sazio.” — “Se così è....”

Sorgono da tavola. La giovine padrona è straordinariamente allegra. Il conte si dimentica di Parigi, e ammira la di lei leggiadria. Passano la serata in festa e in riso. Il conte non cape in sè dal diletto. Lo sguardo della signora esprime la benevolenza, e talora si china a terra fiso e languido. Sta per suonar mezza notte; i servi russano da gran tempo nell’anticamera; il gallo ha già strillato più volte; la guardia notturna picchia sulla lastra di ferro;[16] le candele consumate stanno per estinguersi. Natalía Pavlovna si rizza.

— “È tardi,” sclama; “i letti son pronti. Riposi bene....” Il galante conte, mezzo innamorato, si leva a malincuore, e bacia la mano della sua gentile ostessa. Ma che vedo? Ove non trascorre la civetteria delle donne? L’incantatrice, Dio le perdoni, ha dato una lieve stretta di mano a Nulin.

Natalía Pavlovna è spogliata; sta davanti a lei la sua cameriera Prascovia. Amici cari, la detta Prascovia è la confidente dei capricci di Natalía; cuce, lava, porta le ambasciate, chiede in regalo i vestiti usati, di quando in quando fa ridere il padrone, e qualche volta lo sgrida, e mènte con impudenza in faccia alla padrona. Adesso discorre gravemente del conte, delle sue faccende; conosce appuntino ogni suo negozio. Dio sa come ha potuto istruirsene! Finalmente la padrona le impone silenzio: — “Chétati, tu mi secchi!” Domanda la camiciola e la scuffia da notte; s’insinua nel letto e manda via la cameriera.

Frattanto Picard spoglia il conte. Il conte si corca e chiede un sigaro. _Monsieur Picard_ glielo arreca, e al tempo stesso una boccia d’acqua, una tazza d’argento, una bugia di bronzo, uno smoccolatoio a molla, uno svegliarino, e un romanzo non ancor tagliato.

Nulin dà una scorsa alle pagine di Walter Scott. Ma il suo pensiero è altrove. Una atroce cura lo martira; egli dice fra sè: “Sono io forse innamorato? Possibile?... Che caso strano! Sarebbe bella davvero... Pare ch’io non dispiaccia alla signora di queste soglie....” E così meditando smorzò il lume.

Un caldo insoffribile lo assale; non dorme; e il diavolo neppure, il quale gli suscita in testa mille idee incongrue. Il nostro focoso protagonista si rappresenta al vivo lo sguardo significante della padrona; quella statura rotondetta e grassoccia, quella voce soave veramente femminile, quel volto, quelle carnagioni cui la sanità rende più fresche del rossetto. Si rimembra il gentil tocco della punta di quel piedino; si ricorda esattamente che Natalía gli ha stretta la mano con quella sua manina negligente. È uno stolido; doveva rimanere con lei e cogliere il momento opportuno. Ma non è ancora troppo tardi, la porta sta sempre aperta, senza dubbio. Così divisando, indossa una guarnacca di seta a più colori, rovescia una seggiola in mezzo al buio, e, colla speranza di ottenere il suo desire, si dirige, nuovo Tarquinio, verso quella Lucrezia, pronto ad ogni incontro.

Così talvolta un gatto astuto, smorfioso favorito delle serve, si pone in agguato presso al focolare; s’inoltra bel bello, furtivamente, socchiude le palpebre, ruzza colla coda, sguaina gli artigli, e a un tratto acchiappa l’infelice sorcio.

L’innamorato conte s’aggira nelle tenebre, e si fa strada brancolando; oppresso dall’ansia del cuore, può appena trarre il fiato, e trepida quando ode il tavolato scricchiolargli sotto ai piedi. Giunge alle bramate mura, volta la maniglia d’ottone della toppa, e l’uscio pian pianino cede. Egli getta un’occhiata nella camera: la fiamma della lampada mezzo estinta diffonde un fioco bagliore nell’alcova. La padrona riposa placidamente o finge di riposare.

Egli entra, fruga, torna addietro, e finalmente si butta in ginocchioni. Essa.... Ora, con suo permesso, prego le signore di San Pietroburgo d’imaginarsi che spavento provò al destarsi la nostra Natalía Pavlovna, e di decidere che cosa conveniva che facesse.

Spalancando i suoi grandi occhi, essa mira il conte; il nostro eroe esterna con calore la sua passione, e già la sua mano audace preme quella della dama.... Essa allora riprende coraggio; accesa d’un generoso sdegno, ripiena di pudica superbia, e forse anche, vo’ credere, di paura, balza dal letto, e vibrando il braccio, dà a Tarquinio uno schiaffo; sì, uno schiaffo, e che schiaffo!

Rosso di vergogna e fremente di rabbia, il conte inghiotte quell’oltraggio. Non so come sarebbe andata a finire la faccenda, se il cane barbetto che si mise a guaire non avesse svegliato Prascovia. Il conte, sentendola venire, dà le gambe a imbelle fuga, maledicendo la sua dimora in quella casa e i capricci delle donne.

Come Natalía, Prascovia e Nulin passassero il resto di quella notte, pensalo tu, lettore, se il puoi; io non intendo aiutarti a figurartelo.

La mattina seguente, il conte s’alza in silenzio, si veste svogliatamente, si mette, sbadigliando, a limar le sue unghie color di rosa, s’annoda con negligenza la cravatta, e non si liscia gli inanellati capelli colla spazzola inumidita. A che egli pensi, io non so; ma ora lo invitano a prendere il tè. Che fare? Il conte, comprimendo la stizza della sua balordaggine e il suo secreto furore, esce dalla stanza.

La giovine civetta abbassando gli occhi beffardi, e mordendosi le labbra di cinabro, parla con modestia di cose indifferenti. Confuso a prima giunta, poco a poco rianimandosi, il conte risponde sorridendo. Era appena un’ora che stavano insieme, e già il conte scherzava con disinvoltura, e si sentiva di bel nuovo innamorato, quando s’udì uno strepito nel vestibolo. Qualcheduno è entrato. Chi sarà mai?

“Taliuccia, bene alzata.” — “Chi vedo! Conte, ecco mio marito. Mio caro, il conte Nulin.” — “Me ne rallegro assai. Che tempo scellerato! Ho veduto la vostra calescia bell’e pronta dal fabbro. Taliuccia! abbiamo inseguito una lepre bigia nei boschi vicini. Ehi! acquavite. Conte, vi prego d’assaggiarla; vien di lontano. Rimarrete a pranzo con noi.” — “Grazie, non posso; ho fretta di partire.” — “Conte, io ve ne supplico. Mia moglie ed io ve ne saremo grati. Ci siamo intesi; voi restate.”

Il conte però, stizzito e disperato, s’ostina a voler andarsene. Picard, che si è ristorato le forze con un buon sorso di vino, si lagna di dover di nuovo ripor la roba. Già due servitori attaccano i bauli sulla imperiale. Tutto è in ordine; la calescia è introdotta nel cortile, e il conte parte....

Questa storiella potrebbe finir qui, amici miei, ma aggiungerò due parolette.

Quando fu sparito l’equipaggio, la signora narrò al marito tutto l’accaduto, e scrisse l’impresa del conte a tutti i di lei conoscenti. Ma chi fu quello che più ne rise con Natalía Pavlovna? Voi non lo indovinereste giammai. — Forse lo sposo? — Oibò. Non fu lo sposo. S’adirò fortemente; disse che il conte era un matto, uno sguaiato, e che lo caccerebbe a furia di cani come una lepre.

Colui che più ne rise, fu un vicinante di Natalía, un giovinotto di ventitrè anni, nominato Lidin.

Ora, amici cari, chi ardirà sostenere che al secol nostro, una donna fedele al consorte non sia prodigio?

LI ZINGARI.

Una nomade truppa di Zingari perlustra le steppe della Bessarabia. Oggi essi pernottano presso a un fiume sotto le loro trabacche lacere. La loro dimora è gaia come la libertà, e il loro sonno è quieto nell’aperta campagna. Il fuoco arde fralle ruote dei carri mezzo ricoperti di tappeti; la famiglia seduta in cerchio allestisce la cena; un orso addomesticato riposa dietro le tende; i cavalli pascono nei prati vicini. Ogni cura, ogni faccenda si adempie con piacere; i preparativi per proseguire il viaggio sin dallo spuntar del dì seguente, vengon alleviati dai canti delle donne; i gridi dei fanciulli si mischiano alle battute del martello sulla incudine. Ma già la calma subentra a tutto quel fracasso: l’accampamento dorme, e appena s’ode nel deserto il latrar d’un cane o il nitrir di un cavallo. Tutti i fuochi sono spenti, ogni cosa tace; la luna solitaria spazia nel vasto empireo, e imbianca coi suoi raggi quel villaggio ambulante. Tutti dormono nelle tende, fuorchè un vecchio seduto davanti a un bracere che esala i suoi ultimi vampi. Il vecchio volge lo sguardo sulle pianure circostanti sepolte nelle tenebre. La giovine sua figlia, avvezza a una libertà assoluta, se n’è ita per diletto nelle steppe: essa tornerà, ma intanto la notte è sopraggiunta. Già la luna s’asconde fra i vapori dell’orizzonte, e Zemfira non riede, e la cena frugale del buon padre si raffredda.

Finalmente essa comparisce. Uno straniero, incognito al vecchio zingaro, le tien dietro a passi frettolosi. “Padre mio,” esclama la ragazza; “ti adduco un ospite; l’ho incontrato dietro a un tumulo del deserto, e l’ho persuaso a star con noi. Egli brama viver come noi; la legge lo proscrive, io gli sarò compagna. Si chiama Alecco; è pronto a seguirci dovunque andremo.”

_Il Vecchio_. Me ne rallegro: puoi restar fino a domani all’ombra della nostra tenda, o unirti a noi e non ci lasciar più, come a te piace. Acconsento a divider teco il pane e il letto. Sii nostro; assuefátti al nostro modo di esistenza, alla nostra povertà errante e indipendente. Colla nuova aurora partiremo assieme sullo stesso carro: scegli un mestiere che ti torni a genio; lavora il ferro, o canta storie, o mena a ballar l’orso per le strade.

_Alecco_. Io resto.

_Zemfira_. Egli sarà mio. Chi ardirebbe rapirmelo? Ma si fa tardi; la luna è sparita, la nebbia vela i campi, il sonno mi grava le palpebre....

* * *

Spunta l’alba. Il vecchio s’aggira pian piano intorno alla tenda silenziosa. “Alzati, Zemfira,” egli grida; “già il sole splende: svegliati, mio ospite, è ora di partire; lasciate, figli miei, le molli piume.”

Tutti gli zingari si levano con gran rumore; ripiegano i padiglioni, rimovono i carri, attaccano i cavalli, e tutti insieme si inoltrano nelle steppe inabitate. Aprono la marcia gli asinelli con ceste appese ai fianchi, nelle quali s’annidano i pargoletti; i mariti, i fratelli, le mogli, le fanciulle, gli anziani e i giovanotti vengono in secondo luogo. Le strida, lo strepito, gl’inni festosi, il ronzio delle zampogne, l’abbaiare dei cani, il cigolío delle ruote, il brontolar dell’orso, il fragor incessante delle sue catene, la bizzarra varietà di quelli abbigliamenti tutti diversi, la nudità di quei bambini e di quei vecchi formano una confusione strana, selvaggia, orrenda, ma in mezzo a cui regna una allegria, una vivacità, che fa un bel contrasto colla nostra esistenza cittadina, effemminata e monotona come i ritornelli delli schiavi.

Alecco rivolgeva spesso la testa a guatare la pianura che attraversavano, e non sapeva spiegarsi in che modo quella vista gli angosciava il cuore. La bella Zemfira dagli occhi neri gli siede allato. Egli è libero in questo vasto mondo; il sole brilla sereno e gaio sul suo capo; perchè mai si affligge e geme? Che cura lo punge e morde?

L’augelletto del cielo non conosce nè cura nè fatica; non s’affanna a fabbricare un nido eterno; nelle lunghe notti dorme sui ramoscelli. Quando il giorno appare, l’augelletto sente la voce di Dio, scuote le penne e canta. Passa la primavera, passa l’estate ardente, e sopravviene l’autunno ammantato di nebbie e di burrasche; l’uomo s’annoia, l’uomo s’attrista, ma l’augelletto vola alle terre lontane, ai climi tiepidi, e al di là del mare ceruleo ritrova la primavera.

Esule, fuggitivo, Alecco simile all’augelletto spensierato, non ha covo stabile nè abitudine fissa. Ogni strada lo conduce al suo scopo, ogni coltrice gli concede un dolce riposo; nel destarsi la mattina offre a Dio la sua giornata, e i trambusti della vita non poterono mai estirpare la sua indolenza. Talvolta la sua stella sembrava invitarlo a calcare il sentiero della gloria, talvolta la fortuna e la voluttà gli largivano i loro favori; spesso il fulmine mugghiava sulla sua fronte isolata, ma egli dormiva sicuro in mezzo alle tempeste come in mezzo alla calma, e continuava a ignorare la violenza del destino perfido e ceco. Oh come le passioni tiranneggiavano il suo cuore! Con che tumulto esse fervevano nel suo egro seno! Quanto è che si placarono? Per quanto tempo si sono placate? Aspettiamo.

_Zemfira_. Dimmi, dolce amico, non rimpiangi quel che abbandonasti per sempre?

_Alecco_. Che ho io abbandonato?

_Zemfira_. La patria, i concittadini.

_Alecco_. Perchè li rimpiangerei? Se tu conoscessi, se tu potessi figurarti quanto è angustiata e schiava la vita delle città! Ivi gli uomini, ammucchiati e stretti come piante in un orto, non respirano mai il rezzo del mattino nè l’olezzo vernale dei prati; si vergognano d’amare, bandiscono il pensiero, mercano la libertà, chinano la fronte davanti agli idoli e ne implorano oro e catene. Che ho io abbandonato? Il dolor del tradimento, la prepotenza del pregiudizio, la persecuzione del volgo insano, e l’opprobrio splendido.

_Zemfira_. Ma lì vi sono palazzi immensi, variegati tappeti, giochi, banchetti festosi; lì le fanciulle vestono sì ricchi abiti!

_Alecco_. Che vale l’allegria delle città? ove non è amore, non può esser piacere: e le fanciulle.... Quanto sei più bella di loro benchè priva di preziosi addobbi, di perle e di collane! Non mutar idea, o mia diletta! — Ed io altro non bramo che divider teco l’amore, l’ozio e il mio volontario esilio....

_Il Vecchio_. Sebbene nato in una opulenta città, tu ci ami; ma la libertà non sempre è cara a chi visse nella mollezza. Ascolta una nostra tradizione: un abitante del sud fu mandato in bando fra noi dal suo signore. Io sapeva il suo nome; ma era difficile a pronunziarsi, e l’ho dimenticato. Quantunque avanzato d’età, aveva un cuore giovine, un tratto vivace; possedeva il dono maraviglioso del canto, e la sua voce somigliava al mormorío delle onde. Tutti gli volevano bene. Viveva sulle sponde del Danubio, non faceva male a nessuno e divertiva la gente coi suoi racconti. Non sapeva egli far altro; era debole e timido come un bambino. I suoi vicini acchiappavan per lui gli uccelli e i pesci colle reti; quando il rapido fiume s’agghiacciava, e fischiavano i turbini invernali, i suoi conoscenti lo involtavano di calde pellicce; ma non potè mai assuefarsi ai disagi d’una esistenza così stentata. Egli s’aggirava intorno smunto, squallido, dichiarava che l’ira di Dio lo puniva per i suoi peccati, e aspettava l’ora della sua liberazione. Malcontento di tutto e sempre afflitto, vagava sulle spiaggie del Danubio spargendo amare lacrime al sovvenire del suo lontano paese. E quando fu per morire, ci scongiurò che portassimo le sue triste ossa verso il sud, ma nè anche dopo morte potè egli trovare il riposo in questa terra da lui aborrita.

_Alecco_. Tal fu la sorte dei tuoi figli, o Roma, o potente rettrice delle nazioni. Vate dell’amore, poeta degli Dei, dimmi, che cosa è la gloria? Un’eco del sepolcro, un grido della fama, un suono che sorvola di generazione in generazione: — oppure un racconto del nomade Zingaro sotto l’ombra della sua tenda affumicata?

* * *