Racconti

Part 21

Chapter 213,851 wordsPublic domain

Udendo quelle parole Mario fissò gli occhi nel volto di Laura: faceva paura difatti, tanto la sua fisonomia era sconvolta, tanto profonde v’erano impresse le tracce della veglia, dell’angoscia, del pianto.

— Santa creatura! — disse Mario. — Presala per mano la condusse nella camera di Alberto e ambedue si sederono silenziosi, l’uno ai piedi del letto, l’altra presso al capezzale.

Reno andò ad accoccolarsi in un canto.

Per le imposte socchiuse penetrava un sottile raggio di luce e il silenzio era rotto soltanto dal respiro affannoso e frequente dell’ammalato.

XX.

La mattina dipoi il dottore avvertì che la congestione cerebrale cedeva alla pronta efficacia della cura e lo stato del petto si era fatto migliore. Quell’annunzio doveva essere e fu una consolazione per Laura, ma succedè presto un nuovo rammarico. Fino allora infatti Mario e Laura tutti intenti a scrutare la fisonomia d’Alberto, a osservarne ogni mutamento più lieve, non avevano parlato tra loro che per certificare i fenomeni della malattia di lui, o per commentare coi criteri del cuore le parole del medico. Quel giorno, fatti più fiduciosi intorno al futuro, si volsero volentieri al passato; e Mario, ricordandosi del racconto fattogli dall’amico e dei sospetti che aveva accolto nell’animo rispetto a Laura, le disse ogni cosa. Le parole del Loveni furono per lei, secondo la frase solita, un fulmine a ciel sereno; e le dolse più di essere stata spiata da Alberto, che creduta colpevole; per un momento piegò la fronte; ma rialzatala subito con fierezza rispose a Mario che l’accusa lanciata contro di lei era la più codarda delle calunnie; il bambino mandato a balia fuori della porta San Nicolò, e da lei visitato ogni tanto, non era figlio suo; di chi fosse non voleva nè poteva dire; non poteva perchè era suo stretto debito tacere, non voleva perchè aveva diritto di esser creduta, anche senza fornire le prove della propria affermazione, ella che non mentiva mai.

Mario le credè; ma per Laura il colpo era così forte che sentì il bisogno di divagarsi e di uscire. Uscì difatti lasciando il Loveni a custodia di Alberto, presso il cui letto ella si propose di tornare la sera.

E giunta sulla porta della casa vide in carrozza la Marchesa di Villareale. La Marchesa, fatto fermare il legno, accennò a Laura di accostarsele; e quando fu allo sportello,

— Come sta il Valmarana? — domandò simulando con artifizio squisito un’inquieta premura.

— Un po’ meglio.

— E chi lo cura?

— Il dottore Ramelli.

— E c’è chi lo assista?

— Mario Loveni ed io.

— Ah! tu?... — rispose Clara dando col sorriso e con la voce un significato alquanto maligno a quelle parole.

— Io — rispose grave Laura; poi con fare disinvolto: — a proposito, mi pare che tu avessi giurato, giurato, bada bene, di serbare un segreto che non era nè mio nè tuo e che io feci male a confidarti. Ma! t’ho conosciuta tardi.

— Laura, ricominciamo?

— Dunque, poichè avevi giurato, mi sapresti dire con che cuore hai potuto violare il giuramento?

— Io?

— Tu.... Il Valmarana non ha potuto saperlo che da te.... Credo anzi che sebbene sapessi che quel bambino è di mia sorella nato nell’assenza del marito, tu gli abbia fatto credere che è figliolo mio.

— Io mi meraviglio.

— Tu ti meravigli, s’intende; non mi puoi rispondere altrimenti. Addio, demonio.

E s’allontanò. La Marchesa proseguì per la sua strada, pensierosa più dell’usato. Oramai Laura, se anche non possedeva, credeva di possedere ella pure un segreto. E poi chi guarentiva che Alberto, inasprito com’era, non avesse parlato? O che nel delirio non gli fosse sfuggita qualche frase, un nome?

Scese in via Tornabuoni alla farmacia inglese e vi trovò il Marchesino Lunati.

— Come mai, Marchesa, così mattiniera?

— Sono stata a prendere le nuove del Valmarana.

— Ah! già. Ci volevo andare anch’io e me ne sono sempre scordato. Come sta?

— Meglio.

— Meno male; l’avevano dato per morto.

— Oh! no pare anzi che ci sia molta speranza.... Lo cura il dottor Ramelli che è bravissimo, dicono. È ben custodito.... si figuri: ci stanno giorno e notte Mario Loveni e Laura Alberici.

— La Contessa? Ma allora è vero quel che si diceva a Livorno!

— Perchè? È necessario forse che un’infermiera sia una fidanzata?

— Scusi, Marchesa, ma...

— Può darsi anche che sieno fidanzati, non dico di no, ma questa prova non basta; tanto più che lei lo sa com’è Laura.... senza rispetti umani; quando le piace di fare una cosa la fa senza curarsi di quel che dirà la gente....

— Senta, Marchesa, scommetto che se m’ammalo io la Contessa a farmi da infermiera non viene....

— Oh! no....

— E dunque?

— Lei è padrone di pensare come vuole; solamente mi faccia il piacere di non raccontare a nessuno questo che le ho detto. Non voglio essere io cagione di chiacchiericci.... Me lo promette?

— S’imagini!

Successe quel che la Marchesa s’era proposta. Il Lunati raccontò tutto senza dire bensì d’averlo saputo da lei; e il giorno stesso sul piazzone delle Cascine non si parlava che dell’assistenza dell’Alberici al Valmarana.

— Congestione cerebrale — diceva il Ferreri — seguita da matrimonio. Esito funesto.

E il Piccardi, sempre per far l’erudito, citava i versi dell’_Otello_ di Shakespeare:

Ella m’amò per le sventure mie Ed io l’amai per la pietà che n’ebbe.

XXI.

Passato qualche giorno, sebbene Mario e Laura si spaventassero del sonno quasi letargico dell’ammalato, il dottore annunziò che la congestione cerebrale doveva tenersi vinta e predisse che, svegliandosi dopo quel sonno morboso, Alberto avrebbe certamente riconosciuto chi gli stava d’attorno e pronunziato a fatica qualche parola.

Partito il medico, anche Laura volle andarsene. Le molte preghiere di Mario, i molti argomenti adoperati da lui per indurla a restare non giovarono a nulla; Laura sapeva di non essere più nelle buone grazie di Alberto, non voleva che vedendosela accanto si sdegnasse; ogni più lieve commozione gli era dannosa: dunque partiva, pregando Mario di non dire mai una parola all’amico intorno a ciò che era avvenuto, quando egli giaceva inconsapevole in presentissimo pericolo di vita.

Mario, rimasto solo al capezzale del malato, vide avverarsi tutte le previsioni del medico. Alberto sulla sera si destò; scôrto l’amico fissò a lungo gli occhi su di lui, come per raccapezzare chi fosse; riconosciutolo finalmente, sia che avesse dimenticato come e quando s’erano lasciati, sia che gli piacesse farlo dimenticare, gli prese la mano e gliela strinse. Volle parlare e non potè, ma mostrò con gli atti e col guardo di intendere tutte le parole che l’altro gli disse, e con gli atti e col guardo si studiò di rispondere alle domande che gli furono rivolte.

Alla fine di quella settimana Alberto entrò nella convalescenza lunga e penosa; superata la congestione polmonare e la cerebrale, rimaneva pur sempre quel disturbo di circolazione che, al dire del dottor Ramelli, era stato causa prima al precipitoso svolgimento e alla singolare violenza della malattia. Era preso così spesso dall’affanno, che lo stare giacente gli si faceva di giorno in giorno più intollerabile. Fu dunque giocoforza adagiarlo sopra una poltrona.

E Mario stava seduto accanto a lui e si sforzava, per fargli meno tristi le lunghe sere dell’inverno, di indurlo a parlare, a distrarsi. Inutilmente: Alberto ascoltava, non rispondeva o rispondeva soltanto con un sorriso pieno di malinconia. E la conversazione languiva perchè di Clara, argomento favorito a’ discorsi di Alberto, Mario non voleva parlare; nè Alberto avrebbe tollerato che gli si ragionasse di Laura, argomento inesauribile alla eloquenza di Mario.

Alberto aveva bensì notato che ogni giorno, verso le due, Stefano entrava in camera con un pretesto qualsiasi e subito Mario si alzava ed usciva, nè tornava che dopo mezz’ora a ripigliare il suo posto. Questo fatto semplicissimo, ripetendosi tutti i giorni e sempre all’ora medesima, aveva destato nell’animo d’Alberto una sospettosa curiosità. Gli pareva che la cosa non fosse liscia, che gli si nascondesse qualche segreto e aveva fatto proposito di indagare che segreto fosse.

Una volta che s’era appisolato sopra la poltrona, svegliandosi non trovò Mario presso di sè; guardò l’oriolo, era l’ora solita; tese l’orecchio verso la porta che dava nel salotto e udì Mario che parlava; con chi? Gli parve parlasse con una donna. S’alzò e a passi lenti, appoggiandosi al bastone s’avviò piano piano verso la porta. Giuntovi, si fermò per un momento, poi aprì l’uscio ad un tratto.

Seduti innanzi al camino stavano Mario e la Contessa Alberici.

Laura s’alzò, pallidissima, Mario rimase seduto senza neanche voltarsi. Alberto, fermo sulla porta, volgeva intanto ora sulla Contessa ora sul Loveni gli occhi attoniti, severi.

Fu l’affare d’un minuto; poi Mario, alzandosi, vôlto ad Alberto:

— Andiamo per le spiccie — disse. — La Contessa è venuta a chiedere notizie della tua salute; ne aveva diritto perchè quando tu eri in pericolo....

— Mario! — esclamò Laura.

— Mi lasci dire.... quando tu eri in pericolo di vita ha vegliato giorno e notte insieme con me al tuo capezzale. Cogli dunque l’occasione per ringraziarla e, giacchè ci sei, scusati di aver prestato fede alle calunnie che ti dissero sul conto suo.

Ed uscì.

Gli altri due rimasti soli stettero un momento fermi, silenziosi. Poi Laura si mosse verso Alberto e stesagli la mano:

— Addio — disse.

— A rivederci — replicò Alberto.

— No, addio.

— Come? Vuole che non ci vediamo più?

— No.

— Perchè?

— Importa dirlo il perchè? Non lo sa lei come lo so io? Oramai non abbiamo più nulla da dirci. Possiamo restare amici a patto di vivere lontani l’uno dall’altra. E resteremo, spero.

E gli stese la mano; Alberto la prese fra le sue.

— No, Contessa, non parta. Mi fa male pensare che io le costo anche questo sacrifizio. Io debbo ringraziarla, debbo scusarmi con lei che è la più nobile creatura ch’io abbia trovato nel mondo. Sono un disgraziato, non merito forse l’affetto di nessuno, merito di certo la pietà di tutti. Non mi dimentichi e mi compianga.

Laura fece per rispondere e non potè; si sentì serrata la gola; raccolse le proprie forze e svincolandosi:

— Non la dimenticherò.... Addio. — E fuggì.

Quando Mario tornò, Alberto era stato ripreso dall’affanno più frequente e più grave.

XXII.

_Al signor Alberto Valmarana_ — FIRENZE.

Campomoro, 8 gennaio.

_Caro Alberto_,

Hai voluto che ti lasciassi solo, ed io ho fatto la tua volontà; ma prima di partire ho pregato il buon dottore che mi desse ogni giorno le tue notizie. Secondo che mi scrive, tu non sei ancora rimesso, nè potrai facilmente, a Firenze, dove il clima è funesto a cotesta specie di malattie. Non ho in animo di darti un consiglio, ma ti fo una proposta. Vuoi andare in qualche altro luogo? T’accompagnerò, starò con te finchè tu non sii guarito e non ti sia venuta in uggia la mia compagnia. Rispondimi, se lo scrivere non ti dà soverchio fastidio; se no, prega il dottor Ramelli che mi scriva lui e mi dica ciò che pensi di fare.

_Il tuo_ MARIO.

_Al signor Mario Loveni_ — CAMPOMORO.

Firenze, 9 gennaio.

_Mario mio_,

Se non sapessi per molte prove oramai di che tempra è l’amicizia tua, me lo insegnerebbero oggi le tue pietose bugìe. Tu e il medico sapete come me che di queste malattie non si guarisce; è gala se si riesce a morire. Non mi parlare dunque di clima; tutti i climi sono buoni per chi ha da soffrire a questo modo; di’ piuttosto che tu vuoi distrarmi, divertirmi e fare che passino meno tristi i giorni che verranno e che la mia gioventù mi fa temere troppo lunghi, troppo crudelmente lunghi.

Non ho più nè forza, nè volontà; fa’ tu di me quello che vuoi. Vuoi che partiamo? Partiamo. Verrò dove mi condurrai. Pongo una sola condizione: che di quanto è avvenuto non si parli mai più.

Ho sciupato la vita. Sono un uomo senza vigore, senza forza d’animo; lo so, che colpa ne ho io? Dio sa come mi giudicherebbe severamente la gente, se un giorno saltasse in testa a qualcuno di raccontare la mia storia.

Tu sai ogni cosa; e come io l’abbia amata e come mi abbia fatto soffrire; mi ha cacciato nell’anima il più crudele dei sospetti, il sospetto che abbia mentito sempre con me, come ha mentito con suo marito, con Laura, col mondo; sono persuaso che mentirà sempre. Dico abbastanza, mi pare; ma non ho detto tutto. Gli uomini a modo sentenziano che non v’è amore senza stima. Io, Mario, la disprezzo, ma l’amo. Dunque non _parto_ con te, Mario, _fuggo_; fuggo perchè se domani ella vuol fare ancora di me il suo trastullo, io, consapevole, mi lascerò ancora tormentare da lei. Quando ci penso faccio paura a me stesso, ma è pur vero che per un suo bacio le darei il mio perdono.

E pensare che fra le memorie della sua vita, questo affetto mio non terrà maggior posto del più semplice avvenimento.... Ah!...

Non ne parliamo dunque più. Vieni, io farò quello che tu vorrai.

_Il tuo_ ALBERTO.

Due giorni dopo Alberto partiva per Milano, dove Mario doveva raggiungerlo, sistemate alcune urgenti faccende, poche ore dopo.

Il clima rigido di Milano si confaceva anche meno che quel di Firenze alla salute rovinata d’Alberto. Mario propose di andare a passare l’inverno sotto cielo più clemente, a Nizza; ma Alberto non vi consentì e dopo lunghi e ripetuti discorsi dell’uno, ai quali l’altro rispondeva a mala pena con un monosillabo, fu preso il partito d’andar girando qua e là sinchè, venuto marzo, gli accogliesse una villetta sul lago di Como ove avrebbero aspettato insieme i profumati tepori della primavera.

— Sul lago di Como c’è stata anche lei! — pensava Alberto tra sè.

E la primavera tornò, ma non tornarono ad Alberto la letizia e la forza.

Una mattina d’aprile, scese a Menaggio dal battello il dottore Ramelli. Non ebbe a cercare la casa solitaria e modesta ove Alberto s’era rifugiato con Mario, perchè questi lo aspettava nel giardino il cui lembo estremo bagnavano le acque del lago.

Mario gli andò incontro e prendendogli la mano:

— Grazie, dottore — disse.

E si avviarono silenziosi verso la villa.

Quando entrarono in camera, Alberto era seduto sul letto. Aveva il volto livido, le braccia abbandonate, gli occhi infossati; la testa, che egli si sforzava di tener alta, ricadeva verso il petto accompagnando con un movimento regolare e continuo il respiro grave e affannoso. Da un lato del letto, Stefano, affranto dalla veglia e dal dolore, dall’altro Reno, accoccolato sopra una poltrona.

Vedendo il Dottore, Alberto lo salutò col guardo poi, volto a Mario: — perchè lo hai chiamato?

— Non mi ha chiamato nessuno; sono venuto a Monza per un’operazione e, giacchè ero lì, ho dato una corsa a Como.

Alberto sorrise melanconicamente e replicò:

— Bugìe.

— Non si sgomenti, non va mica peggio, sa?...

— Oh! anzi.... va meglio.... grazie a Dio.... siamo verso la fine. Lo so, dottore, e lei lo sa meglio di me.

Il medico tacque. Mario andò verso la finestra per nascondere la propria commozione, Stefano dette in uno scoppio di pianto.

Il dottore lo prese per un braccio e lo condusse fino alla porta.

— Povero Stefano, mi vuol bene — mormorò il malato.

— Lo so, ma in camera dei malati non si piange.

— Si trattiene, dottore?

— Fino a domani.

— Mario conduci il dottore in camera sua.

Mario desideroso di sapere ciò che veramente questi pensasse dello stato d’Alberto, fece per obbedire alla preghiera d’Alberto; ma il dottore lo trattenne e presolo per la mano:

— Non faccia complimenti, c’è di là il servitore, — disse — ed uscì.

E Mario restò; dal contegno del medico aveva oramai inteso tutto.

Durante quel giorno, sebbene il respiro si fosse fatto meno frequente, Mario e il medico non si allontanarono mai dal letto dell’ammalato. Soltanto sul far della sera il dottor Ramelli salì nella propria camera per scrivere alcune lettere da mandarsi per il battello. Mario rimasto solo con l’amico gli si avvicinò, e:

— Come va? — gli chiese.

— Bene — rispose Alberto — questo bel cielo che veggo.... questo silenzio.... mi fanno ritornar buono.... mi dimentico il male che mi hanno fatto, per ricordarmi solamente....

— Non ti affaticare.

— .... solamente delle cose belle che ho trovate nel mondo; i rancori svaniscono.

— Alberto, per carità!...

— No.... no.... non mi fa mica male....

Non potè andare innanzi; poco dopo:

— Vorrei quel portafoglio in cuoio di Russia.... sai?...

— Alberto, mi raccomando, non ti tormentare con questi ricordi....

— Dammelo.

— Dov’è?

Alberto accennò colla mano tremante una scrivania posta in un angolo della stanza.

— Non c’è la chiave.

— Chiedila.... a Stefano.

Mario uscì; aveva di poco oltrepassata la soglia della stanza che gli occhi di Alberto parvero gonfiarsi ad un tratto; egli fece un moto per alzarsi, aprì la bocca come tentando con un estremo sforzo di parlare; poi piegò la testa verso il petto e ricadde sopra i guanciali.

Reno schizzò dalla poltrona e dette in un lungo mugolìo.

Mario, che era giunto in fondo alla scala, udendo il pietoso richiamo della povera bestia tornò rapidamente in camera, cacciò un urlo disperato e si gettò piangendo sul cadavere dell’amico.

E Reno intanto, mugolando sempre, leccava la mano che Alberto, morente, aveva lasciato cadere penzoloni lungo un lato del letto.

Mario stette così fino a che il medico e Stefano, avvertiti dai suoi cupi singhiozzi, non vennero a toglierlo al triste spettacolo. E allora, dando uno sguardo a quella fisonomia che gli era stata così cara mormorò le più desolate parole che uomo possa pronunziare: son solo!

XXIII.

Mario, dato all’amico il tributo estremo, partì in fretta per la Toscana. Gli pareva di non essere più lui; uno sgomento profondo gli gravava sull’anima, si sentiva stanco e pauroso.

A Bologna stava per salire nel treno che doveva menarlo a Firenze, quando gli parve di scorgere in un vagone di prima classe un noto aspetto di donna; volle sincerarsi. Era proprio lei. Mario stette un momento incerto se dovesse fuggire lontano o entrare in quello stesso vagone; poi aprì lo sportello e salì.

— Oh! lei Loveni!

— Marchesa, lei qui? Di dove viene?

— Da Milano; sono stata al solito dallo zio. E lei?

— Io? Da compiere un tristo ufficio.

— Quale?...

— Alberto Valmarana....

— È morto?

— È morto tre giorni fa a Menaggio sul Lago di Como.

La Marchesa tacque; non un muscolo le si contrasse; non un lampo negli occhi, non una piega sul viso. Mario la guardava fisso, tacendo anche lui. Clara scrollò la testa finalmente e,

— Peccato! S’è voluto rovinare! Glielo ho detto tante volte.... Faceva una vita che non era per lui... Lo credevo in convalescenza. E di che male?

— Delle conseguenze della congestione polmonare che ebbe mesi sono....

— Avrà sofferto molto, poverino, eh?

Mario non rispose; strappò con moto violento la frangia che pendeva dal bracciuolo al quale stava appoggiato.

— Loveni, che fa?

— Mi compatisca; non posso parlare di quest’argomento senza commovermi; se fossi qui solo, a ripensare quella vita florida sino a pochi mesi fa di tutto il vigore della gioventù, troncata ad un tratto, darei, creda, in imprecazioni. Dirimpetto a lei non posso e mi contento di strappare la frangia. Ma scusi.... credo di non averle risposto.... Diceva?

— Ha sofferto molto?

— Molto.

— E.... è morto in sè?

— Si figuri! Fino alla fine.... si ricordava delle più piccole cose, dei più piccoli accidenti della sua vita. È morto aspettando ch’io gli dessi un portafoglio di cuoio di Russia che aveva chiuso nella scrivania.

E la guardò più fisso che mai. Clara tremò, ma internamente; abbassò per un istante gli occhi ai quali fu impossibile sostenere lo sguardo di Mario che le stava di faccia, poi gli rialzò sicura e fissando alla sua volta l’interlocutore:

— Si ricordava anche delle offese fatte in un momento di cattivo umore ai suoi migliori amici? Ah! già forse lei non lo sa.... Non era a Firenze quando avvenne quella questioncella al teatro.... Povero Valmarana! Quel suo cattivo umore e quella acrimonia che aveva contro tutti negli ultimi tempi erano forse un sintomo della malattia. Non crede?

— Può darsi....

— Perchè lei lo sa, non è vero, quel che successe?

— So tutto, Marchesa della vita di Alberto: tutto.

Si alzò e andò a sedersi accanto a Clara; poi prendendolo la mano, con aspetto e voce benevola seguitò:

— So tutto, Marchesa, e non abuserò del segreto.

— Di quale segreto? — domandò impavida Clara.

— Di quello al quale m’è impossibile di non prestar fede, perchè i moribondi non mentiscono.

— Oh! intendiamoci, — replicò Clara sentendosi spinta nell’ultima trincea e tentando difenderla. — Lei mi ha detto che il Valmarana era morto in sè.... Comincio a dubitarne....

— Clara.... non disputiamo. Io credo; negare è inutile. Alberto era incapace di vanterie e di calunnie; se domani io ripetessi quel che egli mi disse morendo....

— Ah! no! — urlò Clara.

— Tutti mi crederebbero, qualunque fosse la persona che si attentasse a smentirmi.

Finalmente l’involucro s’era squarciato: il grido che le era uscito di bocca era una conferma ed uno scongiuro.

— Oh! Loveni.... — continuò Clara alzandosi — Loveni quel momento sarà il rimorso di tutta la vita.... Mi raccomando....

— Perchè? Alberto meritava, lo creda, di essere amato. Vuol che faccia rimprovero a lui d’essersi lasciato attrarre da cotesta bellezza meravigliosa? Ah! Marchesa, lei ha amato brevemente un uomo; ma chi le dirà il numero degli uomini che si sono tormentati in una lunga e silenziosa adorazione dinanzi a lei?

Si chetò; ma la voce e lo sguardo dissero a Clara il resto.

— Loveni!... Guardi... apra un po’ la finestra, si soffoca e a momenti cominciano le gallerie.

Mario obbedì.

Dopo una pausa Clara riprese:

— Lei manterrà il segreto, non è vero? Non rovinerà una donna che ha fatto del dovere l’unico idolo della propria vita e che.... Ah! vigliacco! aveva dei confidenti.... Mario.... Mario, la sua parola d’onore....

E gli stese la mano.

E Mario stringendola o baciandola:

— Clara, io parto domani per la Nuova Zelanda per non tornare mai più. Vedete? Ho torto di maledire! Qualche momento felice c’è nella vita! Questo è il primo per me: posso senza tradire un amico baciare la tua mano, Clara.

— Mario.... ma insomma....

— Perchè non te lo direi? È tanto che taccio! Ti ho amata, Clara, ti ho desiderata sempre....

E le cinse col braccio la vita.

— Mario, mi lasci, mi lasci....

— Oh! sii mia, Clara, sii mia!... chi lo saprà? Nessuno: siamo soli. Io che sono custode geloso di un segreto perchè non saprò custodirne due? E poi, parto.... te lo giuro e non ho mai mancato a un giuramento. Parto domani per non tornare mai più.

— Ma no no.... glielo ho detto, un momento di follia sarà un rimorso perpetuo per me.... lasciatemi.... lasciatemi.

E Mario gettandosi in ginocchio davanti a lei e afferrandole lo braccia:

— Oh! non negare, Clara, non negare. Questo momento non tornerà più.... Vuoi il mio silenzio? Compralo....

E Clara, guardandolo intenta come se volesse penetrargli nel cuore....

— Partite?

— Domani.

— Davvero?

— Sull’onor mio, parto domani per la nuova Zelanda.

Clara mandò un gran sospiro; poi chiudendo gli occhi reclinò la bella testa bionda sulle spalle di Mario, mormorando:

— Mio Dio!

— Ah! sì? — esclamò Mario afferrandolo i capelli e rovesciandola sul sedile. — Ah! sì? Lo hai creduto? Eri per me come per Alberto, come per tuo cugino, come per il Bruni, come per tutti?

— Ah! — urlò Clara con un grido ferino. — E fece uno sforzo per svincolarsi dalle braccia vigorose del Loveni che la costringevano.

— È inutile, non ti lascerò, non ti lascerò più finchè non ti abbia detto come ti disprezzo e ti odio. Oh! perchè non posso tradire il giuramento fatto ad Alberto, perchè non posso dire a tutti quel che tu sei?

Un sorriso cinico, beffardo, dispregiatore sfiorò le labbra della Marchesa.