Racconti

Part 4

Chapter 43,856 wordsPublic domain

— Voialtri giovanotti seguite la moda, e oggi c’è l’uso di dire che la società d’allora era corrotta. Avete a sapere, filosofi miei, che era tale e quale quella d’oggi. Gli uomini erano uomini e le donne donne; salvo che parevano più signore quelle quando compravano la complicità d’una cameriera, che le vostre quando vanno a udienza dalla regina. Non avete nè mutato, nè inventato nulla voialtri. Voi chiamate colpa ciò che noi chiamavamo galanteria; io vi chiamo ipocriti quando voi vi intitolate puritani, e siamo pari. Dicevo? Ah! ho dunque bisogno di sapere come voi la pensate, perchè appunto dal vostro modo di pensare dipende la scelta di una moglie che vi convenga. Per farla breve: a trentadue anni e dopo la vita che avete menata, non mi venite a raccontare di voler essere un marito sul serio, perchè io non la bevo; dunque una delle due: o volete una donna che non sia tanto nuova nella scienza della vita, e allora scegliete una ragazza iniziata da un paio d’anni ai misteri del bel mondo; potrete dirle il giorno delle nozze ch’ella deve pensare a sè, come voi provvederete a voi, e buona sera signori; o volete una donna ingenua, che si serbi fedele a voi finchè non abbia acquistato un po’ d’esperienza, e allora scegliete una ragazza uscita ieri di convento. Ve n’andrete in campagna con lei, l’aiuterete a lavare il viso a’ figlioli e per un certo tempo potrete dormire fra due guanciali. Tocca a voi a scegliere in massima. Aprite bocca ed io mi farò esecutore della vostra legge e troverò l’individuo appena designata la specie.

— Ecco... — soggiunse modestamente il Conte.

— Ho capito, — interruppe subito l’altro con un sorriso maligno — volete l’ingenua. Siete un ipocrita anche voi.

— Zio....

— Sì... e un credulone. Voi scegliete l’ingenua, perchè vi figurate, come si figurano tutti, che si lascierà ingannare senza rendervi la pariglia. Sta bene. L’ho trovata.

— E si può sapere?...

— Bellissima. A me non piace, ma per i gusti d’oggi è fatta apposta; magra, piccola, molto elegante. Poca dote, ma questo non è un difetto, orfana, e questo è un pregio.

— E lei la conosce?

— Io? L’ho vista qualche volta col duca Esmeraldi che è suo tutore.

— E si chiama?

— Alessandra. Voi potrete chiamarla Alessandrina, Sandrina, Rina, a piacimento; per questo non ci saranno difficoltà.

— E la famiglia?

— Altissimo lignaggio, vera aristocrazia toscana, caro mio; nome illustre e soldi pochissimi.

— Va bene; desidero di vederla.

— È giusta; domani alle sei sul piazzone delle Cascine. Sarò in carrozza col Duca e con la pupilla. Guardatela bene, magari venite alla carrozza e parlatele. Domani pensate, domani sera risolvete, domani l’altro vi aspetto a colazione da me.

II.

Il marchese Varalli da quel vecchio libertino che era, non aveva osservato del mondo se non gli aspetti più tristi. Egli, che si vantava di conoscere le donne, non conosceva in sostanza che certe donne le quali si somigliano tutte. Nemico del nuovo, non aveva studiato del suo secolo che le mutazioni apparenti; proponendo per moglie a suo nipote Rina Miriani, credeva d’avergli trovata una delle solite educande senza idee proprie, senza volontà, senza carattere. E prese un abbaglio. Rina, rimasta orfana a tre anni, era stata affidata dal tutore Duca Esmeraldi alla custodia di una governante inglese; buona donna, puritana, che secondo l’uso inglese aveva lasciato liberamente svolgersi l’intelletto e il sentimento di Rina, e coltivata la più che femminile energia e la fermezza di propositi della sua figliola, per dire come diceva; di guisa che quando Rina fu messa in conservatorio non era più bambina, ma una donna di quattordici anni.

Intendiamoci: la _bambina_ propriamente detta non esiste. La donna comincia, si può dire, a tre anni, perchè a tre anni cominciano a disegnarsi in lei i suoi due contrassegni morali: l’amore e la vanità. A tre anni cominciano nella donna le forti e delicate simpatie; e dove i maschi, secondo che veggono onorato ora l’aspersorio ora il fucile, imitano i diaconi o i capitani con le processioni o con le battaglie, le bambine non pensano che ad una cosa, la quale sarà poi la occupazione costante di tutta la loro vita: a farsi belle. Dicendo dunque che Rina era donna a quattordici anni, intendo significare che aveva dato un addio a tutte le superstizioni infantili e acquistato precocemente la pericolosa facoltà di osservare e di dedurre.

Il Conte Emilio di San Vittore che non aveva in vita sua praticato ragazze — s’intende ragazze a modo — non capì la differenza che passava tra Rina e un’educanda di quello che gli aveva descritte il Marchese; e ammaliato dall’aspetto di quel viso leggiadro sul quale nessuna passione aveva lasciata la sua triste impronta; dalla tranquilla limpidità della voce, eco della limpida tranquillità dell’anima; respirando l’aura fresca, salubre, che aleggiava intorno la bella creatura, l’arte del marito gli parve più facile che non gli fosse sembrata dapprima. Del rimanente, importa notarlo, la sua osservazione analitica rispetto a Rina non fu nè diligente nè lunga.

— Dunque? — gli domandò il Marchese, quando Emilio, che aveva veduta Rina alle Cascine il giorno innanzi, fu da lui all’ora della colazione.

— Dunque mi piace.

— Dicerto?

— Dicerto.

— E a me, no.

— Come?...

— Ma questo importa poco, piace a voi....

— Ma pure, me l’ha proposta lei.

— Perchè quella mummia del Duca l’aveva proposta a me, m’aveva detto che usciva ora di collegio.

— Non è vero?...

— Verissimo; ma deve uscire da un collegio militare costei.

— Non la capisco, zio.

— Eppure è molto facile, caro mio; questa ragazza non è per voi. Non appartiene a nessuna delle due classi che abbiamo passate in rassegna ieri l’altro. Non è donna da tollerare senza richiami un’offesa, nè da pigliare abbagli sul conto vostro. Ha le sue idee; e se le manca l’esperienza, ha la ferma volontà di acquistarla. Se volete una moglie pronta a compiere in silenzio la volontà del marito e a rassegnarsi alle vostre infedeltà per rispetto umano, questa non è, ve lo dico io, donna per voi o, per dir meglio, voi non siete uomo per lei.

Tutti sanno che il più delle volte da lievissime cause provengono gravi effetti; tutti sanno che nelle dispute, per esempio, tale che sul partito da pigliarsi sarà rimasto dubbioso innanzi alle più strette argomentazioni, ai ragionamenti più logici e più validi, si persuade in grazia di una esclamazione, di un sorriso, di un’interiezione. E così fu del Conte. Il discorso del Marchese, la pittura che questi gli fece di Rina, lo sgomentarono addirittura. Aveva lo zio in concetto d’uomo che conosce il mondo, e per di più non dimenticava di essersi rivolto a lui, pronto ad accettare la moglie che da lui gli fosse scelta ed offerta. Era già dunque disposto a dimettere il pensiero delle nozze con Rina Miriani, con la stessa facilità onde l’aveva accolto, quando vennero in bocca al Marchese quelle malaugurate parole: _o voi non siete uomo per lei_. Come? il Conte Emilio di San Vittore, festeggiato dai babbi, blandito dalle mamme, acclamato, desiderato, da tutti; che aveva visto cento donne sorridergli con tanta voluttà il giorno dell’amore e piangere con tanta sincerità il giorno dell’abbandono; il Conte Emilio di San Vittore, bello, ricco, nobile, cavalleresco, giovane, culto, poteva dunque trovare una donna, culta, bella, aristocratica, elegante, che non si stimasse fortunata di vivere con lui, che egli non fosse capace di fare contenta? Il Marchese vaneggiava; egli non sapeva di quali pregi fosse ricco il nipote, bisognava mostrarglieli.

Questo ed altri consimili suggerimenti dettero al Conte Emilio una certa vanità dispettosa ne’ brevi istanti di silenzio che succederono alle ultime parole del Marchese. E alzandosi riprese:

— Che vuol che le dica? Mi dispiace di non essere dalla sua anche questa volta; ma mi pare che la signorina Miriani, specie dopo ciò che ella me ne ha detto, sia propriamente la donna che mi ci vuole. Ha molto ingegno, una grande squisitezza di maniere e nobilissime tradizioni di famiglia. Per un gentiluomo mi pare....

— Tutte belle cose — soggiunse sogghignando il Marchese; — tutte belle cose per le sere di ricevimento e che accarezzeranno il vostro amor proprio finchè le sale di casa San Vittore saranno piene d’invitati.... Ma dopo? A porte chiuse e a lumi spenti? Non tutti i giorni s’invita gente a ballare, ma si vive tutti i giorni; e per vivere in due bisogna andar d’accordo, se no guai. Oh! insomma io ve l’ho detto e ve lo ripeto: pensateci e... non ne fate nulla; quella ragazza ha una testa esaltata; vi seccherà, si seccherà, vi seccherete. Voi poi, vedete, voi, credete a me, non sarete buono a infiltrare in quel cervellino una sola delle vostre idee. Ieri si parlò di politica, di costumi, di religione; eravamo in due, il Duca ed io; e lei, bisognava sentirla, combatteva a tutta oltranza, scartava quest’opinione, accettava quella, che era ben inteso la sua e per conseguenza la migliore. “Io penso... io credo...„ Sicuro, lei pensa, lei crede. Ragazza? È un avvocato da cassazione.

Il Conte lasciò che lo zio si fermasse per riprendere fiato e accomodando le labbra a un sorriso alquanto ironico, riprese:

— Mi sarà lecito di osservare, senza mancare di rispetto nè a lei nè al Duca, che per arrivare all’intelletto di una donna come quella che dipinge, non c’è che una strada: la strada del cuore. La signorina Miriani è stata educata forse secondo i metodi moderni....

— Belli!

— ... per i quali si dà alle facoltà intellettuali svolgimento più ampio di quello che si dava prima... a’ suoi tempi. La resistenza che ha trovato lei cederà, creda, dirimpetto ad un uomo, che senza cullare la propria moglie nelle arcadie degli affetti eterni, sappia fin dal primo giorno ispirarle quella amicizia rispettosa, che....

— Non andate avanti, — interruppe alzandosi anch’egli il Marchese. — Non andate avanti; buttate via il fiato e dite delle cose, le quali, mi sarà lecito d’osservare senza mancarvi di rispetto, non hanno mai avuto senso comune nè ai miei tempi, nè ai vostri. In sostanza il vostro discorso, mi dispiace in coscienza di non lo poter chiamare ragionamento, significa questo: che io son vecchio e mi sgomento, voi siete giovane e potrete fare dell’indole di vostra moglie quel che vi pare e piace; sta bene, pigliatela e buon pro vi faccia. Aggiungo una cosa e non se ne parli più. Io, proponendovi questa ragazza, mi sono ingannato per dar retta a uno sciocco, che è il Duca Esmeraldi. Voi, ostinandovi nel volerla, vi rovinate per dar retta ad un altro sciocco che....

— Che?

— Che siete voi. Tenete a mente: di qui a qualche anno, o voi farete il campagnolo seppellito fra i boschi della vostra fattoria delle Poggiola, rinunziando al mondo e allo sue pompe e accomodando gli sbadigli in modo da farli passare per sorrisi; o questa donna vi pianterà, per cercare chi le dia ciò che voi non dovreste prometterle e in ogni caso non potrete nè saprete darle mai. E ora andiamo a colazione e beviamoci su, come dice il mio guardaboschi quando ha bastonato la moglie.

. . . . . . .

E due giorni dopo furono stabilite e nel mese seguente celebrate le nozze tra il Conte Emilio Boffinghi di Saint-Aubin di San Vittore e Rina unica figlia del defunto marchese Miriani.

Uscendo di chiesa gl’invitati ripetevano le frasi che si dicono a fior di labbra in simili congiunture; e il marchese Varalli gli stava a sentire con quell’attenzione silenziosa e sardonica che è il sublime della canzonatura.

— È proprio una coppia bene assortita, — diceva uno dei testimoni.

— Se fosse vivo il povero Marchese! — soggiungeva un altro, ricordando il padre della sposa morto da quindici anni.

— Bravo Emilio! non poteva scegliere meglio.

— Nè prendere più savia risoluzione.

— Davvero! perchè è inutile confondersi, un po’ di pace non si trova che nel matrimonio.

— Già — saltò su a dire il marchese Varalli — come la ricchezza ne’ terni al lotto; una combinazione favorevole, e centodiciasettemila e non so quante contrarie.

— Oh! ma sentite, caro Marchese, se que’ due lì non fossero felici insieme, vorrebbe propriamente dire che....

— Che cosa?

— Che... che... basta, se n’è viste tante.... e poi non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

— Neanche cotesto aforisma, che si ricorda di Salomone.

Dopo la colazione il Conte e la Contessa partirono per la villa delle Poggiola, ove avevano fermo di passare il resto dell’estate e tutto l’autunno. Lo zio gli accompagnò sino alla carrozza; strinse la mano allo sposo, baciò la sposa, e congedandosi da loro, pensò tra sè: anche questa è fatta! ma o io sono uno scimunito, o ne sentiremo delle belle e tra poco!

III.

La villa delle Poggiola è distante un trenta chilometri da Firenze sulla strada delle Filigare. Fu edificata nel 1513 da Guido di San Vittore; ma gli eredi di lui e gli eredi degli eredi, e via discorrendo, accomodarono, sciuparono, mutarono sempre qualcosa, ognuno secondo i gusti propri e gli usi del tempo; di guisa che sulle mura della villa vedi oggi l’impronta di parecchie generazioni.

Gli antenati del Conto Emilio si chiamarono in origine Boffinghi. Vecchie pergamene, conservate da lui con religiosa cura nell’archivio di famiglia, attestano che un Corrado nativo di Bopfingen, città imperiale della Svevia, venne nel 1154 in Italia con Federigo Barbarossa; e dopo la pace di Costanza, formata dimora in Lombardia, fecesi italiano nel nome e si chiamò Da Boffinga, donde vennero, con l’andare del tempo, i Boffinghi. Al tempo delle contese tra Luigi XII ed il Moro a cagione del Ducato, un Guido Boffinghi parteggiò per Luigi, ed uscito da Milano stette con i Francesi. Dal re fu con altri mandato, perchè abilissimo, a trattare della lega co’ Veneti; e dopo la battaglia di Novara, ove combattè a fianco del La Tremouille, ad accompagnare il Moro prigione nella torre di Loches. In ricompensa di questi servigi ebbe in dono da Luigi XII il feudo di Saint-Aubin nella Borgogna, quello di San Vittore nell’Astigiano, e facoltà di porre nello stemma una ruota d’oro in campo azzurro, col motto “_Sans sortir de l’ornière_„ significante la fedeltà serbata al re in ogni tempo. Da allora in poi Guido aggiunse al nome de’ Boffinghi quelli de’ feudi donatigli e si chiamò Boffinghi di Saint-Aubin di San Vittore; il vecchio ed il nuovo nome illustrò poi combattendo a Bologna, a Brescia, a Ravenna e ottenendo da Gastone di Foix lodi senza fine per il valore dimostrato in quelle battaglie. Quando il Milanese passò a Massimiliano Sforza e Luigi fu costretto a richiamare dall’Italia gli eserciti, Guido, visto di mal occhio nel Ducato, riparò in Toscana e vi fabbricò una villetta (quella appunto di cui parliamo) perchè gli fosso asilo sicuro dalle persecuzioni de’ nemici e riposo alle fatiche delle armi.

Venuti tempi più tranquilli, i San Vittore tornarono a Milano; ma la villa fu ingrandita da un cardinale della famiglia, il quale, nominato vescovo tra gl’infedeli di non so qual parte d’Oriente, aspettò inutilmente tra gli ozi campestri che i Turchi si facessero cristiani e gli permettessero di provvedere alla salute del gregge. Si stabilirono novamente in Toscana quando un altro Guido, bisnonno del Conte Emilio, fu chiamato dal granduca Leopoldo I a delicatissimi uffici d’ambasceria segreta e da quel tempo non si mossero più.

Il capitano aveva adunato nella villa una stupenda collezione di armi, il cardinale vi raccolse a mano a mano una galleria bellissima, l’ambasciatore una vasta biblioteca; l’avo d’Emilio circondò la casa di un giardino a uso _Le Nôtre_, e tre le piante straziate a furia di forbici, foggiate a urne e a piramidi, fece quelle splendide e noiose villeggiature nelle quali si compiacquero tanto i nobili del secolo scorso. Il figlio di lui allargò i confini del giardino, lo accomodò all’uso inglese, piantò molti alberi, desiderando, diceva, che proteggessero la sua vecchiaia com’egli avea protetto la loro gioventù; ma lo diceva per moda e perchè aveva forse letto i libri del Rousseau; tanto è vero che in villa non andò se non di rado, portandovi gli usi della città, e da vecchio non si mosse mai da Firenze, dedito solamente a’ piaceri della gastronomia, che lo condussero, con una colica violenta, al sepolcro.

Il Conte Emilio andava alla villa due o tre volte l’anno insieme con numeroso seguito di amici, per fare in que’ dintorni una cacciata alle starne, agli amici mostrava con orgoglio le medaglie ottenute nelle mostre d’orticoltura dalla sua mirabile collezione di rose emula di quella di Charlottenhof. Di questo orgoglio del Marchese i compagni suoi sorridevano, il giardiniere rideva addirittura.

La villa delle Poggiola sta sopra un’altura; un duecento metri dietro la villa s’alza un monte ripidissimo di forma conica, grigio in basso per i folti uliveti che ne vestono le falde, grigio in alto per i massi calcarei che ne coronano la cima. Dalla sinistra del monte si parte una catena di collinette, che danno nome di _Poggiola_ a quel luogo; e si fanno via via tanto più basse e rotonde quanto più si avvicinano alla via provinciale, la quale traversando la pianura passa innanzi al giardino dei San Vittore.

Nel giardino si entra per un cancello di ferro battuto, ricchissimo, ma carico di rabeschi e di frastagli senza parsimonia e senza gusto, e incastrato in due colonne esagone di marmo sulle quali ostentano la floscia opulenza delle forme una _Pomona_ e un _Vertunno_ dell’Ammannato. Dal cancello un largo viale conduce fino alla villa; gli umili platani lo fiancheggiano sulle prime, separati l’uno dall’altro da’ raccolti rosai. A destra, dietro a’ platani, rigogliose piante di lauri e di lentaggini nascondono il muro ond’è circondato il parco; a sinistra si stende in leggiere ondulazioni un prato: a rompere la monotonia degli spazi erbosi una crittomeria, un cedro Deodara, un tasso, un viburno. Quando il viale si allontana dal muro di chiusa e si va con curve lievi imboscando, i platani cedono il luogo alle paulonie ed ai tigli; e il giardino mostra la bellezza delle sue prospettive pittoresche e la varietà armoniosa de’ suoi frondeggi che percorrono tutte le gradazioni del verde, dallo smorto degli alberi giudaici e degli evomini variegati al cupissimo de’ cipressi e de’ lecci.

Più in alto il viale rasenta un laghetto; nelle sue acque si bagnano le radici profonde e le punte molli de’ salici celanti, co’ rami ricurvi, statuette di ninfe e di oreadi, screziate sul mezzogiorno dai raggi del sole che passano attraverso le foglie; di là dal laghetto, in lontananza, luccicano i cristalli delle stufe, asilo iemale di bertolonie e di calladii, di dracene e di orchidee; dirimpetto alla villa il viale più ripido e più diritto è fiancheggiato da roccie muscose, su cui s’abbarbicano, rampicando all’ombra delle mimose, le vitalbe pieghevoli e le svelte bignonie.

Un ampio piazzale si stende innanzi alla villa esposta a mezzogiorno. In essa, ogni generazione ha lasciato traccia di sè; e a chi s’intende un po’ di queste cose dà subito nell’occhio uno strambo accozzo di linee purissime e di scartocci barocchi, di gugliette gotiche e di architravi greci; ma la villa, fabbricata in principio con modesti intendimenti, andò via via allargandosi, ognuno de’ padroni vi aggiunse del suo, senza curarsi nè tanto nè quanto di guardare se l’aggiunta andasse d’accordo con quel che c’era di già.

Per farla breve, un amico mio, guardando un giorno con me le difformità di quell’immenso casone lo paragonava ad un uomo che portasse le calze alla spagnuola, la giubba a coda di rondine, e un elmo del medioevo; domina bensì la giubba a coda di rondine, ossia, per uscire dal paragone, il barocco pretenzioso de’ primi del settecento. La parte centrale della fabbrica che dà sul piazzale, ha due piani; le finestre del piano terreno sono guernite di inferriate le cui curve sporgenti poggiano sopra due cariatidi; quelle del primo piano portano sopra sè un frontone triangolare interrotto al vertice, per far posto ad un busto di marmo raffigurante qualche personaggio celebre della famiglia. Lungo le soglie verticali di queste finestre scendono due ampie liste di stucco accartocciate nelle estremità e tutte ornate di goffi ghirigori a rilievo. Un doppio e grave scalone di pietra mette dal piazzale nella gran sala terrena, la sala del biliardo, riquadrata di stucchi capricciosi, i quali svolgendosi in curve barocche fanno da cornici ad antichi ritratti anneriti dal tempo. Dalla sala terrena conduce al primo piano un’altra scala a due branche; lungo il parapetto, alcuni amorini di bronzo a cavalcioni sopra altrettante chimere egiziane reggono candelabri di finissimo gusto.

La grande sala del primo piano è un vastissimo rettangolo; la copre un soffitto a cupola dipinto a fresco, con soggetto mitologico, di sotto al quale gira intorno un cornicione ornato di satiri e di ninfe scolpiti a bassorilievo. Questa sala ha nei lati corti, quattro finestre; due danno a mezzogiorno sul piazzale; le altre, spartite da una leggiadra colonnetta a spirale, guardano a settentrione le estreme aiole del giardino. Da uno dei lati lunghi sta in alto un ballatoio per l’orchestra, sostenuto da sette smilzi puttini che rappresentano, mi figuro, le sette note della musica e che per sostenere quella baracca avrebbero ad essere altrettanti Titani. Nel mezzo della parete opposta, chiuso in una semplice cornice di stucco un _Ratto di Proserpina_, in tela, sullo stile de’ Caracci; sotto al quadro un’ampia tavola di marmo cipollino. Ai lati della tavola quattro armature compiute; nei grossi pilastri che separano le finestre, due armadi a cristalli ove sta raccolta in gruppi pittoreschi la collezione delle armi; ove il _kriss_ malese s’incrocia colla daga del sedicesimo secolo, e l’alabarda de’ lanzichenecchi tocca le canne di un fucile di Saint’Etienne.

La sala ha quattro porte, poste alla estremità dei lati più lunghi del rettangolo; una dà sulla scala; per l’altra, dal lato medesimo, si entra nella stanza da pranzo adorna di alcuni quadri stupendi del Newton Fielding, il Raffaello delle anatre; la terza opposta a quest’ultima, mette in un quartiere da lungo tempo deserto, ove stanno il medagliere, le vetrine delle ambre e degli avori, la galleria e la biblioteca, sale vastissime dove brillano gli specchi di Venezia, racchiusi tra le volute delle cornici dorate e dai cui soffitti pendono le lumiere di Murano co’ loro goccioloni sfaccettati e luminosi; dove i seggioloni di cuoio con le spalliere a intaglio e con le borchie metalliche spalancano i loro tarlati braccioli. Bronzi attribuiti al Verrocchio, porcellane di Sassonia, piatti del Giappone, vasi di Capodimonte, tazze d’onice sostenute da sotto-coppe di cristallo di Boemia, maioliche di Pesaro, smalti di Limoges, arazzi di Firenze, ogni oggetto di quelle stanze è una prova di gusto artistico e di opulenza fastosa.

La quarta porta finalmente, rimpetto a quella della scala, dà nel quartiere più moderno, quello che il Conte Emilio scelse per le nozze. È un’infilata di stanze, ammobiliate alla Pompadour, piena di _sofà_, di _canapè_, di _poltrone_ con i fusti intagliati e dorati ove spiccano i medaglioni verdi ed azzurri co’ soliti amorini e co’ soliti fiori.

La camera occupa l’angolo della casa, tra mezzogiorno e ponente. Non v’è nulla di antico; tranne il letto a baldacchino di damasco giallo, solcato qua e là da larghe strisce di trina bianca di Fiandra; gli altri mobili sono moderni, ma fatti con garbo e disposti con semplicità. Tre quadri pendono dalle pareti; uno, meschina opera del Benvenuti, è un ritratto della madre del Conte vestita alla foggia dell’Impero; ai lati del letto una Sacra Famiglia di Lorenzo di Credi e una delle solite Madonne ahi! troppo leggiadre di Carlo Dolci.

IV.