Part 2
Eravamo saliti al semaforo, sul terrazzo della torretta, e conversavamo col marinaio di guardia. Lassù in alto, fra terra e cielo, egli pareva la scolta eschilea che vigila sulla torre della reggia di Agamennone.
In mezzo a noi, alto sul cavalletto, un cannocchiale puntava il porto di Magnavacca.
— Niente di nuovo?
— Si parlava di un incrociatore intravveduto a mezzo la notte, lungo la costa.....
— Era un piroscafo, il _Maria Grazia_, che veniva da Venezia. È stato fermo parecchie ore qui davanti, per non incappare in qualche nave austriaca. Appena s’è fatto un po’ di luce, è ripartito verso Rimini.
(Era il vapore che doveva, due giorni dopo, incappare nella flottiglia nemica).
— Che dite, torneranno a distribuirci qualche cannonata?
— Può darsi.
Era di quei marinai di poche parole, che hanno l’anima piena di immensi silenzi, la bocca dura. Passeggiava su e giù per la terrazza, tirandosi sulle spalle a quando a quando, con una scossetta della schiena, il lungo cappotto marrone, col cappuccio a triangolo. Aveva i piedi scalzi, in un paio di zoccoli di legno. Un mezzo abbigliamento fratesco, quasi una tonaca, sotto la quale appariva la blusa bianca, aperta abbondantemente sotto il collo.
Allora mi parve di conoscere un soldato, al quale non avevo ancora pensato: il vigile calmo e tranquillo, che trascorre le ore sulla torretta di un semaforo, e consuma i giorni, le settimane, i mesi lontano e diviso da tutto il resto del mondo: l’occhio del cannocchiale, la pura pupilla che aderisce alla lente.
Certo non è sicura la sua posizione, su quel castello di mattoni. È una vita in pericolo, specie di notte, quando il nemico viene a strisciare in vicinanza alle coste. È un uomo su un bersaglio. Ma il pericolo non ha molta importanza. Ciò che importa e vale è la guardia continua, la vigilanza monotona, alla quale altri non reggerebbe.
— Non v’annoiate quassù?
Sporse il labbro inferiore, senza dire sì o no. Forse non s’era mai posto nella mente quel problema della monotonia e della noia della propria vita.
Vuol dire che non esisteva per lui, non lo soffriva. Ci si era dunque avvezzo a poco a poco, come il contadino alle linee chiuse del campo, come l’operaio alle pareti dell’officina, come chiunque di noi si avvezza col tempo a qualunque stato.
E anch’egli era un soldato in guerra: aveva il suo compito fisso quotidiano e notturno, la vita in balìa della sorte, e la sua responsabilità da reggere, senza altre cure, altre inquietudini. Faceva la propria parte, non si preoccupava di tutto il rimanente della lontana guerra.
— L’altra notte — disse l’amico mio — avemmo una bella emozione!
Il marinaio sorrise al pensiero di quella notte.
— Eravamo di sentinella tre volontari. Andavamo a montare la guardia alla spiaggia. Eravamo appena passati di qui sotto, diretti al mare. Pioveva, pioveva che Dio la mandava. Eravamo infagottati nelle mantelline e la coperta sulla testa. Acqua di sopra, acqua di sotto, pareva di essere in barca. Quando si arriva al mare sembra a tutti tre di vedere dei lumi sulle onde. Dico che erano lumi, mica storie! E tutti: “Le navi, le navi! Sono qui!”. Contenti eravamo, le dico, felici! Si speravano cose pazze, perfino uno sbarco, speravamo! I fucili erano carichi; ci toccammo la cartuccera qui sulla pancia, esultanti di sentirla piena. Faceva piacere quel peso delle cartucce qui davanti! Ci distendiamo sulla sabbia, alziamo solo la testa per vedere. Buio, era buio, e quei lumi si rispondevano sulle onde, come per segnali che mandassero o ricevessero. Era un colloquio indecifrabile. Noi s’attendeva con la febbre. Eravamo così eccitati che sentivamo le mani in sudore.
— Ebbene?
— Non ci abbiamo colpa. Eravamo in tre a guardare e a dirci: “Ma sono proprio lumi? Guardiamo bene, se mai non fossero lumi”.
— Che cosa erano?
— Era la fosforescenza del mare...
— .....
— Quando ce ne siamo accorti tutti e tre ci siamo dati dei pugni nella testa, tanti, tanti, per il dispetto, per la rabbia d’essere stati presi in giro, d’essere stati lì alla bada di qualcuno che non c’era. Non mangeremo più tanto fiele, lo giuro!
— Che ne dite, marinaio?
— Anche noi, che si legge nel mare, delle volte si sta sopra pensiero.....
* * *
Facevano contrasto con la calma d’animo di quel marinaio, con la sua acquiescenza alla sorte, gli altri volontari del plotoncino, fra i quali ritornai verso il tramonto.
Di una ventina di giovani era il plotone, compagnia curiosa, bizzarra: uno dei tanti riflessi della guerra. Chè c’erano studenti, figli di possidenti, braccianti, due calzolai, un muratore, un professore: gente che qualche mese prima non si conosceva, si frequentava poco, o si vedeva per tutt’altre cose, o si salutava appena per via. Negli ultimi giorni e nelle ultime settimane il movimento interventista li aveva accostati; avevano cominciato a trovarsi gomito a gomito nelle dimostrazioni, nei comizi, nei serra serra in piazza, quando la popolazione si rimischiava, e ognuno prendeva la sua parte e il suo posto.
Tagliati fuori dal richiamo delle classi, s’erano arrolati volontari nel Corpo dei ciclisti: la stessa divisa, la stessa destinazione, lo stesso plotone: un’anima sola.
Ma non era difficile, passando qualche ora a conversare con loro, ritrovare in ognuno l’uomo singolo e il movente particolare. Ciascuno portava veramente sotto i panni comuni la preoccupazione e passione, la sorte inalienabile, il segno della sua anima, il destino della sua vita.
Il professore. Aveva forse trent’anni: alto, magro, cresciuto troppo e senza muscoli. Un poco anchilosato dalla vita sui banchi e sulla cattedra, dallo studio pesante e dalle fatiche aride dei compiti. Portava gli occhiali a staffa.
Aveva preso parte attiva al movimento per la guerra: era sceso anche lui per le strade a dimostrare, a cercar di arringare; aveva buscato qualche pugno, aveva cercato di distribuirne. La guerra era stata per lui un problema, che era maturato lentamente, e che a poco a poco lo aveva distratto dalla vita contemplativa e portato in mezzo all’azione, insieme coi suoi studenti e in mezzo agli altri, nuovi, ignoti, che si agitavano confusamente. Aveva portato un po’ di ragione in mezzo alla comune passione; era un giovane di studi non larghi, ma seri; che aveva anche stampato un libro di buona critica sul filosofo e storico Ferrari. Iscrivendosi volontario, risolveva nel migliore dei modi il proprio problema intellettuale e morale: per dir meglio, risolveva quel cumulo di problemi che lo avevano occupato e tormentato per lunghi mesi: la necessità di una guerra nazionale, di liberazione completa dall’Austria, di tutti i nostri confini, di tutte le nostre terre e tradizioni e memorie — la partecipazione nostra alla difesa del mondo e della civiltà e pace latina, contro i tedeschi, barbari invasori e strapotenti, turbatori della comune quiete. Da quando era sotto le armi il suo cervello era in pace.
Per altri, il volontariato era il più bell’episodio della giovinezza, la più lieta decisione della vita; un non so che di imposto e quasi necessario, pur nella libertà della decisione presa, dalla forza dell’età stessa, dagli ancor pochi legami con gli interessi pratici della vita, dall’esempio di tanti altri. Era bastata una parola del padre, e il suo consentimento, per andare a firmarsi e partire.
E per altri, era la risoluzione di un puro problema di coraggio. Siccome c’era del pericolo, dei rischi, avevano voluto andare. Si sarebbero vergognati di rimanere a casa. Non avrebbero potuto più farsi vedere all’osteria e al caffè, ai loro vecchi, che ai bei tempi erano partiti, alle loro donne, che amano il coraggio.
Ed erano tutti lì. Ma, come dico, non tranquilli; irrequieti; volevano andare al fronte.
Da un mese, ogni volta che qualcuno tornava da una breve licenza, gli altri gli si facevano attorno, e domandavano:
— Che dicono di noi, a Faenza?
— Cominciano a pensare male. Dicono che siamo qui in villeggiatura. Ci dànno dei poltroni!
Silvagni, il repubblicano, schizzava fuoco. Gli altri attestavano che a Faenza avevano ragione di parlare così.
— Noi ci siamo inscritti, perchè vogliamo fare alle fucilate.
— Non vogliamo più starci qui!
— _Me a m’inscriv in tla fantereia._
— _E pu i dis_... (E poi dicono).
— _Cus el chi dis?_ (Che cosa è che dicono?).
— _I dis chi s’è fet vuluntèri d’quii chi n’a mai ciapè tant aedè._ (Dicono che s’è fatto volontario qualcuno che non ha mai cavato tanto dalla sua giornata).
— E anche questo è vero. Facanapa non ha mai guadagnato tre e cinquanta!
Il povero Facanapa era mortificato. Ma che colpa aveva lui se a lavorare la pelle delle scarpe non era mai arrivato a guadagnare tre e cinquanta? Avrebbe esposta la pelle propria anche per meno.
— _Basta chis manda prest a e front!_
Era il ritornello, il principio e la fine d’ogni discorso.
Quelli che erano, se non garibaldini?
O che importa se non avevano la camicia rossa? Io li preferivo vestiti di panno grigio. Non imitavano nessuno, non volevano far rinascere nessuna forma caduta: erano garibaldini nell’anima, poichè partiti volontari e poichè volevano andare al fuoco. Sentivano la guerra, più ancora che la milizia, amavano lo slancio più ancora della disciplina. Erano certo più generosi che ubbidienti. Ma solo perchè sapevano di potere ubbidire a se stessi, di potere fare fidanza nel proprio coraggio, e negli istinti profondi di bravura che ognuno aveva vivi entro dì sè.
* * *
Essi volevano “andare alla guerra”, e non si accorgevano che già c’erano. Poichè la guerra era per ognuno quella interruzione improvvisa e totale di abitudini: quella partenza e lontananza dalla famiglia e dalla casa, quella vita obbligata e metodica di tutti i giorni e di tutte le notti e di tutte le ore; quel dormire sulla paglia, quell’alzarsi a mezzo la notte per montare la guardia, quel passare lunghe ore su e giù per la spiaggia, sotto il sole, sotto l’acqua, nel vento, nel freddo, al buio, nella solitudine, fra la malaria.....
Non era quella una via e un compito di soldati in guerra?
Non era guerra, quell’essere rimossi da ogni solito pensiero e quotidiana occupazione; quell’essere pronti a tutto e sapere di servire a tutti, quell’avere il pasto versato in una gamella di latta, offerta dalla nazione, insieme con la carne e il pane; non era guerra quell’avere amici e compagni nuovi, quel guardare tutte le cose intorno con cuore più intenso e con occhio quasi più leggero e staccato, come cose che si possono lasciare fra poche ore e abbandonare per sempre?
No, non era guerra per loro. Volevano il pericolo continuo, essi, il cannone, la fucilata, veder la morte in faccia, passarci per quel punto che par così rimosso da tutte l’altre vie della vita e dai momenti comuni.
Augurai che il desiderio potesse essere presto soddisfatto. E che fra qualche giorno essi non fossero più là.
Qualche guardia di finanza li avrebbe sostituiti. E lì presso sarebbe rimasta, durante la guerra e dopo la guerra, la silenziosa scolta eschilea della terrazza sulla torre del semaforo, il marinaio dal petto scoperto e dal capotto marrone col cappuccio a triangolo: l’occhio tranquillo del cannocchiale, la pura pupilla che aderisce alla lente.
VELE LATINE
Fano, agosto 1915.
_A Sante Solazzi._
S’usciva ancora, quella mattina. Una delle ultime. Poichè adesso i porti e i canali sono chiusi, una catena sbarra l’imboccatura, e le barche, l’una addosso all’altra, accosciate con le pance sull’acqua, stanno dentro come greggi di pecore raccolte nello stazzo.
I marinai passano la giornata nelle osterie, picchiano sodo coi pugni sulle lunghe tavole, giocando alla morra; tracannano il vin cotto, e al tramonto si vedono tornare a frotte dalle trattorie di campagna, dai giochi di bocce di Sgarzino e di Carboncino, abbracciati pel collo, dondolanti, ubbriachi. La vita di terra fa loro girare la testa.
Il sole non s’era ancora levato; l’Adriatico era deserto. Solo una piccola vela, al largo, luceva come una fiammolina nella penombra argentea e nuvolosa del crepuscolo: un battello che non era potuto rientrare la sera, e che andava verso Pesaro, a scaricare il pesce. Ma poco fuori del porto c’era il battellaccio del Sordo, con la vela stanca, la prora volta alla spiaggia. Il Sordo aveva passato la notte fuori, contro l’ordinanza del capitano di porto, e ora voleva rientrare. Si udivano i colpi regolari dei remi entro gli scalmi; ma la voga era così fiacca, che il legno, che prendeva una bava di vento da terra, stava fermo. Da più di un’ora il Sordo vogava, e la sua vecchia carcassa si curvava in avanti, per risollevarsi, e ricadere sulle lunghe ali pesanti del battellaccio immobile. Di quando in quando giungeva la voce: Oooh! Oooooh! Chiamava che venisse qualcuno a rimorchiarlo. Il suo pareva il richiamo d’un naufrago abbandonato, lungo e monotono, paziente, d’un sordo che tentasse con la voce di scuotere dei sordi.
Nessuno gli badava, chè ancora non c’era nessuno sulle calate. Le case dei pescatori, lungo il canale, erano chiuse; i barchetti legati da prora e da poppa, dormivano con le vele ammainate, in una quiete così stanca, che quasi faceva tornare la voglia del sonno.
Più tardi cominciarono a giungere gli uomini, e anche i ragazzi. Con le camisacce di rigatino, i maglioni di lana aderenti al petto come corazze, le camicie di colore aperte sotto la gola, i piedi scalzi, quasi camminassero ancora sul pavimento delle loro camere, fra l’ampio letto in cui dormono le spose, e i materassi, per terra, su cui i figlioli si ammucchiano nell’aria greve.
Si mettono le scarpe nei giorni di festa, ma sulle coperte dei loro trabaccoli piantano i pollici grossi e nocchiuti, le dita che prendono le corde come quelle di una mano e le stringono, i calcagni che hanno la cotenna e fanno il tonfo sul legno asciutto e sonoro delle barche.
Cominciavano a venire giù i paroni e i morea, gli uomini di fatica e di timone; alcuni vestiti come operai che vanno alla fabbrica, senza nessuna di quelle caratteristiche pittoresche che hanno i marinai nell’immaginazione della gente di terra che non li ha mai osservati.
Parevano ancora pieni di sonno, quasi corrucciati dal vino bevuto il giorno innanzi in occasione della festa. Le ciglia penavano a svincolarsi dall’accapatura; le facce erano dure; un non so che di lento e meccanico, di abitudinario era nel loro passo e in tutti i loro atti.
Scendevano nelle barche, passavano dall’una all’altra, scavalcando i loro bordi che si toccavano; si calavano nei boccaporti per riporre il fagotto del pane e la bottiglia di acqua o di vino che portavano con sè.
Poi, man mano che gli equipaggi si completavano, cominciavano le manovre per uscire; le prime barche calavano le vele, aprivano le ali colorate al sole che veniva su dal mare, rosso lanternone rotondo razzante come la luna di prima sera.
E a poco a poco, col moversi delle barche, si scioglievano anche le lingue in bocca, s’udivano i comandi, gente correva ai bordi, sulle coperte, s’arrampicava agli alberi, si chinava a far nodi con le funi; lentava le gomene, le borine, le scotte, tra un dirugginìo di carrucole, e uno sbattere ancora lento di pennoni contro i legni, e uno schioccare di velature, chè il vento, verso la bocca del canale, cominciava a tirare e fioriva le acque di una marezzatura verde.
Erano le parole della manovra, i consueti suoni di ogni mattino; ogni qual volta la flottiglia peschereccia usciva sul mare tranquillo si ripetevano, uguali. Nei giorni di maretta erano diversi.
E così dopo gli altri, quasi ultimo nella fila del branco “Il Risorgimento” uscì anche esso: con Guideo, ritto alla barra; il grande alto Guideo, che pareva un colosso sulla piccola imbarcazione.
* * *
Ora le barche sembravano una schiera di farfalle sciamanti.
Apparivano le mura della città, di lontano, gli alti bastioni malatestiani, il mastio della fortezza, dove ora sono le celle pei carcerati: il camino della filanda; le casette lungo i viali dello stabilimento; e le strisce lunghe dello spiaggione verso Pesaro da una parte, verso Marotta dall’altra. Sopra la città parevano pendere i monti: Monte Giove, con l’eremo dei Camaldolesi deserto; e quando fummo più al largo avvistammo le forche di Cagli, il passo dei Romani, di dove giunge la Flaminia, che sbocca sul mare in quel punto per piegare a sinistra su verso Rimini e le antiche Gallie. Poi la doppia gobba del Catria e il Carpegna.
* * *
Eravamo a otto o nove passi d’acqua, e Guideo s’era seduto accanto alla barra; gli altri calati sotto, s’erano buttati sugli strapunti, in attesa di essere chiamati su per gittare la rete.
— Ecco, fu qui, disse Guideo. L’altra notte ci trovammo con le navi austriache in mezzo a noialtri. Era buio, credevamo fossero i nostri, e ci avvicinammo per vedere. Ce ne siamo accorti dopo, che erano loro; parlavano italiano e ci hanno chiesto se l’acque davanti a Fano erano minate. Che Dio li fulmini, venivano proprio a domandarlo a noi! Ho risposto io: “Noi non sappiamo niente”. E quelli hanno continuato ad avvicinarsi alla costa. C’era il barchetto del Grosso, davanti a loro, gli hanno detto: “Fatevi in là che dobbiamo tirare sui ponti”. Si vedevano i cannonieri ai pezzi, e si sentì _buumm_, _buumm_. Che tiratori sono? Lo vede il ponte sul Metauro? È lungo, no? Ci avessero cacciato un colpo! Fossero stati i nostri: lo vedeva il bersaglio, dove andava finire! Ma quelli! E dopo andarono davanti a Pesaro, che anzi i pesaresi, sentendo le cannonate dalla parte di Fano, erano andati giù allo stabilimento e alla spiaggia, per vedere lo spettacolo, e quando videro le navi venire, via tutti a corsa, chi a chiudersi nelle cantine, chi a prendere la campagna. E _buumm_ _buumm_ anche su loro, ma non ci sono state disgrazie. Con la ferrovia lì sul mare, non sono stati buoni a romperla! Io dico che fanno per spaventare la gente. Ma da noi c’erano le mura piene di uomini e di donne e di ragazzi che guardavano coi cannocchiali!
Sempre sulle mura sono gli osservatori, i padroni delle barche, i pescivendoli, gli sfaccendati, i quali coi gomiti appoggiati al muricciolo, cercano sul mare le imbarcazioni: le conoscono a una a una, ai colori della velatura, sanno vita e miracoli di ogni equipaggio, affari di famiglia, gli amori, i fidanzamenti, i matrimoni, le disgrazie, i guadagni, tutto sanno. E là su in alto chiacchierano come i vecchioni di Ilio, mentre le paranze arano il mare, e combattono con le onde e con il vento.
— Adesso — riprende Guideo — è venuto l’ordine di non più star fuori la notte: si esce all’alba e si rientra al calare del sole.
— Guideo, un sigaro?
Ringraziò, prese il sigaro, lo ripose nella tasca della giacchetta.
— Lo fumo dopo colazione. Adesso salpiamo.
E diede la voce a quelli che erano sotto.
Recarono su la sfogliara, legarono con la sciagola il fondo del sacco, e messo il timone all’orza, gittarono in acqua le maglie, a bracciate.
Si vide la rete nera stendersi, allungarsi, nuotare a guisa di pesce, con la larga bocca triangolare spalancata, con la coda guizzante, e man mano che le si dava la corda dilungava da noi, e affondava nell’acqua chiara. Finchè non se ne vide che l’ombra, poi più nulla: la fune fu lasciata correre fuori del bordo e _Il Risorgimento_ riprese l’andatura sua tranquilla, sotto il vento che rinforzava.
Anche gli altri avevano gittato la rete, e la flottiglia sparsa sul mare procedeva più lenta. Ora i battelli sarchiavano il fondo del mare.
* * *
Tutti gli uomini tornarono sotto, fuori che Andrea e Remigio. Remigio aveva preso il posto di Guideo, alla barra, e parlava della guerra.
Aveva avuto un nipote sull’_Amalfi_, che s’era salvato a nuoto, e adesso l’avevano mandato al fronte sull’Isonzo, con le batterie di marina. Dopo l’affondamento dell’incrociatore, Remigio aveva avuto una lettera dal nipote, in cui diceva che la vita era salva. Ma un altro di Fano, che aveva un figlio sulla nave, era andato a Venezia ed era tornato recando le notizie dei compaesani e i saluti alle famiglie. Tutti stavano bene.
Parlava della guerra con la calma di un uomo di mare, che quasi non conosce il valore del tempo, che sa attendere, che non ha fretta. Parlava della guerra come un povero uomo del popolo, che sa di non capir nulla delle cose che si fanno tanto lontano da lui. Non era mai stato soldato sulle nostre navi; ma aveva sotto le armi una quantità di nipoti e di figli, che gli avevano lasciato in custodia le loro famiglie.
— Quanti anni avete, Remigio?
— Ho cinquantott’anni sulla vita mia, e un mucchio di ragazzi da mantenere. Quello è uno, vede? È il figlio di una mia figlia. Gli fa male il mare.
Il ragazzo stava accucciato sulle tavole, con la faccia sugli avambracci, a pancia sotto, e non si moveva: come fosse inchiodato nel sonno.
— I guadagni son pochi: e mangiare bisogna mangiare. Finchè c’è la salute, si va avanti, ma babbo ha da pensare a tutti.
Il babbo era lui: babbo dei babbi, che aveva cinquantotto anni “sulla vita sua”.
— Con questa vita faticata, li portate bene.
— Si fa adesso un po’ di vita faticata, che siamo pescatori: prima della guerra si navigava. Caricavamo legname. Tutti i porti di là erano nostri: da Monfalcone a Trieste, a Zara, a Corfù. Tante volte ci siamo stati. Adesso s’è disarmata la barca grande e abbiamo preso in cinque questo barchetto, tanto per campare. Ma di giorno si pesca poco; al largo non si può uscire; in capo alla settimana ci spartiamo qualche decina di lire.
Tacque, l’occhio rivolto alla prora. Ci passava dinanzi tagliandoci la strada il barchetto di Sbroccaseppie, vele rosse coi trezzi bianchi. Sulla coperta non c’era che il timoniere: alto, diritto, i gomiti appoggiati alla grossa barra:
— Oooh!
— Oooh!
Si passavano la voce da un legno all’altro, e ognuno continuava pel suo cammino.
Il sole era alto nel cielo; diffondeva sul mare una sonnolenza greve, cullata dallo sciabordare delle onde contro i fianchi neri del legno.
Di sotto le palpebre socchiuse vedevo Andrea che rattoppava la rete della sfogliara piccola: il lungo ago di legno entrava e usciva di tra le maglie colorate in rosso rugginoso.
Verso le undici ci mettemmo contro vento per fare la prima mano. Avevamo pescato una cesta di sfoglie e di roscioli.
Guideo tirò fuori il coltello e preparò il brodetto. S’erano portati con noi due fiaschi di vino e mangiammo con poche parole, all’ombra della maestra.
* * *
Ora Guideo s’era rimesso al timone, mentre il vento rinforzato trascinava il barchetto e le due sfogliare. Gli altri erano scesi a fare la dormita lunga sui ranci di sotto coperta, dopo il pasto. Accanto al pilota era rimasto Remigio, con la pipa in bocca.
E Guideo, messo un po’ su dal vino, canticchiava: Bella Fiume e bel Trieste.
Anche lui conosceva i porti di là dal mare: anzi, lui meglio degli altri, benchè fosse più giovane, ch’era parone. E aveva nella sua cabina la “geografia”.
Voleva dire l’atlante, le carte di navigazione.
C’era stato tante volte di là, presso quelle “ostie di slavi e di tedeschi” con la sua barca vagabonda.
Conosceva i nostri nemici, perchè li aveva veduti sulle calate e nelle osterie, li aveva incontrati per le strade di Trieste e per le isole dalmate. Aveva assistito alle risse fra loro e i nostri.
— Bisogna vincere, adesso, se no sarebbe il caso di non farsi mai più vedere di là!
— È una questione d’onore — dice Remigio.
— A me pare una questione di vita — corresse Guideo. — Se non si vince siamo morti.
— Hanno da morire loro, hanno.
— Questo è sicuro. Ma hanno tutti quei buchi di là, che ci dànno da fare.
— Quali buchi, Guideo?
— I buchi, no? Non è tutta buchi la marina loro? Si nascondono come la grancelle attorno agli scogli. Noi altri abbiamo tutta la marina aperta, ma non fa niente. Verrà il giorno che li cacciamo anche da Pola.
— Se ha da venire! — disse Remigio. — Avessi da andare anch’io, avessi: e poi non m’importerebbe niente andare a fondo, viva la Madonna! Tanto per quattro giorni che s’ha da vivere..... Per correre il pericolo di morire in America, è meglio morire qui!