Racconti di guerra

Part 1

Chapter 13,796 wordsPublic domain

LUIGI AMBROSINI

RACCONTI DI GUERRA

(Maggio 1915 :: Novembre 1916)

TORINO _S. LATTES & C. — Editori_ LIBRAI DELLA REAL CASA FIRENZE — R. BEMPORAD & FIGLIO BOLOGNA — N. ZANICHELLI — 1917

PROPRIETÀ LETTERARIA

Torino 1917 — Stab. Grafico DITTA EREDI BOTTA.

_A mio fratello Giuseppe, combattente._

Dicembre 1916.

FRA GLI “UOMINI ROSSI”

Giugno 1915.

_A Vincenzo Valducci._

Sono andato a cercare la guerra lungo l’Adriatico.

Romagne, Marche, i paesi miei: dove odo parlare dialetti familiari, dove tutto mi è familiare: i volti delle cose, l’animo della gente, i suoni della vita, che s’alzano dalle strade, dai campi e dalle soglie delle case. Ho voluto vedere che c’è di mutato laggiù.

Andando verso il mare, per le basse di Ferrara, contemplavo l’aurora sulle terre distese, pacifiche: i suoi fuochi accesi sui cantieri di grano, sulle foreste scure di canapa; e i pennelli dei pioppi aguzzi nell’aria cilestrina.

Il solito risveglio della campagna di giugno, e tutto era come sempre: i canali, i cascinali, le aie, i pagliai, i maceri, i fossi, le siepi, e quell’indescrivibile folto della vegetazione che in giugno copre la terra come d’un peso.

Il panno turchino d’un territoriale che vigila un ponte con l’alta baionetta inastata sul lungo fucile, non muta il senso del paesaggio.

L’occhio è tranquillo, non coglie nulla di insolito: vede le vie frequentate, i carrettini fermi dinanzi alle sbarre dei passaggi a livello, le contadine scalze che hanno posato il paniere sul margine della strada e infilano e calze e scarpe prima d’entrare in città.

Dove è la guerra? Io ne cerco i segni con l’occhio in torno.

Quella mandria di bovi disciolti, che alcuni uomini cacciano a colpi di randello entro lo steccato della stazione; quel carname ossuto e grigio che vien dalla strada in una nuvola di polvere, fa pensare a qualche lontano mattatoio militare. È il rancio dei nostri soldati.

Ma nei giorni di mercato non si assiste anche allora allo stesso spettacolo?

E l’occhio fugge sui campi.

Miracolosa pianura ferrarese, non sei tu uno dei volti santi della patria, che esce stamattina più bello e più fresco di sotto la risciacquata della notte? Terra nostra, nostra scoperta e fatica, bene nostro e passione, terra redenta; non qui si combatte: (qui si lavora, e già guizzano le prime falci nel grano, e s’alza dinanzi a una casa il fumo della trebbiatrice) ma quanti dei tuoi uomini, dei giovani, sono ora lontani; e non falciarono quest’anno l’erba nei medicai e non zapparono, a primavera, la terra, e non mieteranno e non legheranno i covoni, non alzeranno la bica, i tuoi ardenti, riottosi giovani?

Ogni campo, ogni cascinale, ha dato almeno un uomo, un soldato. Si sono “vestiti”, sono andati.

Li ho veduti con gli altri, lassù: con le decine di migliaia che entrano in guerra.

* * *

Mi torna alla memoria un mattino del recente maggio, in una cameretta d’albergo a San Giorgio di Nogaro.

Fuori, per la strada, un improvviso rotolio di carri.

Dagli spiragli delle imposte filtravano nella penombra gocce azzurre di luce. Traversata da un raggio di sole, una fenditura del legno bruciava come un focherello rosso.

Spalancata la finestra, uno sbuffo di polvere, che rigonfiava su bianca dalla strada, sbattè contro il davanzale. Passava al trotto una colonna di artiglieria da campagna. Conducenti con le fruste nel pugno, inforcati sulle selle; pariglie di cavalli alti e grossi fra le lunghe tirelle di corda; serventi abbrancati agli appoggi; cassoni affardellati, moschetti chiusi entro buste di cuoio, badili agganciati agli uncini fissi sotto l’asse delle ruote: tutto chiazzato di polvere: affusti, pezzi, sacchi, casse, finimenti, briglie. Certi volti mandavano di tra le ciglia e i baffi imbiancati uno sguardo indefinibile, strano: gli occhi ridevano come sotto una maschera.

La prima maschera della guerra.

E andavano.

E tutto il giorno passarono veicoli dietro veicoli, cavalli, uomini, serrati come pezzi di un’enorme fragorosa catena, di cui non si vedeva più nè il principio nè la fine.

La campagna brulicava come un formicaio. Campi, prati pareva che buttassero su dai fossi e dai solchi uomini, carriaggi, quadrupedi. Ne apparivano oltre le siepi, sui mucchi di ghiaia, sulle aie delle masserie, oltre le cancellate dei parchi, sotto i verdi ombrelli degli ippocastani, all’imboccatura dei paesi, entro le casupole e le ville, ai balconi, nelle strombature delle finestre, sotto l’arco dei portoni, fra i tavoloni delle osterie, nei cortili dei municipi, nelle aule e nelle palestre delle scuole, sulle soglie delle farmacie, lungo i viali pubblici, nelle spianate dei giochi di bocce. Uomini seduti sugli zaini, sui paracarri, sulla polvere, che attendevano il segnale della partenza; staffette a cavallo, in bicicletta, in motocicletta che prendevano le voltate di volata; automobili che portavano ufficiali; colonne di autocarri pesanti, schiaccianti, che avanzavano l’un dietro l’altro come carrozzoni d’un treno; reggimenti di fanteria, interminabili; pattuglie di carabinieri, ambulanze della Croce Rossa, carrozzini requisiti, guidati da un ufficiale, plaustri carichi di balle di paglia e di fieno, guidati da placidi bovari, trainati da coppie di buoi bassotti e rossicci, dalle corna ritorte, quasi ribattute sulla cervice paziente.

La gran macchina è tutta in movimento, lassù, sulla campagna friulana, rigonfia anch’essa di vegetazione.

Ogni tratto, lungo le belle strade, è un intoppo di truppe e di carriaggi: fanteria, artiglieria, automobilisti. Una fila di autocarri, carichi di provvigioni viene a grande velocità; la massicciata tremola come scossa da un terremoto. Sotto i cuffioni grigi, i conducenti attaccati duramente al volante, son tutti bianchi, irriconoscibili sotto gli occhiali. Alcuni hanno bendata la bocca e le guancie con un fazzoletto annodato sulla nuca, come feriti chiusi in un bendaggio.

Più oltre una colonna di fanteria costringe a un’attesa di mezz’ora. È un reggimento che viene chi sa di dove. Ha fatto tre giorni di ferrovia, è in marcia da quarantotto ore. Ufficiali a cavallo e in calesse, soldati e soldati, zaini, coperte, fucili accatastati su alcune carrette meridionali, dalle altissime ruote snelle, istoriate a vivi colori, trainate da splendidi cavallini trottatori, pieni di brio, nervosi, ogni tanto inalberati.

Camminano, avanzano, nella prima estate, nella polvere, nel sole, nella prima enorme gioia della guerra. La quale comincia sempre come un’avventura.

Dove vanno, non sanno; verso il nuovo, verso l’ignoto.

Ciascuno muove un passo dietro l’altro, la schiena del compagno limita la vista dinanzi, e dà all’occhio un po’ di refrigerio, presta alla pupilla quasi un punto d’appoggio monotono, ma riposante. Per ore e ore non si vedono che zaini barellanti e scarpe che affondano nella polvere. Passano per paesi non mai veduti, dei quali l’unico ricordo che rimarrà sarà quello di una fontana a cui si è riempita la borraccia, o d’una finestra da cui sono piovuti dei fiori, o d’una rivendita dove si è riusciti a trovare un pacco di sigarette. È la marcia rude, possente e faticosa, ma allegra; è l’avanzata polverulenta e sudata, ma piena di tutte le forze fresche, intatte.

Gli uomini che avanzano pensano molte volte di essere alla vigilia imminente della lotta; e non vedranno il fuoco che fra una settimana, fra un mese. Altre volte camminano tranquilli e spensierati, quasi si trattasse di una marcia in tempo di pace, poichè intorno a loro tutto è tranquillo; i paesi che traversano sono festanti. Al passaggio delle truppe sbucano di tra le siepi frotte di ragazzi che protendono le bandierine. Le donne che sarchiano nei campi di granoturco hanno il tricolore al petto o tra i capelli.

Una primavera di cuori brilla nel mezzo della primavera eterna dei campi e dei prati. Le corolle rosse dei papaveri, fanno nuvola entro la verde marea dei grani, distesi tra gli striscioni candidi delle strade.

È il primo momento lieto della guerra: l’aria libera le strade percorse in comune, come in una passeggiata, in una ubriacatura di campagna; i pasti all’aperto, l’ombra delle siepi, l’acqua fresca delle fontane, i canti, l’impreveduto, il nuovo... E sopratutto la fidanza che si fa nella compagnia di tanti, nella forza di centinaia e migliaia di petti, nelle armi nuove e pulite, in quell’abbondanza strepitosa di ogni cosa, di salmerie e di macchine, che sono al servizio di ognuno e di tutti, sono per tutti, di tutti. L’uomo si sente unito, difeso: è spensierato, è sicuro, è lieto. Va innanzi e non dubita, non teme, non può temere.

Il rombo del cannone si ode e non si ode, a seconda del vento e dell’aria. È una voce diversa, che ora si sprigiona dalla terra, come un boato; ora viene dalle nuvole come un brontolio di tuono. Parla un linguaggio che ancora i soldati non conoscono.

* * *

Lassù sono anche i tuoi figli, o Romagna. Braccianti e contadini, “gialli” e “rossi” di ieri, quelli della repubblica e quelli del socialismo, si sono “vestiti” a migliaia, cavalleggeri, artiglieri, bersaglieri, fanti.

Come prima avevano il garofano rosso all’occhiello, la cravatta spampanata sul petto, il fazzoletto nero al collo, ora hanno il grigio-verde, le penne sul cappello, il fez sanguigno, col fiocco che sbatte sulle spalle; hanno i cuscinetti della sella e il maremmano fra le cosce; vanno seduti sui cassoni dell’artiglieria anzi che sui loro carri; portano lo zaino anzi che il sacco di grano, il fucile anzi che la rivoltella, la baionetta in vece del coltello. Dalle pancacce delle osterie sono passati alle caserme, dalle Camere del lavoro alle tende, e alle trincee. Dagli scioperi alla guerra.

Senza soluzione profonda di continuità. I generosi combatteranno da generosi. Chi ha sempre bagnato la terra di sudore, ora la tingerà di sangue. Ignoti, i più, domani, nel sacrificio e nella morte, come erano ieri, quando lavoravano su questi solchi e rissavano per la politica, e ognuno teneva fede allo straccio della propria bandiera, ognuno era per il suo Circoletto, o pel partito, e aveva il suo inno, e la sua Idea.

Nello squadrone e nel battaglione, come in mezzo a compagni di un lavoro e di un rischio comune. Difenderanno nell’ufficiale e nel compagno se stessi, il proprio onore, l’amor proprio, l’istinto romagnolo di superiorità nel coraggio; il profondo bisogno di essere bravi, di imporsi, di vincere.

Dinanzi alla guerra che non è più un’opinione, ma un fatto, una realtà, i fermenti di contrasto, di lotta, ribolliranno, tutti insieme, contro il nemico. Ieri questi era il padrone, era per il “rosso” il capo dei “gialli” e per il “giallo” il capo dei “rossi”; oggi il nemico è uno per tutti: contro il quale si marcia in massa.

O non dicevano che la “settimana rossa” era stata come una prova della rivoluzione generale?

La rivoluzione ora è la guerra.

* * *

A Ferrara avevo voglia di vedere, in pace, un po’ di cavalleria. Un amico maggiore in uno dei più bei reggimenti nostri mi aveva scritto, pochi giorni prima, se mai fossi passato di là, di soffermarmi. Volentieri avrei cavalcato accanto ai suoi uomini, in uno di questi stupendi mattini; li avrei volentieri accompagnati per un tratto di strada, se fossero partiti verso le terre del Friuli.

Bisognerebbe, del resto, fare la guerra per poterla raccontare.

Il cortile della caserma era deserto. Un soldato in zoccoli, scamiciato, lavava panni in un vascone. Nel maneggio scoperto un giovinotto di Cesena, coi panni borghesi, dava l’esame davanti a due ufficiali. Montava un sauro e non sapeva cavalcare. Dava l’esame pro forma, per essere ammesso come veterinario. Gomiti larghi, redini tirate, testa e corpo che pendevano sul collo del cavallo, saltarellava sulla sella. Quando scavalcò con un tonfo pesante, lo salutai, mi sorrise, sorridevano sotto i baffi anche gli ufficiali.

Nelle scuderie non erano più che pochi cavalli infermi, malandati: _Causidico_, _Tripoli_, _Rataplan_. Conducevano fuori un morello ossuto, magro, l’occhio spento, gli orecchi abbassati, due infossature profonde sopra le ciglia. Un soldato lo teneva alla cavezza, un altro, in farsetto, con la camicia rilevata sui gomiti, gli cacciava il bolo giù nella gola.

E la sua aria sfinita faceva pensare, per contrasto, alle centinaia e migliaia di suoi compagni, a quei cavallini leggeri e brillanti, fatti per le cariche strepitose, per le volate folli sulle reni del nemico in fuga.

I bei galoppi radenti, calmi ed elastici che io aveva intravveduti pochi giorni innanzi su per le campagne venete! Cavalli dissellati, alle tappe, che facevano l’abbeverata al tramonto; cavalli legati alle corde sopra un prato, che ringhiavano e si calciavano, facendo accorrere i soldati; quelli erano in guerra. _Causidico_ non li avrebbe forse riveduti mai.

* * *

Nel pomeriggio, mentre girellavo per le vie di Ferrara, lunghe, solitarie, fra i palazzi e i muri dei parchi e le case, m’imbatto in un amico in divisa di volontario ciclista. Ripartiva la sera stessa con due compagni per raggiungere il suo plotoncino.

— Vieni con noi. S’arriva a mezzanotte, dormi sulla paglia; domani andiamo al mare, forse in pineta.

Raccapezzammo una bicicletta e con le prime ombre si partì — gergo sportivo — in fila indiana.

Erano di Faenza, tutti tre giovani. L’amico mio studente di secondo anno di liceo. L’altro, studente in legge alla Università di Bologna. Il terzo un popolano, di quelli della repubblica.

Andando, era lui che parlava sempre. Noi gli facevamo eco con monosillabi, con esclamazioni, che più e più gli scioglievano lo scilinguagnolo.

Narrava le proprie gesta di interventista, in una città che era stata delle più avverse alla guerra. Lui e pochi compagni di partito avevano per alcuni giorni tenuto testa alle schiere avversarie, affrontato coi bastoni frotte di contadini che venivano in città per bravare, e per imporsi. Una notte s’era sentito scoppiare un colpo d’arma da fuoco a bruciapelo. Tornato a casa il repubblicano s’era accorto d’avere la giacchetta sforacchiata dai pallini. Non girava più che col coltello in tasca. Ce l’aveva ancora, lo tirò fuori, ce lo fece vedere. L’avrebbe portato in guerra, per adoperarlo.

— Non ti basta la baionetta?

— La baionetta ha bisogno di più leva, — spiegò. — Il coltello basta, a maneggiarlo, la mano, il braccio. È più pratico, lavora meglio.

Gli ricordai che i Bavaresi partono per la guerra col coltello da caccia nella tromba degli stivali.

Sapeva. Era stato a lungo in Germania, a lavorare. Rimasticava un po’ di tedesco. E cominciò a narrare certe sue avventure nelle osterie del Baden. Una volta aveva difeso una donna da un branco di ubbriachi, che volevano buttarla sul tavolaccio dell’osteria. La polizia era accorsa, non gli avevano fatto niente. Del resto lui avrebbe “fatto la barba” a tutti.

Parlava e correva, impostato sulla macchina con una rigidità un po’ pesante, di uomo di fatica. Spalle strette, gambe arcuate, s’era tolto il berretto, andava con la testa al vento, battendoci la strada. Anche quello di marciare in testa a noi più giovani, e più elastici, era un bisogno istintivo. Essere il primo, andare avanti. C’era dell’ambizione irriflessa, o c’era, forse, e sopratutto della bontà, dell’accondiscendenza. Ci batteva il passo, ci trenava. In compagnia di tre “signori”, lui popolano, faceva la fatica grossa.

E non badava a nulla; non si curava della mirabile notte, cupa tutto attorno a noi. Non lo interessava che il fatto proprio, la sua persona. Era un romagnolo schietto, del popolo, di quelli che sotto il papa avrebbero insanguinato il proprio rione. Un’anima di settario spericolato, iscritto al gruppo repubblicano, e che adesso faceva il volontario insieme coi signori monarchici e nazionalisti.

* * *

Il cielo era tutto uno stellato. Non vidi mai tanto sperpero di lumi in cielo. La cupola d’aria sul nostro capo ardeva di fiammoline. Era una luminaria intensa, immensa: un incendio. E il fuoco celeste più risaltava sul nero fondo della campagna.

A mezzanotte eravamo in mezzo alle paludi. Ci batteva il fresco sulla faccia. Si udivano le rane gracidare nei pantani, garrule, querule, innumerevoli. Come si andava, sempre ce n’era alla nostra destra e alla nostra sinistra. Pareva sonassero le nacchere: strepitavano nei notturni tripudii.

Giungemmo a Mandriole con le ginocchia fiaccate. Si respira male in mezzo alla malaria: canali, fossati, alti argini, velati da una nebbiolina maligna, che punge le ossa. C’era un freddo di notte d’inverno.

S’udiva a intervalli il rumore del mare vicino.

Ed ecco giungemmo all’accantonamento. Sul ponticello, alla cancellata, oltre la quale s’intravedeva una casa, la sentinella col bavero rialzato, la mantellina avvoltolata intorno alle spalle, il naso dentro le pieghe.

Ci domandò se per la strada non avessimo incontrato nessuno.

— Neanche un cane; chi ci ha da essere a quest’ora?

— S’è sentito rumore, fuori. Il tenente ha mandato due dei nostri a fare un giro. Hanno da essere là dietro.

Rovesciammo le macchine sul prato, ci mettemmo alla ricerca di quei due.

— Chi va là?

— Volontari. Sei tu, Balanti?

— Oh!

Vennero avanti due fucili, due ombre.

— Che c’è?

— Pareva che qualcuno strisciasse. Siamo andati; era una scrofa rimasta fuori.

Ridemmo.

— Venite dentro?

— Andiamo ancora fino al sasso di Anita, per sicurezza.

— Noi si va a dormire. Buona guardia.

— Buona notte.

* * *

Eravamo nel buio più fitto. Mi fermai sulla soglia, che qualcuno facesse un po’ di chiaro.

Si udiva russare. Il repubblicano gridò:

— Ui, Facanapa!

Lo conoscevano al rumore come alla voce, i compagni. Ma Facanapa continuò a russare.

Altri si svegliò:

— Chi è?

— _Cut ciapa un azidént; azénd la lom!_ (Che ti pigli un accidente, accendi il lume).

— _Spèta._ (Aspetta).

Si udì lo stropiccio d’un fiammifero, una fiammolina illuminò l’interno.

Eravamo in una stalla. Paglia per terra e corpi distesi, l’uno accanto all’altro, vestiti. Non si vedevano neanche i volti, coperti per le zanzare.

S’appicciò una lanterna.

Dormivano con le teste sugli zaini, e sulle coperte arrotolate. Si scoprivano, man mano che si parlava.

Il repubblicano era un disturbatore chiassoso, voleva rompere il sonno a tutti. Le imprecazioni fioccavano, quelle materiali imprecazioni della gente di Romagna, che non si possono ripetere, nè tradurre in eloquenza urbana.

— Un po’ di largo, ragazzi, c’è un borghese.

S’alzavano sui gomiti a guardare il borghese... Chi è, chi non è? “Un giurnalesta”.

Il repubblicano mi cercava un posto, calciava sui renitenti, perchè si stringessero. Mi proteggeva. Volle a forza che accettassi la sua coperta, la mantellina.

Mi misi lì, dove voleva lui.

O dolce ristoro di una cuccia di paglia, dolce riposo...

Ma sì! Si continuava a chiacchierare forte. Facanapa s’era svegliato, e malediceva i nuovi venuti. S’aveva da alzare alle tre per montare la guardia. Peggio! Adesso lo bersagliavano tutti di motti feroci.

— Dormirai quando tornerai a casa, Facanapa.

E gli parlavano della morosa che aveva lasciata a Faenza, e gli insinuavano tutti i sospetti.

— _Adess ben clat met al còran!_ (Adesso sì ti mette le corna!).

E il discorso cadde sulle donne. Si parlava di quelle poverette rimaste a casa a languire. Tutti i giovani erano partiti. Come avrebbero fatto la sera a andare a spasso sulle rive del Lamone, sole, sole!

— _Adess e basta, burdell!_ (Adesso basta, ragazzi). _Spegni mo la lom!_

Un soffio; si spense il lume. Ma i dialoghi continuavano. E cominciarono le zanzare. Bisognava fasciarsi la faccia con la mantellina, ma le zanzare s’infiltravano con quel sibilo metallico che fa tanto dispetto.

Altri erano entrati, nel frattempo, che venivano dalla spiaggia, dove avevano montato la guardia, verso il semaforo. Qualcun altro si alzò. La punta dell’alba luceva alla finestra. La porta era aperta, entrava il freddo. Allora mi alzai anch’io, e uscii fuori.

Eravamo sugli argini del Reno. Era un mattino incantato di giugno e di luce fiorita. Nel freddo ancora intenso venivano lungo la strada i primi mietitori, in bicicletta.

S’era di fianco a un immenso cantiere di grano, che il sole tingeva di giallo. Pareva un mare d’oro. E di fronte a quello sfondo puro, come una figurina nel mezzo di un quadro, veniva avanti a piedi, una _burdèla_ (una ragazza).

Poteva avere quindici anni, scalza, un grembiule rosso che le lasciava nudi i polpacci bronzini, bionda, sana, ridente. Camminava a piccoli passi, col seno erto, duro, la gola scoperta e liscia, tutta trionfante.

Cercava qualcuno lontano, in mezzo al cantiere, dove già si vedevano i gruppi di mietitori. Si soffermò a guardare intensamente. Poi calò giù per l’argine, fu in mezzo alle spiche, avanzò, rossa, fra tutto quell’oro, affondò a poco a poco, lontana, come un’allodola.

* * *

Andavamo al mare. E a me ora pareva di reggere sulla spalla il fucile del volontario che m’accompagnava: tanto mi sentivo una cosa sola con lui e con la sua persona e la sua sorte. Avevo indosso i suoi panni e il peso dello zaino e della coperta. Ero come la sua ombra, che lo seguiva, mobile lungo il sentiero. Mai non ho sentito dentro di me farmisi più leggera l’anima.

E saliti che fummo sugli alti argini del Reno, vedemmo davanti a noi, verso la foce del fiume, prima ancora che il mare, la luce riflessa del mare. Il mare brillava nell’aria, laggiù; c’era non so che di aperto e spazioso dinanzi a noi; raggiavano le acque al limite non lontano. Ma come s’ode il respiro di persona dormente, e la persona non si vede, così sentivamo la spiaggia vicina, senza che ne apparisse più che la luce diffusa nel cielo.

Frusciavano erbe e cespugli sotto le nostre scarpe, e fummo presto inzuppati di guazza fino al ginocchio. Pagnotte di fango ci si incollavano sotto le suola, si camminava quasi a quattro gambe, con quattro schiocchi ogni passo. E più andavamo e più si faceva liscio il pastone di creta, e sempre più elastico. Veniva il desiderio di sciogliersi i piedi, nudarsi la caviglia e camminare scalzi.

— Guardi se non sembra un pavimento di mattonelle.

Difatto la creta era tutta spaccata, a figure regolari, geometriche: triangoli, losanghe, quadrati, che componevano insieme un unico disegno. Solo dove il terreno mancava, ivi l’acqua delle piogge aveva formato altrettante pozze, più o meno torbide, dai cui orli si vedevano fuggire con un guizzo le lucertole, e nascondersi sotto i cespugli di rosa macchia e di rovo con la puntolina della coda inalberata.

Più oltre, ogni traccia di sentiero si perdeva sulla landa sabbiosa, allagata a vasti tratti dalle piogge dei giorni innanzi. S’affondava fino alla caviglia: bisognava cercarsi la via con precauzione, soffermarsi ogni tratto, rifare il cammino a destra o a sinistra, cercare la via del mare, fidandosi alla direzione del vento. Eravamo fra gli allagamenti e i monticelli di sabbia, quasi nel mezzo d’una penisola, in un braccio di terra, tra il fiume e le fosse. Vedevamo alla nostra destra le vele colore d’ocra d’una barca nascosta sotto la linea del verde, e nulla era più strano di quella apparizione d’un due alberi da pescatori in pieno orizzonte di terra.

— Imagini, di notte, quello che ci succede qui, quando andiamo a montare la sentinella sulla spiaggia! Le guardie di finanza, tanto tanto, sono pratiche e se la cavano. Noi si perde quasi sempre la strada. Si gira a tondo per dei quarti d’ora, ci si perde, bisogna fermarsi, darsi la voce, procedere a tentoni, e si va dentro nelle mote con gli stinchi.

— Ecco il mare.

Di su la cima d’un monticello ce lo scoprimmo davanti, ce lo vedemmo ai piedi, lustro e fresco, della più turchina acqua. Anche il mare ha i suoi mattini di primavera, una tenerezza di colore d’erbe novelle, sulla quale par che si possa posare il piede per camminare. Ci accoccolammo sulla sabbia sottile.

* * *

— Stanotte, nulla di nuovo?