Racconti

Part 12

Chapter 123,802 wordsPublic domain

Un giorno all’approssimarsi di quello che doveva essere, secondo i presentimenti, l’ultimo della sua vita, Rina si sentì stanca; il medico, che, per compiacere a Paolo, ella consentì a vedere la prima volta, le ordinò il riposo; le ingiunse di non alzarsi più (per dire come diceva) che a _cose fatte_. E Rina obbedì; ma prima di coricarsi volle ancora scendere in giardino; e come se non dovesse vederlo più mai, volle contemplare il sole, il cielo turchino, le catene azzurrognole dei monti lontani; studiare ogni colore, ogni forma nel grande quadro della natura. Paolo Carpi, che la guardava da lontano e che è spiritualista, dice, ricordandosi di quel momento: “pareva che l’anima sua inebriata dalle brezze odorose di primavera, tentasse di spiegare le ali per volarsene al cielo!„

Rina pensava alla fanciullezza, all’educazione che le era stata data; e i ricordi del passato la conducevano a interrogare i misteri dell’avvenire. Dirimpetto a quello spettacolo, rammaricava di non avere una fede. Poco importa che si creda ai misteri o ai fenomeni, alla rivelazione o alla scienza; questo è bensì certo: che l’anima umana per acquetarsi ha bisogno di essere persuasa di una verità qualsiasi. Rina, mirando le erbe, i fiori, gli alberi, si rammentava delle lezioni ricevute in convento; del Dio che le avevano insegnato ad adorare colà, un vecchio barbuto e severo, seduto sopra un trono di nuvole e coperto da una tunica rossa stretta ai fianchi da un mantello turchino; e sentiva che se c’è qualche cosa di divino, il raffigurarlo in quella guisa è un oltraggio alla divinità; e dal feticismo delle suore, passava col pensiero alle dottrine del suo secondo padre, il duca Esmeraldi. Ma, ahimè! il volterianismo del Duca non era fatto per lei; quella sardonica incredulità aveva avuto una lama per aprire una ferita nell’anima di lei, non il balsamo per sanarla.

Così pensando, era arrivata presso una vasca piena d’acqua stagnante che non aveva mai osservata da vicino. Si fermò e mirò la opulenta vegetazione di un verde smeraldo che la copriva, e i milioni d’insetti che si movevano su quelle alghe natanti.

— Ma chi è, chi è — domandava a sè stessa angosciosamente — quegli che fa ogni cosa? Chi ha fatto queste alghe, questi insetti e quella nuvola grigia che corre innanzi al sole, e il vento che la spinge, e questa pietra su cui siedo? Chi ha fatto quel giglio di cui respiro il profumo, e il sole che lo riscalda e l’ape che ne succhia gli umori? Come si chiama? Dio, caso, natura? Morrò dunque senza saperlo? Morire! e perchè si muore? Perchè tutte queste belle cose hanno da distruggersi? E se la morte non fosse che una trasformazione, un transito breve? Se, quando non sarò più donna, divenissi albero, nuvola o fiore? — E seguitando di questo passo, scavava intorno a sè gli abissi pericolosi della filosofia. Paolo la chiamò. Ella tornò in casa e per tutto il giorno rimase assorta in una dolorosa meditazione.

. . . . . . .

Un delirio violento precedè il parto e non lasciò più benavere quella povera madre. Il presentimento s’avverava; Rina non potè vedere il suo bambino, un amore di bimbo vegeto, che nacque quasi senza piangere, come se desiderasse la vita. Ogni parte del corpo di lei si enfiò; il respiro le si fece affannoso. Il medico, interrogato da Paolo, tacque la prima volta, poi ordinò i vescicanti. Quando n’ebbe osservato l’effetto, disse riciso: — Secondo me, non c’è rimedio; può bensì vivere ancora due o tre giorni; intanto se vogliono chiamare qualcuno di loro fiducia, padroni, io non saprei che farci — ed uscì.

Ma, ahimè! il caso era uno di quei pochissimi nei quali tutti i medici si trovano d’accordo.

Durante quei giorni, le donne del vicinato osservarono un uomo, che di giorno e di notte girava intorno alla villa; se visto scansava, se avvicinato fuggiva. Le donne ne traevano, per la salute dell’ammalata, tristissimi auspici.

Giunse l’alba del terzo giorno. Per le finestre aperte entravano nella camera le luci scialbe e le brezze roride del mattino. Paolo e la cameriera stavano intorno al letto di Rina. Il bambino adagiato in una culla, si destò ed uscì in que’ lamenti fiochi e interrotti che sono de’ fanciulli appena nati. Rina, come se la voce del suo povero piccino l’avesse ad un tratto fatta tornare in sè, girò intorno gli occhi già vitrei, stese le braccia, fece uno sforzo per alzarsi e ricadde.

Era morta.

Il bambino pianse più forte.

Un doppio grido risonò nella camera, e gli echi del giardino, percossi, lo ripeterono.

La porta s’aprì ed un uomo si fermò sulla soglia. La cameriera cacciò un altro grido dallo spavento; le parve vedere colui che da tre giorni s’aggirava solitario intorno alla villa.

Paolo riconobbe il Conte di San Vittore.

Il Conte fece alcuni passi, poi si fermò; sentiva il cuore spezzarglisi, gli occhi coprirsi di un velo, le ginocchia piegarsi. Tentò parlare e non potè; si mosse in silenzio e si gettò ai piedi del letto.

Paolo e la donna uscirono.

Il Conte rimase tre lunghe ore, che gli parvero un minuto, inginocchiato presso il cadavere di Rina. Poi si alzò, la guardò. Era così pallida negli ultimi tempi della sua vita, che la morte non l’aveva cambiata di molto. Ma per lui che non l’aveva veduta da tanto tempo! Le prese la mano, e al contatto di quelle membra gelide, tremò, sentì stringersi il cuore più forte, e si gettò, quasi fuori di sè, traverso al letto.

E fu quello il primo amplesso veramente affettuoso che Rina avesse da lui.

Riavutosi, il Conte contemplò con dolore ineffabile quel corpo abbandonato, lo alzò e depose un bacio sulla fronte della sua povera moglie. Lo adagiò di nuovo sul letto ed uscì.

Quando Paolo rientrò nella stanza, il bambino non c’era più. Il Conte l’aveva portato seco.

XXI.

Il giorno dopo arrivarono alle Poggiola due lettere, che Giacomo depose al solito sulla scrivania del padrone assente. Erano queste:

_Ill.mo signor Conte,_

In obbedienza ai suoi riveriti ordini significatimi con pregiatissima lettera del dì 15 stante, intorno alla prolungata assenza del signor Luigi, già segretario ed ora facente funzione di cassiere, assenza tanto dall’ufficio, quanto dalla sua casa di abitazione, via de’ Pucci, n. 5, secondo piano, ove da sei giorni non si è più veduto; mi faccio un dovere di notificarle che stamani con l’opera del fabbro, in presenza del notaro e di due testimoni cogniti ed idonei, si è aperto la cassa dello scrittoio, la cui chiave sta nelle mani del signor Luigi summentovato; e numerati così i denari contanti, come i titoli contenutivi (de’ quali tutti Le unisco qui analoga noticina) e confrontate le somme con quelle da me segnate nei libri di riscontro, si è trovato tutto essere in regola; salvo un’eccedenza di lire dugento quindici, verificatasi nella cassa e proveniente dallo stipendio del mese di marzo spettante al più volte ricordato signor Luigi, stipendio da me già allibrato, ma da lui non peranche riscosso.

E in attesa de’ suoi pregiati comandi ho il bene di segnarmi con profondo ossequio

Di Lei Ill.mo signor Conte,

_Dallo scrittoio, 21 aprile,_

Devot. e Obblig. Servo TORELLO SAVI, computista.

Altra della stessa data:

_Ill.mo signor Conte,_

Aggiungendo ragguagli alla mia di stamani, mi faccio un dovere di parteciparle senza frapporre indugio, che ieri sera, sulle sponde dell’Arno presso il ponte di Signa, fu rinvenuto da alcuni pescatori il cadavere del povero signor Luigi. I magistrati, accorsi prontamente sul luogo, pare riconoscessero che l’infelice si era da sè volontariamente gettato nel fiume. S’ignorano fin qui le cagioni che possono averlo condotto a risoluzione così deplorevole.

Ho il bene di ripetermi con profondo ossequio

Di Lei, Ill.mo Signore,

Devot. e Obblig. Servo TORELLO SAVI, computista.

Insieme con esse, giunse anche alle Poggiola questo avviso stampato:

_Milano, 18 aprile 186..._

Il commendatore ingegnere Serafino Crolli ed Emilia Crolli nata Landi Cambiasco danno parte alla S. V. delle nozze della loro figlia Carolina, col signor Federigo Ripàri.

XXII.

I lettori ricordano che questo racconto, da me trascritto alla meglio, fu cominciato da Paolo sul punto di partire da Airolo e continuato per la via mentre costeggiavamo il Ticino, lasciando dietro a noi Bodio e Faìdo allora quasi per intero sommerso da un’inondazione. Quando Paolo tacque, annottava; e noi guardando le alture che ci stavano dinanzi, vedevamo disegnarsi sopra un fondo turchino trasparente i sinistri profili delle torri di Bellinzona.

Il silenzio durò lungamente. Paolo era commosso ed io non osavo turbare con le mie inchieste importune le memorie malinconiche dell’amico.

. . . . . . .

Quando fummo montati nella vecchia carrozza che da Bellinzona, per Lugano, doveva menarci a Camerlata, Paolo, di cui d’ora innanzi riporterò pressochè testualmente le parole, riprese:

— Abbrevio più che posso il racconto. Ieri sera....

— Ma — domandai interrompendolo, — e Federigo?

— Ah! hai ragione. Federigo.... che vuoi? Io sono, to l’ho giù detto un’altra volta, imbrogliato nel giudicarlo. Debbo dire che non ha cuore? Sarebbe il giudizio più spicciativo. Ma quest’uomo così funesto alle donne che lo hanno amato, ha pur sentito anch’egli tutta la violenza della passione; ha amato profondamente, lealmente.... ma brevemente; ha sofferto e molto dei dolori che infliggeva altrui, ma non ha mai saputo vincere sè stesso. Poco dopo la partenza di Rina, Federigo andò sul Lago di Como; a Tremezzina, conobbe l’ingegnere Crolli e la sua figliola che hai veduta ieri sera, che è bella ora, ma era anche più bella a quel tempo. Conoscerla e innamorarsene fu tutt’uno. Gli parve di avere dinanzi a sè il suo primo ed ultimo amore; vide svanire come ombre leggiere i ricordi delle donne alle quali gli era parso di voler bene; sentì l’anima sua rifarsi, per così dire, vergine da ogni commozione antecedente. Carolina Crolli era ragazza; Federigo vagheggiò subito il pensiero di sposarla. Vedi, per esempio, se una fata benigna in quel giorno gli avesse mostrato il futuro, gli avesse detto: “bada, sposando questa donna, tu la farai disgraziata per sempre,„ Federigo non sarebbe fuggito, non avrebbe vinto l’affetto con la volontà, no... si sarebbe buttato nel lago. Geroglifici del cuore umano, mio caro, io non son buono a spiegarli. Fatto sta che l’amò di un amore subito corrisposto.

— Ah!...

— Sì; e Carolina è tale donna che non si può dire andasse in cerea di marito e afferrasse una bella occasione. Ma vi sono degli uomini i quali hanno gli occhi e il sorriso che incantano. Parlano, guardano, sorridono e sono amati; a vent’anni vincono nel paragone gli uomini di trenta, a quaranta sono preferiti ai giovanotti di venti; Federigo è uno di loro. Il matrimonio fu celebrato nell’aprile dell’anno scorso. Dopo lo nozze gli sposi partirono per fare una gita e, girata l’Italia in lungo ed in largo per tre mesi, si fermarono a Firenze. Carolina, che amava già la Toscana come patria di suo marito e che non l’aveva veduta mai, si rallegrò nella letizia delle nostre campagne e propose a Federigo di passare l’estate e l’autunno in collina. Il caso è qualche volta crudele. Federigo e Carolina andarono ad abitare alla _Vergognosa_.

Dopo tre giorni la gente di servizio era informata per filo e per segno della triste fama che la villetta aveva ne’ dintorni. Quelle chiacchiere giunsero, non so come, all’orecchio di Federigo. Le raccontò a Carolina, e scherzandoci su e baciandole la mano, disse:

— È rotto l’incanto; la sorte della villa è mutata; prima la sventura, ora vi sta di casa la felicità.

Un giorno, imbattendosi in un viale col vecchio contadino che aveva conosciuto tutti gli ospiti della villa, lo interrogò. Il contadino si schermì da prima; poi raccontò quel po’ che sapeva e che, anche a suo credere, non giustificava per nulla le ciarle delle donnicciole.

— Ma che vuole? — conchiuse. — Tre mesi fa l’amministratore s’è buttato in Arno; e una signora che c’era venuta a stare è morta di parto. La si può figurare se la gente ignorante ne ha dette!

Federigo domandò il nome della signora; il contadino che lo aveva dimenticato, indicando uno dei pilastri del cancello, rispose:

— La lo ha lì scritto da sè, povera signora, l’ultima volta che uscì di casa, tre o quattro giorni prima di morire.

Quando il contadino se ne fu andato, Federigo s’accostò al pilastro; v’erano difatti scritte colla matita queste parole:

_Rina Miriani_ _18 aprile 186...._

Federigo cacciò un grido e cadde tramortito sul lastrico.

Quando rinvenne, si trovò nel suo letto presso a cui stavano la moglie e il medico-condotto, che Carolina aveva in fretta fatto chiamare. Pensando che il letto su cui giaceva, era forse quello sul quale Rina era morta, schizzò spaventato sul pavimento; fece uscire dalla stanza la moglie e dette ad intendere al medico che soffriva sin da ragazzo di quegli svenimenti subitanei e sapeva quale era il metodo di cura meglio efficace. Poi, così bel bello, lo condusse sul discorso della signora che era morta in quella villa pochi mesi avanti; e il medico gli narrò per minuto tutto l’andamento della malattia. Federigo seppe da lui che il bambino, sopravvissuto alla madre, era stato involato dal Conte.

Fece fare i bauli e, sebbene fossero le undici di sera, costrinse Carolina a partire; la condusse ad un albergo, uscì e non si fece più vedere sino alla mattina. Ciò che sia avvenuto da quel tempo, lo sai; il dialogo tra Federigo e Carolina, udito da te ieri sera, deve avertelo insegnato.

Ha vissuto con sua moglie fraternamente. Se qualche volta, trovandosela accanto, la dolcezza, le lagrime, la bellezza di lei lo commovono; se il senso, mettiamo, sta per ripigliare il disopra, il ricordo di Rina lo fa fuggire lontano. Povera donna! Egli l’ha costretta a viaggiare un anno, cercando sempre del Conte che lo sfuggiva e che ieri soltanto, per un accidente imprevedibile, ha trovato ad Airolo. Carolina è disperata. Federigo.... debbo dirlo? Fra tante donne amate da lui, egli si serba oggi fedele a una sola.... a quella che è morta.

— Ma ieri sera, uscendo così repentinamente dalla camera di sua moglie, Federigo bussò pure a quella del Conte....

— Un momento e saprai tutto. Quando il Conte di San Vittore uscì dalla sala da pranzo per salire nel suo quartiere, io lo seguii; lo consigliai d’andarsene dall’Italia e domiciliarsi altrove per evitare ogni occasione di ritrovarsi con Federigo; occasione pericolosa perchè io, compiendo la volontà di Rina, ho fatto promettere al Conte di non incrociar la sua spada con quella del Ripàri. Mentre si parlava, picchiarono alla porta. Indovinammo subito che era Federigo. Ci demmo un’occhiata e il Conte prima di rispondere mi indicò una retrostanza in cui potevo, senza esser visto, ascoltare ciò che si diceva.

Federigo entrò difatti ed avanzandosi verso il Conte gli disse asciutto:

— Mi chiamo Federigo Ripàri.

— Ho conosciuto a Firenze un banchiere Ripàri.

— Era mio padre.

— Me ne congratulo.

Il Conte parlava con tanta tranquillità che pareva recitasse una parte imparata a memoria. Federigo, indispettito, riprese:

— Insomma, signor Conte, è un anno che la cerco. Se dovremo batterci in duello ci batteremo; ma finiamola. Ci sono conti che si saldano presto....

— E conti che non si saldano mai, — interruppe il Conte, alzando fieramente la testa sdegnosa. — Non ci batteremo in duello, perchè ho promesso di non lo fare e i San Vittore sono avvezzi a mantenere ciò che promettono. Io figurerò di non accorgermi delle vostre offese meschine, come ho fatto stasera....

— Ma, e se v’insultassi più gravemente?

— Badate: non ho promesso di non ammazzarvi; ma....

— Ma?...

— Ma non vi ammazzerò. Che cosa volete da me?

— Il mio figliolo.

— Avete un figliolo?

— Quello che mi avete portato via.

— Io? Io ho un fanciullo che tengo nascosto e che ho raccolto un giorno presso il letto di una povera morta. Due uomini la menarono alla tomba. Mentre ella moriva, uno di questi uomini, che avrebbe voluto riparare il proprio fallo a costo della vita, lo espiava in parte in un dolore muto ed acerbo; l’altro non si ricordava neppure di averle un giorno sussurrata all’orecchio una parola d’amore. Di questi due uomini uno è di gran lunga più colpevole dell’altro. Voi. Io.... io ho raccolto quel fanciullo perchè ho supposto che chi aveva atterrato l’albero non si curasse del frutto.

— Avete sbagliato e mi renderete il mio figliolo.

— È vostro? Non lo so. Gli darete voi il vostro nome?

— Che ve ne importa?

— Me ne importa perchè gli ho dato il mio e l’ho adottato; gli ho donato sin d’ora tutto ciò che posseggo. Egli si chiama Alessandro di San Vittore; ho fatto per lui ciò che voi non avreste mai fatto.

Federigo piegò il capo e tacque; il Conte continuò:

— Poco importa che quest’atto meravigli voi e faccia ridere gli altri. Quel fanciullo nessuno può togliermelo. Voi gli avete data la vita fisica, misera cosa; io gli darò quella dell’intelletto e dell’onore; e voi non mi insulterete più.... perchè.... perchè avreste rimorso, lo sento, di offendere il padre vero di quel povero bimbo. Non ho altro da dirvi; confido che la sorte ed il senno d’entrambi ci concederanno di non rivederci mai più.

Federigo guardò un momento intorno a sè, poi uscì rapidamente dalla stanza.

Il Conte è partito stamani per Bruxelles ove si stabilisce, ed ove io lo raggiungerò fra una diecina di giorni. Ora debbo andare a Firenze a dar conto al Marchese Varalli della risoluzione di suo nipote.

. . . . . . .

Accompagnai Paolo sino al palazzo del Marchese. Quando entrammo, egli stava per uscire, e nel cortile accarezzava _Blood Royal_, suo baio prediletto.

Accolse con molta cortesia Paolo, e quando ebbe saputo da lui dell’adozione del figlio di Rina, dette in un gran scroscio di risa e soggiunse:

— Oh! perdio, questa è bellissima! bisogna campare e poi se ne sentono ogni giorno delle più nuove e delle più belle. Sicchè ha perdonato!... Eh! già! il perdono è più dolce della vendetta.... l’ha detto, se il mio maestro di storia non mi ha messo in mezzo, Pittaco di Mitilene.... Lo ringrazi, sa, cavaliere, della notizia che mi ha mandato, e più di avere scelto lei per ambasciatore. Io non scrivo perchè son vecchio e le lettere mi uggiscono.

E dette in un altro scroscio di risa.

— Non mi ricordo chi ha paragonato il marito al gerente responsabile. Corbezzoli! Emilio ha preso il paragone sul serio; firma anche gli articoli degli altri. Pittaco, sicuro, Pittaco, Pittaco di Mitilene.

E, saltato a cavallo con tanta agilità, quanta ne può avere un giovinotto di primo pelo, strinse la mano a Paolo e partì.

XXIII.

Pochi mesi fa, scrissi a Paolo che era a Milano, perchè mi desse notizie del Conte, di Carolina e di Federigo. Trascrivo qui un passo della lettera che mi rispose.

. . . . . . .

“Ho parlato con gli amici di Federigo; sanno poco di lui, perchè vive solo sul Lago Maggiore, separato, sebbene non legalmente, da sua moglie. Fa frequenti gite a Firenze delle quali non dice il motivo, nè dà conto ad alcuno. Sono andato l’altra sera in casa Crolli e ho discorso un momento con Carolina. Se tu la vedessi, non la riconosceresti più. Il vecchio ingegnere mi ha descritto lo stato miserevole della sua figliola. Questo povero vecchio teme, e i medici con lui, che le dia balta il cervello. Povera donna! Alla sua sventura aggiunge la sventura più grave di ignorarne la causa. Col suo istinto di donna ha indovinato che il marito è innamorato di un’altra. Di chi? Qui sta il mistero. Federigo vive solo; nelle cassette della sua scrivania, frugate con diligenza irrequieta, durante l’assenza di lui, non s’è trovato neanche una lettera che fosse prova di questo amore. Povera donna! ella cerca tra la gente felice la sua rivale! Chi le dirà che bisogna andarla a cercare tra i cadaveri del camposanto?

“Il Conte Emilio è a Bruxelles e compie con amore che non potrebbe ridirsi i suoi doveri di padre adottivo.

“L’ultima volta che lo vidi, parlandomi dei casi passati, mi disse:

“— Sono stato crudelmente ferito; non avrei però la coscienza delle mie piaghe se non fosse il balsamo fresco che le ricopre; il bisogno di signoreggiare il dolore mi ha rivelato il segreto della virilità.

“Ma pur troppo dei personaggi di questa storia, quanti peccarono, soffrirono tutti la penitenza. Anche il Conte ha la sua che sarà tanto lunga quanto è crudele. Sandrino di San Vittore, che compie tra poco due anni, somiglia tale quale Federigo Ripàri.„

_Vercelli, 1870._

GITE AUTUNNALI.

_A Giulio Piccini (Jarro)._

I.

Sul torrente.

Chi da Verona muove verso Trento percorre luoghi pieni di memorie guerresche.

Qua Rivoli ove si fece illustre il Massena, là Roveredo ove il Wurmser si coprì di vergogna, più innanzi Caliano ove i Veneti combatterono contro gli Austriaci condotti dall’Arciduca Sigismondo, laggiù in fondo i leggieri declivi di Custoza infausti due volte. Sopra que’ monti, lungo que’ fiumi, per undici secoli Franchi e Longobardi, Tedeschi e Spagnoli si contesero il dominio delle terre italiane; ora sui campi ingrassati da’ cadaveri pasce la vacca, che lenta leva il muso dall’erba e accompagna col fesso tintinnìo del campanello il grave rumore della vaporiera.

Quanti milioni sciupati nel costruire le fortificazioni che servirono poi così efficacemente alla cessione della Venezia! Quante vite spente per serbare autorità ai congressi di Vienna e di Verona, dei quali non resta oggi che un motto del Metternich e un libro dello Chateaubriand.

Intanto ch’io pensava così, la carrozza s’avviava alla Chiusa. Tramontava il sole; dalle acque dell’Adige, screziate come le penne del pavone, s’alzavano freschi effluvi; e le cime giallastre dei massi calcarei brillavano irraggiate, quasi mosaici dorati sulla fronte d’una basilica bizantina.

Che portentoso contrasto di linee, di tinte, di proporzioni! I massi levano la enorme grigia mole sul fiume, quasi giganti a custodia; a’ loro lembi la fila delle casupole, gialle per i festoni di granturco onde le ornano, si stende lunga e sottile tra l’acqua e la roccia. E tutto il Trentino è così: singolare di austerità vigorosa e di grazia idillica, di balze selvaggie e di colline ridenti. La solitudine de’ gioghi più ardui è rotta dalla paziente fatica del montanaro; dappertutto dove è un tenue strato di terra vegetale egli lascia una traccia di sudata industria; fin sull’orlo degli abissi s’avventura a raccogliere un mannello di fieno; e ogni anno o l’uno o l’altro di quei burroni ha la sua lugubre istoria.

Nulladimeno i Trentini adorano quell’aspra terra, la quale non dà frutti, e scarsi, che al lavoro pertinace; quella ruvida nutrice che li culla bambini fra lo scroscio de’ torrenti e il rombo della bufera; condotti altrove dalla necessità si consumano in una malattia lenta, l’_Heimweh_ de’ Tedeschi, il _Laengtan_ degli Svedesi, la _Nostalgia_ de’ Savojardi; lontani, non altro rimpiangono che i dirupi sui quali si inerpicarono ragazzi, le cime petrose delle loro montagne, le quete ombrie delle loro selve di pini; e resistono alle fatiche più gravi, a’ travagli più duri, per la speranza di morire nella capanna nella quale son nati.

Poco prima di Trento stanco, assetato, bussai alla porta di una povera casa per cercarvi un po’ d’acqua; al primo colpo nessuno rispose; bussai daccapo e di dentro una voce gagliarda domandò:

— Che volete?

— Un po’ d’acqua.

— Passate.