Part 2
Il Sismondi tacque e socchiuse gli occhi sospirando, quasi il proseguire gli fosse grave. La marchesa non vista volse sopra di lui lo sguardo malinconicamente profondo; poi con voce che ognuno, tranne il Sismondi, avrebbe agevolmente giudicata mal ferma, domandò: E... dunque?...
— La trovai finalmente e le offrii dal fondo del cuore un affetto così alto, così... Non è mica vero che si voglia bene una volta sola; ma è vero che si prova nella vita un affetto, il quale sovrasta a tutti gli altri e, anche dopo molti anni, si capisce, si sente che quello fu l’unico affetto nostro veramente forte e sincero. Mi parve.... non mi parve, era una donna come se ne trova di rado, e perduta quella si dispera per sempre di rinvenire la seconda; ma di gran famiglia e ricchissima; con la sua dote avrebbe potuto comprare tre volte il mio modesto patrimonio. Non osai e fu un grande errore; ho lasciato nella mia vita un _forse_, che mi tormenta come non le posso dire. Se mi avesse risposto di no, le parrò strano, ma oggi mi sentirei più tranquillo.
Il cielo s’era fatto più scuro, la pioggia cadeva a torrenti; la marchesa, che volgeva le spalle alla finestra, avvolta oramai nell’ombra soggiunse:
— Non fu un errore nemmeno questo, Sismondi, me lo lasci dire; fu una doppia colpa d’orgoglio e di paura.
— Di paura?
— Di paura. Previde le malignità del mondo e non ebbe animo di sfidarle; temè l’accusassero di qualche cosa d’abietto e non seppe armarsi del disprezzo che è qualche volta una virtù. Non fu degno, scusi, della donna che amava; perchè, dato che fosse veramente quale la descrive, non avrebbe, lei, dubitato della nobiltà di cotesto affetto, nè sospettati moventi che non fossero alti. Certe nature alle brutte cose credono quando ne hanno la prova, ma imaginarle non sanno.
— Oh! ma se lei, marchesa, sapesse di chi si tratta!...
— Se fossi una civetta, figurerei di non saperlo per aspettare che me lo dicesse.
— Lo sa? — mormorò il Sismondi.
— Come vuole che non lo sappia, via, se da due mesi cerca l’occasione di dirmelo, se da mezz’ora non ha altro pensiero che di farmelo intendere? Del rimanente lo so da tre anni.
— Da tre anni? — gridò l’altro trasecolato.
— Dal giorno della nostra gita a Sorrento. Quando fummo arrivati alla spiaggia, lei mi aiutò a scendere e guardandomi fisso mi strinse la mano. Che vuole che le dica? Non so perchè, ma non m’è mai venuto in mente che qualcheduno potesse scherzare con me. Ho anch’io i miei peccati di orgoglio. Aspettai. Quando dopo quindici giorni mi dissero ch’era scomparso da Napoli a un tratto, capii, e l’accusai fin d’allora di paura e d’orgoglio.
— Oh! mio Dio! mio Dio! — mormorò il Sismondi coprendosi con le mani la faccia; poi, quasi un secondo di raccoglimento gli avesse infuso intimi vigori, riprese concitato:
— Oh! se intese allora deve intendere anche oggi; deve intendere che chi le ha voluto bene non può dimenticarla, che un affetto come questo basta a sconvolgere tutta la vita di un uomo.... Oh! ma è inutile, non so, non posso parlare... lei che indovina tutto indovinerà anche quello che sento io.
La marchesa s’alzò e poggiato il braccio al davanzale del camino rimase lungamente silenziosa, con gli occhi fissi ne’ tizzi che crepitavano e mandavano nella stanza bagliori tremuli; poi:
— Dunque, parte domani?
— O domani, o mai.
— Domani.
Il Sismondi s’alzò. — Ebbi dunque ragione di non osare? — domandò; e il tono della voce rivelò assai più che le parole l’amarezza dell’animo suo.
— Ha detto di essere incapace di giudizi volgari.... Via, questa conversazione non può seguitare, Sismondi. Del rimanente io non ho più che una sola cosa da dirle, una cosa che nessuna legge divina o umana può obbligarmi a tacere; ho il coraggio di dirla, ha lei il coraggio di starla a sentire?
Il Sismondi non rispose, ma con gli occhi la supplicò che parlasse. Ed ella, prese nelle proprie le mani di lui:
— Era scritto — disse — ch’io non dovessi amare mai. Un solo uomo m’è parso degno del mio amore: lei.... credo che un solo uomo m’avrebbe fatta interamente felice: lei: credo ch’io non ero capace di fare interamente felice che un solo uomo: lei. Dio non volle, è inutile ribellarsi ai decreti della Provvidenza.... E ora, addio; dicono che sono originale e hanno ragione; difatti sono donna e il pericolo non mi piace.
Lasciò le mani di Carlo e appoggiò le spalle al davanzale. Egli, guardatala un momento, sussurrò: — Oh! Adriana, Adriana; — si mosse verso di lei, si fermò: finalmente, quasi vinto nella esitanza estrema da un impeto cieco, si slanciò e fece per accostare le labbra alle labbra di lei. Ma la marchesa alzatasi in punta di piedi curvò indietro la schiena e, stese le braccia in avanti, lo trattenne; poi con un sorriso pieno di profonda malinconia:
— No, Carlo, mai. Per esser padrona del mio rammarico, debbo essere padrona della mia volontà.
Il Sismondi la guardò ancora: coprì di baci rapidi la mano che Adriana gli stendeva, e fuggì.
La marchesa nello sforzo per togliersi al bacio di Carlo aveva dato con le spalle nell’oriolo di porcellana; il quale, per quell’urto sufficiente a spostarlo non a farlo cadere, rimase in bilico; quando, uscito il Sismondi, la marchesa si scostò dal camino, ripiombò al suo posto: fermo bensì alle 5 e 40 minuti.
V.
E fermo alle 5 e 40 minuti l’oriolo del salottino Pompadour rimase per de’ mesi parecchi. Un giorno che la contessa Montani, credendo di far bene stese la mano per rimetterlo, ebbe a mala pena aperto il cristallo e già la marchesa le si precipitò addosso e le afferrò con tanta forza il polso da lasciarle la lividura. E la contessa ne’ ritrovi serali andava dicendo:
— A voi, andate a fare il bene; guardate qui come mi son ridotta per rimettere l’oriolo a quella stravagante d’Adriana; — e mostrava agli amici il cerchio paonazzo.
Intanto il marchese Gaudenzi stava in gran pensiero. Sua moglie non era più quella di prima, la malinconia di lei s’era mutata addirittura in tristezza. Non parlava quasi più, non usciva più, passava le giornate intere a sfogliare degli atlanti. Suppose desiderasse e le propose di viaggiare; al solo sentir parlare di viaggi la marchesa uscì in un rifiuto così riciso com’egli non ne aveva mai avuti da lei, così aspro da dimostrare mutata l’indole sua. Interrogò i medici; ma, nonostante ella dimagrasse a vista d’occhio, i medici l’accertarono che per la salute non c’era da temere; proposero le distrazioni; proposta sapiente che al marchese parve quasi una canzonatura; licenziò i dottori e fece venire di campagna il bambino. Neanche il piccolo Luca ebbe fortuna; la madre a volte insofferente di capricci e di bizze lo voleva lontano da sè, a volte lo teneva, con affettuoso pentimento, per ore ed ore sulle ginocchia; e il buon marchese si lambiccava il cervello a indagare con diligenza trepida le ragioni di quel mutamento, ma non veniva a capo di nulla.
Un giorno la marchesa se ne stava seduta sulla solita poltrona presso al camino; aveva sulle ginocchia una carta geografica e vicini a sè aperti sopra una sedia un atlante e alcuni libri; e via via ora dava un’occhiata a questo e a quel volume, ora tracciava sulla carta con le dita profilate linee invisibili. Luchino scorazzava per la stanza gridando e ogni tanto tornava con risate squillanti a scombuiare carte e volumi. Più volte la marchesa s’era rassegnata a riordinarli; ma Luchino aveva preso gusto al gioco e non c’era verso di farlo smettere nè con preghiere nè con ammonimenti. Alla fine la marchesa gli domandò in tono di rimprovero:
— Vuoi star buono, sì o no?
— No — rispose il bambino.
— E allora ti meno via. E s’alzò, e di peso se lo prese in collo e fece per avviarsi alla porta.
Luchino, vedendo la minaccia prossima a verificarsi, strillò, si divincolò; e Adriana, accostandolo allo specchio che stava sopra al camino:
— Guarda come sei brutto quando sei cattivo.
Il bambino, mirando la propria imagine riflessa nella caminiera, stese le braccia in avanti e sarebbe caduto, se la marchesa non lo avesse stretto più forte: ma squilibrato piombò con le mani sull’oriolo e lo scosse; quando le ritrasse s’udì il pendolo ricominciare il suono isocrono e lieve.
La marchesa cacciò un grido, baciò e ribaciò il bambino e dette in un pianto dirotto.
Il marchese tornando a pranzo scorse la traccia di quelle lacrime; e impensierito più che mai domandò a sua moglie se non era possibile di trovar fine a quelle tristezze; avrebbe data la vita per vederla sorridere; chiedesse. N’ebbe in risposta:
— Fa’ mutar la mobilia del salottino.
Credè di sognare, ma non mise tempo in mezzo ad appagare quel desiderio. Sparirono i canapè dalle stoffe fiorite, la lumiera di Murano, sparirono i candelabri e l’oriolo di porcellana di Sassonia, e ad un tempo, se non sparì, si diradò l’afflizione d’Adriana. E il marchese da quello, che fu de’ pochi casi notevoli della sua vita, trasse questo ammaestramento: che le donne hanno tutte quante un ramo di pazzia; tanto è vero che la sua, la quale certamente valeva più delle altre, s’era tormentata e lo aveva tormentato un anno e più per la mobilia d’un salottino.
_Monsummano, 1886._
PECCATO E PENITENZA.
_A Vittorio Bersezio._
IO A UN ALTRO.
Airolo (Canton Ticino), 21 ottobre 1867.
Mio caro, restando a Lucerna hai avuto più giudizio di me; sono arrivato ieri sera ad Airolo e vi resterò fino a Dio sa quando. Succede in questo paese come all’inferno, dove ogni momento arriva gente e non se ne va mai nessuno. Sul serio: il Ticino ha rotto la strada da Quinto a Faido e buttato all’aria il ponte presso Dazio-Grande; sicchè per ora è impossibile partire colla diligenza. Se ti punge il _dulce ridere suos_, se ti preme veramente arrivare a Firenze prima del 25, va’ subito a Coira e passa per lo Spluga; ma prima di partire di’ a’ nostri compagni dello _Schweizerhof_ come stanno le cose; che non venga anche a loro il ticchio di pigliare la via del Gottardo. Qui non c’è che una locanda sola; i letti son tutti pieni, e chi viene da ora in là sarà giocoforza che dorma all’ombra degli abeti.
Sai chi c’è? Paolo Carpi. Ho letto il suo nome sul libro de’ viaggiatori. M’hanno detto che è andato stamani a visitare i luoghi dove il danno della inondazione è maggiore e tornerà qui stasera. Son quasi cinque anni che non ci siamo veduti, e non puoi imaginarti che piacere mi faccia il trovarlo qui.
Chiacchierando col cameriere ho saputo che c’è anche un Conte di San Vittore. Mi son messo in testa che sia compagno nel viaggio a Paolo. I San Vittore e i Carpi non sono un po’ parenti? M’accorgo che la domanda è inutile; tu non potrai rispondermi che a Firenze e Paolo mi risponderà stasera. Se avessi qualche altra cosa di bello da dirti, passerei volentieri scrivendoti il tempo che manca per arrivare all’ora del desinare.... A proposito; come si pranza male su queste montagne repubblicane! Fremi pure di sdegno, ma io non veggo l’ora di essere a Milano per mangiare un risotto appestato dall’alito della monarchia.
Serbami un posto nella tua memoria; nel cuore ci hai troppa gente ed io odio la calca.
_Il tuo_ M.
* * *
Airolo è un paesetto all’imboccatura della Val Canaria, tra Bellinzona e Hospental. Le sue poche e povere case sono poste lungo la via del Gottardo, la quale sale verso il monte serpeggiando a settentrione del paese; l’occhio l’accompagna sino alle pericolose balze della Val Tremola, ove si perde tramezzo agli abeti. Di là dalla via il terreno scende con ripido declivio verso il Ticino che quivi, ancora prossimo al lago Sella onde nasce, pare un fiumiciattolo di poca o nessuna importanza. Oltre il fiume altri monti, coronati da piccoli ghiacciai o solcati dalle morene, sono le ultime ondate di quella tempesta che sollevò le Alpi Lepontine.
Scritta la lettera, uscii. Cadeva una giornata d’ottobre; dalle falde delle montagne scendevano torrentelli recando acque al Ticino; nuvole di una tinta unita, fredda, coprivano a poco a poco il cielo, e nascondendo lentamente la parte superiore della montagna, ne arrotondavano i vertici. Pareva che la natura si mettesse in quell’ora la sua veste più squallida; che il vento di ponente strisciando sulle brevi praterie della valle e sui folti muschi delle falde montane, mutasse in giallognolo il loro verde vigoroso. I soli abeti, geometrici, serbavano il nero delle loro piramidi e si staccavano mirabilmente sul fondo grigiastro del quadro.
Io passeggiava pensando a chi sa quante cose che ora non ricordo più e fumacchiando un di quei sigari che fanno tanto rimpiangere la Svizzera a chi ritorna in Italia, quando mi sentii chiamare per nome. Mi volto; era Paolo Carpi.
— Chi non muor si rivede, — disse l’amico correndo verso di me. — Sai che debbono esser passati quasi tre anni dacchè ci siam veduti l’ultima volta?
— Quattro, mio caro; ci siamo lasciati a Milano nel 63, ci ritroviamo sul San Gottardo nel 67.
— Quattro anni? Perdio! come s’invecchia presto! Di dove vieni?
— Dalla Germania; e tu?
— Da Spa; sono passato per Strasburgo e Basilea.
— Solo?
— Solo.
— E quando parti?
— Ma!... quando sarà possibile.
— Partiamo insieme?
— Ecco... chi sa? Devo aspettar qui una lettera... Basta.... vedremo; figurati se mi farebbe piacere passare qualche giorno con un amico come te.
Si danno in oggi alla parola amico tanti sensi e tanto diversi che conviene questa volta determinarne il significato.
Paolo ed io fummo compagni di scuola; de’ miei condiscepoli egli fu il solo per il quale sentissi un affetto vero. Usciti da rettorica, ci vedemmo di rado ed è facile capire il perchè; egli faceva il milionario ed io il giornalista; egli si divertiva con le donne leggiere, io ero costretto a seccarmi con gli uomini gravi. Ciò non ostante quando ci trovavamo qualche volta all’osteria, qualche altra al ballo di un ambasciatore, ci stringevamo forte la mano e facevamo di notte giorno parlando di noi, dei nostri studi e de’ nostri amori, di ciò che avevamo fatto o che volevamo fare; egli si congratulava meco de’ miei saggi letterari che gli parevano belli, io seco della sua amante che mi pareva bellissima.
Nel sessantatrè gli prese la voglia di fare il diplomatico e fu nominato segretario del Ministro d’Italia a Costantinopoli. Allora ci perdemmo di vista; quattro anni dopo ci ritrovammo ad Airolo, il giorno stesso nel quale ha principio questo racconto.
La conversazione cadde, al solito, sulla nostra prima gioventù, sulle scappate scolaresche, e sulle vicende de’ nostri compagni.
— Che n’è stato — gli domandai — di Gigi Ruteni che abbandonò il Liceo per entrare nella Marina sarda, perchè era sicuro, diceva lui, di diventare ammiraglio?...
— È morto a Lissa l’anno passato.
— Povero ragazzo! E il Brini soprannominato il piccolo Aleardi, che scriveva versi così pieni di tenerezza e di malinconia?
— Fa l’agente di cambio a Torino.
— E quel bel giovanetto biondo che veniva a scuola accompagnato dalla mamma più bionda e più bella di lui?... Ti ricordi?... Aveva tanta attitudine alla meccanica e noi gli predicevamo sempre che avrebbe fatto fortuna?
— Ha finito il suo studiando sul moto perpetuo. Ora l’hanno chiuso nel Manicomio di Perugia.
Non ebbi coraggio di domandare altro; tutte quelle biografie brevi e crudeli mi avevano messo di mal umore. E ripensavo tanti sogni svaniti, tanti propositi dimenticati, tante speranze deluse, stelle cadenti del cielo della giovinezza che brillano un momento, poi si perdono nell’oscurità della vita.
— E Federigo Ripàri (un altro condiscepolo) — riprese dopo poco Paolo — l’hai veduto?
— Mai; forse trovandolo non lo riconoscerei neppure.
— È qui.
— Qui... ad Airolo?
— Con sua moglie.
— È ammogliato? Da quando in qua?
— Saranno due anni ad aprile. Ha sposato una milanese, una delle donne più istruite e più simpatiche che io conosca: la figlia dell’ingegner Crolli. Oh! si va a tavola.
Difatti la campana della locanda sonava a refettorio.
— Lascia andare — soggiunsi; — pranzeremo da noi.
— Non è possibile.
— Hai qualche amico?...
— No... ma bisogna che pranzi a tavola rotonda.
— A proposito: c’è qui un Conte di San Vittore; non siete un po’ parenti?
— La madre del conte Emilio è sorella di mio padre.
— Sicchè siete cugini.
— Per l’appunto....
— E allora, perchè mi dai ad intendere che non hai qui amici?
— Sei curioso veh! mi hai domandato se ho qui degli amici e non dei parenti — e se ne andò verso la locanda in tanta fretta ch’io durai fatica a tenergli dietro. Se egli, in quel punto voltandosi avesse detto: “ho mutato pensiero, pranziamo da noi„ io gli avrei risposto: no, ho mutato pensiero anch’io, voglio venire a tavola rotonda; tanto mi pungeva la curiosità di conoscere il Conte di San Vittore. Lo avevo spesso sentito lodare come uno degli uomini più culti, più cortesi, più ricchi dell’aristocrazia fiorentina, e ora mi pareva che Paolo, con quella sua distinzione tra gli amici e i parenti, fosse lì lì per dirmene male.
Quando entrammo nella sala da pranzo, il Conte (Paolo con un’occhiata me lo indicò) era già seduto ad una delle estremità della tavola. Notai che tra i due cugini non ci fu neanche l’ombra di un saluto; i commensali crederono di certo che quelle due persone, così strette per vincoli di parentela, si vedessero per la prima volta nella modesta locanda d’Airolo.
Il Conte di San Vittore era un uomo sui trentacinque, alto, calvo nella parte anteriore del cranio; aveva il viso di un puro ovale incorniciato da una folta e finissima barba nera. Credo che il fare un ritratto somigliante di quell’uomo, sarebbe stata ardua impresa anche per Michele Gordigiani; tanto la sua fisonomia si mutava da un momento all’altro. Studiai la cagione di questa mutabilità e credei trovarla negli occhi, i quali non saprei dire di che colore fossero; ora parevano azzurri, ora grigi, ora verdognoli; qualche volta apparivano fosforescenti come quelli del gatto. E la mobilità della fisonomia non aveva relazione alcuna coi movimenti dell’animo; perchè per quanti diversi aspetti pigliasse, il volto del Conte non lasciava trasparire nulla di ciò ch’egli sentiva o pensava. Sulle prime, si sarebbe preso per una persona pulita e nulla più; ma ad un osservatore minuzioso, le mani bianche e sottili, il fare disinvolto, la studiata semplicità del vestire lo dimostravano uomo iniziato ai difficili segreti dell’eleganza e conoscitore delle consuetudini del bel mondo.
Il pranzo era cominciato da pochi minuti, quando entrarono Federigo Ripàri e sua moglie. Avevo detto a Paolo che non mi sarebbe forse possibile riconoscere Federigo, ma non imaginavo ch’egli fosse cangiato così. Quell’uomo, ch’io avevo lasciato fanciullo vegeto e fresco, aveva i capelli grigi, la pelle floscia e le palpebre inferiori cerchiate da quell’occhiaia nera e profonda che è segno di stento, di stravizio o di dolore. Noi suoi condiscepoli sapevamo che non poteva avere più di trent’anni; chiunque, a vederlo, gliene avrebbe dati oltre quaranta. Salutò freddamente Paolo del capo; me o non volle riconoscere, o forse non riconobbe neppure.
La signora Ripàri si sedè accanto al marito.
Una donna così bella si vede di rado. Alta, svelta, la maestà quasi severa del portamento era in lei temperata dalla grazia quasi infantile de’ lineamenti, puri come un profilo antico intagliato nell’agata. Il morbido volume de’ suoi capelli biondi mi fece tornare in mente i versi del poeta tedesco: Dio ha dato la donna bionda agli uomini del settentrione, per compensarli della mancanza del sole. Nulla è perfetto nel mondo, neanche le belle donne pur troppo, e spesso Pigmalione s’affatica invano a infondere la vita nelle membra mirabili e gelide di Galatea; ma negli occhi cerulei della signora Ripàri brillava il pensiero, e lo spirito illuminava quell’onesto sorriso.
Capitata in un convegno di poeti o d’artisti, la signora Ripàri sarebbe stata accolta con uno di quei gridi che erompono spontanei dall’animo di chi si sente fortemente compreso dall’ammirazione; fra gente che dava battaglia alla noia con l’arme dell’appetito passò senza che nessuno ci badasse. Tanto è vero che a questo mondo non basta aver merito; bisogna anche saperlo mostrare a chi può pregiarlo e scegliere una occasione propizia.
Il pranzo passò come al solito; si parlò del cattivo tempo, della inondazione, delle valanghe; si fecero passare di mano in mano pezzi di diorite e di cristallo di rocca, raccolti qua e là per le montagne; pochi gl’interlocutori, molte le comparse che mangiavano senza parlare. Federigo non parlò, nè mangiò; non fece altro che guardar fisso il Conte San Vittore, il quale pareva non accorgersi d’essere sbirciato, squadrato a quel modo. Carolina (era questo il nome di battesimo della signora Ripàri) tentò più volte di attaccare discorso col marito e inutilmente; alle sue domande non rispondeva o rispondeva con monosillabi e Carolina pareva si sentisse umiliata dal contegno freddo, quasi sdegnoso che egli teneva con lei. Cercava di leggere in viso ai commensali se se ne fossero accorti e si rallegrava di vederli tutti intenti nelle loro chiacchiere o nelle loro vivande; ma quando i suoi occhi s’incontrarono co’ miei, capì ch’io avevo osservato e meditato, che v’era un testimone di que’ silenzi eloquenti e divenne pallida a un tratto. Alle frutta s’alzò; stette per un momento con le mani appoggiate sulla spalliera della sedia guardando Federigo e come aspettando qualche cosa da lui. Egli, se si fosse voltato verso la moglie, si sarebbe avveduto, da una specie di moto nervoso ond’era scossa tutta la persona, che quella donna soffriva, e tanto più, quanto più si sforzava di nascondere l’intima pena; ma non si voltò; guardava il Conte di San Vittore.
A poco a poco anche gli altri commensali si alzarono e andarono chi da una parte chi dall’altra. Volevo andarmene anch’io, Paolo mi fe’ cenno di rimanere. Il Conte si alzò e andò a porsi innanzi al camino entro cui scoppiettavano gli ultimi avanzi d’un gran fuoco; Federigo restò al suo posto, rimpetto al Conte, guardandolo.
Nessuno parlava; io avevo il presentimento che stava per succedere qualcosa di grosso. Me ne sarei andato volentieri, ma Paolo mi trattenne daccapo con un’occhiata.
Il Conte cavò fuori da un astuccio di cuoio di Russia un _manilla_ e si diresse verso la tavola sulla quale stava un candeliere acceso. Subito che Federigo ebbe indovinata l’intenzione di lui, balzò in piedi, stese il braccio verso il candeliere, accese un sigaro, spense il lume e lo posò piano piano; poi guardò il Conte come se aspettasse una parola, un gesto... che so io? un pretesto qualsiasi per attaccarla. Ma l’altro, come se nulla fosse, prese sulla tavola un coltello, tagliò la punta chiusa del _manilla_ e con un fiammifero di cera che trasse da un astuccio di platino lo accese e tornò al suo posto. Sopra una piccola tavola presso a lui era un numero della _Gazzetta Ticinese_; il Conte l’aveva a mala pena toccato e già v’era piombata sopra la mano di Federigo. Il Conte lasciò andare la gazzetta e, quasi non fosse fatto suo, si mise a scrivere colla matita sopra un taccuino che aveva levato di tasca. Federigo quand’ebbe in mano il giornale, lo buttò sul fuoco; il Conte seguitò a scrivere.
Paolo pareva distratto, ma teneva d’occhio ogni mossa del Conte e di Federigo.
Quando il Conte ebbe finito di scrivere, andò verso la porta. La bussola era chiusa, Federigo vi s’appoggiò; a me parve difficile che il Conte potesse esimersi dal parlargli e mi tenni certo una parola sola sarebbe favilla secondata da grande incendio. Il Conte invece passò davanti a Federigo come se non gli fosse neanche passato per la mente d’andarsene, e si diresse verso una delle estremità della sala; colà giunto tirò il cordone di un campanello. Dopo un momento s’udì un lieve rumore dietro la porta e di fuori qualcuno girò la maniglia. Bisognò che Federigo si scostasse; il Conte invece s’era avvicinato all’uscio dalla parte opposta.
Entrò il cameriere.
— Accendete il fuoco in camera mia, — disse il Conte; — e passando tra il cameriere e la soglia uscì.
Paolo gli tenne dietro.