Racconti

Part 3

Chapter 33,703 wordsPublic domain

Federigo, o meravigliato o stizzito della abile strategia del Conte, si lasciò andare sopra un divano e parve immergersi in una meditazione profonda.

Io rimasi nella sala aspettando Paolo da cui speravo avere la spiegazione di quella difficile sciarada. Intanto, ripensando i fatti avvenuti, io andavo cercando da me la parola dell’enigma e facevo questo discorso, che mi pareva assai ragionato.

— Questi due uomini si odiano, o per lo meno Federigo odia il Conte di San Vittore. Perchè? Vattel’a pesca! Ma è chiaro che Federigo ha tanta voglia di accattar briga col San Vittore, quanta cura pone questi nell’evitare ogni contesa. Ci deve esser di mezzo una donna che non vuol compromettere... altrimenti come si spiega il contegno di un gentiluomo?.... Ma giusto, è egli poi il Conte questo gentiluomo che mi hanno detto? Che il Conte abbia paura? Non c’è che questa spiegazione; perchè quand’anche ci fosse di mezzo una donna, il contegno addirittura insolente di Federigo non avrebbe fornito all’altro un pretesto tale, da parere la ragione vera ed unica di un duello? E poi da quella partenza ad una fuga c’è scattato poco. E Paolo che fa che non torna? È chiaro anche questo: cerca di persuadere il cugino che se non si batte col Ripàri è un uomo rovinato per sempre. Riepiloghiamo. Federigo Ripàri cerca di provocare il Conte; questo è un fatto. Il Conte scansa ogni occasione di duello; il Conte ha paura. Così si spiegano le parole di Paolo sul conto del cugino e il suo contegno verso di lui. Ma e il motivo di tutto ciò? Lo troveremo, pensai con la superbiola di un uomo che ha fatta un’osservazione profondissima e ha dato prova a sè stesso di essere abile nel sillogismo. — Lo troveremo; e seccato dal ritardo di Paolo, che d’altra parte non avrebbe potuto dirmi cosa ch’io non avessi indovinata senza di lui, uscii dalla sala per salirmene in camera mia.

La quale camera mia volle il caso si trovasse precisamente accanto a quella della signora Ripàri.

Non faccia il lettore le meraviglie, non dica con quel suo sorrisetto d’incredulo “che bel caso!„ In una triste condizione sono oggi romanzieri e commediografi; il pubblico dopo le fandonie che s’è succiato per tanti anni in santa pace, s’è fatto diffidente, ombroso. Basta che un fatto semplicissimo, torni utile al commediografo o al romanziere, perchè paia al lettore inverosimile. La signora Ripàri stava al n. 18; accanto al n. 18 v’era di santa ragione il n. 19; anch’esso, in tanta piena di forestieri, dovè esser dato a qualcuno; fu dato a me; che meraviglia? Forse se l’albergatore mi avesse assegnato il n. 10, questo racconto non avrebbe veduto la luce. Albergatore malcauto! Troppo poco si concede in oggi al caso che pure ha tanta parte nella nostra vita. Come va, signor lettore, che vi trovate questo racconto tra mano? Siete andato proprio a cercarlo? No; lo avete visto per caso nella vetrina del vostro libraio. Ve l’ha prestato un amico? Siete andato in traccia di quest’amico? No; l’avete trovato per caso. O forse vi siete risoluto a comprare il libro dopo che lo avete visto annunziato in qualche giornale? Non è un bel caso che il mio editore l’abbia fatto annunziare per l’appunto in quel foglio che ha l’invidiata fortuna di numerarvi tra i propri lettori?

Torniamo alla signora Ripàri. Ella dimorava dunque in una camera divisa dalla mia per un sottile assìto ricoperto da una semplicissima carta di Francia. Poco dopo ch’io fui entrato in camera, l’uscio della stanza accanto s’aprì, e udii facilmente Federigo pronunziare queste parole:

— Buona notte, Carolina.

Udii facilmente ho detto e ripeto. Chi conosce gli alberghi de’ monti elvetici non meraviglierà di queste mie parole. Coloro che in ogni locanda alpestre della Svizzera veggono un nido di congiurati s’ingannano; co’ sottili tramezzi di legno non ci è segreto che tenga; dopo tre ore passate nella stanza accanto alla vostra, il vicino sa tutti i vostri usi, anche quelli che vorreste non conosciuti da alcuno. Nelle case delle montagne elvetiche non si congiura; meglio all’aria aperta; tanto è vero che Guglielmo Tell per preparare la rivolta abbandonò le mal sicure case di Altdorf e condusse i compagni sulle alture del Rutli.

— Aspetta, Federigo, voglio dirti una cosa.

— Son qui.

— Sai che da parecchi mesi faccio di meno anche delle lagnanze.

— Carolina....

— Lasciami dire; molti sentimenti si sono spenti in me, uno è rimasto vivo per fortuna mia e tua: l’orgoglio. Mi lagnerei ancora se giovasse a qualcosa; ma il lamentarsi inutilmente è una umiliazione che non voglio soffrire.

— E poi? — disse Federigo col tono di chi non ha pazienza da buttar via.

— Hai fretta? Va’ pure, non c’è nulla che prema... ne parleremo domani. Buona notte.

— No, Carolina, guarda, son qui... qui seduto e per ascoltarti.

— Stammi dunque a sentire; ce n’è bisogno, credilo. Io non ti chiedo che tu sii innamorato di me, queste cose non si chiedono, si ottengono; non si riacquistano quando si sono perdute, nè si risuscita un amore che doveva essere eterno e che è morto a un tratto, di etisia fulminante, dopo un anno di matrimonio. Ti chiedo soltanto che tu sii con me quale saresti con qualunque altra donna e quale ti impone di essere se non la legge del cuore, la legge del mondo; se non l’affetto, per lo meno l’educazione.

— Non ti capisco.

— No? Allora è inutile andare avanti.... Buona notte.

— Insomma, perdio! non ti capisco.

— Federigo, non alzare la voce; ricordati che siamo in un albergo; risparmia agli altri lo scandalo, a me lo spettacolo di una di quelle brutte scene da commedia che aborro tanto.... Sai quello che t’ho detto tante volte: tu non gridi che quando sei persuaso d’aver torto.

— Ebbene, dunque, sentiamo.... che cosa c’è?...

— Quando partiamo?

— Quando la carrozza potrà percorrere senza pericolo la strada di qui a Bellinzona.

— Sta bene; domani dunque, se siamo ancora ad Airolo, noi pranzeremo qui insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda.

— Perchè?...

— Perchè io sopporto il tuo contegno finchè siamo soli, ma, lo ripeto, ho ancora tanto orgoglio da non tollerarlo in santa pace dirimpetto alla gente. Durante il pranzo sei stato accanto a me come accanto ad una persona che tu non conoscessi neppure.... anzi, ho tanta stima della tua educazione, da credere che il tuo contegno sarebbe stato diverso con chiunque. Io voglio dunque che tu sii meco quale un gentiluomo dev’essere con una donna. So essere disgraziata, mi ci hai assuefatta; ridicola, no.

— Carolina, tu prendi al solito le cose troppo sul serio.... Io ero distratto....

— Eppure tu mi toglierai anche l’ultima illusione. Una volta credei che tu mi volessi bene, comincio a credere d’essermi ingannata. Non puoi avermi amato, mi conosci troppo poco. Se tu mi conoscessi, Federigo, non anderesti cercando una scusa che io non ti chiedo. Oggi eri distratto... e ieri?... È un po’ lunga una distrazione che è principiata un anno fa e dura ancora. Non ne parliamo più. Sei libero di scegliere: o pranzeremo in camera insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda. E ora va’, devi essere stanco della tua gita di stamani.... Buona notte.

Vi fu un breve silenzio; poi Federigo, parlando rapidamente e con voce concitata, riprese:

— Hai ragione, Carolina, tu hai ragione, ed io ho torto, lo sento, ho molto torto... ma il cuore non ci ha che fare... dipende, che so?... dal mio temperamento... dalla mia costituzione fisica. Ho qualche stravaganza, perdonamela e....

— Oh! Federigo, tu abusi un po’ troppo di me. Tu sai che nonostante le tue distrazioni, le tue stravaganze, come le chiami, io ti voglio ancora bene, lo sai, e ne abusi. Non mi venir fuori col temperamento che non ci ha nulla che fare. Non so se tu ti ricordi qualche volta che mi hai voluto bene anche tu; certamente non puoi aver dimenticato di che amore t’ho amato io; io povera donna, che ho messo in te tutte le mie speranze e tutti i miei desiderii, che t’ho creduto il solo uomo capace di tradurre in realtà i miei sogni. Ci vuole un animo molto delicato, molto giovane, per intendere di che colori io avessi vestito l’avvenire. Ho serbata viva la mia speranza per un anno intero dopo le nostre nozze. Ringrazio Iddio di avermi fatto cieca per tutto quel tempo, cieca ma felice; se avessi avuto più esperienza, se avessi saputo vedere più addentro nelle cose della vita, mi sarei accorta che tu non eri poi quel tale uomo ch’io m’era figurata.

— Carolina! — esclamò brusco Federigo.

— Non t’adirare, non ho in mente di dir nulla che possa offenderti. Il primo torto fu mio, sperai più di quanto è lecito sperare. Un uomo capace di appagare tutti i desiderii di una fanciulla buona, intelligente, affettuosa, di porsi tra lei e il mondo, perchè il mondo non violi ad un tratto la verginità dei suoi pensieri, che sappia insegnarle a poco a poco la realtà della vita senza disperdere tutti quanti i suoi sogni, i suoi inganni, le sue ubbìe, se vuoi che dica così, di ragazza innamorata, un uomo capace di un acume così avveduto, così delicato non c’è.

— Ma, Carolina... è impossibile.... bisogna prendere il mondo....

— Come è, lo so, me l’hai detto tante volte! Ma se lo confesso da me che speravo troppo.... e del rimanente ciò poco importa. Fatto sta che tu per un anno m’hai voluto bene e molto, di questo sono sicura; chi ama come ho amato io non s’inganna. Un giorno.... che cos’è accaduto, Dio mio, quel giorno? Non lo saprò dunque mai?... Un giorno, come per incanto, sei diventato freddo, noncurante, e...

— Ma ti voglio bene ancora....

— Sì... tronchiamo, Federigo, tronchiamo questo discorso. Ci sono delle cose che offendono tanto l’amor proprio di una donna, da essere impossibile persino il parlarne. Mi vuoi bene ancora.... — S’interruppe, poi con accento di dolorosa ironia domandò: — Come a una sorella?

Federigo non rispose.

— Io ti annoio, — riprese con simulata giocondità Carolina, — ti annoio, lo capisco, e mi dispiace che siamo andati col discorso tanto lontano. A che giova? A farmi almeno sapere perchè, da chi fu distrutta la mia felicità? No. È un anno che me lo domando inutilmente e oramai non voglio più saperlo. Il mistero mi ha messo paura.... Ah! Federigo.... tu hai sciupati crudelmente i più belli anni della mia gioventù.

La signora Ripàri disse queste ultime parole con dolore così acerbo, così profondo, che suo marito quasi scosso esclamò con voce piena di lacrime:

— Oh! Carolina, Carolina, per carità, perdonami, perdonami. Se tu sapessi quello che io soffro! Dio sa se ti vorrei felice e ti faccio patire. Senti, vieni, vieni qui, accanto a me.

E poichè ella non si mosse, udii Federigo alzarsi e soggiungere:

— Non vuoi? Perchè non vuoi?... Oh! Carolina... Carolina....

— Federigo... — mormorò la signora Ripàri, con voce che pareva chiudere in sè tutto il rimpianto del paradiso perduto, tutte le speranze della terra promessa — Federigo....

A questo punto s’udì nel corridoio il Conte di San Vittore chiamare il cameriere della locanda.

— Oh! no mai! mai! — gridò Federigo, e uscì rapido fuori della stanza.

L’atto, la fuga di Federigo mi diedero per un momento a pensare; credei fosse un maniaco. M’affacciai sul corridoio; Federigo in piedi, pallidissimo, non si accorse di me; parve titubare un momento, poi con passo risoluto andò fino ad una delle estremità del corridore e picchiò ad una porta.

— Avanti, — disse una voce dall’interno della stanza.

Era la voce del Conte.

Quando tornai nella mia camera non s’udiva più nella stanza di Carolina che un cupo e lungo singhiozzo.

Chi non s’è trovato qualche volta a spiegare una sciarada e messosi in testa che il _primo_ fosse di certo una data parola, non ha sudato sangue per trovare un _secondo_ ed un _terzo_ che potessero stargli accanto? Così per l’appunto successe a me. Ho esposto le mie osservazioni rispetto a quanto era avvenuto durante e dopo il pranzo; e poichè i personaggi dell’ultima scena erano gli stessi della prima, io mi affaticava a dipanare il filo che doveva legare insieme la paura del Conte, i patimenti di Carolina, le ire e le stravaganze di Federigo. Feci le ipotesi più strambe: gelosie, rancori politici, odii ereditari, tutto l’archivio dei vecchi drammi fu rovistato per trovare uno scioglimento a questa nuova commedia e inutilmente.

Così almanaccando intorno alle cose vedute con la curiosità che si fa tanto più forte, quanto meno prontamente si appaga, quella notte non potei chiuder occhio. Sul far del giorno udii parlare e passeggiare nella strada sotto le finestre. M’affacciai. L’aurora imbiancava le cime dei monti, un vento leggiero passando traverso agli abeti, recava fino a me gli acri e salubri profumi della montagna; una carrozza coi cavalli attaccati e volti verso il monte stava innanzi alla porta dell’albergo.

Poco dopo il Conte di San Vittore, avvolto in una pelliccia, il viso quasi interamente nascosto in un’amplissima ciarpa, uscì nella strada, montò nella carrozza e partì.

Non c’era più dubbio; il Conte fuggiva, dunque aveva paura.

Il sillogismo s’era compiuto allora nella mia testa, quando Paolo entrò in camera.

— Oh! — dissi vedendolo. — Che c’è di nuovo?

— Che ti vengo a dire addio.

— Parti?

— Per Milano, fra un’ora.

— In che modo?

— Colle mie gambe fino a Faìdo; troverò facilmente una vettura purchessia, che mi porti sino a Bellinzona; partendo stasera di là con la diligenza arriverò domattina alle nove a Camerlata, alle undici a Milano.

— E lì ti fermi?

— Vo a Firenze difilato.

— Ma non m’avevi detto che aspettavi una lettera?

Bussarono alla porta.

— Eccola — disse Paolo.

Difatti un cameriere della locanda entrò e consegnò a Paolo una lettera.

Paolo guardò lungamente la soprascritta; ruppe con mano quasi tremante il sigillo, poi come se avesse voluto risparmiarsi una qualche commozione: apri e leggi, soggiunse.

Guardai l’amico e non senza meraviglia m’accinsi ad obbedirlo. Aprii e lessi:

“Fra dieci giorni a Bruxelles. Avvertite lo zio.

“SAN VITTORE.„

— Finalmente! — gridò Paolo, mentre un sorriso che manifestava una contentezza profonda gli illuminò il viso. — Finalmente!

— Oh! sì, era tempo! — esclamai.

— Di che?

— Oh! bella — soggiunsi col furbo sorrisetto dell’uomo avvezzo. — Era tempo che il Conte si ricordasse che quand’uno si chiama San Vittore non può fare impunemente delle vigliaccherie.

— Il Conte è un gentiluomo, anzi, è un uomo di cuore....

— Ma si batte?

— Con chi?

— Col Ripàri.

— Non ci mancherebbe altro!...

— O dunque?

— Dunque.... oh! è una storia troppo lunga....

— T’accompagnerò e me la racconterai strada facendo.

— Perchè no? — soggiunse Paolo dopo un momento di pausa. — Ho bisogno di essere espansivo oggi, nè potrei — conchiuse stringendomi la mano — aprire l’animo mio più sicuramente che a te. È una storia d’amore triste, mio caro, come tutte le storie d’amore che sono finite sopra la terra....

. . . . . . .

Un’ora dopo Paolo ed io ci avviammo per la grande strada che da Airolo conduce a Bellinzona; egli narrava, io ascoltava con religiosa, con dolorosa attenzione la storia breve e vera che oggi racconto.

Intanto spuntava il sole; sui monti che poco prima apparivano allo sguardo cupi ed informi, si distinguevano ora i sentieri cespugliosi, i massi l’uno all’altro sovrapposti, le cascatelle, le grotte; e il vento fresco della mattina, asolando intorno, portava sino a noi, insieme con i vigorosi aromi del timo e della menta silvestre, il canto degli uccelli, che per gli alberi della valle dicevano all’autunno un malinconico addio.

I.

Quando nel maggio del 186... il Conte Emilio di San Vittore fece sapere che si ammogliava fra un mese, gli amici che aveva numerosi, il bel mondo di cui era assiduo e festeggiato frequentatore furono per quella notizia alquanto meravigliati.

Ricco, non aveva bisogno di una dote che gli puntellasse il patrimonio; fortunatissimo in amore, per lui versavano lacrime molte belle infelici, per lui schiudevano le labbra a sorrisi procaci le più civette tra le donne d’Italia; avvezzo oramai alla vita di scapolo, alla varietà e alla frequenza delle commozioni, egli non avrebbe potuto adattarsi alla tranquilla serenità della vita domestica. Perchè dunque pigliava moglie? Coloro che, per spiegare l’enigma, misero innanzi l’ipotesi che il Conte Emilio fosse innamorato, non fecero altro che destare l’ilarità in tutte le sue gradazioni diverse, dal sogghigno più dispregiativo fino allo scroscio di risa più badiale.

Tutto ciò avveniva non già perchè la gente fosse priva di perspicacia; era davvero difficile trovare non soltanto la ragione ma il motivo onde il Conte era spinto ad ammogliarsi e che egli d’altra parte si compiaceva nel tenere nascosti.

Emilio era aristocratico fino alla punta dei capelli; da giovanotto aveva messo da parte molti scrupoli, molti proponimenti dimenticati; d’una cosa sola non s’era dimenticato mai: che egli era il discendente di quei Conti di San Vittore, la cui nobiltà vantava parecchi secoli e che ora sotto la cappa luccicante d’un ambasciatore, ora sotto la tonaca sanguigna d’un cardinale avevano avuto larghissima parte nelle vicende della patria. Mai, per esempio, una di quelle facili donne con le quali egli sprecava il suo tempo, la sua giovinezza e i suoi danari, non aveva potuto oltrepassare le soglie dell’antico palazzo dei San Vittore; la religione della casata era la sola a cui il Conte si mantenesse con fervore devoto. Nondimeno nei luoghi che frequentava, egli aveva fatta relazione con molta gente, la quale non era pari a lui nello splendore del nome o nella purezza del sangue. I parenti, aristocratici più di lui, avevano messo il broncio, lo tenevano per un iconoclasta; e il Conte, nemico per natura delle seccature di qualunque specie fossero, da qualunque parte gli venissero, si risolse a prender moglie, coll’intendimento di rompere ogni relazione con i suoi amici del giorno avanti e di fare ammenda di così grave trascorso. Ammogliandosi, egli ristringeva i vincoli che lo legavano al bel mondo, e dopo aver erogato le rendite nel nutrire e nel vestire (nello spogliare, forse, se meglio vi piace) le belle ragazze di tutti i paesi, si proponeva spenderle, d’allora in poi, nel far ballare e cenare le signore della nobiltà fiorentina.

Non gli rimaneva che scegliere; e qui cominciavano le difficoltà. Il Conte, pur trattandosi di cosa tanto grave quanto un matrimonio, non era uomo da buttar via il tempo a cercare, tra le signorine italiane, quella che meglio gli convenisse. Per uscir dalla bega, una mattina si presentò alla casa di un suo vecchio zio materno, il marchese Varalli.

Il marchese Varalli era un antico libertino arrivato a settant’anni senza neanche l’ombra di un pentimento. Era lungo e smilzo: aveva la pelle incartapecorita e i capelli bianchissimi; ma il passo rapido e sicuro, la vista lincea, l’udito perfetto e due fila intatte di bianchissimi denti facevano testimonianza che gli stravizi di ogni maniera nulla avevano potuto sulla sua ferrea costituzione. Di quando in quando era tormentato dalla gotta; ma egli ci scherzava su, e ricordava agli amici Pericle, Augusto, Carlo V, il maresciallo di Sassonia, illustri gottosi.

Quando suo nipote comparve nella stanza: — Che miracoli son questi? — domandò il vecchio. — Sono tre anni che non v’ho visto, signor Conte gentilissimo e diletto nipote. Se io fossi uno zio da commedia e voi un nipote spiantato, direi che venite a domandarmi de’ quattrini in prestito; ma siete più ricco di me, e....

— Zio, — riprese Emilio, — vengo da lei per un consiglio.

— Un consiglio? Perdio! questa non me l’aspettavo. Voi che siete di una generazione di filosofi, venite a prendere consiglio da un avanzo mal conservato di una generazione di gentiluomini?.... Che diavolo v’è accaduto? Basta, mettetevi a sedere. Son qui.

— Senta, zio, so che i miei parenti, lei per il primo, si sono lagnati perchè ho menata sin qui una vita un po’....

— Niente, niente; — interruppe colla sua voce fessa il Marchese. — Non so quello che abbiano detto gli altri vostri parenti, e non me ne curo. Quello che ho pensato io ve lo dirò: ho pensato che alla vostra età si deve fare quello che avete fatto voi. Volete che vi rimproveri d’aver corsa la cavallina, d’aver mantenuto qualche bella donna? Siete giovane, pare che siate anche bello, siete ricco... Magari ci potessi tornar io! Rispetto a donne, dunque, non ho niente da osservare; quando le principesse erano brutte e le cameriere belle, io m’attaccavo alle cameriere. Che l’origine di una donna si perda nelle leggende delle mille e una notte o in quelle d’una notte sola, tanto fa. E poi con le donne non ci si lega; oggi sì, domani sì, domani l’altro no, non ci si trova più per tutta la vita, o se ci si trova, magari non ci si saluta. Fin qui sta tutto bene e siamo d’accordo. Quello che non mi quadra è il vostro contegno coi maschi; che dando dietro a Lucrezia, facciate la conoscenza di Bruto, si capisce e tiriamo via; ma che lo salutiate per la strada e lo conduciate in carrozza con voi... ah!... questo poi no.

— Ed io per romperla addirittura con tutte queste conoscenze un po’.... un po’ democratiche....

— Volgari, plebee.

— È gente che mi son trovata accanto senza quasi avvedermene.

— E che v’è venuta intorno per chiedervi danari e non restituirveli; per farsi vedere amica di un San Vittore e infliggere con la sua stessa presenza accosto a voi una umiliazione al nostro ceto; per....

— Ho risoluto di prender moglie.

— Bene, — soggiunse senza scrollarsi il Marchese.

— Ma io da me non son mica capace di trovare una ragazza che mi convenga in tutto e per tutto. Mi manca la esperienza, forse, la pazienza di certo. Vorrei che lei, zio, si pigliasse l’impegno....

— Vi ci vuole una donna bella e di spirito. Se volete aver gente in casa vostra, non l’avrete che a questo patto; che sia ricca....

— Oh! poco importa....

— Siete ricco voi abbastanza. Fin qui le cose vanno come l’acqua alla china.

— Dunque ci pensa lei?

— Eh! adagio!...

— Cioè?...

— Volete maritarvi nella vecchia maniera o nella nuova?

— Non capisco, — rispose dopo un breve silenzio e con un lieve sorriso il Conte.

— Ecco: voi sapete che io non sono un figlio del fortunato secolo decimonono. Son nato nel 1791, grazie a Dio e al marchese padre, che quando mi mise al mondo, aveva per l’appunto l’età che ho io. Ah! pur troppo le generazioni deperiscono.... Basta, lasciamo là le malinconie. Dunque dicevo che son nato nel secolo passato; e io, nonostante le rivoluzioni, posso dire d’aver vissuto fino al 1830, per tutti gli anni della mia gioventù insomma, come avrei vissuto sotto Gian Gastone.

— Zio, scusi, io non intendo....