Part 1
RACCONTI
DI FERDINANDO MARTINI
PECCATO E PENITENZA. L’ORIOLO. — GITE AUTUNNALI. LA MARCHESA.
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1888.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti._
Tip. Fratelli Treves.
L’ORIOLO.
_Alla signora Caterina Pigorini-Beri._
I.
Nel bel mondo fiorentino le stravaganze della marchesa Adriana erano da un pezzo famose. Per dirne una: le ragazze sono fatte, sì o no, per prendere marito? Che restino in casa, aspettando chi non viene, le brutte e le povere si capisce; ma che lei, Adriana di Roccamare, lei ricca, lei bella, lei di una delle famiglie più illustri d’Italia, avesse aspettato i ventisei anni per sposare un uomo di quarantacinque, addirittura non si capiva. E pazienza, se il padre non si fosso curato di accasarla, o nessuno l’avesse chiesta! Ma il buon principe aveva fatto tutto quanto può fare un padre diligente o impaziente; e prima ch’ella arrivasse a’ diciotto anni la domandavano in moglie giovani nobili quanto lei, ricchi più di lei. Li scartò tutti. Se almeno si fosse saputo perchè! Niente. Una volta parve disposta a risolversi e si parlò di un matrimonio con un conte di San Salvario, gentiluomo piemontese elegantissimo, speranza occulta di molte madri, desiderio manifesto di molte figliole. Se non che, una sera venne in testa a quel benedetto conte di parlare di Napoleone e della sua guerra contro Pietro il Grande.
— Alessandro — osservò Adriana.
— Ah! sì, Alessandro il Grande — corresse sollecito il San Salvario.
— No, Alessandro... e basta.
E l’altro piccato:
— O grande o piccolo, io ho avuto qualcosa di meglio da fare in vita mia che studiare la storia di Russia.
— E di Grecia. Paesi scismatici non contano.
E il matrimonio dopo le mal celate ironie andò a monte. C’è egli senso comune a mandare a monte un matrimonio di quella fatta per un errore di cronologia?
Una mattina di luglio a Posillipo dove i Roccamare solevano passare l’estate, il principe alzatosi da colazione chiamò Adriana e, baciatala sulla fronte, le porse un astuccio di velluto rosso.
— A te, Nuccia mia, eccoti il mio regalo.
Adriana aprì; l’astuccio conteneva due mirabili perle nere, due orecchini da regina. Buttò le braccia al collo del padre e gli rese il bacio con grande espansione d’affetto.
— Di’ la verità, tu credevi che io me ne fossi scordato? Mai. Diciotto luglio, tuo compleanno. Son date, Nuccia mia, che non si scordano. Nascesti proprio a quest’ora: mezzogiorno e un quarto. Mi par ieri. E sono nientemeno che venticinque anni! Eh! Nuccia mia, il tempo passa.... E bisognerebbe anzi che facessimo un discorso....
— Facciamolo pure — riprese gaia Adriana; e mostrando l’astuccio: — Se la conchiusione somiglia all’esordio....
— Eh! no, no, si tratta di un discorso serio. Stammi a sentire. Tu vedi, figliola mia, ch’io non dimentico nessuna delle nostre care solennità di famiglia, e voglio che oggi il tuo compleanno si festeggi in tutte le regole. Ma, Nuccia mia, bisogna anche pensare che è il ventiquattresimo che noi festeggiamo. Figurati, Adriana, che dolore sarà per me il giorno che te n’anderai.... Sono strappi.... Basta, voialtri figlioli non li imaginate neppure. Io vorrei che tu rimanessi con me tutta la vita, ma.... Eh! sicuro se tu fossi storpia o senza dote.... Ma con cotesto visetto.... Eh! è così... non c’è da abbassare gli occhi.... Non te lo dice mica un giovanotto, te lo dice tuo padre. E con mezzo milione di dote e le speranze....
— Babbo!
— Sì, va bene, non saranno le speranze tue, ma saranno quelle di tuo marito e de’ tuoi figlioli, se ne farai. Si sa; si deve morire, e una volta o l’altra toccherà anche a me... tardi, preghiamo Dio, più tardi che sia possibile.... Te lo ripeto, vorrei tu stessi sempre con me, ma tuo fratello ha trent’anni e bisogna che prenda moglie. Prima di tutto, lo sai, io son tutto affezione e non mi rassegnerei a chiuder gli occhi senza aver tenuto in collo dei nipotini; poi se tuo fratello non si ammoglia non smette di giocare, e se non smette di giocare io non smetto di avere ogni momento dei sopraccapi. Dunque, stammi a sentire. Sai il bene che ci vogliamo Guglielmo ed io; ma il mondo è mondo; chi vuoi che venga qui in casa...?
S’interruppe. Adriana, fissati gli occhi in quelli del padre, soggiunse:
— Una cognata è un impiccio.
— Ecco....
E poichè l’altra seguitava a guardarlo senza battere palpebra, il Principe riprese compunto:
— Figurati, te lo dico con le lacrime agli occhi perchè, in fondo, una nuora sta bene che è la moglie del proprio figliolo, ma non è sangue del nostro sangue.
— E... dunque? — domandò dopo pochi secondi di silenzio Adriana.
— Dunque, io non mi provo più a proporti nessuno perchè tanto è fiato sprecato. Ma desidero tu sappia che io qualunque sia la tua scelta l’approvo fin d’ora. Tu non puoi scegliere che un uomo per bene.... Eh! bambina mia, ci s’intende! Dillo a me. Credi che non lo vegga quanto valgano poco i giovani al giorno d’oggi? È una disperazione! Ma e d’altra parte? Quando non c’è di meglio? _Lorsque l’on n’a ce que l’on aime, il faut aimer ce que l’on a_ — dice la vecchia canzone. — Ah! tu eri fatta per rimaner sempre vicina a me ed essere il bastone della mia vecchiaia. Ma!...
E postosi innanzi allo specchio si ravviò i capelli e sclamò con un sospiro:
— Non è allegra la vita!...
— Ma, babbo....
— No, no, non mi dir nulla, Adriana mia, non mi dir nulla. T’intendo a volo. Non facciamo discorsi dolorosi, per carità. Io ho compito il mio dovere; te l’ho detto: voialtri giovani non lo credete, ma pur troppo è così: la vita non è allegra. Bisogna farsi animo e con un po’ di coraggio ci si strascica come me, bene o male, fin verso la sessantina. Dunque siamo intesi, Nuccia mia; io approvo fin d’ora, approvo a occhi chiusi, approvo senza discussione.
Affacciatosi alla finestra, gridò: — _Vicè_, preparate la lancia — e se n’andò fischiettando un motivo dell’_Africana_.
II.
Adriana passò la più gran parte di quella sera nella terrazza prospiciente sul mare. Era una sera incantevole, la quale io non descriverò, perchè se anche fosse stata diversa e il vento di ponente avesse sconvolto i marosi e i fulmini guizzato di là dal Vesuvio, Adriana chiusa tutta in sè stessa non avrebbe sentito o pensato diversamente. Teneva volti gli occhi al cielo stellato senza guardare, senza vedere. Quando il marchese Gaudenzi, antico frequentatore della casa e che l’aveva giovanotto conosciuta bambina, le si accostò e con la confidenza che viene dalla consuetudine le domandò scherzevolmente:
— Che cosa cerca lassù?...
— Una ispirazione — rispose Adriana senza scotersi: poi, volgendosi a un tratto verso di lui: — E l’ho trovata.
— Tanto meglio. E... si può sapere?...
— Eccome!... L’ispirazione di cercare il suo aiuto.
— Per che fare?
— Per trovare marito.
— Pessima ispirazione. Se avessi di queste abilità me ne sarei servito io per trovar moglie, prima di arrivare a questi benedetti quarantacinque e sentirmi addosso un po’ grave il peso del celibato.
— Ah! un’altra ispirazione!... Lei è una brava persona.
— Eh! si fa il possibile....
— E io una buona figliola....
— Questo non lo mette in dubbio nessuno.
— Dunque?
— Dunque che cosa?
— Dunque mi pare che la seconda sia proprio un’ispirazione stupenda.
— Non capisco — soggiunse dopo una pausa breve il marchese.
— Oh! via, capisce benissimo. Lei si lamenta d’esser celibe, io devo maritarmi. Ragazza non si può rimanere, perchè Guglielmo gioca e una cognata è un impiccio....
— Come, come?
— Non ci badi, non importa. Se le dicessi che sono innamorata di lei, direi una bugia per la prima volta da che sono al mondo e lei si metterebbe a ridere. Le dico: non sono innamorata ma sono una buona figliola. Ci pensi.
Rientrò in salotto; e accostandosi al principe che se ne stava sdraiato leggendo un giornale, gli sussurrò all’orecchio:
— Ho chiesto la mano del marchese; spero che me la concederà.
Passarono otto giorni prima ch’ella si risolvesse a dire un’altra parola al Gaudenzi. Il quale, intontito dapprima, s’era dato poi pian piano a vagheggiare quel disegno. Non si faceva bensì una ragione del movente d’Adriana e desiderava spiegazioni, dilucidazioni; ma quanto più la perseguitava e s’affaccendava a preparare un colloquio, tanto più Adriana lo sfuggiva e qualche volta lo scansava addirittura. Una sera si rincontrarono sulla porta della scala; egli scendeva per cercarla in giardino, ella saliva credendolo nel giardino. Presa fra l’uscio e il muro, Adriana, prima che l’altro avesse tempo d’aprir bocca:
— Ho detto: non sono una donna innamorata, ma sono una brava ragazza; proprio non saprei che altro dire.
E andò a chiudersi in camera sua.
Quella medesima sera il marchese Gaudenzi domandò al principe la mano della figliola. Il principe, abbracciandolo e asciugandosi gli occhi:
— Se è destinato — gemè — che qualcuno me la porti via, meglio tu che un altro.
III.
Due anni dopo la contessa Montani scriveva da Firenze a una cugina dimorante a Palermo:
“Sai, cara Lilì, che sei molto, ma molto curiosa? Stai un anno senza scrivermi, poi mi mandi dieci righe; non mi dici nulla nè di te nè de’ tuoi, e mi sfilzi invece un rosario d’interrogazioni. Meriteresti che non ti rispondessi neppure; ringrazia Dio che fa un tempo orribile o che ho da consumare in qualche modo l’ora della trottata.
“Passiamo alle interrogazioni.
“Prima: Com’è stato il carnevale a Firenze? Bellissimo. Balli tutte le sere; balli piccoli, ben inteso, ma pieni di brio; di quelli che vanno a me, dove non si corre rischio di presentazioni. Su questo argomento le mie opinioni, i miei gusti li conosci da un pezzo. Mi piace la Firenze quale è ora; senza visi novi, dove i cognomi sono inutili, dove quando si dice Pierino, Masino, la Giulia, la Bice, l’Eufrosina, s’intende subito di chi si tratta.
“Seconda: A che punto sono le nozze di Guglielmo Roccamare? Al punto fermo. Sono otto mesi che ha sposato la Zanhoff. Quand’era scapolo giocava; ora ha lasciato le carte per i cavalli e non fa che guidare; la moglie, viceversa, non si lascia guidare. Così dicono.
“Terza: Che fa la coppia Gaudenzi? Adriana, mi pare d’avertelo scritto, ebbe un bambino. Volle allattarlo lei e ora l’ha mandato in campagna perchè nei salotti, dice, i ragazzi non possono crescere sani e vegeti. D’inverno va due volte la settimana a vederlo; a maggio si pianta in campagna anche lei, e a rivederci a Natale. Quand’è a Firenze riceve il mercoledì. Tre mesi abbiamo durato a andare puntualmente ogni mercoledì sino in fondo al Lung’Arno per vederla. Il portiere si cava il cappello, s’inchina da portiere beneducato e ripete serio, come se fosse convinto di dire la verità, una volta: — La signora si sente poco bene; un’altra: — La signora è dovuta uscire. — Io non mi ci provo più, tengo d’occhio il calendario e so quando tocca l’assenza e quando la malattia. In società vien di rado e se ne va alle undici. Buon sonno. Puoi intavolare qualunque discorso con lei: sì, no, no, sì — più d’un monosillabo non le cavi di bocca. Metteva conto d’imparare quattro lingue per tacere poi in tutte e quattro! Suo padre ci va a desinare ogni tanto e dice che non ci va per il pranzo, ma per il chilo, perchè non c’è caso che la figliola glielo disturbi con le discussioni. Gli domandai l’altra sera se Adriana parlava almeno con suo marito. Mi rispose: “Nel matrimonio quel che conta è l’azione, il dialogo è un di più.„ Non capisco bene che cosa abbia voluto dire, ma una birichinata di certo; quello sarà un birichino anche a ottant’anni. Il marchese è la contentezza personificata; pare, a vederlo, che abbia dieci anni di meno; quand’è con la moglie, la guarda come se la vedesse per la prima volta. E fin qui ha ragione; Adriana è ora più bella che mai; gli uomini dicono di no perchè non hanno nulla da sperare, le donne ne convengono perchè non hanno nulla da temere. Anche il marchese va e viene di città in campagna e di campagna in città. Fa grandi coltivazioni, utilissime a suo tempo per _Mimì_ che tirato su a quel modo diventerà un bel contadino e potrà lavorare sul suo.
“C’è altro?
“Ah! sì! Quarta ed ultima. Che n’è di Carlo Sismondi? Da parecchi mesi non si vedeva più; è ricomparso questo carnevale mutato addirittura e senza quella solita musonerìa che ti dava tanta noia a Saint-Moritz. Ha ballato ogni sera, sempre con le ragazze, la qual cosa fece supporre che si disponesse al santo matrimonio; ieri ho sentito dire che parte per il Madagascar. Che ci va a fare al Madagascar? Se lo domandi a me, non lo sa nemmeno lui. È un benedetto figliolo!... non sta mai bene altro che dove non è; destinato, secondo il mio modesto parere, a non esser contento mai. Ha il cuore troppo buono, il cervello troppo guasto, il gusto troppo delicato; e come dice La Fontaine:
Les délicats sont malheureux, Rien ne saurait les satisfaire.
“E con questo resto dell’erudizione acquistata alla SS. Annunziata, ti lascio e vado a vestirmi. V. S. è pregata di scrivermi più spesso e meno concisamente. Una stretta di mano a tuo marito, un saluto alla Conca d’oro, a te un abbraccio con tutta l’anima.„
IV.
Quell’istesso giorno di marzo all’ora medesima in cui la contessa Montani scriveva, la marchesa Adriana se ne stava sola nel suo salottino _pompadour_; stanza che non le piaceva, ma che entrando sposa nel palazzo Gaudenzi volle lasciata tal quale, perchè la madre del marchese l’aveva arredata a quel modo negli ultimi anni della vita ed ella temeva, mutandola, di far dispiacere al marito. L’oriolo di porcellana di Sassonia posto sull’architrave del camino innanzi allo specchio, fra due candelabri di vecchia Sassonia essi pure, segnava le quattro e trentasette minuti. Pioveva a dirotto. La marchesa aveva più volte percorso il breve spazio onde il camino era separato dalla finestra che dava sull’Arno; ora appoggiata la fronte a’ cristalli pareva seguire col guardo le nebbie che a mano a mano velavano il colle di Montoliveto, ora ritornava a sedere sulla poltrona ad attizzare con le molle la legna ardente nel caminetto. Compieva un di que’ brevi e frequenti tragitti quando il cameriere entrò.
— Il signor avvocato Sismondi domanda se la signora marchesa può riceverlo.
La marchesa si fermò e guardò fissa il servitore senza rispondere. Quegli credendo leggere nell’occhiata un rimprovero:
— Gli ho già detto — soggiunse — che la signora riceveva il mercoledì, ma....
— Passi.
E si sedè sulla poltrona accanto al camino.
— Lei mi perdona, non è vero, marchesa — disse entrando il Sismondi — d’avere insistito? Ma desideravo tanto di vederla prima di partire.
— Dunque è vero? — domandò la marchesa stendendogli la mano.
— È vero.
Gli accennò la poltrona dirimpetto, poi:
— E quando parte?
— Domattina forse, domani sera al più tardi.
— E va al Madagascar?
— Neanche per sogno. Chi glielo ha detto?
— Mio padre che pranzò qui ieri sera e che l’aveva sentito dire non mi ricordo da chi.
— Non ho potuto nascondere i preparativi del viaggio e ognuno s’è voluto levar la curiosità di sapere dove andavo. Ad alcuni ho detto: vo nel Madagascar, ad altri: a Nizza. Ieri sera dalla Sangiacomo dove speravo di trovarla ho annunziato la mia partenza per Londra; e al Torriani che è venuto stamani di levata a casa mia per prendere informazioni, ho confidato in gran segretezza che m’imbarco per le Isole Filippine. A lei, e a lei sola dico la verità. Vo ad Amburgo, dove stanno preparando una spedizione per il polo Nord; ho chiesto e ottenuto di farne parte.
— E come mai le è venuto ad un tratto questo entusiasmo per la scoperta del mare libero?
— Ma!... È nato dal desiderio di fare qualcosa.
— E c’è bisogno per questo di andare al polo?
— Che vuole che faccia a Firenze?
— È avvocato, perchè non esercita? Vogliono farlo deputato, perchè non accetta?
— No, marchesa, l’esercizio dell’avvocatura non è per me. Ho paura della dialettica. Quando la si adopera per professione, quando si mette l’amor proprio e il proprio interesse nel vincere ogni giorno la dialettica d’un oppositore, una volta su dieci si rintraccia la verità, le altre nove si persuade sè e gli altri della verità di un sofisma. E questo non mi va.
— E allora accetti la candidatura.
— Peggio che mai. Nella politica una cosa è buona se la fa il tale, è cattiva se la fa il tal altro. E poi sono troppo orgoglioso o troppo modesto. Non sente? In tutti i paesi d’Europa lamentano la mediocrità degli uomini politici, e hanno ragione; ma la maggior parte di quelli uomini valevano assai più, prima di entrare ne’ parlamenti. Chi si caccia nella folla rinunzia a far parte da sè stesso; e nelle assemblee quel che uno può avere in sè di singolare, di rilevante, bisogna rassegnarsi o a perderlo o a nasconderlo. Poi, non ho i requisiti necessari.... Non sono capace nè di rancori implacabili, per esempio, nè di egoismi profondi. Non ho nemmeno ambizione, o, per lo meno, non ho la smania di comandare. Per quanto.... se è davvero la smania del comandare quella che muove gli uomini politici, i più, creda, la scontano. Ne conosco parecchi; per comandare a un sindaco o a un medico condotto obbediscono tutti i giorni alla forza del numero, piegano il capo innanzi agli ordini di uomini che sentono minori di sè, sono costretti ogni giorno a battagliare contro l’intelligenza e la coscienza.... No, no; non son fatto per quel mestiere.
— Tutte bellissime cose; ma, insomma, per non andare al tribunale o a Montecitorio non c’è bisogno di andare al polo.
— Dunque, mi consiglia di restare a Firenze?
— Non ha bisogno de’ consigli miei; dico mi par singolare che un uomo che come lei ha cento ragioni per esser felice a Firenze....
— Non dica di queste cose, marchesa. Non si è mai felici per cento ragioni; sempre per una sola. E poi, felice.... Si fa presto a dirlo.... E lei è felice?
— Io? Che c’entro io?
— Ma sì; se non ha raggiunto la felicità lei che la merita tanto, nessuno ha diritto di ottenerla.
— Senta, Sismondi, se ha dei madrigali belli e fatti, è giusto che li smaltisca per non portarli con sè al polo artico; ma se li deve fare apposta, lasci correre; con me è fatica buttata.
— Scusi, non mi conosce da ieri; si ricordi ciò che le ho detto da Lady Drummond, la prima volta che l’ho riveduta dopo tre anni. Avrò molti difetti, ma sono incapace di una volgarità. Non fo madrigali pur troppo; ho conosciuto in vita mia molte donne, nessuna....
S’interruppe con una lunga pausa; tanto lunga che la marchesa fu alla fine obbligata a domandare:
— E così?
— Che vuole? Temo che mi accusi ancora di fare dei madrigali. Ma insomma quel che è vero è vero. Ho conosciuto molte donne, nessuna che abbia stimato tanto quanto lei, nessuna che mi sia parsa meritare la devozione che sento per lei. Non vede? Do ad intendere a questo che vado verso Gerusalemme, a quello che vado verso l’Egitto; solamente a lei dico la verità tutta intera. Lascio alle altre dei biglietti di visita per non avere occasione di vederle, da lei vengo quasi in pellegrinaggio, poche ore prima di andarmene o quando non ho più da vedere nessuno, perchè partirei anche più triste se non avessi ancora nell’orecchio, partendo, l’eco della sua voce e nell’animo il ricordo di una buona parola d’addio e di una stretta di mano.
La marchesa stese il braccio verso la parete, compresse col pollice il bottone del campanello, poi, voltasi al cameriere che entrava:
— Portate il thè.
E dopo che ebbe non sorbito, come soleva, ma trangugiato il thè tuttavia fumante, s’accostò alla finestra e:
— Anch’io dovrei andare a lasciare de’ biglietti di visita — disse — ma fa un tempo così indiavolato.
— È la prima volta che il diavolo impone un’opera di misericordia. Ed è davvero sa? un’opera caritatevole il permettermi di rimaner qui fino all’ora del suo pranzo. Pensi, che starò molti anni senza vederla, se pure la rivedrò.
— Resti pure, — rispose sorridendo la marchesa, rimettendosi a sedere — ma non dica di coteste cose. Sta bene che va in capo al mondo, ma anche una spedizione al polo....
— Oh! la spedizione non durerà più di un anno o diciotto mesi, credo; ma è molto difficile ch’io ritorni a Firenze.
— Ma che cosa le ha fatto, Dio mio, questo povero paese che in fondo è il paese suo, dove è nato, dove è cresciuto, dove non le mancano di certo gli amici?
— Il paese non mi ha fatto nulla; ma io ho fatto qui tutti gli spropositi che hanno sciupato la mia vita... e sebbene fossero spropositi necessari....
— Mi dà della pedante se le dico che secondo me gli spropositi non sono mai necessari?
— Della pedante no, il cielo me ne guardi; ma non credo che sia competente a giudicare di certi fatti e di certi sentimenti....
La Marchesa scrollò il capo in segno d’incredulità. Il Sismondi riprese:
— Stia a sentire. Fino da ragazzo ebbi la smania de’ viaggi; volevo fare il marinaro; mi sentivo addirittura portato a quella professione che ci avvicina alla natura e ci tiene per lunghi tratti lontani dal mondo.... Non faccio il misantropo, sa? Non odio nè disprezzo il prossimo, ma non sono quel che si dice un uomo di società.... Mio padre, avvocato insigne, si cacciò in testa di far fare l’avvocato anche a me. Era buono, ma ruvido e imperioso; mi rassegnai. Fu uno sproposito. Sono diventato difatti inutile a me e agli altri; ma potevo fare diversamente?
— Lascia dir me? O senta: suo padre io non l’ho conosciuto, ma, a quello che me ne hanno detto, era un uomo di molta esperienza e le voleva un gran bene. Può essere che il vedersi contrariato ne’ propri desideri gli dispiacesse e che per un momento anche si adirasse della disobbedienza. Ma alla fine se gli avesse aperto l’animo si sarebbe arreso e col tempo avrebbe benedetta quella indocilità e goduto lui per il primo dell’onore che si faceva il figliolo... perchè lei si sarebbe fatto onore dicerto. Scusi, ma se crede di essersi rassegnato per rispetto della volontà paterna, sbaglia; si adattò, pur di evitare un colloquio poco piacevole e risparmiarsi un brutto quarto d’ora. Devo dire il mio parere? Il suo non fu uno sproposito, fu un peccato... già... non occorre che spalanchi gli occhi... fu un peccato d’accidia, e i peccati poi non sono necessari davvero.
— Può darsi; a ogni modo non fu il primo l’errore più grave... Vuole che prosegua?
— Io non voglio nulla, ma se le piace di seguitare, seguiti pure.
— Senta, dunque, ancora. Un altro desiderio di mio padre, l’ultimo forse, fu ch’io mi ammogliassi. I figli unici, si sa, debbono prender moglie. Un’altra stortura, perchè, secondo me — non rida — si nasce maritati o celibi come si nasce poeti; e il matrimonio fa infelice molta gente non perchè sia male assortito e quel tal uomo non sia fatto per quella tal donna e viceversa, ma, il più delle volte, perchè o l’uno o l’altro o tutti due non sono nati con le disposizioni necessarie a quella specie di vita. Nel caso mio non era una stortura quella di mio padre; io son nato marito. Intendo e ho lungamente desiderato la intimità serena della casa e gli affetti che sanno essere tranquilli perchè si sentono sicuri. Bisognava trovare. Cercai e per un pezzo mi persuasi che io davo dietro all’impossibile. Che vuole? L’educazione delle nostro ragazze è così falsa, così piena di ipocrisie e di sottintesi, che il matrimonio diventa per un uomo l’atto più audace della vita. Un uomo può mutare, una ragazza deve; ed io cercavo una ragazza che non mutasse, che non stingesse, come diremmo noi fiorentini... che avesse vinto i pregiudizi della educazione e, guardato il mondo senza curiosità e senza paura, sapesse e, per così dire, confessasse la realtà della vita. Non so nemmeno s’io mi spieghi.
— Oh! si spiega benissimo.