Part 10
Vi protesto, amici, che volentieri metterei due versi in un tale _album_, essendo io persuaso che tutti i ghiribizzi del mio cervello meritano uno sguardo indulgente, e che i posteri non sederanno a scranna per decidere con un sogghigno acerbo se ci sia o non ci sia livore in quei miei strambotti.
In quanto a voi, tomi scompagnati della biblioteca del Diavolo, patiboli dei rimatori di moda, album sontuosi, fregiati dal maraviglioso pennello di Tolstoi o dalla penna di Baratinschi,[75] v’incenerisca il fulmine di Giove! Quando una magnifica signora mi consegna il di lei in-quarto, avvampo di stizza e d’ira, e aguzzo in fondo al cuore un epigramma; ma intanto convien ch’io schiccheri un madrigale.
Lenschi non tornisce madrigali per l’album della sua diletta. Il suo stile non sfavilla di sottili concetti, ma solo spira amore. Nota quanto di bello ode e mira in Olga, e l’elegia scaturisce limpida, serena, improntata di verità. Così, o Sascoff, canti le smanie del tuo cuore, e le attrattive di una incognita diva, e un giorno, il cielo dei tuoi carmi ti offrirà un diario compiuto degli eventi di tua vita.
Ma zitto! Che è stato? Un aristarco arcigno ci ordina di buttare nella fogna la ghirlanduccia dell’elegia, e grida a’ nostri fratelli in Apollo: — Cessate omai l’eterno piagnisteo. Cessate di gracchiar sul tempo che passò. Addatevi a qualche altro esercizio! — Bravo! E ci additi una tromba, una maschera, un pugnale, e ci esorti a risuscitare le idee morte da due mila anni. Non è questo che brami? — Oibò! — Che dunque? — Sciorinate odi, odi pindariche come quelle dei nostri antichi. — Capisco; odi solenni e trionfali! Rimembra ciò che dice il satirista: lirico esimio, preferiresti forse una dottrina straniera a quella dei nostri scoraggiti rimatori? — L’elegia non ha nulla di buono. Il suo scopo è miserabile. L’ode al contrario ha uno scopo nobile e sublime. — Qui potremmo attaccar lite, ma io me ne sto zitto: non voglio armar due secoli l’un contro l’altro.
Forse l’estro poetico di Vladimiro, secondato dall’entusiasmo, avrebbe partorito una ode. Ma Olga non l’avrebbe letta. È mai accaduto a un poeta elegiaco di declamare i suoi versi alla sua Fillide? Dicesi che l’uomo non possa provar gioia maggiore di quella. Beato, infatto, colui che confida i suoi canti alla persona che li ha ispirati. Beato colui.... ma chi sa? Forse la giovinetta languida sta pensando a tutt’altro.
In quanto a me soglio communicare i frutti delle mie poetiche fatiche alla mia vecchia governante, che mi guidò e nutrì fanciullo. Oppure incontrando un vicinante a qualche desinare seccagginoso, lo afferro per la falda del vestito, lo blocco nel vano d’una finestra e gli faccio ingozzare una tragedia. Finalmente (e questo è la pretta verità) sazio di tristezza e di rime vo a costeggiare la spiaggia del lago ove si trastulla un branco d’anatre salvatiche, le quali al suon delle mie strofe scappano via a rotta di collo.
Che fa Anieghin? A proposito, amici: abbiate un poco di pazienza: io vi descriverò le sue occupazioni quotidiane. Egli vive come un anacoreta. D’estate si alza alle sei e immantinente scende, in maniche di camicia, sul margine del fiumicello che bagna il piede alla collina. Emulo del cigno di Gulnara,[76] egli varca quell’altro Ellesponto; poi sorbisce la sua tazza di caffè, dà una scorsa a una smunta gazzetta e quindi si veste. Il passeggio, la lettura, il sonno, il rezzo degli alberi; talvolta i saporiti baci d’una candida ninfa dalle pupille nere; un cavallo impetuoso, docile al freno; un convito bizzarro; una bottiglia di vino chiaro; la solitudine; il silenzio; tali sono i pii oggetti che solleticano i sensi e appagan le voglie d’Anieghin. Affezionato a quel tenor di vita, lasciava passare i dì senza contarli; dimenticava in seno alla indolenza la città e gli amici e la noia delle gale e delle feste.
Nel nostro emisfero boreale, l’estate, sozza caricatura dell’inverno d’Italia, appena è comparsa, che già è sparita. Ognuno lo sa, e lo sappiamo noi stessi sebben non lo vogliamo confessare. Già il vento d’autunno mugghia sul nostro capo; già il sole si mostra men sovente; già i giorni divengon più corti; la corona frondosa dei boschi si sfoglia con un lugubre gemito; le atre nebbie s’accumulano sulla terra; una stridula caravana di cicogne s’invola verso l’austro. S’approssima la stagion molesta; novembre è alle nostre spalle.
L’aurora sorge in mezzo a densi e gelidi vapori; il suono dei lavori agresti cessò nelle campagne; il lupo corre per le strade colla lupa affamata; il destriero lo annusa da lontano e nitrisce; il viaggiatore scaltro volge frettolosamente il corso verso i monti. Il mandriano non mena più le vacche sin dall’alba alla pastura, e non le chiama più a raccolta col corno verso l’ora del meriggio; la contadinella fila e canta, e una lucernina[77] sua sola compagna nelle lunghe notti illumina la sua povera cameretta.
La brina ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. Più liscio d’un impiantito alla francese, il ruscello luccica incrostato di ghiaccio. Uno stormo di monelli striscia con gran chiasso su quel cristallo unito. Una grossa oca che si strascina appena sulle zampe rosse, volendo mettersi a nuoto sull’acqua, s’avanza con cautela, sdrucciola e casca. Facciamo lietissimo viso ai primi fiocchi di neve; ci par vedere piover dal cielo un nembo di candide stelle. Che si può fare allora in una villa isolata? Forse passeggiare? Ma la monotona nudità della natura funesta e dismaga la vista. Cavalcare per le steppe disabitate? Ma ad ogni passo il cavallo può scivolare e stramazzare al suolo col cavaliero. Sedere a tavolino e accingersi a legger De Pradt[78] e Walter Scott? — Non vuoi? — Verifica i tuoi conti; adirati; bevi; e la lunga serata ti parrà breve. Così pure ti parrà quella di domane, e per tal modo passerai l’inverno assai giocondamente.
Anieghin, come un altro Childe Harold, si diede alla meditazione e all’ozio. Ogni mattina fa un bagno freddo; poi prende una stecca mezza rotta e gioca da sè solo al biliardo con due palle d’avorio, fino al far della sera. Allora lascia il biliardo e la stecca; fa apparecchiare davanti al caminetto, e aspetta. Ecco Lenschi in una _troica_[79] di cavalli bigi.... — Presto! la cena!
In onore del poeta si è messa in ghiaccio una preziosa bottiglia della vedova Cliquot o del Moët.[80] Il vino di Sciampagna è il vero Ippocrene. Coi suoi schizzi e colla schiuma somiglia a tante cose! Io gli son schiavo. Quante volte gli ho sacrificato il mio ultimo denaro! Ve ne ricordate, amici? Quante migliaia di baie, di facezie, di versi, di dispute e di gai progetti zampillavano da quelle magiche bottiglie! Ma adesso l’effervescenza di quel petulante liquore offende la debolezza del mio stomaco e preferisco alla Sciampagna pazza il prudente Bordò. Coll’Ai[81] io sto in fiera guerra. L’Ai somiglia a una ganza briosa, instabile, vana, e che ha mille grilli in testa. Ma tu, o Bordò, somigli ad un sincero amico, che ci riman fedele così nell’avversa come nella prospera fortuna; che ci segue in ogni luogo, sempre pronto a giovarci e a rallegrarci. Io bevo alla tua salute, o Bordò, nostro Acate e nostro Pilade!
Il fuoco si estingue. Il rosso carbone impolverato di cenere manda appena un cenno di fumo leggero, ed esala le sue ultime vampe. Il vapore delle pipe si fa strada per la cappa del camino. Un boccale rilucente bolle tuttora sul tavolino. La caligine notturna si spande sulla terra.... A quell’ora che si chiama _fra cane e lupo_ mi diletta oltre modo il cicalio d’un amico e un bicchiere di buon vino.... il perchè poi nol so.
Adesso i due compagni discorrono col cuore in mano: “Che fanno i nostri vicinanti? Che fa Taziana? Che fa la tua graziosa Olga?”
“Mescimi ancora un mezzo bicchiere di quel néttare.... così.... basta.... Tutta la famiglia sta bene, e ti saluta. Come divengon belle le spalle di Olga! Che busto! Che anima!... Andremo un giorno da loro; te ne saranno grati. Ci sei comparso di volo, due volte appena: non lasci loro più vedere la punta del tuo naso. Ma che scapato io sono!... Ti invitano a conversazione per sabato prossimo.”
“Me?”
“Si, è il giorno onomastico di Taziana. La Olga e sua madre ti pregano di andarvi e non ammettono scusa nè rifiuto.”
“Vi sarà molta gente, — molta feccia.”
“Nessuno, te l’accerto. Cioè, ci saranno i loro parenti. Andiamoci. Fammi questa finezza!”
“Va là, io acconsento.”
“Come sei garbato!”
Così dicendo, Vladimiro fece un brindisi alla sua bella, e vuotò il suo bicchiere. Poi ricominciò a parlare... di che?.... d’Olga! così sono fatti gli innamorati. Vladimiro ansava di giubilo. Il beato istante veniva fra due settimane. La corona fiorita d’amore, il misterioso talamo d’imeneo dovevano guiderdonare la sua costanza. Egli non scorgeva in prospettiva gli impicci, le brighe del matrimonio padre d’infiniti sbadigli. Mentre noi altri aderenti della vita celibe ci raffiguriamo la vita coniugale come una trista serie di scene formidande, come un romanzo sul genere di quelli di Augusto Lafontaine...[82] il mio povero Lenschi era nato e destinato a quella sorta di esistenza.
Fu amato.... o almeno credè d’essere amato.... e fu felice. Avventuroso colui che crede; colui che sbandisce la fredda ragione e s’addormenta nella calma della fede come un viandante ubriaco sulle piume, ovvero (per usare similitudine più vaga) come una farfalletta sul fiore di cui pur ora ha delibato il succo! Ma guai a colui che tutto prevede, che non si lascia mai abbagliar dalle illusioni, che da ogni atto, da ogni parola fa distillare un sospetto, un delitto! Guai al cuore che l’esperienza del mondo agghiacciò e il di cui adito è chiuso al soave oblio, al grato errore!
CAPITOLO QUINTO.
Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca quelle orrende novità. GIVCOVSCHI.
In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura sospirava l’arrivo dell’inverno. Finalmente nevicò nella notte del terzo giorno di gennaro. Taziana si destò di buon mattino e scorse per i vetri della finestra i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello bianco. I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi pendon fiocchi d’argento; un tappeto scintillante e morbido copre le montagne; e le gazze saltellano e ciaramellano nel cortile.
Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta; il suo ronzino trotta veloce su quel terreno soffice e sicuro,[83] la _chibitca_[84] vola e lascia appena dietro a sè un’orma fuggitiva; il postiglione siede a cassetta con una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa alla vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero nel suo carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma mentre così scherza gli si gelano le dita; gli dolgono e ne ride: frattanto sua madre lo garrisce dalla finestra.
Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna attrattiva per voi; tutte queste circostanze vi sembrano triviali e poco degne della musa. Un altro poeta, ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti della rea stagione.[85] Vi incanterà, ne son convinto, quella sua festosa descrizione d’una misteriosa passeggiata in slitta. Frattanto io non voglio entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della giovine Finlandese.[86]
Taziana, da vera Russa, amava, non so come, l’inverno settentrionale, la brina lampeggiante al sole, le slitte, il roseo riverbero della neve sotto il crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania. I nostri avi celebravano questa festa nella propria casa. Le serve predicean l’avvenire alle giovani padrone e ogni anno promettevano loro un militare per sposo e un viaggio.
Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari, ai sogni, alla cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza di questo astro le pronosticava non so che di particolare che le faceva gonfiare il petto. Se uno smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si lisciava il muso colla zampa, Taziana ne augurava che dovevan venir visite. Se vedeva il disco bicorne di Diana volto a ponente, tremava e impallidiva. Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno, Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi voti del suo cuore. Se a caso incontrava per via un frate nero o se una lepre snella attraversava il prato innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore si fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in quello sbigottimento stesso trovava una secreta voluttà. Così ci fabbricò natura amante dei contrasti e degli estremi.
Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno s’affanna a indovinare ciò che avverrà nell’anno novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati che non si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si estende vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono nel futuro cogli occhiali i vecchi che han perduto tutto senza scampo e che già toccano alla fossa. — Poco importa — la speranza tuttora li alletta colle stesse lusinghe di altre volte.
Taziana spia con occhio attento il cero che si attuffa nell’onda, e il cui aspetto tondo e liscio annunzia qualche caso strano.[87] Diversi anelli escono in fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i contadini sono ricchi: scavano argento colla marra. Sia felice e illustre colui per chi cantiamo.”
Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia qualche danno. La fanciulla vorrebbe piuttosto sentire un altro ritornello. Taziana, per consiglio della balia, volle esorcizzare di notte.
L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli astri gravita nell’etere con tanto accordo e tanta quiete.... Taziana scende nel cortile in veste scoperta e presenta uno specchio ai raggi della luna.... Ma nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno.... la fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e plasmando la voce in suon più dolce di quella della zampogna, gli domanda il suo nome. Egli la guarda in faccia e risponde: “Agatone.”[88]
Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate sulla tavola della sala da bagno. In un subito si sente presa d’un brivido; e io.... anch’io raccapriccio all’idea di Svetlana.... ma noi non farem sortilegi colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e salta in letto. Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno a lei. Tutto tace, Taziana dorme.
Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di camminare sopra un campicello cosperso di neve e offuscato dalla nebbia. Un torrente non incatenato dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia oscuro e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio. Due pertiche appiccicate insieme dal gelo, formano, da una ripa all’altra, un ponticello tremolo e periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro mugghiente si ferma come priva di senno.
Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e guarda intorno; ma non vede nessuno che le porga la mano per aiutarla a tragittare. Tutto a un tratto, i massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette a grugnire e offre alla fanciulla la sua zampa irta d’acuti artigli. Essa vi si appoggia con tremore e varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè ardisce volger indietro gli occhi; ma non può sottrarsi alla assiduità di quel turpe lacchè. Arrivano a una selva. Gli abeti stanno immobili nella loro accigliata maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve; il raggio delle lampade celesti penetra scintillante nella chioma dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi; cessa ogni indizio di strada — la neve ingombra tutto e i cespugli e i burroni. Pur Taziana avanza sempre, sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli orecchini d’oro. Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto e non osa raccoglierli, e si vergogna persino di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode grugnir l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante, priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso destramente la rialza e se la pone indosso. Essa non resiste, non si muove, non respira. Egli la porta a traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma dentro la capanna rimbomba un suon di voci e di stromenti. — “Qui sta il mio compare,” grida l’orso; “entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia.
La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio di bicchieri come a un convito di funerali. Non comprendendo niente a ciò che succede, s’avvicina pian piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna bovine; l’altro ha una testa di gallo; quà una strega con barba di becco, là uno scheletro attillato e altero; più in là un nano con una coda esile, e mezzo gru, mezzo gatto.
Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero a cavallo sopra una aragna; una oca con un teschio coperto d’una berretta rossa; un molino che sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto latrati, risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida d’uomini, calpestío di cavalli.
Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè in mezzo a quelle bestie orrende, scorse.... chi mai?... Colui che le è sì caro e sì tremendo; il protagonista di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a quella tavola e di quando in quando getta una occhiata verso l’uscio. Fa un gesto: tutti si rannicchiano; beve: tutti tracannano e urlano; sogghigna: tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia: tutti tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non v’ha più dubbio. Taziana comincia ad aver meno paura; e con curiosità, si prova a tirar chetamente la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio; Anieghin cogli occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente; tutti fanno lo stesso, ed egli sta per escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le manca la voce. Eugenio spinge la porta. Alla vista della fanciulla tutti i demoni e tutti i mostri cacciano un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi, colle code, colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti, colle corna, colle branche adunche: tutti ruggiscono: “È mia, è mia!”
“È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto tutta la frotta maledetta sparve. La cara verginella rimase nelle fredde tenebre, sola col suo amico. Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la pone sopra uno sgabello zoppicante e adagia il capo sulla di lei spalla. Ma ecco sopravviene Olga; Lenschi le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin vibra il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa sempre più aspro. Eugenio impugna uno stiletto e atterra Lenschi; una oscurità fitta regna intorno; un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla.... Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro nella sua stanza. I purpurei strali dell’alba si rifrangono nelle brine dell’invetriata; s’apre l’uscio. Olga entra più vermiglia dell’aurora nordica e più leggera di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto in sogno?”
Taziana tuttora in letto non bada alle parole d’Olga. Scorre l’una dopo l’altra le pagine d’un libro e non fa motto. Questo libro non racchiudeva nè graziose finzioni poetiche, nè savi consigli filosofici, nè imagini. — Non era un volume di Virgilio, o di Racine, o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca; non era un fascicolo del _Journal des modes_ sì caro alle signore. Era l’interprete dei sogni di Martino Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini. Questa sublime opera, un mercante ambulante la portò nel villaggio e la vendè a Taziana per tre rubli e mezzo con di giunta una _Malvina_ scompagnata, una raccolta di favole popolari, una grammatica, due _Petreidi_[89] e un terzo volume di Marmontel. Martino Zadeca divenne in breve il libro prediletto di Taziana. Egli la consola in ogni sua afflizione, e dorme ogni notte con lei.
Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso e lo cerca nel gran repertorio delle visioni notturne. Ma nell’indice finale per ordine alfabetico non trova altri vocaboli che _abete, bosco, burrasca, neve, orto, oscurità, ponte, turbine_, eccetera. Martino Zadeca non solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno presagisce una moltitudine di disgrazie. Per più giorni Taziana se ne accora e ne paventa.
Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel giorno anniversario della sua festa. Sin dal mattino la casa Larin è piena di gente. I vicinanti vi si trasportano con tutta la loro famiglia in chibitca, in britsca, in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un bisbiglio confuso; nei salotti nuovi visi. Chi grida, chi ride; i cagnolini guaiscono, le signorine s’abbracciano; tutti si salutano; le balie s’arrabbiano; i bambini vagiscono.
Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta moglie; venne Gvosdin, esimio economista, dovizioso padrone di miserrimi servi; vennero gli Scotinin, consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età di due fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff, damerino campagnolo; venne mio cugino Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto militare noto a tutti;[90] venne Flianoff consigliere fuor d’impiego, famoso attaccabrighe, vecchia volpe, pappalecco, angariatore e gran buffone. Colla famiglia di Panfilo Carlicoff, venne _Monsieur_ Triquet, furfantello pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò di tasca un madrigale sull’aria favorita dei bambini: _Réveillez vous, belle endormie_. Quel madrigale trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco; Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio, lo richiamò alla luce; ma prima ebbe l’accortezza di porvi _belle Tatiana_ invece di _belle Nina_.
Venne il comandante della guarnigione del borgo, idolo delle ragazze aggrinzite e decrepite, trastullatore di tutte le madri del paese. Entrò esclamando: “Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica del reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere! balleremo.”
Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In questo mentre si serve il desinare. I commensali vanno a tavola due a due tenendosi per mano. Le signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto. Fanno il segno di croce, cianciano un poco e si pongono a sedere.
Per qualche tempo non pensano che a mangiare. Le mascelle macinano; i piatti, i bicchieri s’empiono e si vuotano sovente. Poco a poco s’annaspa una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno vi bada; tutti schiamazzano, ridono, leticano. Di repente la porta si spalanca. Lenschi e Anieghin compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona.
I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno rimuove la posata e la seggiola per far loco; i due amici si accomodano. La padrona li ha collocati in faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana di mattina, e più tremante della capriola inseguita dai cacciatori, non ardisce levar gli occhi ottenebrati. Un ardore insolito le serpe per le membra; si sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno i due amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli occhi e sta per cadere in deliquio. Ma la volontà e la ragione trionfano di quella debolezza momentanea. Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento e rimase a tavola.