Racconti

Part 11

Chapter 113,957 wordsPublic domain

“È proprio vero che questi ragazzi spendono molto male il loro tempo. Perdio! verrà il giorno che se ne pentiranno. Questo qui, a voi, s’ingurgita quotidianamente una mezza dozzina di giornali, per saper che, poi? Che c’è una rivoluzione in Grecia, un’altra in Ungheria, un’altra a casa del diavolo che se li porti tutti.... Che cosa me ne viene a me delle rivoluzioni? Se cominciassero come nel 48 la storia del comunismo, tanto tanto.... ma se aspettano un altro po’, li concio io per il dì delle feste anche i comunisti. Basta, speriamo bene; ora che hanno fatto senatore il conte Suardi....„

Quando ebbe compiuto dentro di sè questo monologo singolare, il Marchese si fermò in mezzo a un viale, dette intorno un’occhiata e continuò:

“Che villa! Che giardino! Se l’avessi io, vi do parola, mio caro, che me ne saprei servire un po’ più di voi.... Che belle villeggiature ci ho fatto cinquant’anni fa! Ah! son nato troppo tardi.... Eh! quel benedett’uomo del signor padre.... tutti i gusti son gusti... ma anche aspettare di essere arrivato alla fresca età di settant’anni per mettere un figliolo al mondo!... Già, ogni medaglia ha il suo rovescio; forse se fossi nato prima, a quest’ora sarei morto.... Uhm! Già, poi alla fine, che importa? Almeno avrei vissuto un po’ meglio; e mi tocca a passare il tempo tra’ vecchi rimbambiti e i bimbi decrepiti.... Eccolo là.... quel famoso boschetto.... ci ho dato il mio primo bacio all’Emilia. Che spalle aveva quella fattoressa! Pensare che ero arrivato a vent’anni senza dare un bacio ad una donna. Ma.... ho rimesso il tempo perduto.„

E si fregò le mani.

“Che divario! mi par d’essere in un deserto.... Ma allora si veniva in campagna per divertirsi, ora ci si viene per guardare alle cose sue.... Come è divertente questa generazione di Cincinnati! A me già è sempre parso che Cincinnato avesse meno giudizio del suo figliolo.... Come si chiamava? Quinzio.... Quinzio.... Eh! vattel’a pesca! Lui sì che se li sapeva godere. Dicono fosse una birba; più ci penso e meno mi pare.... Ma ora è di moda guardare alle cosidette proprie terre. Ma, dico io, se s’ha a fare i contadini, che vantaggio c’è ad esser nati signori? Potate, ragazzi, seminate e divertitevi. Coraggio, e andate fino in fondo.... attaccatevi addirittura all’aratro, e buon pro vi faccia.„

Mentre così pensava, gli dètte nell’occhio, lungo un viale, un alberello. Vi avevano inchiodato un cartellino di porcellana bianca su cui stavano alcune parole di colore turchino lucido. S’accostò e lesse: _Oesculus hippocastanum_.

“_Oesculus hippocastanum!_ che diavolo d’albero sia?„

Guardò e riguardò, esaminò la corteccia, i rami e le foglie, poi ad un tratto dètte in un grande e sonoro scoppio di risa.

“Oh! perdio! è un marrone d’India!... _Oesculus hippocastanum!_ Oh! buffoni!... maledetto secolaccio, che non vuol mai chiamare le cose col nome più semplice! Dio sa che cosa gli par di fare a quel mio nipote quando mette questi cartelli!....„

Sghignazzando guardò l’oriolo; l’ora era passata di qualche minuto e con passo frettoloso si diresse verso la villa.

Il Conte era novamente sceso nella sala terrena e aspettava. Il Varalli entrò, depose al solito il cappello sul biliardo, e vôlto al nipote domandò serio:

— Qual è il nome botanico del melo cotogno?

— _Cydonia vulgaris_, secondo Linneo.

— Me ne rallegro con voi e con lui. Quanta scienza, caro nipote!... e quanti cartellini di porcellana!

Il Conte capì di essere canzonato; ma non se ne curò e tacque aspettando che lo zio riportasse il discorso sull’argomento del palazzo.

— Avete risoluto?

— Sì.

— Vendete?

— Vendo.

— A porte chiuse?

— A porte chiuse; ma desidero che alcuni oggetti non facciano parte della vendita.

— Sta bene; venite a prenderli.

— No; mi faccia il piacere di mandarmeli lei, zio.... io non ci rimetto piede.

— E questi oggetti sono...?

— I ritratti di famiglia.... s’intende.... la mia scrivania e....

— E?...

— E tutti i mobili della camera celeste.

— Della camera di vostra moglie?...

— Sì.

Il Marchese sgranò gli occhi e li fissò verso il nipote. E questi:

— Capirà che non voglio vendere il letto di mia moglie....

— Volete avere la consolazione di dormirci voi.... si capisce.

— Zio, parliamo del contratto e non d’altro — soggiunse il Conte.

Ma fu come dire al muro; l’altro non gli badò, si mise a passeggiare su e giù per la stanza, poi ad un tratto, fermandosi, domandò:

— Non vi frullerebbe mica pel capo l’idea di ripigliar Rina con voi?

— No.

— Ah!

— Perchè Rina non consentirebbe a tornarci.

È impossibile dire l’aspetto che prese la faccia del Marchese; forse l’ironia e lo stupore non s’accoppiarono mai siffattamente sopra volto umano. Non rispose nulla e si mise a passeggiare daccapo in lungo e in largo la stanza. A un tratto, trovandosi innanzi fermo il nipote, si fermò egli stesso e lo guardò. Il Conte era pallidissimo; i suoi occhi grigi sfavillavano; aveva fisonomia serena ed altera, il piglio dell’uomo risoluto. Con tutto il suo cinismo, lo zio fu costretto ad abbassare gli occhi innanzi al nipote.

— Zio, — prese a dire Emilio di San Vittore, — non avevo l’intenzione di toccar questo tasto.... anzi.... Lei ha voluto toccarlo, stia dunque a sentire il suono che manda. Rina è colpevole, lo so; ma possiamo noi, lei ed io, possiamo condannarla?

— Mi pare che voi l’abbiate condannata il giorno in cui vi siete separato da lei.

— Non n’esca per il rotto della cuffia; mi risponda a tono. Lei, a buon conto, non può. Le colpe di Rina sono di quelle verso le quali lei mi è parso sempre molto indulgente. Tanto è vero, che se Rina fosse stata più esperta nell’arte d’ingannare o io avessi figurato di non accorgermi dell’inganno, lei, zio, avrebbe chiuso un occhio e lasciato che l’acqua corresse alla china. I suoi tempi... que’ famosi tempi che ricorda sempre con tanto compiacimento, ne hanno vedute di molte delle donne colpevoli come Rina....

Vi fu un momento di pausa; poi il Marchese, ripigliando la solita cera dell’uomo spregiudicato:

— Volete — disse — che vi risponda a tono? Sarete servito. A’ miei tempi, sicuro, le mogli erano... mogli, ma i mariti erano rassegnati. Da una parte e dall’altra c’era infedeltà, sicuro; ma non c’era inganno. In materia di morale c’è molto del relativo. Quelli della Nuova Orléans offrono la moglie all’ospite, ma non la bastonano il giorno dopo perchè li ha traditi. A’ miei tempi in queste faccende non si metteva importanza. Ve l’ho già detto: si chiamavano galanterie e ci si rideva su. Ma poichè voialtri le stimate colpe e colpe gravi, bisogna che siate logici, anche se l’esser logici vi secca, e alla colpa facciate seguire la condanna.

— Ma e io?...

— Lasciatemi finire. Sapete un po’ che cos’ha fatto quel bel secolo colle sue innovazioni e co’ suoi progressi? Ha sciupato la macchina del mondo e ora non si sa più come farla andare. Avete un bel presumere; a fare che il mondo diventi un vivaio di Catoni, non ci arriverete mai. Di questo a’ miei tempi s’era tanto persuasi, che il fiume delle passioni si scavava perchè non traboccasse. Voi, invece, colla vostra sapiente austerità, avete ristretti gli argini. Siete una massa di buffoni. Ecco fatto.

— Mi permetta dirle, che Ella conosce tanto il matrimonio quanto io l’Abissinia, che ho veduta solamente sulla carta geografica e non è competente a giudicare nè di me nè di Rina, nè del mio contegno di ieri, nè delle mie idee d’oggi. Ella ha guardato certe cose distratto, da lontano, e non vi ha mai riflettuto sul serio; ma sempre con quel suo animo un po’ scettico, e, scusi, un po’ corrotto da’ tempi e dagli usi. Vede che parlo franco....

— Tirate avanti....

— La donna è lasciata più dell’uomo in balìa del male, perchè nella vita ha meno cose da fare. Il lavoro è un grande preservativo. Per questo io credo che il matrimonio ci faccia o molto felici, o disgraziati senza rimedio. A Rina e a me è toccata questa sorte.... Chi ne ha colpa? Io. Che ho fatto di Rina? Perchè avrebbe ella dovuto darmi il suo affetto, quando le negavo il mio? È rimasta vedova il giorno in cui s’è maritata. Io non ho mai capito quella donna, altro che quando l’ho perduta. Aveva bisogno di essere amata, ed io non sapevo ancora, come ancora non lo sa lei, zio, che cosa fosse l’amore. Non trovandolo in me, l’ha cercato altrove. Ha mancato? Forse. A ogni modo, io che ho colpe tanto più numerose e tanto maggiori, posso condannarla?

— E allora fate l’ultima corbelleria e perdonate.

— Se il perdonare è uno sbaglio, peggio per quelli che non sbagliano mai.

— Bravo! dunque ripigliatela con voi e che il Signore vi benedica. Lei mi è parsa sempre un po’ esaltata, voi siete ammattito addirittura, farete una coppia numero uno.

— Zio, la prego, non scherzi. Ho passato due anni qui, solo, con un pensiero solo. Sono nel fiore della vita, e mi sento morire; non so se morrò, nè come vivrò. Con me si estingue la mia famiglia. Mi sento fiacco, annoiato; desidero gli affetti che non ho saputo acquistarmi, desidero d’amare e di essere amato davvero, e sono innamorato di un’ombra che si è dileguata. Sono un disgraziato, zio, e co’ disgraziati non si scherza.

Il Conte portò il fazzoletto agli occhi gonfi ed umidi. Il Marchese si avvicinò a una parete della sala e tirò forte il cordone del campanello.

Giacomo comparve.

— Dite al cocchiere che attacchi.

Quando Giacomo fu uscito dalla stanza, il Marchese s’avvicinò al nipote, e stesagli la mano:

— Dunque sul contratto siamo intesi. A rivederci, Emilio.... o addio forse, perchè voi non mi parete intenzionato di venire a Firenze, ed io non ho punta voglia di tornare quassù. Non vi prometto neanche di chiamarvi al mio letto quando sarò al lumicino, perchè ho proibito al mio medico di avvertirmi.... Oh! a proposito, lo sapete eh? quale è stato il contegno di Rina dal giorno che partì da casa vostra?

— Lo so.

E il Marchese, accompagnato dal nipote, scese lo scalone; nel piazzale montò in carrozza e di là, salutato un’ultima volta il Conte, sdraiandosi sui guanciali borbottò tra sè:

— Lo sa ed avrebbe il coraggio civile di ripigliarla? Già, in che consiste po’ poi questo coraggio civile? Nel fare uno sproposito e nell’avere il fegato di confessarlo.

E passando di pensiero in pensiero, guardando gli alberi, i prati, i boschetti che gli ricordavano i suoi primi amori, incominciò a cantarellare:

Cari luoghi io vi trovai Ma quei dì non trovo più.

Mentre il Marchese si godeva e si torturava ad un tempo con questi ricordi della gioventù, il Conte saliva nella propria camera.

E per una settimana non fu più veduto uscirne.

XVIII.

Io non posso assistere con animo tranquillo alla demolizione di una casa. S’intende che non parlo di quelle che sono stimate capolavori dell’arte; per buttar giù uno di quei mirabili edifizi, ci vuole un barbaro del quinto secolo, o un sindaco del decimonono; ma in ogni casa, per modesta che sia, sta chiuso un tesoro di memorie e sopra ognuna delle sue pareti è scritta a caratteri invisibili la storia di qualche affetto: e mi pare che ogni colpo di martello dato in que’ muri debba rimbombare per consenso nel cuore di qualcheduno. Se buttassero giù la casa dove mio padre è nato, dove mia madre è morta, non me ne saprei dar pace. E mi dispiacque molto quando gli inesorabili ingegneri della Comunità di Firenze, nel tracciare il nuovo Viale dei Colli, demolirono una villetta singolarissima del piano di Giullari. Forse dispiacque solamente a me; perchè aveva cattiva fama e le donne del vicinato spacciavano che ogni tantino vi succedeva qualche disgrazia.

Ho detto singolare ed era per questo: che la non si mostrava mai tutta intera. S’aveva un bel girare, guardare, scendere e salire su per le collinette che le stavano intorno; di qua si scorgeva l’altana, di là il lato destro e via discorrendo. Il peggio era d’andare difilato innanzi al cancello; traverso a’ ferri alla distanza di un metro si vedevano due filari di cipressi fiancheggianti un vialetto che torcendo di lì a poco non si capiva dove menasse. La gente del popolo, avvezza a scolpire co’ soprannomi, la chiamava la _Vergognosa_ e aggiungeva: “E ha ragione di vergognarsi! Ce n’è successe di tutti i colori là dentro.„

Era stata fabbricata una trentina d’anni fa da un tale di cui i vicini ignoravano il nome, gli usi, la patria, perchè viveva solo ed usciva di rado fuori del cancello. Nessun prete c’era entrato mai; e il curato che ogni anno andava in giro a far lo stato delle anime, sonava indarno il campanello della villetta; non gli aprivano. All’incontro, un povero non s’era mai attentato inutilmente a chiedere l’elemosina a quel solitario. Ma anche la carità di quell’uomo, dicevano le donnaccole, portava disgrazia. E citavano esempi: una volta un muratore che s’era tronco un braccio cadendo da una fabbrica ebbe dallo sconosciuto uno zecchino; lo spese in tanta acquavite e il giorno dopo morì lasciando quattro creature. Già si sa, la farina del diavolo va tutta in crusca.

A’ tempi ne’ quali avvennero i fatti che qui si raccontano, la fama della villa aveva avuto l’ultimo tracollo. Il vecchio padrone di circa novant’anni era morto ad un tratto. Saputasi la notizia un nuvolo di nipoti, di cugini, di zii con tanto di bruno al cappello, s’erano messi in riga per chiappare l’eredità. Poco importava loro se la villa fosse maledetta o no; gli eredi sono gente spregiudicata. Onde liti, contumelie, tanto che s’era andati ai tribunali. E le donne del vicinato conchiudevano:

— Quel vecchiaccio non lascia in pace la gente neanche dopo che è morto!

Il tribunale aveva nominato un amministratore e si cercava di appigionare la villa, fino a che non fosse giudicata la causa. Le cose stavano a questo punto, quando Rina, abbandonato Federigo, ritornò a Firenze.

C’è sempre nello spirito umano anche più illuminato un cantuccio oscurissimo in cui si rannicchiano le schifose chimere della superstizione. Negli scavi di Pompei si trovano de’ piccoli priapi, dei rami di corallo ritorti o biforcati, quali si usano oggi a Napoli come talismani contro la jettatura. Il paganesimo è passato, la credenza nella iettatura è rimasta; la religione è morta, la superstizione vive.

Sebbene Rina cercasse un asilo solitario ove ella potesse, separata dagli uomini, vivere insieme col proprio dolore, nondimeno la nomèa paurosa della villa la trattenne sulle prime dall’andarvi. Ma era d’estate; quasi tutte le ville de’ dintorni riboccavano di abitatori; verso Fiesole se ne trovava qualcuna ancora sfittata; ma bisognava andarsi a cacciare nel tumulto della gente allegra e Rina voleva stare da sè, avere la piena libertà di pensare e di piangere sola. Alla fine la repugnanza fu vinta; ella si persuase che alla sua tristezza, il luogo triste si oonfaceva meglio d’ogni altro.

Una mattina si vestì e sul mezzogiorno, salita in una carrozza chiusa, si fece condurre per le vie più popolate; passò dinanzi al palazzo San Vittore e uscì dalle mura per quella stessa porta onde era uscita per andare al suo primo colloquio d’amore; rivide il viale del Poggio; quando fu sulla collina dette una guardata all’orizzonte nebbioso entro cui si nascondeva Firenze e sorridendo, colle lacrime agli occhi mormorò:

— Addio!

Sulla porta della villa stava ad attenderla una sua vecchia conoscenza, il signor Luigi. A lui il tribunale aveva affidata l’amministrazione della contesa eredità.

Quantunque fosse d’estate, si ravvisava nel giardino, alla prima, la traccia di un lungo abbandono; i licheni e le ortiche prosperavano in mezzo a’ viali, le larghe malve deturpavano i prati; gli alberi confondevano insieme i loro rami, li intrecciavano ingombrando le aiole, ripigliando il posto già loro disputato dalle forbici del giardiniere; la felice petulanza della natura meridionale libera di sè stessa aveva fatto d’un giardino una selva.

Rina, riconosciuto il signor Luigi, gli stese la mano senza pronunziare parola. Anch’egli tacque; e facendo strada alla nuova ospite la condusse nella villa.

Il quartiere aveva lo stesso aspetto del giardino; la stoffa delle seggiole era sbiadita; l’oro delle cornici divenuto rosso sotto la polvere; gli orologi a pendolo, scarichi, segnavano tutti un’ora diversa; le stanze, da molto tempo disabitate, apparivano fredde, oscure; aprendo le porte, si sentiva un soffio d’aria gelida e tanfita come quando si apre un sepolcro.

Sebbene la stagione propizia e i luoghi bellissimi invitassero alle passeggiate, Rina non oltrepassò mai il limitare del giardino. Il suo grande conforto era di salire sull’altana, di sera, quando nessuno poteva vederla; là i suoi sguardi si volgevano verso Firenze e fissi parevano ricercare nelle ombre lontane le fila d’un sogno interrotto. Talvolta passeggiava sola pe’ viali e si fermava con doloroso compiacimento innanzi ad una magnolia, il cui fusto unico verso la radice si biforcava poi per guisa, che mentre l’un ramo spandeva acri profumi nel giardino, l’altro scoteva i fiori pomposi di là dal muro di cinta. E guardando que’ due rami diceva tra sè:

— Anche noi uniti per un momento poi divisi per sempre.

Passava le notti in una insonnia dolorosa; invocava il sonno e s’accorgeva che il sonno, come la felicità, fugge quando si chiama.

Se fosse stata iniziata ai tristi e fecondi misteri dell’arte, ella avrebbe immortalato il suo dolore, lo avrebbe scritto a lettere eterne in qualche capolavoro, avrebbe potuto godere delle sue angoscie medesime; ahimè! anima oscuramente sublime, Rina non sapeva che amare e morire.

La monotonia di quei giorni era rotta soltanto dalle visite del signor Luigi. Da principio andava a trovarla ogni due o tre sere, per prendere, come diceva lui, gli ordini della signora; poi le visite si fecero più frequenti e più lunghe. Egli le portava le notizie della città, parlava finchè gli pareva che il dialogo le facesse piacere; e quando Rina s’abbandonava alle proprie malinconie, ai propri fantasmi, alle proprie memorie, taceva. Spesso in que’ volontarii silenzii, ella s’accorse che gli occhi gli s’empievano di lacrime. Nell’anno che era stata con suo marito aveva visto mille volte quell’uomo; lo aveva rivisto dopo assai spesso, quand’egli, con puntualità mirabile, andava a portarle le sue mesate d’assegno; eppure, assorta in altri pensieri, si può dire non l’avesse mai guardato bene. Ma la solitudine, lo abbiamo già detto, aguzza l’intelletto; e Rina nella quiete della _Vergognosa_ intravide ciò che si nascondeva sotto quei lineamenti così regolari e così mobili, sotto quel viso così queto e così espressivo ad un tempo.

Una sera, mentre ella se ne stava pensando, come avveniva spesso, a’ giorni beati trascorsi con Federigo in Piemonte e fuggiti oramai senza lasciare speranza di ritorno, udì battere alla porta del salottino.

— Chi è? — domandò.

— Son io — rispose di fuori la voce del signor Luigi.

— Avanti.

Per quanto Rina si studiasse di pronunziare con dolcezza tale parola, non potè togliere alla voce quel non so che d’annoiato che c’era; e il signor Luigi entrando nella stanza capì agevolmente che disturbava.

— Segga, signor Luigi.

— No, sono arrivato in un cattivo momento. Ho creduto che nella solitudine soffrisse, che pensasse troppo; e il pensiero ammazza come il veleno. Ho voluto distrarla e sono stato importuno. Mi perdoni. E poi anch’io son solo.... e, lo so, guai all’uomo che è solo.

La voce del signor Luigi era così piena di singhiozzi vicini a scoppiare, che Rina gli prese la mano e gliela strinse. Due lacrime caddero dagli occhi del giovane e bagnarono la mano che egli teneva fra le sue. Si sciolse e balbettate ancora poche parole di scusa salutò ed uscì. Nè da quel giorno fu più veduto passare il cancello della _Vergognosa_.

XIX.

Erano corsi quaranta giorni dacchè Rina era partita da Milano, e le parevano quattro anni. E doveva parerle così, perchè tutto era cangiato in lei e intorno a lei; e tra i giorni che aveva vissuti accanto a Federigo e questi che ella trascorreva sola alla _Vergognosa_, passava tanta distanza, quanta ve n’è tra la luce e le tenebre, le fantasie lusinghiere e le tristi realtà.

E intanto ogni ora che fuggiva, spengeva un raggio nelle pupille di Rina, faceva più mesto uno dei suoi sorrisi. A po’ per volta le dita le divennero lunghe, affilate, le unghie trasparenti come l’agata; la testa s’alzò snella sul debole sostegno di un collo che mostrava i muscoli sotto la pelle e questa parve penetrarsi di raggi come una lampada d’alabastro per entro a cui splenda un lume fioco. Due sole e piccole macchie si staccavano sul pallore cereo di quel viso e ne coloravano gli zigomi, quasi due foglie di rosa cadute in una tazza di latte.

E piangeva; e le lacrime cadendo, a quella guisa istessa che la gocciola d’acqua fora il granito, le passavano il cuore da parte a parte. Perchè non v’è nulla al mondo di più semplice e di più antico di un amore tradito, di un giuramento violato; è una vecchia storia, ma, come dice la canzone dell’Heine, par sempre nuova a chi soffre per essa.

. . . . . . .

Un giorno Rina s’accorse che stava per divenir madre.

Oh! che giorno fu quello per lei! Per la prima volta ella chiese a sè stessa se non le serbasse ancora la vita qualche conforto, e se avesse vuotato fino all’ultima stilla il calice del dolore. Per la prima volta andò fino al cancello, cercando cogli occhi dello spirito il mondo che ella aveva abbandonato così risolutamente, che così presto si era dimenticato di lei! Accarezzò con la mano livida un bel bambino biondo che passò di là a caso e pensò: — Oh! l’avrò anch’io dunque un bambino!

Risalì in casa e dando un’occhiata al quartiere modesto, desiderò ancora le stoffe, i fiori, i libri, la musica; tutto ciò che potesse ricordarle la sua felicità fuggita. Per la prima volta, finalmente, Rina sentì il bisogno d’aria e di luce; e si preparò ad andare verso la collina.

Si guardò allo specchio per accomodare intorno al volto il più leggiadro de’ suoi cappellini. Ahimè! si vide.... vide le traccie che il dolore aveva lasciate sulla sua pelle; le parve che si riflettesse nello specchio l’imagine di una moribonda. Chiuse dapprima gli occhi, poi raccogliendo tutta la forza, li riaprì e contemplò con orgoglio freddo i resti della sua bellezza intristita.

— Oh! — pensò — vorrei che fosse qui e vedesse da sè a che mi ha ridotta; son brutta e malata, e per opera sua.

Fu il suo primo moto di sdegno e fu breve. Lasciò cadere le braccia, reclinò la testa, sentì piegare i ginocchi e cadde mezza tramortita sopra una sedia.

La natura parve impietosire di tanta angoscia. Rina fu richiamata a’ sensi da un temporale di estate che scoppiò ad un tratto. Si avvicinò alla finestra, e appoggiando la fronte madida per la febbre ai cristalli, guardò le viole reclinare le loro fresche corolle sotto l’urto dell’acqua che cadeva a rovesci, e desiderò che la tempesta passasse anche sopra di lei e reclinasse per sempre quel suo povero capo. Ma si pentì quasi subito di quel desiderio, riflettendo che la sua vita apparteneva oramai alla creatura che portava nel seno.

E da quel giorno un triste presentimento la funestò: il presentimento che ella sarebbe morta nel dare alla luce il suo bambino!

XX.

O vecchio mondo, tu ripigli ogni anno il tuo sorriso di gioventù ed esci dall’inverno come se tu non ci fossi entrato mai!

La primavera tornò; le rondini rifecero il nido sotto il tetto della villa, gli usignoli cantarono su’ castagni, le api succhiarono il miele nel calice de’ mughetti, le margherite stellarono i prati, le lucciole scintillarono per le siepi, i grilli ruppero col loro sibilo il silenzio della sera, la luna risalì al cielo circondata dalla calda nebbia; ma la bellezza e la salute di Rina non rifiorirono.

E intanto che s’avvicinava il momento solenne, ella provava un senso nuovo: aveva paura a restar sola. Scrisse una lettera a Paolo Carpi che sapeva tornato allora dall’Oriente; questi accettò con gioia l’invito della solitaria, e non lasciò passare giorno senza andarla a trovare in quella Tebaide.