Part 8
“Perchè una legge darà me, donna inerme, debole, bisognosa di assistenza e di affetto a un uomo che non mi ama e che non amo neppur io? Perchè mi toglierà all’uomo di cui sono il desiderio solo e la sola speranza? E chi mi fa colpevole, colui che adoro o colui che mi disprezza?„
Si alzò come per divagarsi e passeggiò per la stanza. Adocchiò per caso un ritratto di sua madre che stava appeso alla parete, vi si fermò lungamente davanti cogli occhi inumiditi. — Povera mamma! — pensò, — mi sorride! Chi sa se quel sorriso è un artifizio del pittore? Sarà stata felice lei?.... Avevo due anni solamente quando morì e dicono che facesse un gran piangere per lasciare me tanto piccina.
E si rivide bambina, ricca di vestiti e di trastulli, povera di baci.
— Se avessi un bambino io! Dio, come gli vorrei bene!
Oh! se le donne sapessero che negli amori colpevoli stanno chiusi insieme il peccato e la penitenza! Se sapessero che la vera gioia della loro vita è un bambino concepito senza paure, carezzato senza rimorsi; memoria e speranza ad un tempo, raggio che illumina equamente le floride rive della giovinezza e i freddi orizzonti della vecchiaia! E l’hanno detto, ma invano: il vero tipo della donna contenta è Maria che allatta Gesù.
— Come gli vorrei bene! — ripetè; ma le tornarono alla mente, come uno scherno crudele, le ultime parole del marito; si sentì mancare la forza, si buttò sul letto e pianse.
Quando si riscosse sonavano le cinque; due ore era stata senz’accorgersene in quel torpore cocente.
Allora ritornò col pensiero più tranquillo ai casi di quella sera, al — _domani_ — di suo marito e ci vide chiara, aperta una minaccia di mandarla via.
Dove sarebbe andata? Che avrebbe fatto?
I chiacchiericci, le mormorazioni del mondo non le davano pensiero; e poi, in quel momento, se anche avesse sentito il rossore della vergogna salirle alle gote non avrebbe saputo far altro che nascondere il viso sul petto di Federigo.
Si vestì alla meglio; ma cercando nell’armadio questa cosa e quell’altra, le venne tra mani un libro di preghiere colle iniziali del suo nome da ragazza. Era un premio che le avevano dato in convento; e ripensò alla vita di allora, alle sue compagne; ne compianse alcune, quelle principalmente che le erano parse fredde, egoiste; quando si fu sul punto dell’invidiare — un difetto col quale le più fra le donne nascono e di cui guariscono di rado — passò in rassegna le più ricche, le più contente delle sue giovani amiche; le vide liete nella famiglia, circondate di rispetto e di cure, ma non ne invidiò nessuna; nessuna era, come lei, amata da Federigo.
XI.
Compiangete chi si leva tardi. Quanti sono che non hanno mai sentito le fresche carezze dell’alba, quanti che non hanno mai salutato il levarsi del sole; e non goderono una delle delizie più salubri e più pure! Dall’aria fresca della mattina traggono forza nuova le membra; e gli acri profumi che manda la terra bagnata di rugiada pare dieno vigori insoliti alla fantasia. La notte è finita, ma i sogni aleggiano ancora; si sogna desti e ogni desiderio sembra facile a compiersi, ogni lavoro a farsi, ogni voto a serbarsi.
Dal monte e dalla pianura, dai fiumi e dai prati si estolle un’armonia indefinita e solenne, una sinfonia piena in cui si confondono le mille voci della natura e che nessun Beethoven eguaglierà mai. È canto d’uccelli, pei campi, è suono di campane pei borghi; momento il più tranquillo del giorno; s’avverte il volo d’un insetto. La natura parla sola e dà ad intendere che essa, buona madre, provvede da sè ai bisogni dei figli; pare che quella pace non debba finir mai, che s’abbia a vivere contemplando e contemplare benedicendo. Più tardi il canto dei contadini cuopre lo spinciare dei fringuelli; nelle selve lontane l’eco porta dai casolari il grave rumore dell’incudine; il rumore cresce, cresce, a poco a poco, come rombo di tempesta che si avvicina; e dalle officine stridenti, dai campi vangati, dai fondachi uggiosi s’alza terribile la voce della necessità.
L’albeggiare in città è meno pittoresco, non meno singolare. Quando Rina uscì sola dal palazzo San Vittore, avviluppata nella sua pelliccia, con le mani aggranchite nel manicotto di martora, sonavano le sette. Mentre scendeva le scale, il cuore le batteva forte; la sgomentava il pensiero di esser vista sola per le vie così di buon’ora, le pareva che la gente dovesse indovinare chi era, dove andava e perchè. Desiderava, tanto le sembrava lungo il cammino, che la portassero a volo, o, per lo meno, di potere giungere sino alla casa di Federigo senza imbattersi in anima viva. Ma quando, traversato l’atrio, oltrepassò il portone e fu nella strada sola davvero, il cuore le si strinse; era avvezza a vederla popolata, e la trovava deserta; la solitudine le fece pena. Nella casa dirimpetto, un lume mandava un fiochissimo raggio tra le imposte socchiuse e Rina si ricordò d’una povera malata che soffriva senza speranza là dentro. Era quello il solo segno di vita che giungesse sino a lei e le rammentava la morte.
Si fece coraggio e si mosse. Al primo piano di una casa della cantonata, un servo scamiciato scoteva dalla finestra un tappeto; quando Rina passò, egli cessò dal moto e pronunziò qualche parola a voce alta, di cui la povera fuggitiva udì il suono, ma non intese per fortuna il significato.
Arrivò, come Dio volle, fino in via de’ Martelli, trovando soltanto qualche operaio, che le passò accanto senza guardarla nemmeno; procedendo ratta ratta sul marciapiede, presso San Giovannino si scontrò con una vecchierella tutta vestita di nero, che usciva dalla messa e teneva ancora tra mano il libro delle preghiere.
Rina andava di passo così rapido, che per quanto si studiasse di scansare la vecchia devota, le fu impossibile di non urtarla lievemente col gomito. Quella si rivoltò come un basilisco e squadrò Rina da capo a piedi.
— Scusi, — balbettò Rina tremando.
— Che scusi! vada più adagino! se andasse in chiesa non avrebbe tanta furia!...
E via, via, una filastrocca di parole che si perderono in suoni confusi dietro la bella fuggente.
Erano lievi accidenti, ma nella imaginazione di Rina divenivano avvenimenti terribili. Traversò la piazza San Marco di passo più lesto; le pareva che ogni pena sarebbe finita per lei, appena avesse vista da lontano la casa di Federigo; entrò nel Maglio e subito fissò gli occhi verso il porto desiderato.
Fermi innanzi alla porta stavano un uomo e una donna, presso ad uno di quei carretti con i quali i contadini dei dintorni portano il latte a Firenze; quando Rina passò vicino a loro, la donna dette all’uomo un’occhiata e tossì; l’uomo tossì anch’esso e più forte per significare che aveva, come suol dirsi, mangiata la foglia.
Rina arrivò finalmente alla casa di Federigo; era tempo! La trovò aperta, volle salire lesta le scale, e le forze le mancarono. — Ma perchè, — si domandava, — perchè questa gente che non mi conosce, che non sa nè di dove vengo, nè dove vado, crede avere il diritto di insultarmi e di scherzare su di me?
Salì, meglio che potè, le scale. Quando fu in cima le parve di rinascere. Picchiò alla porta; Federigo venne ad aprire.
. . . . . . .
Felice, dice Aristofane negli _Acarnesi_, chi ti stringerà fra le braccia al levarsi del sole.
XII.
Alle undici, il Conte di San Vittore era sempre nella sua stanza.
Nell’anticamera, la cameriera passeggiava su e giù, aspettando che la signora sonasse il campanello e il signor Luigi stava muto, immobile, pronto agli ordini del padrone, quando il marchese Varalli entrò, senza farsi annunziare, nel quartiere del nipote.
— Chi è? — domandò brusco Emilio udendo aprire la porta.
— Io, — rispose col suo solito sorrisetto il Marchese.
— Lei, zio? A quest’ora?
— Vi par presto? Aspettate un tantino e vi persuaderete che è tardi.... molto tardi.... Facciamola corta. Rina è fuggita.
— Eh? — urlò il Conte.
— Se vi par dura la parola, dirò: è andata via, ma la sostanza è la stessa. M’ha scritta una lettera.
— Me la faccia vedere.
— Non posso. Ella confida nella mia fede di gentiluomo e vuole che la lettera non vi sia mostrata.
— Oh! ma la ritroverò.... — E in così dire il Conte gettò via la veste da camera ond’era coperto e infilò il primo vestito che gli capitò fra le mani.
— Voi farete quel che vi parrà; ma prima farete a me la grazia di starmi a sentire.
— Sì... ma faccia presto, zio.
— Non mi perdo mai in discorsi lunghi, lo sapete; dirò tutto quello che ho da dire e niente di più.
— Dunque?
— Dunque c’è una parte della lettera che mi tocca passare sotto silenzio; ce n’è un’altra di cui posso dirvi brevemente il contenuto. Rina asserisce che voi sapete la ragione per la quale s’è indotta a lasciarvi; dopo le vostre minaccie, ella ha pensato che, partendo, vi risparmiava la parte odiosa di mandarla via. Io non so nulla di questa faccenda; voi potete dunque capire, io no. Il meglio è, mi pare, che mi diciate tutto.
— Rina ha un amante.
— Eh! grazie della notizia.
— Lo sapeva?
— Il giorno in cui vi siete sposati, ho saputo che l’avrebbe avuto o prima o poi e ve l’ho detto; ieri sera poi, se non sbaglio....
— Ha ragione.
— C’è stato dunque qualche cosa di grosso da ieri sera in poi?
— Sì; non ho nessuna difficoltà a confessarlo; io mi sono portato molto male con Rina, ho dimenticato perfino di essere un gentiluomo; ma credo d’avere il diritto....
— Noi abbiamo avuto, caro Emilio, parecchi colloqui su questo argomento. Ve l’ho detto: io reputo il matrimonio, come tante altre instituzioni umane, una cosa necessaria e priva di senso comune. Chi ha passata la leva sa che un affetto non dura mai tutta la vita; e chi si marita figura di credere tutto l’opposto. Bisogna dunque preparare le cose in modo che quando l’affetto passa, uno riacquisti la propria libertà, senza che l’altro se ne disperi; ma bisogna pensarci per tempo. Voi, con tutta la vostra esperienza, non ci avete pensato, avete offeso vostra moglie....
— Io? Mai.
— Mai? Ma le avete fatto la peggiore offesa che si possa fare ad una donna giovane; le avete fatto capire che non vi piaceva, o che se vi era piaciuta un giorno, v’era venuta a noia il giorno dopo. L’arte del marito è un’arte difficile e voi non l’avete mai saputa. Con una donna delle solite, la cosa sarebbe andata più piana; con Rina no. Io ve l’ho dotto il primo giorno, ve l’ho pestato in testa mille altre volte, non m’avete voluto dar retta, la colpa è vostra.
— Senta, zio: confesso d’essermi lasciato un po’ troppo acciecare dallo sdegno ieri sera; ma deve convenire che una donna la quale dà all’amante appuntamenti per le piazze e per le strade e se ne fugge da casa ha le sue brave colpe anche lei, e mi pare che il marito abbia il diritto di essere severo.
— Ah! quand’è così non dico più nulla.
— Ma, no.... Dio santo! Dica, dica.
— Ma che volete che dica? In verità ve l’ho cantato un’altra volta, mi par di discorrere con un ragazzo; a voi toccava e non a lei pensare a tutte queste belle cose. Ma che cosa credete che ci stieno a fare le donne in questo inondo? Ci stanno per amare sino ai trent’anni e per essere amate da trent’anni in là. E quando una donna, dell’indole di Rina, ama, ama in modo tale che si cura pochissimo di ciò che gli altri penseranno o diranno di lei.
Queste ultime parole furono perdute pel Conte; egli pensava ad altro. Quando lo zio ebbe finito:
— Insomma, dov’è Rina?
— Non posso dirvelo.
— E io le ripeto che la troverò.
— E quando l’avrete trovata?
— La condurrò meco.
— Non verrà.
— Non verrà?
— No. Ma andiamo avanti; e quando l’avrete con voi?
— Allora.... allora vedremo.
— Volete, dunque, fare uno scandalo?
— Voglio anzi che scandali non avvengano.
— Bravo; scegliete proprio la strada buona.
— Ma che cosa farebbe dunque lei nel mio caso?
— Io?.... Io nel caso vostro.... io già non sarei mai venuto a questi ferri....
— Sì, sì, ho capito, ho capito.... ma insomma?
— Insomma io a quest’ora mi sarei convinto che questa scappata di Rina si risaprà; a buon conto dovranno saperlo i servitori, che è quanto dire il popolo e il comune. Sicchè il meglio sarebbe, io penso, far credere al mondo che voi non soltanto avete consentito la partenza, ma domandato una separazione per la solita incompatibilità di carattere. Ecco quel che farei io: il minor chiasso possibile.
Il Conte non rispose. La pausa che succedè al discorso del marchese Varalli fu lunghissima. Emilio passeggiava su e giù per la stanza visibilmente agitato; lo zio lo stette a guardare per un pezzo, poi, stanco di quel silenzio, si messe a sfogliare un album di fotografie. Finalmente il Conte andò verso il tavolino presso il quale era seduto il Marchese, e:
— Ho preso il mio partito, — disse. — Ha ragione, zio; soltanto la prego di occuparsi lei di tutto quel che c’è da fare in questi frangenti. Io parto oggi.
— Per dove?
— Per ora vado alle Poggiola, poi chi sa?... Un uomo che si trova nei miei panni o ha da sfidare le dicerie del mondo, o andarsene. Bisogna, dunque, o che io vada stasera al ballo dell’Altenstein, domani sera a quello della marchesa Genziani e poi a quello del casino e via discorrendo, o che mi seppellisca tra gli abeti della villa. Scelgo quest’ultimo partito che mi risparmia molte noie e qualche vergogna. Ora che mi son risoluto, mi può mostrare liberamente la lettera.
— La vostra risoluzione non mi libera dall’impegno che ho con Rina; ha fatto assegnamento sulla mia parola, debbo mantenerla.
— Sia pure; le dica dunque che io voglio, intenda bene, voglio che ella non stia a Firenze; le dica altresì che i frutti della sua dote, alla ragione del sei per cento, le saranno pagati dal mio segretario o dal mio maestro di casa, mensilmente, dove ella dimorerà.
— Ho inteso.
— Le pare che sia fatto tutto?
— Tutto.
— Allora le domando il favore di lasciarmi solo. Verrò a trovarla alle tre, prima di partire; ora ho proprio bisogno di rimaner solo. Se le dicessi che sono addirittura innamorato di Rina, non mi crederebbe; mi crederà, se le dico che questo dramma ha uno scioglimento che mi dispiace. Sarà la consuetudine.... non lo so.... insomma.... E se Rina preferisse di tornare con me?
— Non lo credo.
— Purchè ella troncasse ogni cosa, non potrei perdonare.... e....
— Ma, e tocca propriamente a voi a perdonare?
— Non ci pensiamo dunque più.
— Vi aspetto alle tre.
— E.... chi è.... costui?
— Non lo so; ma se volete evitare gli scandali, che ad ogni modo tornerebbero a danno del vostro nome, mi pare inutile di indagarlo _per ora_; — _per ora_, — ripetè il Marchese battendo sulle parole.
— Cioè?
— Cioè, dato e non concesso che Rina si stanchi di quest’uomo e lo pianti, o egli, il che è più facile, pianti lei; allora potrete cercarlo, e con un qualunque pretesto....
— La ringrazio del consiglio, ma su questo intendo di fare a modo mio.
— V’ho detto al solito quello che avrei fatto io, se fossi stato così.... Insomma; a rivederci... vado a scrivere al Duca.
— A proposito; e se Rina andasse da lui?
— Dio buono! ma se Rina per resistere alla tentazione avesse voluto andarsene da Firenze, vi avrebbe pregato di portarla via. È partita da sè senza dirvi nulla, è segno che vuol esser libera. Non andrà dunque certo a Parigi a recitar daccapo la parte di pupilla; a meno che il Duca non facesse per lei quel che fanno le peccatrici quando sono lontane tanto dalla gioventù, quanto dal pentimento.... Povero Duca! lasciatelo in pace... Io gli scriverò.... egli al solito, rimarrà a bocca aperta, poi si persuaderà e tutto sarà finito. Oh! faccio tardi, a rivederci alle tre.
Uscendo il Marchese udì il Conte chiudere per di dentro la porta della sua camera, donde non si mosse che quattro ore dopo; ciò che facesse o pensasse in quel tempo, nessuno lo ha mai potuto sapere.
Il Marchese trovò il segretario del Conte nell’anticamera.
— Oh! signor Luigi.
— Ai suoi comandi, signor Marchese.
— Giusto lei... venga un po’ con me.
— Ma il signor Conte....
— Non vuol nessuno per ora; ad ogni modo potrà dirgli che è stato meco.
— Eccomi.
Scesero le scale in silenzio; quando ebbero oltrepassato il portone, il Marchese prese per la mano il segretario e, con quella cera di benevola protezione che i gentiluomini dell’antica stampa sanno pigliare a tempo opportuno, gli disse:
— Senta, signor Luigi; io ho conosciuto suo padre e conosco lei; perle d’uomini tutti e due; l’onestà _discende per li rami_ in casa sua. Mi dia la sua parola che farà e non dirà ciò che sto per ordinarle.
— Mi fa un onore che so di meritare, signor Marchese; può fidarsi.
— È detto dunque. — E gli strinse la mano. — La signora è partita.
Il signor Luigi impallidì e guardò il Marchese con un occhio, il cui languore esprimeva ad un tempo la meraviglia e lo spavento.
— La Signora!...
— È partita... oh!... signor Luigi, non caschi dalle nuvole; son cose umane. Il Conte non deve sapere dov’è, ma, in confidenza, è a Pisa all’albergo delle _Tre donzelle_. Io dovrei andare a vederla; ma s’immagini se io vado a Pisa... ci passerò l’inverno quando avrò male ai polmoni. E poi non voglio commozioni. Dunque le darò una lettera, la rimetterà in proprie mani alla Contessa da parte mia, aspetterà la risposta e ripartirà. Ha capito?.... Ohè! signor Luigi... che cos’ha?
— Oggi non mi sento bene; lo sa, ho una salute così capricciosa...
— Dunque non può?...
Il signor Luigi, che aveva tremato sino allora come preso dalla febbre, si scosse, guardò il Marchese e rispose:
— Posso sempre quel che voglio, signor Marchese, e voglio sempre far ciò che Ella mi comanda.
— Comanda? Domanda, dica, domanda come un vero servizio.
— Grazie. Sarà fatto.
— Venga a casa; le darò la lettera; potrà partire colla corsa del tocco. Non più tardi, mi raccomando.
— Stia sicuro.
Pare che il signor Luigi si vantasse, asseverando di poter sempre fare ciò che voleva. Fatto sta che aveva promesso di partire al tocco; ma quando uscì di casa Varalli, si mise a girare per tutte le strade, tranne per quella che conduceva alla stazione e quando vi arrivò credendo che fosse il tocco a mala pena, erano le quattro sonate.
Alle cinque, mentre egli partiva per Pisa, il Conte di San Vittore se ne andava alle Poggiola. Il signor Luigi tornò a Firenze il giorno dopo; il Conte mai più.
XIII.
Chi ha ragione, Esiodo che saluta Amore _architetto dell’universo_ o Bacone che lo paventa _perturbatore del mondo_? È egli vero che
“Amor è quel che ’l core a valor chiama„
come affermava sei secoli fa in uno de’ più brutti versi che sieno stati scritti, messer Caccia da Castello, o vero invece che “amore è odio, gemiti, grida, onta, dolore, ferro, lacrime, sangue, cadaveri, ossami, rimorsi„ come, tra le mattìe della gazzarra romantica, bandiva Pietro Borel il licantropo? Questioni inutili; quando si dice _amore_ si accenna ad un sentimento, la cui natura muta secondo la diversa natura di coloro che lo provano; innamorati Catullo e il Leopardi, il Petrarca ed il Byron. Mi ricordo d’una povera ragazza, figliuola di uno speziale di campagna, la quale mi aveva scelto per confidente; doveva sposare un giovanotto del paese e i suoi pensieri di tutti i giorni erano la casa, la biancheria, la batteria da cucina, la lana, l’armadio: col suo damo parlava di queste e di poche altre cose. Una signora che sapeva a mente tutto il De Musset, e che era a parte anche lei di quelle confidenze, mi diceva:
— Eppure quella ragazza crede d’amare sul serio! Povera Elisa!
Povera davvero; il suo damo la lasciò ed ella s’avvelenò coll’atropina.
Rina aveva carezzato l’amore nei sogni di giovinetta, l’aveva indarno aspettato nelle solitudini di sposa; prima e poi la sua fantasia s’era serbata vergine, e le duravano tuttavia immacolate nell’anima la speranza e la fede. La condizione impostale dal marito le parve dunque molto facile a osservare. Non voleva che ella stesse a Firenze; per che farci a Firenze? Se le fosse stato ingiunto di domiciliarsi a Calcutta, Rina avrebbe obbedito senza rammarico. Il paese prediletto, veramente suo, era quello dove Federigo dimorava con lei; di là da quel paese il deserto. Non c’era che un uomo a questo mondo: Federigo; un intento alla vita: amarlo. Pronta, dunque ad obbedire in questo alla volontà del Conte, si rallegrò molto quando Federigo le propose di passare la primavera e l’estate in campagna.
Sola con lui, senza disturbi.... Ma era questo il suo sogno, povera donna, e diveniva realtà! il suo sublime egoismo stava per esser soddisfatto.
E pochi giorni dopo la visita del signor Luigi, Rina e Federigo partivano per la Val di Nievole.
Tradizioni domestiche, dimore grate, reverenza di sepolcri troppo presto dischiusi, amicizie numerose e dilette, memorie della adolescenza ignara e della giovinezza felice mi fanno cara la Val di Nievole sopra ogni altra regione d’Italia; pur s’io la miro bellissima non credo sia quello inganno di occhi amorosi. Ne’ monti che la chiudono è una armoniosa varietà di tinte e di linee, sulle quali e lo sguardo e l’animo si riposano insieme. Dai vertici che si colorano nel cupo delle querci si stacca per le falde l’allegro verde de’ castagni, e la infima costa ricca dei prosperi ulivi, cinge di una glauca ghirlanda i fertili terreni della pianura. La Nievole ora torrente, ora ruscello corre in mezzo alla valle tra gli argini ombreggiati dai pioppi e dai canneti. Lungo tutto il piano, da Serravalle a Collodi qua paeselli nuovi, là rôcche antiche, testimoni delle lotte civili, ruderi scampati alle ingiurie del tempo e degli uomini. Ne’ villaggi, quivi come dappertutto, poca la gente ammodo, molta la plebe curiosa, fastidiosa, piccosa, irosa, oziosa, viziosa, invidiosa, velenosa; ma da’ colli, dal piano, vola un’aura di prosperità e di pace. Il popolo della campagna, tutto dedito all’agricoltura, lavora e canta; canta quelle canzoni che solo sa comporre nella più melodica lingua del mondo; popolo di agricoltori e di poeti accoglie inconsapevole nell’animo i godimenti che la natura gli offre, e li trasfonde e ritrae spontaneo negli umili ritmi stupendi. In un angolo della valle, l’immenso piano del padule di Fucecchio interrotto da canali malagevoli, avvolto da nebbie basse, rade. Fra quelle nebbie, a dispetto dei bonificatori importuni, vivono famiglie d’atleti; cacciatori e pescatori, eroi della miseria che aspettano il loro Plutarco. O valle benedetta, amore della mia gioventù, desiderio dell’età virile, invocato asilo della stanca vecchiezza, serba insieme con il ricordo del figliuolo lontano, i sorrisi del cielo benigno, i tesori della terra feconda.
Rina non aveva predilezione alcuna per la Val di Nievole; non c’era mai stata; ma quando, affacciandosi a una villetta in collina, tra Serravalle e Monte Catini, mirò tutta la splendida varietà dello spettacolo che aveva dinanzi agli occhi, pianse di tenerezza e di gioia e desiderò di morire là giovane e bella, per morir degna, come viveva, dell’amore del suo Federigo.
E Federigo?
Provò le medesime sensazioni anche lui; ma la vita gli pareva quel giorno così lieta e desiderabile, che a morire non ci pensò.
Rina, che viveva in un affetto solo, che aveva posto vita e mondo, anima e intelletto, desideri e speranze, tutto in Federigo, poteva e sapeva riunire i due estremi del cerchio fatale e illuminarli con la luce del suo amore sublime; Federigo voleva vivere; più forte di ogni altro gli batteva nel cuore il palpito della gioventù. Amava Rina bensì: anzi giurava a sè ed a lei che l’avrebbe amata eternamente. _Eternamente!_... intercalare d’innamorati che i re dell’Egitto non osarono incidere sulla cima delle piramidi.