Part 10
Quel giorno non lo trovò. Passeggiando per il Corso le parve invece di vedere una sua antica conoscenza, il signor Luigi; o almeno qualcheduno che gli somigliava, come si somigliano tra loro due gocciole d’acqua. Rina ne fu meravigliata; e si fermò presso la vetrina di una bottega, per aver modo di osservare quell’uomo e sincerarsi. A un tratto l’altro, volgendosi, vide Rina. Si guardarono. L’una si mosse e proseguì il suo cammino. L’altro rimase immobile nel mezzo della strada; sordo alla voce del conduttore, poco mancò non rimanesse sotto ad un _omnibus_ che passava in quel punto.
— Non mi saluta, non è lui, — disse Rina. — Che singolare rassomiglianza!
E non ci pensò più.
Ma nè quel giorno, nè i seguenti, fu così fortunata da rinvenire colui del quale andava in traccia. E così ciò che il giudizio non aveva potuto ottenere, ottennero il dispetto e lo sconforto. Rina per un pezzo non uscì più di casa.
Una sera, verso la fine del carnevale, se ne stava sola presso il caminetto, seguendo col pensiero cento imagini dolorose; per la strada era un viavai di carrozze, di maschere, un frastono da non si ridire. Non c’è per la gente che soffre cosa più spiacente della allegria clamorosa degli altri. E Rina disturbata in quel suo sconsolato e pur dolce abbandono, s’alzò per uscire. Le pareva che in mezzo alla folla, al chiasso si sarebbe divagata; ed uscì difatti, nonostante la sua cameriera le facesse presente che l’ora era tarda e non le conveniva andar sola per le vie della città, così popolate in quella sera.
_A chi consiglia non gli duole il capo_, insegna il proverbio. Così anche le cameriere, se hanno la testa a segno e il cuore libero, danno lezioni di convenienza; ma anche le signore se ne dimenticano, quando il cuore batte più forte e la testa ragiona più debole.
La serata era scura e freddissima; ma la gente pareva non si sgomentasse nè del bujo, nè del gelo. I perpetui convalescenti, che ai primi freddi dell’autunno s’erano chiusi in casa paurosi delle polmoniti, quella sera, nel cuor dell’inverno, giravano per Milano sfidando i rigori della stagione; i cittadini precisi che hanno la consuetudine di spazzolare diligentemente i vestiti e lisciare e lustrare il cappello ogni volta che ritornano a casa, permettevano quella sera che gente ignota, nascosto il viso sotto una maschera di carta pesta, sporcasse loro il pastrano e ammaccasse il cilindro. E la cosa si spiega. Dio buono!... era di carnevale e bisognava divertirsi; se l’uomo non si diverte dalla Epifania alle Ceneri, quando mai si divertirà?
Queste considerazioni Rina non le faceva; poichè era stata costretta a togliersi alla quiete del suo salottino, si svagava tra quel frastono; un tale svago forzato era anch’esso, forse, un tormento; ma così nell’ordine fisico, come nel morale qualche volta l’accrescimento del dolore dà refrigeri momentanei. Rina dunque andava di qua e di là, per questa o per quella via; camminava con passo rapidissimo, dirigendosi non sapeva neppur lei dove, e non avendo che un solo fine: sbalordirsi.
Finalmente seguendo sempre, senza avvedersene, i passi altrui, e andando dove la maggior parte della gente andava, si trovò in una piazzetta. A un lato della medesima si alzava uno di quei vecchi e cupi palazzi che nelle città medievali stanno fra le casupole moderne come Sansone in uno spedale di tisici; le finestre inferiori del palazzo, che corrispondevano al piano terreno, erano illuminate di fuori; innanzi alla porta ampia, avevano costrutto un padiglione posticcio, con antenne e tele di vario colore. Una lunga fila di carrozze ingombrava la piazza; ad una ad una infilavano sotto il padiglione e vi si fermavano; la gente che v’era dentro scendeva, e la carrozza, proseguendo verso un cortile interno, andava a riuscire per un altro portone, nella strada parallelamente opposta. Dentro l’atrio un nuvolo di servitori, di lacchè, di guardaportoni, dalle livree ricchissime. Ai fianchi del padiglione gran numero di popolani che sfidavano il freddo di una notte di febbraio, per levarsi il gusto di vedere i _signori_ che andavano a divertirsi.
Spesso, quando fermata la carrozza ne discendevano una o più persone, si udiva un mormorìo confuso; era una specie di plebiscito col quale il popolo salutava la sterminata ricchezza di un uomo, o la singolare beltà di una donna; era un grido di ammirazione per le collane, per le trine, per gli smanigli, per le croci. Salutava il popolino, ammirava e invidiava; sentiva un tal quale desiderio di comunismo, che si manifestava spesso, secondo i casi e gl’individui, in un’occhiata, in un sospiro, in una bestemmia; ognuno di quelli spettatori desiderava di essere il duca tale, o il marchese tal altro, o almeno uno di quei fortunati lacchè tutti vestiti di verde e coperti d’oro da capo a piedi.
Rina, entrando nella piazzetta, dovè fermarsi ad una cantonata; andare innanzi non poteva per via delle carrozze, tornare indietro nemmeno, per via della calca che ingombrava la strada. Rimase lì senza badare a ciò che avveniva intorno a lei; pallida, con gli occhi stralunati, immobile; pareva una sonnambula. E le carrozze passavano. A un tratto l’abbassarsi di uno dei cristalli laterali di un _fiacre_ fece un po’ di fracasso. Rina si scosse e guardò; dallo sportello si affacciò la testa di un uomo che, toltasi di bocca una sigaretta, la buttò sul lastrico. Lo sportello si richiuse; la carrozza entrò sotto il padiglione.
Rina si mosse con passo rapido e procedendo con molto vigore, si cacciò tra la folla accalcata presso la porta.
In quel punto la carrozza si fermò, e l’individuo che v’era dentro discese.
Rina aveva riconosciuto Federigo.
Accade qualche volta di formare un disegno dal quale speriamo trarre molto utile e lo vagheggiamo con la fantasia nelle ore più tranquille del giorno, lo carezziamo nelle notti piacevolmente insonni; poi per un caso o per un altro ci conviene abbandonarlo e separarci da quei lusinghieri fantasmi. Qualche tempo dopo, mutate le circostanze succede altresì che ci appare tutto ad un tratto, e quando meno ce lo aspettiamo, la possibilità di condurlo ad effetto. Allora l’animo sulle prime è invaso da molti sentimenti diversi; la speranza che risorge più calda, la dubitazione di non aver fatto dapprima tutto ciò che potevamo e il dispetto di trovarci in colpa di negligenza; il timore di lasciar fuggire anche questa volta l’occasione propizia, lo stupore finalmente che la fortuna, cui siamo corsi dietro per molti mesi, ci venga ora innanzi da sè.
Questi sentimenti irruppero tutti insieme nell’animo di Rina, subito che le apparve Federigo; e con tale subitanea violenza, che Rina non si accorse neppure del sogghignare della gente, meravigliata di vedere una donna di condizione civile, sola, a quell’ora, in quel luogo, con quell’aspetto; e non udì le crudeli ironie e le parole invereconde, con le quali quella stessa gente spiegava sicura un fatto che non intendeva.
Rina uscì di mezzo alla calca e si diresse a passo lento verso una cantonata dove stava ferma una vettura di piazza. Vedutala vuota vi entrò. Il cocchiere sceso da cassetta per richiudere lo sportello, e le domandò:
— Dove comanda?
— Qui.
Il cocchiere non avendo inteso bene, ripetè l’interrogazione.
— Voglio restar qui per ora; vi dirò poi....
Il cocchiere tacque; sebbene un po’ meravigliato, rimontò a cassetta e ripigliò, involto nell’ampio pastrano, il sonno interrotto.
Dalla carrozza Rina vedeva la facciata del palazzo ov’era entrato Federigo. Si era propriamente nascosta in quella carrozza col proponimento di aspettare che egli uscisse? No. Federico poteva trattenersi a lungo, uscire accompagnato dagli amici; Rina tutte queste cose le aveva pensate, e montando nella carrozza cedè a uno di quei moti naturali che ci sospingono senza che noi ci diamo la briga di spiegarli neppure. Tutti noi abbiamo passeggiato di notte sotto le persiane chiuse della nostra bella; abbiamo cantato lontani da lei la canzone che prediligeva, trovando così compagnia nella solitudine, pace nella lontananza, e qualche volta conforto nell’abbandono. Perchè?
La gente andava intanto via via diradandosi; quando suonarono le due all’oriolo di una chiesa vicina non era più innanzi alla porta del palazzo anima viva. Il cocchiere dormiva sempre; Rina vegliava aspettando.
E per fortuna sua non aspettò lungamente. Fissa sempre con lo sguardo verso la porta, vide aprirsi una grande invetriata che metteva alle scale ed uscirne Federigo. Egli si fermò un po’ sotto l’androne per accendere un sigaro; poi camminando dinoccolato, lento come chi è preso dalla stanchezza o dalla noia, traversò la piazzetta; passò senza voltarsi neppure presso la carrozza e scantonò.
Rina era rimasta là col solo desiderio di vedere Federigo ancora una volta e per un momento; ma quando lo perdè di vista non ebbe più che un pensiero: seguirlo.
Uscì in fretta dalla carrozza e si diresse verso la strada nella quale egli era infilato; il cocchiere che s’era svegliato al rumore, la trattenne gridando:
— Ohè!... e io?...
Rina si fermò, trasse di tasca un biglietto e senza guardare se fosse da cinque o da cento lire lo porse al cocchiere e fuggì. Il cocchiere sbirciò alla luce del lampione il biglietto, e visto di essere pagato lautamente, tanto per rimeritare come poteva la sua benefattrice, compose le labbra a un sorriso maligno che significava:
— Ho avuto a fare con una matta o....
Povera Rina! non mi basta l’animo di scrivere tutto intero il dilemma.
Quel che le passava nell’animo mentr’ella teneva dietro a Federigo può essere indovinato, descritto no. A un tratto Federigo intonò a mezza voce la _mazurka_ di Chopin, che ella aveva tante volte sonata nella villetta della Val di Nievole.
— Chi sa, — pensò Rina tra sè, — che egli non si ricordi dei nostri amori.
Non era molto lontana dal vero. Federigo aveva passato il carnevale in mezzo al chiasso, al rumore, agli amori facili, brevi, frequenti; si sentiva stanco di corpo e di spirito. Per questo, era uscito così per tempo dal ballo; per questo, tornando a casa, cantarellava quel delicato motivo; per questo andava pensando tra sè:
— Oh! così non si vive; bisogna o voler bene davvero o non legarsi neppure per un giorno. Oh! se Clotilde ne trovasse un altro!
Giova dire due cose: che Clotilde era una ballerina della Scala e che il voto di Federigo era già esaudito da una settimana.
Rina, la quale camminava più presto, si trovò a poco a poco presso di lui; lo raggiunse; e senza sapere nè a quale legge fatale obbedisse, nè che cosa si facesse, passò il suo braccio magro e tremante sotto il braccio del fuggiasco. Federigo si fermò e gli balenò in mente che Clotilde lo perseguitasse anche a quell’ora. Sì volse e nonostante il velo che la copriva, riconobbe subito la sua bella abbandonata.
— Tu! tu, Rina mia? tu qui.... — e le strinse forte il braccio contro il proprio petto. Rina cercò di svincolarsi.
— Tu tremi, Rina; sei tornata dunque? Oh! povera piccina mia! — e le baciò, traverso il velo la fronte.
Rina si ritrasse.
— Oh! hai ragione, non son mica degno di baciarti io! Oh! sono stato cattivo, lo so.... povera bella, come sei pallida! Perchè non parli? C’è rimedio a tutto, non è vero? Vieni, vieni con me, e non ti lascierò più, più mai. Oh! Rina, perdonami. Come sei buona! Come t’ho fatto soffrire! Ma non t’ho scordata, sai?... Oh! ma vieni.... Si gela qui.
Rina non sapeva più dire una parola; l’ultima battaglia tra la ragione e la passione si combatteva forse per lei in quel momento; ma ella non ascoltava se non la voce del proprio amore, fatto più ardente, più imperioso che mai.
Quando volle rispondere a Federigo, non pronunziò che monosillabi; quando opporsi al suo desiderio di condurla seco, non trovò forza per resistergli. Un quarto d’ora dopo, ella entrava nel quartierino che Federigo abitava in prossimità dei giardini pubblici.
Sulla _toilette_ di Federigo ov’ella posò il suo velo, stava una larga coppa di vetro di Murano; in quella coppa era il fazzoletto che egli le aveva preso quel tal giorno ed aveva conservato per caso.
— Non mi ha dimenticata, — disse Rina imprimendo su quella povera reliquia un bacio caldissimo. Guardava ancora il fazzoletto come assorta in una dolce estasi, quando fu scossa da uno schiamazzo che veniva dalla strada. Strinse con moto convulso il fazzoletto, guardò intorno a sè e fece per uscire. Federigo che era dietro l’accolse nelle sue braccia.
XVI.
Federigo fu tenero senza affettazione, passionato senza ipocrisia; durante un mese non uscì quasi mai solo, e passò i giorni interi sognando sveglio insieme con la sua bella.
Poi la primavera tornò; la campagna si coprì del verde vellutato de’ frumenti, interrotto a quando a quando dai gialli tappeti delle rape in fiore; i mandorli esalarono amare fragranze dalle loro bianche ghirlande, la viola mammola, ametista odorosa, fiorì celatamente tra l’erba. Sulle vette de’ freschi platani, e delle querci severe, tra’ longevi cipressi e le gracili acacie i fringuelli cantarono: da ogni lato s’alzarono al cielo profumi e armonie; profumi e armonie primaverili, onde lo spirito s’esalta, perchè sentiamo che v’è in noi qualcosa di così ricco e fecondo come l’olezzo degli alberi e il canto degli usignoli. Pensieri d’amore s’alzano anch’essi verso il cielo, e ci pongono negli occhi lacrime che hanno, come l’odore del biancospino, una soave amarezza.
In quei bellissimi tra i giorni dell’anno, Federigo e Rina partirono da Milano e percorsero lieti la Lomellina, il Monferrato, il Canavese; là, nell’oblio del mondo, s’amarono come angeli decaduti, ma senza timori e senza rimpianti. S’amarono più dolcemente di prima, ma più tristamente perchè si ricordavano d’essersi lasciati una volta e forse avevano il presentimento di doversi lasciare daccapo e per sempre. A Torino, la mattina, s’imbarcavano sul Po e si abbandonavano mollemente ai flutti e all’amore; passavano le ore calde del mezzogiorno ora qua ora là, e la sera andavano a respirare la brezza odorosa lungo i viali dei giardini pubblici, o tra i boschetti del Valentino.
Dopo quattro mesi di quella vita piena, sicura, Rina e Federigo ritornarono a Milano. Quivi Federigo sentì rinascere nell’animo il desiderio di quei romanzi che cominciano a mezzanotte e finiscono all’alba, e ogni capitolo dei quali narra la storia di una diversa eroina. Rina, che aveva gettato in quell’anima tanti germi d’affetto, s’accorse ancora che aveva seminato nel deserto.
Federigo fu bensì con quella disgraziata meno crudele della prima volta. Le nascose co’ sorrisi e le parole affettuose la propria indifferenza; ma ahimè! era inutile; le memorie tristi parlavano, e troppo spesso, al cuore di Rina. Intese che era venuto il tempo di partire e di partire per sempre.
Una mattina, mentre Federigo dormiva ancora del suo sonno tranquillo, ella si alzò piano piano, s’accostò ad una tavola e scrisse piangendo per più di mezz’ora; ogni tanto si voltava impaurita, ma Federigo seguitava a dormire.
Quando ebbe finito di scrivere si alzò; passeggiò un po’ per la stanza, poi aprì le finestre. Sorgeva l’alba; l’azzurro del cielo era screziato di nuvole brevi, rade; dappertutto silenzio; il vento della mattina asolava fresco tra gli alberi del giardino.
— Che bel cielo! — disse Rina; e guardando Federigo: — Si sveglierà sotto un raggio di sole, quando gli uccelli canteranno e il vento gli porterà fin sul letto, col canto delle lodole i profumi delle magnolie.
Ritornò verso il letto. Federigo si destò al rumore, e veduta Rina in piedi presso di sè, alzò il braccio, l’accarezzò, le sorrise; poi, voltandosi dall’altra parte, ricominciò il suo sonno.
E Rina stette lungamente a contemplarlo; fece, per così dire, provvista di ricordi, determinando bene nella mente i profili, i lineamenti, il colore, come un pittore che voglia dipingere un ritratto a memoria; poi lo baciò sulla fronte, si asciugò gli occhi ed uscì.
Quando Federigo si svegliò, non seppe darsi conto dell’assenza di Rina. Allora gli sovvenne di averla tra ’l sonno veduta girare per la stanza e balzò dal letto. Subito gli cadde sott’occhio la lettera che Rina aveva scritta per lui e per lui lasciata sul tavolino.
Era questa:
“Addio, Federigo, addio e per sempre; non t’adirare se ti lascio così. Se t’avessi detto la mia intenzione, tu m’avresti scongiurato di restar teco; e dove avrei trovato la forza per dirti di no? Restare sarebbe stata per me forse un’umiliazione, per te una sventura di certo.
“Non domandare dove vado e a che fare. Vado in qualche luogo a pensare a te. Non aver paura, non ti cercherò più; mi dimostrerei ingrata del bene che mi hai fatto, e me ne hai fatto molto, perchè m’hai insegnato quanto si possa esser felici nel mondo.
“Non posso più legarti con una catena di rose e con una di ferro non voglio. Addio, Federigo mio; ti ringrazio, ti ringrazio del tuo amore, di questi mesi così belli, così ridenti; ti ringrazio di essere stato meco così affettuoso da principio, così cortese da ultimo. Ti ricorderai qualche volta di me, della tua povera _piccina_, non è vero? Il giorno che ripenserai a me, il cuore me lo dirà. Lo sai per prova, il cuore mi dice tutto. Se passi dalla Val di Nievole, da’ uno sguardo a quella nostra cara villetta. Io non la vedrò più; per me è un sepolcro ed io ho paura dei morti.
“Tieni a mente, Federigo, che ti lascio senza un rimprovero; prima di lasciarti per sempre ti bacierò anoora sulla fronte come si fa ad un fratello che vada lontano. Io ho chiesto al mondo ciò che non poteva darmi, e se mi sento trista, sconsolata nel fondo dell’anima, la colpa è tutta mia. Sii felice; avrei voluto far io la felicità di tutta la tua vita; non ho potuto; perdonami.
“Addio, Federigo.... Oh! Dio mio, è proprio vero che non ci vedremo più?„
XVII.
Dicono che la scienza della vita s’impara stando tra gli uomini; ed è opinione così universalmente accolta che io non mi proverò a confutarla. Forse anche quella sentenza dice la verità, ma, per lo meno, non la dice tutta. A quella guisa che leggendo, leggendo senza mai pensare da sè, s’imparano i fatti della storia, ma non le leggi che li guidano; così quando i documenti della nostra vita sieno raccolti nell’archivio della memoria, bisogna, a volerne dedurre qualche criterio, esaminarli partitamente, meditarli; lavorìo lungo, il quale non si fa che stando soli. Sotto questo aspetto la solitudine è una grande maestra.
E di ciò era prova il Conte di San Vittore. Egli non era più tornato a Firenze. Nella solitudine della sua villa delle Poggiola, aveva molto pensato, molto ricordato, molto dedotto. In diciotto mesi era divenuto un altro uomo; e se avesse potuto tornare indietro, il suo contegno verso Rina sarebbe stato diverso. Il Conte non era uomo da tollerare che altri si ridesse di lui; dopo la fuga di Rina aveva facilmente inteso che non poteva più stare a Firenze, senza andare incontro a mille guai e suscitare dispute e provocare scandali, che gli avrebbero fatto più torto che altro. Aveva preso il suo partito da uomo, senza perplessità, e da uomo aveva saputo mantenerlo, senza rammarico. E il mutamento operatosi in lui non era effetto della mancanza di compagnia o di qualsiasi desiderio non sodisfatto, ma di riflessione lunga e pacata intorno a quanto era successo. Passato l’impeto primo della collera, il Conte aveva saputo fare a ciascuno la parte che gli spettava e, caso raro, non s’era preso per sè la migliore.
Del rimanente, queste nuove idee del Conte non si distinsero, non si ordinarono se non per caso, un giorno in cui ricevè una visita inaspettata.
Quel giorno egli stava sul piazzale davanti alla villa, passeggiando e fumando; udì un chioccare di frusta e un tintinnìo di sonagli. Aggrottò le ciglia e guardò verso la strada, facendo brusca cera, come se quel rumore gli annunziasse una visita e quella visita lo seccasse di molto.
— Chi è? — domandò ad alta voce; ma nessuno gli rispose per la gran ragione che non aveva nessuno intorno a sè che potesse rispondergli.
In quel punto una carrozza sboccava nell’ultima parte del viale e saliva piano piano verso la villa. Il Conte le andò incontro per vedere chi fosse il seccatore che veniva a disturbarlo; nè ebbe gran cammino da fare, perchè riconobbe subito affacciata allo sportello la testa canuta, cartilaginosa, sardonica dello zio Varalli.
Subito che la carrozza si fu fermata sul piazzale, il Conte aprì lo sportello ed offrì il braccio allo zio; ma questi, senza curarsi dell’appoggio, saltò a terra in un attimo.
— Lei qui, zio? — disse allora il Conte.
— Eh sfido! Vi ho scritto di venire a Firenze, voi non mi avete nemmeno risposto; m’è toccato a ripetere il miracolo di Maometto.
— Scusi, zio.
— Sì... e un’altra volta non lo farò più, — riprese con una spallata il Marchese.
Il Conte non rispose; salendo lo scalone che metteva nella sala terrena, fece strada allo zio il quale lo seguiva in silenzio.
Giunti che furono nella sala, il Marchese depose sul biliardo il cappello e la cappa, e volgendosi al nipote:
— Non vi dirò che l’accoglienza sia molto affettuosa.... questo no.... vi dirò, invece, che non me ne ho per male; io non vengo qui come zio, ma come uomo d’affari.
— Cioè? — domandò il Conte turbato.
— Oh! Non vi mettete in apprensione.... Vi porto trecentocinquantamila lire. Le volete?
— Si spieghi, zio, la prego.
— Volete vendere il vostro palazzo?
— Il palazzo San Vittore!
— Eh! già! Se non fosse dei San Vittore non sarebbe vostro, e se non fosse vostro non potreste venderlo. Andiamo per le spiccie. Il conte Suardi di Macerata, che voi conoscete benissimo, è stato fatto senatore....
— Senatore! Come mai?
— In primo luogo ha mezzo milione d’entrata.... e questo è un gran merito, in uno Stato indebitato come il Regno d’Italia.... e poi non s’è mai occupato di nulla, e s’è acquistata la nomèa d’uomo d’ordine. Ma tutte queste cose non hanno nulla che fare col contratto che vi propongo. Veniamo al grano. Il conte Suardi, dunque, vuol sedere in Senato.... giacchè non ci può far altro; e siccome non è uomo da andar a stare a dozzina, vuol comprare un palazzo a Firenze. Mi ha domandato se vendevate il vostro. È pronto a pagarvelo trecentocinquantamila lire. Se guardate le carte dell’eredità lasciatavi da vostro padre, vedrete che nel 1854 quel palazzo era stimato centoquarantatremila lire. Il trasferimento della capitale vi fa dunque guadagnare.... sette e tre dieci.... dugentosettemila lire, se non sbaglio; dugentosettemila lire nette, perchè le spese di contratto e di registro saranno pagate dal compratore. Combinando io la faccenda, risparmierete anche la senseria; quando mai, vi permetto di regalarmi uno spillo da cinque luigi in segno d’affetto e di riconoscenza. Dicevo dunque: dugentosettemila lire di guadagno. Io venderei subito, ma con voi, io non faccio testo. Pensateci bene e risolvete.... Ma risolvete presto, perchè il Suardi è partito ieri; non vuol tornare a Firenze prima di avere una casa e d’altra parte il pover’uomo ha una grande smania d’andare a parlare al Senato.... con qualcuno dei suoi colleghi. Dunque, sì o no?
— Ma....
— Se l’offerta non vi quadra, ditelo; diecimila lire più, diecimila lire meno, non credo che vi saranno difficoltà....
— Oh! non è per questo! — disse il Conte con la stizza di chi fu capito a rovescio.
— Ah no? Per diecimila lire non vi scrollate? Siete più ricco o più... giovane di quel che credevo.
— Ma così.... subito....
— Avete bisogno di tempo? Vi concedo un’ora; intanto — e in così dire ripigliava il cappello — intanto farò una girata per il giardino. Sta bene?
— Sta bene. Fra un’ora le darò la risposta.
— _Amen_ — soggiunse il Marchese.
Il Conte salì al primo piano e si chiuse nella sua camera; il Marchese uscì; per lo scalone trovò Giacomo, il cameriere del nipote, con un fascio di carte in mano.
— Che hai costì?
— I giornali del signor Conte. Se li vuole....
— Dio me ne guardi! — rispose il vecchio.
E continuò a scendere lo scalone. Andando verso il parco pensava: