Part 9
Non mi provo nemmeno a descrivere la letizia di quei due innamorati. La felicità, fu già osservato, è così rara che l’uomo per descriverla, ha inventato poche parole soltanto; laddove i contrassegni dell’idea del dolore occupano parecchie colonne nei vocabolari di tutte le lingue del mondo. Federigo e Rina lontani dal mondo, si ridicevano ogni giorno le stesse cose, ogni giorno le ascoltavano collo stesso piacere. Erano allegri? Godevano apertamente della loro allegrezza; veniva l’ora della malinconia? Piangevano insieme. Di che piangevano? Di nulla. Che trovavano nel pianto? Tutto. Federigo avviava sempre il discorso parlando delle memorie di Rina, delle sue consuetudini, dei suoi desiderii; l’istinto gl’insegnava che per arrivare al cuore di una donna bisogna discorrere non di sè, ma di lei.
Il Duca Esmeraldi, sebbene possedesse ville e poderi, non poteva soffrire la campagna e non aveva condotto quasi mai la pupilla fuori di Firenze; alle Poggiola sappiamo che vita menasse Rina, con che animo ci stesse. La vita dei campi era dunque per lei una cosa nuova; e difatti correva, batteva le mani, si stupiva di ogni cosa con ingenuità infantile; sorrideva ai fiori ed al sole, alle lucciole che brillavano tra le siepi, alle stelle che scintillavano nel cielo.
Ignorava i nomi di ogni pianta e di ogni albero; smaniosa di impararli presto si confondeva in guisa da far venire i bordoni a un orticultore; appena si fu raccapezzata, cominciò a scherzare sulla passata ignoranza e a dare lezioni di botanica a Federigo.
Un giorno passeggiando nell’orto della villetta colse un fiore di margherita.
— Lo sai che cosa è questa, Federigo?
— Dio mio! è vero che non ho studiato scienze naturali, ma fin qui ci arrivo anch’io. È una margherita.
— No.
— È vero, come è vero che tu sei bella.
E, perchè Rina non dubitasse, confortò la comparazione di un lungo bacio.
— Andiamo, Federigo.... se ci vedessero....
— E poi?
— E poi così non si ragiona. Questa è una margherita, grazie, tutti lo sanno; ma è anche un’altra cosa.
— Che cosa?
— È un’indovina.
— E che cosa indovina?...
— Ora sentirai. _Il m’aime, un peu_....
— No, Rina, lascia andare. Che bell’abilità! Senti, se dice di sì indovina quello che sai; se dice di no, si fa canzonare.
— _Il m’aime, un peu_....
— Andiamo via, Rina, sei pur bimba qualche volta.
— Ma, Federigo, mi pigli per così stupida da credere a queste scioccherie?
— Ma perchè le fai?
— Ma lasciami fare....
— No, ho detto di no....
— Ti prego, Federigo, sii buono... lasciami fare; tanto deve dir di sì, se è indovina, non è vero?
— Ma... crederei.
E Rina sfogliò sorridendo la margherita sino alla fine. L’oracolo risposo _point du tout_.
Rina trattenne nelle mani il fiore spogliato dei suoi poveri petali; lo guardò, lo riguardò, poi lo lasciò cadere in terra e dette in uno scoppio di pianto.
— Ma, Rina, è possibile che tu pianga per queste cose? Ma via, son fanciullaggini; lo hai pur detto tu che sono scioccherie.
— Sì, sì... lo so... ma intanto... È la prima volta che lo faccio, sai?
— Pare incredibile! hai tanto ingegno, e delle volte ti pigliano certi pregiudizi....
Federigo si dimostrava, qual era, molto giovane. È lecito non credere a Dio; ma come non metter fede ne’ tavolini che girano, ne’ malefizi del sale versato sulla tovaglia e ne’ vaticinii di una margherita?
— Sì... e se fosse vero? — domandò Rina rasserenandosi.
— Se fosse vero, la margherita avrebbe ragione, ma siccome non è.... Vedi, Rina, dicono che la natura ha fatto tutto bene.... io ci ho i miei dubbi.
— Perchè?
— Perchè avrebbe dovuto dare a quel fiore una foglia di meno....
— E allora avrebbe risposto?...
— _Passionnement_ — conchiuse Federigo, e per non far la conchiusione diversa dalle premesse attirò Rina tra le braccia e le coprì la fronte di baci.
E Rina svincolandosi da lui:
— Me l’ha fatto proprio per dispetto!
— O per vendetta, — soggiunse Federigo raccogliendo il fiore, e mostrandolo mal ridotto come era: — Sfido! L’hai rovinato così.
Rina sorrise; prese la mano di Federigo, gliela strinse forte e così uniti andarono a correre per i campi.
Era di primavera; intorno a que’ due amanti gioiva l’imene universale, quell’amore salutavano per la terra e per l’aria altri amori d’insetti e d’uccelli. Da ogni fronda s’ergeva un cantico, ogni filo di erba era un letto nuziale.
. . . . . . .
La sera Rina sonava un po’ sopra un vecchio pianoforte; una _mazurka_ dello Chopin, studiata da lei per la prima volta il giorno che s’imbattè al Poggio in Federigo, poneva fine tutte le sere all’accademia.
— È il nostro inno reale! — diceva Rina sorridendo.
Cessata la musica, veniva l’ora della poesia. Federigo leggeva a voce alta qualche squarcio del Leopardi, dello Shelley, del De Musset; Rina (guardate un po’ che gusti!) sarebbe stata più volentieri a sentire i versi di Federigo, ma egli non ne scriveva più; capiva che la sua musa era debole, nè le era consentito levarsi all’altezza di quell’amore.
La posta arrivava tutte le mattine, ma i giornali, stretti ancora nelle loro fasce inviolate, s’accatastavano sui tavolini; le lettere degli amici di Federigo giacevano dimenticate per più giorni nelle tasche del suo vestito; stando alle apparenze, non ve n’era nessuna che meritasse risposta.
Quando, sulla metà d’agosto, s’aprì la caccia, Federigo mostrò desiderio di andare in cerca di quaglie. Se ne discorse molto tempo innanzi; Rina era restìa a concedere il permesso, ma Federigo persisteva.
— M’alzerò pianino pianino, — diceva, — che non mi sentirai neppure. Uscirò alle quattro per tornare alle nove; tornerò che tu, poltrona, dormirai ancora e ti sveglierò con un bacio. Toglierò un po’ di tempo al sonno, a te neanche un minuto.
E fu fissato che Federigo andrebbe a caccia la mattina dopo; ma Rina, che dormiva del sonno leggiero di chi vuole svegliarsi, udì Federigo fare i preparativi per la partenza.
— Dunque vai proprio? — domandò a lui che la credeva addormentata.
— Vedi, m’avevi promesso di non svegliarti.
— Come si fa, Dio mio? È la prima volta che mi lasci sola....
— Senti, Rina mia, veggo che ti dispiace e rimango.
— Ma perchè deve dispiacere a me di vederti andar via e non a te di lasciarmi?
— Ma se ti dico che non vado. — E si affrettò a deporre gli oggetti che teneva fra mano.
— No, no, Federigo, voglio che tu vada. Perchè non ti devi divertire?... No.... No... sono una sciocca.
— Dunque andrò.
— Sì, ma ancora no.... resta un altro pochino con me, Federigo mio.
Due ore dopo, erano lo sei della mattina, Federigo uscì, lasciando Rina appisolata. Passando dalla porta di casa sentiva qualche cosa di nuovo, di straordinario moverglisi nell’animo; da quattro mesi non aveva lasciato sola Rina neanche per un’ora; allontanandosi da lei per la prima volta, se ne angustiava come di un rimorso. Girò intorno casa, le quaglie gli frullarono davanti, rumorose come al solito; non se ne accorse neppure. Alle sette, senza essersi macchiato di alcun omicidio, senza aver nemmeno scaricato lo schioppo, era daccapo sulla porta della villetta.
Salì le scale pian piano pensando tra sè: — Le ho detto che sarei tornato alle nove e sono appena le sette! Chi sa che sorpresa svegliandosi! — Entrò in camera con tutte le precauzioni per non destarla ad un tratto. Rina s’era alzata, vestita, e, rannicchiata sopra una poltrona in un angolo della stanza, piangeva aspettandolo.
Le imposte erano chiuse, sopra un tavolino filava dimenticato il lume da notte.
Quando Rina vide Federigo cacciò un grido, un di quei gridi che valgono molte parole e gli si gettò al collo. Egli le rispose con un bacio; le sorrise come un uomo che ha sollevato l’animo da un gran peso, poi corse ad aprire le finestre; e insieme con l’aria profumata della mattina, rientrarono nella stanza la poesia e la luce.
XIV.
Uno de’ primi giorni di ottobre, sul tramonto, Rina e Federigo giravano al solito per la collina; si destò un venticello freddo, poi cominciò a venir giù un’acquerugiola fina e ghiacciata. Per quanto cercassero di far presto, quando tornarono a casa, erano fradici mézzi. Rina ammalò, e dovè stare a letto per otto giorni; la colse una febbre così violenta, che ne uscì estenuata come da una malattia gravissima. Federigo passò tutta la settimana al letto dell’ammalata; non chiuse occhio per sei lunghe notti; qualche volta si sentiva venir la cascaggine e sul fare del giorno un freddo pungente gli entrava nell’ossa. Gli veniva voglia di moversi, ma, per non svegliare Rina, rimaneva inchiodato sulla poltrona combattendo freddo e cascaggine con l’unica forza che avesse: la volontà. La gioventù gli era a carico; all’età di Federigo il sonno è, secondo i casi, un amico fedele, o un poderoso nemico.
Rina, uscita di febbre, volle che Federigo se ne andasse a respirare le aure fresche di un bel giorno di ottobre, sui poggi dove erano stati tante volte insieme. Federigo obbedì. Nel lasciare la sua bella convalescente, le si accostò per darle un bacio; appena ebbe posate le labbra su quelle di lei, si ritrasse; aveva sentito l’alito dell’inferma.
Uscito, Federigo si trattenne lungamente a passeggiare su pei colli che sorgevano a ponente della villetta; Rina, con l’acume della donna innamorata, notò due cose: la prolungata assenza di Federigo, la sua negligenza.
Egli infatti dimenticò, tornando, di darle la buona sera, secondo era solito, con un altro bacio.
I giorni seguenti uscì daccapo e non ritornò dai campi più sollecito o più affettuoso. Nell’animo di Federigo il bisogno di star sempre presso Rina andava estinguendosi; egli stesso se ne meravigliava, ma pur meravigliandone, non provava, per quel fatto psicologico, rammarico veruno.
La sera aspettava con ansietà la posta, leggeva con diligenza i giornali, con diletto le lettere degli amici e rispondeva subito.
— Federigo, sei stato fuori tutto il giorno, hai letto i giornali, sta’ un po’ con me; risponderai domani.
— Rina mia, è impossibile. Come si fa? Devo scrivere per un affare importante e se tardassi nascerebbero guai.
Un’altra volta, Federigo levandosi di buon mattino disse a Rina che andava a Pistoia.
— A che fare?
— Ho bisogno di veder uno, ma mi trattengo poco. A mezzo giorno sono a casa.
— Perchè non condurci anche me?
— Che vuoi venire a fare? Con questo fango... e poi, Dio mio! è una città così noiosa....
— E allora.... allora va’ solo, ma torna presto.
— A mezzogiorno.
Mezzogiorno passò, venne la sera e Federigo non ritornò. Alle otto, quando già da un pezzo Rina si torturava con timori crudeli, il postino le portò una lettera; era questa:
Rina mia, non posso tornare; ho da fare in serata. Che noia! Scrivo in fretta da un caffè. Ti mando un bacio; sii buona.
FEDERIGO.
Rina lesse con un’occhiata tutta la lettera e sentì come una mano gelata posarlesi grave sul cuore. Era la prima volta che Federigo passava la sera fuori di casa, era la prima volta che mancava ad una promessa.
Si provò a scusarlo; e sebbene ferma nel credere che le dicesse il vero, la conchiusione delle sue meditazioni su quel fatto così semplice ma così solenne per lei fu che egli doveva tornare, magari anche a mezzanotte, ma tornare. Questo lo dicevano la ragione ed il cuore; per uno sforzo di volontà poi, col quale si studiava di trovare in fallo piuttosto sè che Federigo, arrivò a persuadersi che ella era troppo esigente e che non si poteva pretendere un uomo facesse a mezzanotte tre miglia di strada, mentre pioveva a dirotto. E si acquetò in quest’idea per un momento; poi riflettendo disse fra sè:
— Eppure un mese fa sarebbe tornato!
Da quella sera angosciosa, da quella notte insonne, Rina non fece che studiare ogni moto, ogni parola di Federigo.
Quando le parlava la sua parola era più calda, meno affettuosa; tutti gli atti di lui più riguardosi forse, meno spontanei. E Rina piangeva, ma in segreto perchè sperava ancora; assisteva all’agonia della sua felicità e pur si sforzava di non credere alla morte.
Le donne, non mi ricordo più chi l’abbia dotto ma ha detto bene, specie le donne di una certa età, sono deboli e credule come i popoli; per condurseli dietro e questi e quelle basta un sofisma messo innanzi con garbo. Vi fu un momento in cui Rina si lasciò vincere dai sofismi di Federigo; ed egli che la vedeva tanto soffrire ebbe per lei la postuma compassione dell’amante; rialzò con mano amica quella povera donna curvata sotto il peso di un grande dolore, le nascose la noia sotto un sorriso, e nei simulati ardori di un baciò dimoiò il ghiaccio dell’anima sua.
Una volta, per tutta una giornata Federigo non si mosse di casa, passò la sera accanto a Rina, con la testa reclinata sulla spalla di lei; ella lo accarezzava, Federigo piangeva. — Sinceramente? — Sì. Di che? Non lo so. Forse ella gli destava un vago senso di pietà e lo movevano a piangere un po’ lo stato di lei, un po’ la immatura morte di un amore che lo avea fatto contento.
E Rina, non peranche ammaestrata intorno al casi della vita, si ostinava nel proseguire i sogni, che oramai volavano per un cielo diverso; diceva a sè stessa che ove Federigo potesse serbare per lei la tenerezza di un fratello, ella avrebbe trovato in sè tanta forza da obliare la felicità perduta. Così i pallidi raggi della speranza illuminavano ancora il suo cuore; poi venne il crepuscolo del dubbio, poi le tenebre della certezza. Bisognava rassegnarsi, ma Rina ebbe un bel tentare, l’affetto vinse la ragione e il dolore la volontà. Un giorno ella si lagnò apertamente come chi di lagnarsi ha diritto; e Federigo straziò quel cuore già tanto piagato con queste parole:
— Rina, mi hai seccato!
Rina aspettò che Federigo fosse uscito ed uscì anche lei, per non tornare più.
Perchè l’amore vive di tutto e muore di nulla. Le donne sono, checchè se ne pensi, più costanti degli uomini. L’uomo è fatto così: vorrebbe vedere la donna nelle sfere degli angeli e pone ogni studio per trarla con sè nei gorghi umani del senso; poi se ne duole e si rammarica che l’angelo non ha più le ali che egli stesso ha recise. L’angelo è caduto; va bene che è caduto nelle nostre braccia, ma intanto cammina sulla terra accanto a noi; e viene il giorno in cui ogni lieve imperfezione dà noia. Un amico mio, che aveva amato molto una ragazza, l’abbandonò poi perchè la vide un giorno con gli stivalini spaccati. L’amore dura meno in coloro che lo sentono più ardente e profondo; tutti gli entusiasti sono incostanti; consumano, per così dire, in un giorno le commozioni di un anno, suggono la vita come il ferro rovente la gocciola d’acqua; e ciò spiega il continuo mutare d’affetti che si rimprovera ad alcuni fra gli artisti più grandi.
Federigo non era davvero un grande artista; ma poichè non poteva animare come Pigmalione la statua, oggetto dei suoi sogni e dell’amor suo, spezzava quelle che non raggiungevano la purezza e la perfezione dell’ideale vagheggiato.
Per questo, a coloro i quali sanno adattarsi alla realtà della vita, l’amore è riposo, sventura agli altri che sognano una vita e un mondo diversi. I sogni non si verificano mai; quando uno ha ottenuto l’amore agognato come il colmo della felicità, è contento, ma non come aveva sperato.
L’amore è un desiderio; appagato si estingue.
E si muta, dicono, in amicizia. Non è vero. Io non so in che modo il Rivarol, che pure leggeva nel cuore umano come in un libro, abbia potuto scrivere all’amante: “È tempo di edificare il tempio dell’amicizia.„ La risposta della sua bella gli provò che le donne intorno a certi argomenti ne sanno più di qualunque filosofo. Ella gli rispose difatti: “non si edifica sulle ceneri.„
XV.
Federigo, finchè Rina rimase con lui, ebbe per incomportabile quel vincolo, e perchè non era più innamorato lui s’adirava che l’altra si ostinasse a volergli bene. “Che diavolo! Se avesse voluto legarsi per sempre, meglio pigliar moglie e farla finita; poi, si sa, tutto passa a questo mondo; se non lasciava sarebbe lasciato. Ora c’era di mezzo l’amor proprio, ma fra qualche mese anche Rina si sarebbe consolata, come tutti si consolano di un affetto perduto o d’un’illusione dileguata.„
Eppure quando fu solo, solo in quella villa deserta, quando rivide il letto di Rina, la sedia rustica su cui ella soleva riposarsi in giardino, il pianoforte tuttavia aperto si sentì come un gruppo alla gola e pianse. Di che? O non aveva fatto di tutto per rimaner solo? Si provò a dormire e si svegliò più volte in sussulto. Il giorno dopo si propose di andare a Pistoia per distrarsi ma non ne fece nulla. Gli pareva tutti dovessero domandargli di Rina, tutti rimproverarlo del suo contegno verso di lei; e andò invece a Firenze con l’intenzione di cercare un amico con cui sfogarsi, o una stanza che non chiudesse, come la villetta della Val di Nievole, tanta malinconia di memorie; una stanza ove stare solo a pensare, e.... a cercare modo di richiamare Rina? No; questo pensiero non gli venne neppure.
Andò per pochi giorni, vi si trattenne un mese; nel frattempo gli amici suoi gli proposero una gita a Milano. Accettò; e si ricordò allora, dopo molti giorni di oblìo, che prima di partire bisognava tornarsene alla villa. Vi tornò infatti tranquillo, molto diverso da quello che era partito.
Nel fare i bauli gli occorse aprire uno dei cassetti della scrivania. V’era dentro tutto il museo archeologico dell’amore; ciocche di capelli, fiori, guanti, chiusi in tante buste, sopra ognuna delle quali era diligentemente scritta una data. I fiori avevano perduto il profumo e il colore, le date il significato. Federigo ne lesse due o tre sbadatamente, frugò invano nei ripostigli della memoria, poi gettò tutti quei poveri monumenti del proprio e dell’altrui affetto, sul fuoco.
Da ultimo, gli capitò un fazzoletto che aveva preso a Rina il giorno nel quale s’erano parlati al Camposanto degl’Inglesi. Lo avvolse e lo pose nella valigia. Non come il superstite che custodisce religiosamente il ricordo del morto, ma come il soldato che appende alle pareti della sua sala un brano della bandiera strappata al nemico.
Rina soffriva intanto crudelissime pene; soffriva come chi, guardando al passato, dice: — Ahimè fosti pur breve! — e all’avvenire: — quanto sei lungo!
Ella se ne stava chiusa in una locanda a Firenze, ov’era giunta di sera, aspettando che il cuore o la mente le suggerissero il da farsi.
L’inverno s’approssimava, ed ella passava le intiere giornate accanto al fuoco, attizzandolo senza tregua. Nonostante le fiamme che uscivano dal camino, e il calore tropicale della stanza, sentiva freddo; si ricordava quel giorno d’autunno quando sulla collina solitaria, presso alla villetta di Val di Nievole, la brezza ghiacciata dopo il tramonto del sole aveva soffiato sopra di lei. — Ah! pur troppo il sole è tramontato! — diceva tra sè.
Una sera volle scrivere a Federigo, e scrisse, infatti, una lettera da far piangere i sassi. Voi lo sapete come scrivono queste povere donne abbandonate, quando intingono la penna nelle loro lacrime! Fu lì lì per mandare la lettera; poi impose silenzio al cuore e la stracciò.
Rina, cresciuta tra il volterianismo del duca Esmeraldi, il puritanismo anglicano della sua governante e le puerili superstizioni del convento, non aveva per sè i conforti della fede cristiana; sebbene ella non sapesse ancora che cosa credere, sentiva che lo zio, la governante e le monache avevano tutti torto. Ma negare non consola; credere sì, perchè equivale a sperare. La più bella e più durevole delle mitologie ha un farmaco per ogni dolore, un balsamo per ogni ferita, perchè facendo cominciare la vita vera dell’uomo, non alla nascita ma alla morte, lo sovviene in ogni tempo di conforti ineffabili e di speranze immortali.
Alla povera abbandonata era dunque amara quella solitudine che si era imposta; e cercava la via di uscire quando seppe che ad una compagna di collegio, allora dimorante a Bologna, era morto in que’ giorni il marito, maggiore di cavalleria. Pensò andare da lei e le scrisse. N’ebbe la risposta che si può imaginare; la vedova era in uno stato da far pietà, l’aspettava a braccia aperte.
E Rina andò a Bologna.
Quei giorni di confidenze aperte, di mutui conforti, di memorie evocate insieme, furono dei meno tristi fra quanti ne passò Rina dopo l’abbandono di Federigo. Le era lecito piangere e non sola; narrare tutto era uno sfogo, udire il racconto delle pene dell’amica, confortarla era una buona azione.
Ma quel tempo passò presto. In capo a qualche mese gli ufficiali del reggimento si presentarono alla vedova del loro commilitone, cercando con tutti i mezzi di distrarla. Il comandante, forse per dare il buon esempio, fu più sollecito e più assiduo di ogni altro nel compiere quest’opera di misericordia. Così, a poco a poco, di quelle due donne infelici, ambedue apparentemente inconsolabili, una si consolò. Frequentando gli ufficiali, la vedova del Maggiore si fece naturalmente desiderosa di promozioni e sposò il Colonnello. E Rina imparò che era meno doloroso piangere un morto, che portare il bruno d’un vivo!
Povera rondine, che il gelo cacciava da ogni dove, ella lasciò l’amica sua alle pallide commozioni delle seconde nozze e partì per Milano. Aveva saputo che Federigo era là e le pareva che il solo balsamo alla propria ferita fosse la possibilità di vederlo ogni tanto, e il sapere che vivevano insieme tra la stessa cinta di mura, sotto un medesimo cielo!
Rina aveva giurato a sè medesima di non cercare Federigo; vederlo qualche volta a caso e senza che egli se ne accorgesse, perchè non gli venisse voglia di fuggire, era il solo suo desiderio e le pareva potesse facilmente appagarsi. Dapprima il giuramento fu scrupolosamente osservato, ma poi....
Da quindici giorni ella era arrivata a Milano e Federigo non l’aveva veduto ancora. Un lunedì, verso le tre, all’ora della passeggiata, si vestì con la solita semplicità elegante, calò un velo sugli occhi e s’avviò verso il Corso Vittorio.
E quel giorno e molti altri successivi, il giudizio e la passione disputarono così nella mente di Rina:
— Usciamo? — diceva il giudizio. — Che andiamo a fare con questo freddo? È egli tempo questo da andare a zonzo per la città?
— Pare che sia freddo, ma è forse più in casa che fuori — soggiungeva la passione. — E poi il moto riscalda. Io non ho freddo, io.
— E dove andiamo?
— Ma... per il Corso....
— Andiamo piuttosto sui bastioni, se proprio usoiamo per far del moto.
— Tu le consigli d’uscire, o mia perpetua nemica, — conchiudeva il giudizio — per il gusto di farle violare una promessa fatta a me; noi usciamo col solo fine di cercare Federigo....
— E sia; ma in fondo, poi, qual è il tenore della promessa? Staremo a Milano senza cercarlo, paghi di vederlo qualche volta alla sfuggita e di vivere nella stessa città. Se non usciamo e se non andiamo nei luoghi più popolosi, rischiamo di non vederlo mai; e importa vederlo, non foss’altro per accertarsi che egli è ancora qui....
— Rina, Rina, non dar retta ai sofismi di costei; se tu mi avessi sempre ascoltato, quanti dolori ti saresti risparmiati!
— Rina, Rina non badare a quel pedante; senza di me, avresti tu provato tante gioie? E i tuoi giorni beati li devi tu forse a costui?
— Torna a casa, Rina....
— Va’, cercalo... che male c’è? Sarai in tempo a fuggirlo.
— No; vistolo, lo seguirai.... Pensaci, Rina... io ti preparo molti anni di quiete....
— E io ti preparo chi sa? forse un altro giorno d’amore!....
Un altro giorno d’amore! Il giudizio, da quella persona assennata che era, dopo questa vaga promessa giudicò inutile ogni altra parola e, sentendosi vinto, lasciò a sè medesima Rina, la quale senza più alcun ritegno si mise a girare per Milano con la ferma intenzione di cercare e trovare. Quando la passione ha debellato il giudizio, non solamente compie i suoi propositi, ma ha anche l’audacia di confessarli.