Racconti poetici

Part 11

Chapter 113,673 wordsPublic domain

Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe degli svenimenti femminili; ne aveva vedute tante! Già gl’incresceva assai d’essersi lasciato cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta, abbassò gli occhi dalla stizza, maledì Lenschi, giurò di fargli dei rimproveri e di vendicarsi in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte a schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati.

Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto la confusione di Taziana. — Tosto attrasse la vista e l’attenzione sua un pasticcio di carne che per gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto e il _blanc manger_ una bottiglia di vino di Zimlianschi[91] sigillata. Portano per beverlo un assetto di bicchieri lunghi, sottili e svelti come la tua vita, o Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere dell’anima mia, che m’hai tante volte inebriato d’amore!

Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino ferve e fuma. Allora, con un aspetto grave, Triquet s’alza armato del suo madrigale. La compagnia ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta che viva. Triquet volgendosi ad essa col foglio in mano si mette a cantare stuonando. Applausi, urli d’entusiasmo ricompensano il poeta. È forza che Taziana gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna il prezioso manoscritto. Seguirono i complimenti e gli auguri; Taziana ringraziò tutti. Quando toccò ad Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e stanca, quel turbamento interno, commossero il crudele. La salutò senza aprir bocca, ma il suo sguardo parlò abbastanza. Provava egli veramente un certo affetto, oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta? Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo esprimeva la simpatia e rese il respiro a Taziana.

Si respingono le seggiole con gran rimbombo. La folla si precipita dalla sala da pranzo nel salotto. Tale un ronzante sciame di pecchie esce dall’alveare e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono intorno al caminetto. Le signorine cinguettano in un angolo. I tappeti verdi[92] e il boston invitano i giocatori fanatici, le _ombre_ allettano i vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle sue bandiere chiunque per interesse sa superar la noia. Già questi ultimi han fatto otto partite, già otto volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno diligentemente le ore del desinare, della merenda e della cena. In campagna, queste ore si conoscono senza grande sforzo, lo stomaco ci fa da orologio esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che in questo mio poema io ragiono spesso di banchetti, di pietanze e di tappi come fai tu, o divino Omero, idolo nostro da tre mila anni in qua!

Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender ciascheduna una tazza di tè, quando si sente dietro la porta della sala grande un concerto di flauto e di fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride dei villaggi circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi a Taziana; Triquet alla Carlicoff, ragazza di matura età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa della signora Pustiacoff. Il ballo incomincia.

Nella prima parte di questo romanzo (vedi il primo capitolo) volevo dipingere i balli di San Pietroburgo, alla maniera dell’Albano. Ma diviato da vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai dietro alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini! e mi smarrii, e perdei il filo del mio racconto. Ma col dileguarsi dei miei belli anni io diverrò più savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò questo quinto canto da ogni digressione superflua.

Il walzer imperversa come un turbine e passa monotono e pazzo come la gioventù. Una coppia succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta s’appressa, Anieghin, esultando di soppiatto, danza con Olga, poi quando è stanca la fa sedere e discorre seco di vari oggetti. Due minuti dopo, eccolo che vola di nuovo con essa. Tutti stupiscono. Lenschi stesso non può credere ai propri occhi.

I musicanti suonano la masurca. Anticamente quando echeggiava quell’aria, tutto oscillava nelle vaste sale; le invetriate si sconnettevano; il tavolato si spaccava sotto i tacchi dei danzatori. Adesso non è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza quanto le signore l’impiantito spalmato di lacca. Ma nelle piccole città e nei villaggi la masurca conserva tuttora la sua bellezza, i suoi antichi onori: cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla; la moda! malattia epidemica dei nuovi Russi.

Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio, Taziana ed Olga. Anieghin danza con Olga, le parla all’orecchio, le stringe la mano. — Le di lei guance arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta in sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito di gelosia, la fine della masurca. Allora invita Olga al _cotillon_.... Ma essa ricusa.... Ricusa! E perchè? È già impegnata con Eugenio. Come! Essa sarebbe capace!... No, non è possibile. Appena escita dalle fasce sarebbe una _coquette_! Già conoscerebbe i raggiri della civetteria e saprebbe mentire e spergiurare! Lenschi non può sopportare un colpo sì improvviso. Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un cavallo e parte. Due pistole, due palle scioglieranno il problema.

CAPITOLO SESTO.

Là sotto giorni nebulosi e brevi Nasce una gente cui il morir non dole. PETRARCA.

Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, contento della sua vendetta, divenne pensoso e astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca Vladimiro e l’eterno _cotillon_ le viene a noia. Ma questo finisce. Si va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, dal vestibolo sino alla soffitta, è trasformata in un dormitorio per gli ospiti. Tutti sentono il bisogno d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare sotto il proprio tetto.

Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel salotto colla sua pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff e Flianoff, il quale soffre d’una piccola indisposizione, si sono coricati sopra le sedie della sala da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un vecchio berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le signorine occupano le camere di Olga e di Taziana. Ma questa infelice, puntellata a una finestra, per la quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura campagna.

La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza dei suoi sguardi, il suo trattare strano verso di Olga, son tante spine che stimolano la curiosità di Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto. Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il cuore; le sembra che sotto ai suoi passi si spalanchi e muggisca un abisso. “Io perirò,” essa esclama: “ma perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno; perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.”

Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio entra in scena. A cinque verste[93] della villa di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva e vive tuttora un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle bettole e capo d’una combriccola di barattieri e di furfanti; ora campagnolo semplice, e buono, ottimo padre (benchè celibe), amico fidato, possidente pacifico e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora! — La voce lusinghiera della fama lodava il suo coraggio tremendo. Colla sua pistola egli toccava un asse alla distanza di cinque sagene.[94] Aggiungeremo però, che un giorno in un combattimento, essendo ubriaco come uno svizzero, tombolò da cavallo nella mota, e restò prigioniero dei Francesi; prezioso ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe volentieri rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per poter ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,[95] tre bottiglie di vino di Borgogna. Altre volte egli sapeva motteggiar con spirito, trappolare i balordi, e sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le sue burle non restarono sempre impunite, e anch’egli talvolta si lasciò infinocchiare come un babbione. Sapeva discutere con brio, replicare con sagacità o con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, farli sfidare in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare in tre, e quindi disonorarli con qualche ghierabaldana. _Sed alia tempora!_ La temerità passa colla gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata. Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle burrasche del mondo sotto l’ombra dei ciriegi e delle acazie. Lì viveva da vero filosofo, piantava cavoli come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava l’A. B. C. ai bambini.

Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui carattere, ma apprezzava il suo giudizio e le sue riflessioni intorno agli uomini e alle cose. Si frequentarono un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato di vedere un mattino Zarieschi entrar in camera sua. Dopo i complimenti usuali, Zarieschi interrompendo la conversazione che stava per intavolarsi, e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio un biglietto di Vladimiro. Anieghin si trasse alla finestra e lesse a bassa voce.

Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un _cartello_. Lenschi, garbatamente e freddamente, invitava Eugenio a battersi con lui. La prima mossa d’Eugenio fu di dire al messaggero senza altra spiegazione ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star di più; s’alzò in silenzio, e se ne tornò a casa ove aveva molto da fare. Ma Eugenio, abbandonato alle proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso e non senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, e si trovò colpevole in molti riguardi. In primo luogo, aveva dileggiato con troppa crudeltà un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena perdonabile ad uno scapestrato di diciotto anni. Eugenio, che amava Lenschi di tutto cuore, dovea in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, ma qual uomo di senno e d’onore. Dovea palesare i suoi sentimenti, e non incollerirsi come belva; doveva disarmare quella suscettività giovanile. “Ma ora è troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. Un duellista per mestiere si è ingerito in questa faccenda, è maligno, è imbroglione, gran parlatore. Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo; ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” Ecco l’opinione pubblica! Il puntiglio è la molla che ci fa agire, è il pernio sul quale gravita il mondo.

Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta in casa la risposta. Il suo eloquente vicinante gliela arreca in trionfo. Che festa per il geloso! Temeva che il suo antagonista non la scappasse con qualche pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il suo petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani all’alba, essi si incontreranno presso al molino; caricheranno le loro pistole, e spareranno alle gambe o alla testa.

Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava ormai come una civetta, non voleva vederla prima del combattimento. Guardò all’oriuolo e al sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue vicine. Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla colla sua venuta; ma sbagliava. Olga scese, come prima, dal verone per andargli incontro, leggera, graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata da quel ch’era antecedentemente.

“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” chiese Olga.

A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il suo furore, se ne stette colla bocca chiusa, e si grattò il naso. La gelosia, il dispetto, la rabbia, sparirono davanti a quello sguardo sereno, a quel contegno ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla Olga con occhio di compassione; vede che è ancora amato! Già il pentimento lo assale; sta per implorar perdono; trema, non trova le parole.... è felice.... è quasi guarito.

Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la forza di ricordare alla fanciulla gli eventi della precedente sera. “Io sarò,” egli pensa, “il di lei liberatore; non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere quel giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle lusinghe. Non tollererò che un verme impuro e velenoso roda lo stelo di quel giglio candido, nè che quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca all’alito del vizio.” Tutto ciò significava, amici miei: son risoluto di battermi coll’amico.

Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il cuore della mia Taziana! Se Taziana avesse potuto prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro dovevan contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le di lei premure avrebbero forse rappattumato i due rivali. Ma nessuno fino ora s’è accorto nemmen per sogno di questa passione. Anieghin non parla più di nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola avrebbe potuto indovinar tutto, ma non è gran fatto perspicace.

Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, ora espansivo e lieto; ma gli alunni delle Muse sono sempre così. Coi capelli arruffati egli siede al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo gli occhi ad Olga esclama: “Io son felice, non è vero? È tardi. Convien che io parta.” Intanto soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in viso: “Che avete?” grida. “Niente,” egli risponde e raggiunge la porta.

Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si spoglia, e apre un volume di Schiller. Ma sempre lo stesso pensiero l’opprime, e l’impedisce di dormire. Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive _currenti calamo_ alcuni versi pieni d’amorose inezie, ma sonori e dolci. Poi, nel suo entusiasmo lirico, se li rilegge ad alta voce. Per fortuna questi versi mi sono caduti fra mano; eccoli.

Dalla fortuna oppresso Aspetto impazïente il dì venturo. Parla, o sfinge crudel, tetro futuro: Mi cingerai d’alloro o di cipresso? Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso? Cadrò trafitto da letal saetta Oppur dal gran cimento escirò illeso? Qualunque sia la sorte che m’aspetta Io dirò rassegnato e disdegnoso: Benedetta la veglia e benedetta L’ora del gran riposo. Forse, questa sarà l’ultima guerra Del rio destin che bersagliar mi suole. Domani riderà, come oggi, il sole, E canterà la terra; Ma privo ormai d’udito e di veduta Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso, Ombra squallida e muta, Spazierò per le tenebre d’abisso. Divorerà il mio nome il ceco oblio: Ma tu, casta colomba, Forse a sparger verrai di tanto in tanto Qualche stilla di pianto Sulla precoce e solitaria tomba; E dirai sospirando: “Egli fu mio: ”A me sola sacrò la cetra, il cuore, ”E dei begli anni il fiore....” E mi ripeterai l’ultimo addio.

Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli dettò. Un critico li chiamerebbe romantici; io però non so vederci cica di romanticismo; ma lasciamo stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò pensando all’_ideale_. Parola alla moda! Ma aveva appena socchiuso le ciglia, quando il suo vicinante entrò nella stanza e lo destò dicendo: “Su, su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di certo.”

Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. Le ombre della notte si diradano, il gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole ascende l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano e volano in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal letto. Finalmente tira le cortine, guarda, e s’accorge che già da gran tempo avrebbe dovuto trovarsi sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere francese Guillot accorre in fretta, gli porge la veste da camera, le pantofole e la camicia. Anieghin si abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi ad accompagnarlo colla scatola delle pistole. La slitta è pronta. Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo colle pistole di Lepage,[96] e al cocchiere di avanzar nella campagna verso due piccole quercie.

Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da profondo agronomo, biasimava il modo in che era fatto un pagliaio.

Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” esclamò Zarieschi “il vostro secondo?” Zarieschi classico e pedante nei duelli si sdegnava d’una tale infrazione ai veri principii della monomachia. Permetteva che si stendesse al piano un uomo per una bagattella, purchè si osservassero le regole dell’arte e le austere tradizioni degli antichi; lo che è da lodarsi in lui.

“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: Monsieur Guillot. Spero che non vi opporrete a tale scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un galantuomo.”

Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò a Lenschi:

“Ebbene, cominciamo!”

“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro.

E si portarono dietro il molino.

Mentre Zarieschi e il _galantuomo_ fissavano a quattro occhi le condizioni del combattimento, gli antagonisti stavano fermi colle ciglia basse.

Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? Quanto è che l’uno sitisce il sangue dell’altro? Quanto è che dividevano gli ozi, le pene, la mensa, i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro l’altro come due nemici ereditari, tramano, quasi in un sogno spaventoso e incomprensibile, la loro mutua distrazione. Non sarebbe meglio che si separassero ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? Ma il coraggio della gente ha una singolar paura della falsa vergogna.

Già le pistole splendono. Risuona il martello della bacchetta. La palla rotola nel cannone, il cane stride per la prima volta. Versano la polvere grigiastra nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata e fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si rimpiatta dietro un tronco vicino. I due avversari gettano i loro mantelli. Zarieschi ha misurato con esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano le pistole.

“Ora partite!”

I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, quattro passi, quattro passi verso la tomba. Eugenio avanzando sempre alza pian piano la sua pistola. Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin spara. È giunto l’istante prefisso dal fato. Il poeta senza proferir parola lascia sfuggir l’arme, si posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi offuscati annunziano la morte, ma non esprimono nè la doglia nè il rimprovero. Tale struggesi al calor del mattino la valanga che brillava sul pendío di un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre al moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli fu. Il poeta spirò anzi tempo. Sorse la burrasca, e il gentil fiore si seccò sbocciato appena, e il fuoco sacro si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla sua faccia domina una quiete che fa spavento. La palla gli ha colpito il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante dalla ferita. Poco fa, quel cuore palpitava di poesia, di speranza, d’amore, quel sangue ferveva di vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come in una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, i cristalli son intonacati. La padrona di casa non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: — se n’è smarrita ogni traccia.

È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico con salaci epigrammi; è un piacere vederlo allorchè mitriato di superbe corna, si mira in uno specchio e si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore vedere che vi si riconosce ed esclama: “io son quello!” Ma il _nec plus ultra_ d’ogni piacere, è apprestargli una onorevole sepoltura, e appuntargli un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo però _ad patres_, è uno scherzo di che, io credo, voi non siete gran fatto ghiotto.

Se dunque vi accade di uccidere un giovine amico che vi offese _inter pocula_ con un ghigno o una risposta insolente, o con qualche altra bazzecola, e se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima vostra quando lo vedrete steso a terra, in preda all’agonia, già gelido, già livido, sordo al vostro disperato appello?

Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre l’arme funesta, contempla l’infelice Lenschi.

“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi.

Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin tutto tremante s’allontana e chiama i servitori. Zarieschi adagia con premura il cadavere nella slitta, e trasferisce quel tristo deposito nella propria dimora. I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, imbiancano il morso di spuma, e volano come strali.

Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è perito nel più bel fiore delle sue speranze, prima d’aver dato al mondo i delicati frutti. Ov’è adesso quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso di generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? Ove sono quei fervidi slanci d’amore, quella sete di gloria, quell’affetto allo studio, quell’orror del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree visioni della vita celestiale, illusioni della divina poesia?

Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. La sua cetra ammutolita avanti l’ora, potea destare un eco durevole nei secoli venturi. Forse un alto grado gli era riservato nella scala sociale. L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo ingegno. Perì per noi quel creatore spirito! E chiuso nell’avello non udirà l’inno nè le benedizioni dei popoli alzarsi qual incenso in suo onore....

Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un ricco appannaggio. Avrebbe lasciato i generosi impulsi della gioventù stagnare ed estinguersi nell’inazione. Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe provato tutte le beatitudini della vita: avrebbe marcito nella sua villa con una guarnacca imbottita in dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la podagra; avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato, e finalmente ammalatosi, sarebbe morto nel suo letto attorniato di figliuoli, di donnicciuole e di dottori.

Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, il poeta, il sognatore[97] melancolico, soccombè per la mano d’un amico! A sinistra, quando si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono le loro radici; sotto a quelli serpeggia un ruscelletto che deriva dalla valle vicina. Ivi l’agricoltore cerca il riposo; ivi i mietitori vanno a empir d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde sotto l’ombra opaca, sorge adesso la sua umile sepoltura.

Allorchè incomincia la pioggia di primavera a strosciar sull’erbe dei prati, il pastorello, cantando i _Pescatori del Volga_, viene talvolta lì a lavorar le sue scarpe di scorza. E la giovine signora che passa l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna, sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, e mentre colla mano sinistra stringe la briglia di canapa, rimuove colla destra il velo del cappello, e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento proseguendo il suo corso nell’aperta pianura, tutta meditabonda, compiange la trista fine di Lenschi e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante, oppure presto si consolò della sua perdita? Dov’è adesso la sorella d’Olga? Ov’è il disprezzatore della società, il disertore delle donne alla moda, il capriccioso originale che uccise il giovine poeta?”