Part 5
Firenze è una bella città non c’è che dire; ma, tra le principali d’Italia, è quella dove ci si diverte meno. In ciò molti convengono e incolpano la gente che ci vive; io credo invece la colpa sia tutta della gente che c’è morta. Che volete? A Firenze ogni passo che si fa ci torna in mente un pezzo di storia; s’esce da pigliare una limonata al caffè Doney e si batte il capo nelle case de’ Buondelmonti; ci si scansa un tantino per non restar sotto ad un _omnibus_ e s’inciampa nel sasso di Dante; si spazzola il cappello e si pensa che forse gli atomi del Savonarola o di Pier Capponi ce ne hanno imbiancato il cucuzzolo. Di qui, un confronto continuo tra le grandezze passate e le piccinerie presenti; e si contempla, si studia, s’impara, ma non ci si diverte.
Il duca Esmeraldi, tutore di Rina Miriani, arrivato alla sessantina, pensava che gli restavano pochi anni da vivere, che a Firenze s’era annoiato abbastanza, e non vedeva l’ora di liberarsi della pupilla, per andare a Parigi a godere, come meglio potesse, gli ultimi carnevali.
Tutte le ragazze sanno, tutte le mamme dicono che trovare un marito, a questi lumi di luna, è difficile; difficilissimo trovarne uno per Rina, la quale non si contentava di un marito qualsiasi. Il Conte di San Vittore era un ottimo partito; come molti padri e molti tutori, anche il Duca ci aveva messo gli occhi su. Ne aveva parlato qualche volta a Rina, per tastare il terreno; questa, indovinando il pensiero del tutore, aveva preso intorno ad Emilio le sue brave informazioni, e colla furberia machiavellica che hanno le ragazze d’ingegno, era riuscita a saper di lui come suol dirsi, vita, morte e miracoli. Quando il Duca, dopo il colloquio con il Varalli, le propose di sposare Emilio di San Vittore, Rina dunque lo conosceva e conoscendolo consentì.
Consentì perchè preferiva Emilio un po’ guasto dalle male consuetudini, a un di que’ monelli scempiati, viziati, effemminati che furono un tempo il disdoro della nobiltà fiorentina; consentì, perchè, sebbene sapesse con quale uomo s’univa, credeva nondimeno che con il tempo e con l’amore avrebbe potuto farselo quale lo desiderava.
E credeva male; la colpa non era sua, ma di chi l’aveva educata a quel modo. Difatti il Duca affidandola a una governante inglese, poi mettendola in convento, poi rendendola da capo alla governante, stimava aver compiuto intiero il proprio dovere. Ma le monache tentarono di empirle la testa di giuccherie, alle quali Rina non prestò fede; la governante scelse un metodo di educazione che è buono quando è logico; la lasciò dapprima padrona di leggere ciò che volesse, di pensare come volesse; ma quando la riebbe dal convento, non si attentò d’andare più in là, tentennando tra il vecchio e il nuovo, tra la prudenza italiana e la libertà inglese. Di questa guisa, scansando la strada maestra e procedendo per le viottole, andò a riuscire al punto diametralmente opposto a quello cui si dirigeva; Rina, che doveva essere ammaestrata da lei a guardare il mondo nel suo vero aspetto, si caricò la testa di una farragine di credenze e di opinioni in parte buone in parte cattive, ma da lei non provate al crogiolo dei fatti quotidiani; sicchè andando a marito non aveva più la verginità di pensiero per cui l’animo riposa in una fiducia serena e non la pratica della vita, per cui s’impara a guardarsi dagli inganni del mondo.
E sposava, fidando nel “poi„ Emilio di San Vittore.
Così succedè ciò che era facile prevedere. Di solito le finestre della stanza che accoglie la prima notte, gli sposi si chiudono quando il sole tramonta; nelle sale delle Poggiola invece i lumi si spensero quando l’aurora sorse, e il Conte Emilio scese anche più meravigliato che afflitto in giardino. Passeggiando per i viali si voltava ora qua, ora là; gli pareva ogni tanto di udire tra’ lauri lo scroscio di riso dello zio Varalli. E se è lecito a’ profeti ridere quando ci casca addosso un malanno presagito da loro, il Marchese di ridere avrebbe avuto proprio ragione; egli, preso dapprima un abbaglio, proponendo per eccitamento dell’Esmeraldi Rina al nipote, s’era poi ben apposto nel consigliarlo a dimettere il pensiero di quelle nozze. Si faceva chiaro oramai che Rina era tutt’altra da quella che il Conte si figurava.
Il Conte fu sbalordito; donde si aspettava docile timidità uscirono vigorie fiere e resistenze meditate; avvezzo a sedurre le donne degli altri non trovò il verso di vincere la sua; esperto in tutte le simulazioni che gli amori facili vogliono per non parere abietti, non seppe neanche fingere. Pensava: che fare? Non s’insegna in un giorno la realtà della vita a una ragazza di diciotto anni, non s’usa violenza alla moglie, il raccomandarsi alla lunga è ridicolo. Aspettò.
E anche Rina aspettò; ognuno dei due giudicava male l’indole dell’altro. Se gli avesse buttato le braccia al collo, se avesse pronunziato una di quelle parole affettuose che si adirava di non udire da lui, forse avrebbe provocato nuove commozioni, acuito desideri nuovi, suscitato l’amore. Aspettò sperando aiuto dal tempo, il quale non fece se non crescere gli ostacoli che separavano la inesperienza presuntuosa di lei dalla rassegnazione superba di suo marito.
Dell’errore non s’accorse che troppo tardi; quando cioè il Conte dopo aver fatto per lei inutilmente ciò che aveva fatto per le donne conosciute, praticate, amate a modo suo, si sentì stanco alla fine di quelle ch’egli chiamava romanticherie per non dire puerilità.
— A Firenze — disse egli una sera — devono credere che la nostra luna di miele non finisca più.
— Cioè? — domandò Rina trepidante.
— Mi pare che da ora in là potremmo andar via; in questo romitorio comincia a far freddo.
— Siamo di settembre....
— Lo so, e c’è l’uso di passarlo in campagna il settembre, ma....
— L’autunno è la stagione....
— Già... più mesta dell’anno... lo dice anche il Guerrazzi — soggiunse con un sorriso sardonico Emilio. — E per questo; la mestizia non è fatta per noi. Andiamo a Firenze a cercare un po’ d’allegria.
Rina tacque; se un senso di dignità le impedì di piangere in presenza di suo marito, pianse disperatamente quando fu sola; quella breve conversazione aveva distrutto ogni sua speranza. Combattere nella solitudine della campagna contro la noncuranza di suo marito le pareva tuttavia possibile; combattere a Firenze fra le distrazioni e i pericoli del bel mondo, no. Si propose allora di tentare l’ultimo sforzo e conquistare l’affetto con l’affetto; ma il proponimento fu breve; l’amore era nascente e l’amor proprio adulto, l’amor proprio trionfò.
Verso gli ultimi di settembre una carrozza di casa San Vittore partiva dalle Poggiola, salutata dalle grida de’ contadini, dalle riverenze del fattore e dalle lacrime della fattoressa. Il Conte e la Contessa ritornavano a Firenze.
Era una di quelle giornate piovigginose che già nell’autunno preparano, predicono l’approssimarsi dell’inverno. La carrozza procedeva per la strada maestra lunga, diritta, attraverso la pianura vasta. Il Conte fumava e non si affacciava allo sportello, se non per dar la via alle boccate di fumo che il vento trasportava dietro la carrozza. Rina colla testa appoggiata all’altro sportello, guardava i cerchi d’acqua che le gocciole della pioggia facevano sulle pozzanghere della strada, seguiva col guardo il volo impacciato di qualche uccellino che, disturbato dal rumore della carrozza, andava a cercare più in là un ricovero all’intemperie; alzava gli occhi al cielo grigio e piangeva.
— Giacomo, o di che piange la signora? — domandò il cocchiere al cameriere del Conte, che gli stava seduto accanto a cassetta. E l’altro: — Lo sai come sono le donne; ha visto piangere la fattoresca e _frigna_ anche lei.
Quando arrivarono a Firenze erano le nove di sera. Il Conte accompagnò Rina fino al quartiere preparato per gli sposi, le baciò la mano, le augurò la buona notte e se ne andò a dormire nel solitario letto del suo celibato.
— O questa? — domandò con suprema meraviglia il cocchiere a Giacomo che usciva dalla camera del padrone.
E Giacomo colla cera dell’uomo avvezzo:
— Usi de’ signori, imbecille!
V.
_Rina Miriani_
_al Duca Esmeraldi_, — PARIGI.
Firenze, 16 gennaio 186....
Ha ragione, Duca, di sgridarmi come fa, ha proprio ragione. Sa quando ha torto? Quando pensa che la sua lettera non mi sia giunta gradita.
Bisognerebbe che io avessi dimenticato tutto il bene che mi ha voluto, tutto ciò che ha fatto per me; le pare possibile? Dunque l’indugio lo metta sul conto della pigrizia, non su quello dell’ingratitudine. D’altra parte volevo che Emilio le scrivesse anche lui e aspettavo a spedire le due lettere insieme; ma è tanto occupato a questi giorni, che per non meritare più oltre giusti rimproveri, mi son risoluta a scriverle io sola.
Eccole ora le notizie che mi domanda. Siamo stati alle Poggiola fino alla fine di settembre; è un bel luogo, ma triste. Io che uscivo dal mio caro quartierino, in quelli stanzoni grandi e cupi non mi ci ritrovavo; credo che non ci torneremo a primavera e per me non lo desidero. A Firenze molta nebbia, molta gente e punto brio; poco me n’importa, perchè non vado in nessun luogo; passo parte della sera con Emilio, e il resto con lo zio Varalli, che viene quasi sempre. Sa? L’Ida Giuliani si marita; ci ho tanto piacere che non può figurarselo, molto più che dicono un gran bene del suo fidanzato, il quale pare sia innamoratissimo. Dio voglia che sieno felici! Per non fare ipocrisie con lei, Le dirò che se da un lato godo per l’amica, da un altro soffro per me. Che vuole? Lei che, lo capisco anche dalla sua lettera, non si moverà più da Parigi; l’Emilia che si marita a Torino.... io spezzo addirittura tutti i legami che mi stringevano ancora ai miei bei giorni passati. Non mi rimproveri, veh! lo sa, ho anch’io le mie bizzarrie e credo che anche tra nuovi affetti non si arrivi mai a dimenticare i giorni della prima giovinezza. Scommetto che co’ suoi... anni (ci metta il numero, io non voglio parere impertinente) non gli ha dimenticati neanche lei.
Guardi quanto mi ha fatto scrivere! Quattro pagine: ci rimane però ancora posto sufficiente per dirle che Le voglio e Le vorrò sempre un gran bene.
_La sua_ RINA.
_Il Duca Esmeraldi_
_alla Contessa Rina di San Vittore_, — FIRENZE.
Parigi, 21 gennaio 186...
Ti ringrazio, Rina mia, ti ringrazio d’avermi risposto e più di tutto di volermi ancora un po’ del tuo bene.
Saluta Emilio e digli da parte mia che ti faccia divertire; è il tuo tempo e se a Firenze t’annoi (è avvenuto per tanti anni a me, che non me ne meraviglierei), fatti condurre qua a Parigi dove i divertimenti non mancano. Hai ragione di pensare che mi ci stabilirò; ho poco tempo da vivere (briccona, sono sessantadue gli anni, e tu lo sai come me) e voglio stare in una città dove si abbiamo i propri comodi, bisogno supremo de’ vecchi. Se tu non verrai, siccome il Cenisio non mi fa paura che d’inverno, a estate lo passerò volontieri per abbracciarti. Sta’ allegra; che parli tu di _prima_ giovinezza? Fino a trent’anni, credilo, si va d’incanto; da trenta in là... te lo dirò, se sarò vivo, quando ci sarai arrivata.
Ti mando un bacio; e per compensarti, un gingillo di collana, che ti starà bene come tutte le cose che ti metti addosso. T’abbraccio.
_Il tuo vecchio_ ESMERALDI.
_Il Duca Esmeraldi_
_al Marchese Varalli_, — FIRENZE.
Parigi, 21 gennaio 186....
_Caro Marchese_,
So che avete a noia gli epistolari e non vi scriverei senza una grave ragione. Ho paura che con tutta la nostra esperienza, abbiamo fatto uno sproposito; Dio voglia che non ci tocchi di rimproverarcelo come una colpa. Vi acchiudo una lettera che Rina m’ha scritta qualche giorno fa e a cui ho risposto come al solito, scherzando, oggi stesso. Leggetela. Non è davvero la lettera di una donna maritata da tre mesi, nè, ciò che più importa, la lettera di una donna contenta. Che cos’è accaduto? A che razza di vita la condanna vostro nipote? È geloso forse? Basta, certo è che Rina non è contenta. Non è possibile che io m’inganni; la conosco tanto, da capire ciò che ella non vuol dirmi e che nella sua ingenuità crede d’avermi nascosto. Voi la vedete, passate la sera con lei, conoscete e vedete Emilio; ditemi tutta la verità. Prudenza non ho bisogno di raccomandarla a un gentiluomo della vostra fatta; se posso far del bene scrivetemi e verrò subito.
Ah! Io mi lodo ogni giorno più d’aver saputo fare di meno delle gioie coniugali; e voi?
_Il vostro_ ESMERALDI.
Quando la lettera del Duca pervenne al marchese Varalli, questi se ne stava sdraiato sopra una poltrona fumando e facendo il chilo dopo colazione. Il Marchese non leggeva mai nè lettere, nè telegrammi a digiuno, per paura che una cattiva notizia potesse togliergli l’appetito e lo privasse per quel giorno delle voluttà dello stomaco, estreme voluttà della vita.
Il Marchese lesse e rilesse la lettera del Duca, dette un’occhiata a quella di Rina, poi le buttò sdegnosamente sul tavolino tutte e due, e seguendo collo sguardo i vortici azzurrognoli del fumo, pensò fra di sè: — Quel Duca è un gran buffone! si congratula d’esser rimasto celibe e si lagna se chi si marita non è felice. Non ci voleva molto, a dir la verità, per capire che quei due non eran fatti per stare insieme, e bisognava pensarci prima. “Abbiamo fatto uno sproposito.„ Voi l’avete fatto, carissimo, e più grosso di voi quel sapientone del mio nipote!... Bisognava non gliela dare. Oh bella! Perchè gliela avete data? Io lo so, Duca mio; voi vi siete affrettato a conchiudere il matrimonio per la smania di disfarvi della pupilla; e voi recitate il _Miserere_ colle varianti: _Peccata senectutis meæ ne memineris Domine_.... “Voi che la vedete, andate, studiate.„ Che bell’originale! Io che vado là a passare un quarto d’ora la sera per distrazione, devo mettermi a fare il confessore! E Rina, se mai, piglia me per confidente, me, zio e di settant’anni! Che bell’ingegno! “E se posso far del bene verrò.„ Piglierete un reuma a venir da Parigi di gennaio e non farete altro. Se volete fare il bene davvero, morite e lasciate a Rina il vostro patrimonio; tanto più che io per ora non ho voglia di crepare e se campo dell’altro, mio nipote non sarà imbrogliato ad amministrare l’eredità.... Quell’altra scimunita rimpiange “i giorni della prima giovinezza!„ Belli! quand’era in convento a imparare i sopraggitti! La conchiusione, in sostanza, è questa: ci tormentiamo tutti l’uno con l’altro; Emilio tormenta Rina col suo contegno, Rina tormenta Emilio coi suoi musi lunghi e con la sua cera di vittima rassegnata, il Duca tormenta sè colle sue paure e me colle sue lettere. Intreccio vecchio, scioglimento facile e lieto fine. Rina trova prima o poi il modo di consolarsi, i musi lunghi finiscono... Emilio non vede ed è contento; la corrispondenza epistolare della Signora diviene allegra, il Duca non capisce ed è contento; io... lo sapevo... e... e, sissignori, son contento anch’io purchè non mi secchino più.
E il Marchese scrisse prima assai brevemente al Duca; asseverava non saper nulla di quanto il Duca temeva: forse la lettera di Rina era stata scritta in un momento di malinconia e d’altra parte egli non ci leggeva quello che il Duca ci aveva letto. Scrisse un viglietto uggito, insomma, buttato giù tanto per fare; poi, riflettendo che in sostanza nel combinare il matrimonio era stato di mezzo anche lui, pensò essere suo debito di parlare col nipote, con cui fino a quel giorno aveva evitato di tener parola delle faccende domestiche.
Ecco come adempiè quello che reputava un dovere. Il giorno trovò sul piazzone delle Cascine Emilio e lo fermò.
— Dov’è Rina?
— È là in carrozza.
— Di che umore?...
— Ma!... buono; perchè me lo domanda?
— Perchè per solito ha l’aria annoiata e mi pare che abbia ragione.
— Non capisco come mai.
— Capisco io; credete che non sappia e non vegga tutto io? Pochi discorsi; Rina va a letto alle dieci, voi tornate all’alba... voi siete il marito di vostra moglie dalla mattina alla sera e... e basta! Vi avevo predetto ogni cosa; non credevo però che le mie previsioni si sarebbero avverate tanto presto. Non mi fate discorsoni, perchè non ho pazienza, e poi tira troppo vento su questo maledetto piazzone; se credete che vostra moglie possa durare a far questa vita, credete male... Che v’intendiate tra voi altri, ve l’ho già detto un’altra volta, è impossibile....
— Dunque?... — domandò impazientito il Conte.
— Dunque pensateci voi e chi ha bagnato rasciughi.
E voltandogli le spalle si allontanò, lasciando il nipote piantato come un piolo in mezzo al piazzale.
VI.
E un anno passò. Rina vedeva il marito a pranzo e qualche volta alla passeggiata; unica distrazione le era il pianoforte, unico compagno nelle lunghe sere dell’inverno il Varalli; con lui, per impedirgli il racconto degli aneddoti che non le piaceva ascoltare, giocava all’_écarté_. Rina stava dunque sola sino al tramonto. La solitudine è spesso funesta a chi ha l’animo delicato e l’intelletto vivo; prostra l’uno nella malinconia, dà all’altro una singolare operosità. Nelle donne, nelle giovani specialmente, l’abuso del pensiero è sempre cagione di molti guai e Rina non faceva altro che pensare dalla mattina alla sera. A che pensava? Chi potrebbe ridirlo? Passava dai ricordi recenti alle speranze lontane; e quelli e queste crescevano il tedio dell’ora presente. Povera Rina! qualche volta rideva, rideva conchiudendo che il meglio è separarsi senza lacrime dagli inganni della gioventù e, se la vita è un deserto, mettere tutte le forze della mente e del cuore a cercarvi l’oasi della rassegnazione; qualche volta invece piangeva quasi rabbiosamente; le speranze deluse, i desiderii nascosti le tumultuavano rammaricandosi nel seno, e il soffio del peccato aleggiava nell’anima sua.
Avete mai osservato un quadro della seconda maniera del Raysdael? Verso la fine di settembre, sulle ventitrè, quando il cupo degli alberi si stacca più vivamente sul tono tranquillo del cielo, e la luce si ritrae lenta e la brezza pungente comincia a spandere le rugiade, Ruysdael dava di mano al pennello; un raggio, una nuvola, faceva interpreti de’ suoi sentimenti; confidava agli alberi e alle cascate i segreti della sua fantasia.
L’ora che il Ruysdael sceglieva per dipingere, Rina la sceglieva per passeggiare; anch’essa era triste come il pittore di Harlem; egli piangeva sulla felicità troppo presto perduta, ella sulla felicità non per anco raggiunta; egli cercava la pace ne’ misteriosi godimenti dell’arte, ella un compenso a’ desiderii repressi nel bacio immacolato della natura.
In una di quelle predilette giornate di settembre, Rina saliva il viale dei cipressi che conduce al Poggio Imperiale; la sua carrozza la seguiva al passo; i cavalli pareva sapessero la strada e tiravano avanti sciolti dall’autorità del cocchiere. Un giovane le passò accanto; pareva cogitabondo, Rina lo guardò quasi senza volere e ammirò in lui la vivacità degli occhi, l’aspetto buono e la virile bellezza della persona. Il giovane anch’esso parve colpito dalla pensosa malinconia di Rina e si fermò. Rina seguitò la sua strada con indifferenza; indifferenza apparente bensì, perchè chi avesse potuto sollevare il velo che le copriva il viso avrebbe osservato come le guancie le si fossero accese ad un tratto di un incarnato vivissimo. Il giovane la seguiva; tutte le donne, anche senza voltarsi, sentono il passo, veggono l’ombra leggera dell’uomo che le segue. Rina era divenuta rossa. Perchè? Per il presentimento che abbiamo quando si avvicina un pericolo? L’altro le tenne dietro a breve distanza, fino alla fine del viale, dove Rina rimontò in carrozza e partì.
Il giovane rimase fermo un momento, guardando dietro alla carrozza, poi continuò pensoso, a passo lento la sua passeggiata.
Si chiamava Federigo Ripàri e nasceva da una delle più ricche famiglie della cittadinanza fiorentina; orfano, simpatico a molti per la dolcezza dell’indole, per l’ingegno svegliatissimo, aveva la nomèa d’uomo fortunato in amore e quella più difficile a ottenersi, specialmente con le donne, di essere molto piacevole. Era sui ventitrè anni; sebbene per sfogliare troppo il libro della vita, non avesse avuto tempo di dare una guardata agli altri, nondimeno sapeva fare un po’ di tutto. Non era pittore, ma schizzava con garbo il motivo d’un paesaggio, o la caricatura d’un amico; non era poeta, ma scriveva versi che l’Aleardi, per esempio, avrebbe potuto sottoscrivere, e romanze che, ignaro del contrappunto, metteva in musica a orecchio egli stesso. Aveva, insomma, quel tanto di studi che ci vuole per piacere alle donne e che bisogna non spingere oltre un certo limite; se state di qua siete stupidi, se di là pedanti. Aggiungete una cera malinconica che alcuni credevano simulata e non era, una fantasia desta e malaticcia, e saprete su per giù quale era Federigo Ripàri.
In quella bella giornata d’autunno, era uscito dalle porte della città, col bisogno di quell’innocente sfogo che molti provano nella prima gioventù: il bisogno di far de’ versi; non per un album, non per musica, dei versi che gli lusingassero l’orecchio per una sera, suoni vaghi, eco di vaghi desiderii. Egli cercava appunto la propria gradazione d’un aggettivo, quando vide Rina; anche Fausto cercava la scienza e trovò Margherita.
— Bella donnina! — pensò tra sè Federigo. — Chi sia? Dev’essere una forestiera.
Firenze, avanti il trasporto della capitale, era una città _sui generis_. I Fiorentini componevano, si può dire, una sola famiglia; di guisa che per le vie un uomo niente niente se ne desse pensiero, poteva dire il nome di ogni donna che passasse in carrozza, quasi sempre aggiungere il nome dell’amante, se ne aveva uno; e se la religione della Dea indigena pendeva verso il politeismo, recitarvi, mutato il sesso, la litania di don Giovanni.
Federigo era al fatto di ogni segreto del bel mondo, conosceva tutti, tutti lo conoscevano; eppure in nessuna delle conversazioni che egli frequentava, in nessun ballo, in nessun teatro aveva veduto quella signora; supponeva dunque con ragione che fosse una forestiera.
— Dev’essere una forestiera... ricca perchè quei cavalli del Mecklembourg che aveva, costano parecchi quattrini; e vedova di certo, perchè i forestieri generalmente accompagnano la moglie in viaggio. Basta, vedova chi sa? Fosse mal maritata?.... O sia venuta qua a veder de’ parenti e abbia lasciato il marito a casa?... Che sia la moglie del nuovo console di Francia che è arrivato ieri?... No... forestiera non dev’essere.... Starebbe in locanda e avrebbe un legno a fitto.... la livrea era turchina e argento, m’è parso... O bigia? No turchina.... Ci vada alla Pergola? È facile, stasera c’è ballo nuovo.... Bella donnina!
Questo monologo incominciato alle sei finì dopo mezzanotte. Federigo girò tutti i teatri della città, interrogò tutti gli amici suoi dando i connotati della bella incognita, senza poterla vedere, senza aver una notizia neanche vaga sulla patria, sul nome, sullo stato di lei. Alcuni degli amici che interrogò si affermarono incompetenti; finalmente alla Pergola, Federigo trovò un vecchio signore molto erudito nella scienza delle livree e delle carrozze, frequentatore assiduo di tutte le conversazioni ed interrogò anche lui.
— Avete detto una livrea bigia e argento?
— Ecco mi pare... forse era turchina.
— O turchina, o bigia; come si fa a non ricordarsi il colore d’una livrea?...
— Ma... ecco... m’è parsa bigia.
— Due cavalli?...
— Bai scuri, quelli li ho visti bene....
— Quello di destra balzano dal piede di dietro?
— Ma non ho guardato....
— Dio santo! se non avete guardato a nulla... livrea bigia... cavalli del Mecklembourg.... Ah! ho capito!
— Finalmente!...
— Eh! caro mio.... ci vuol la mia pratica.... basta, siete fortunato.... livrea bigia e argento.... va bene?
— Va bene.
— Cavalli del Mecklembourg, bai scuri....
— Bai scuri.