Racconti

Part 20

Chapter 203,864 wordsPublic domain

— Obbligarla a star chiusa in casa, o confinarla in un castello solitario in mezzo alla campagna, che non potesse più vederla nessuno. Dicono che bisogna pensare alla salute dell’anima: sta bene, ma bisognerebbe anche che Satana fosse un po’ più discreto e certe tentazioni supreme ce le risparmiasse!

— A proposito.... e gli amori di Alberto? — domandò sorridendo il Piccardi.

— Voi siete padrone di ridere quanto volete; ma fino a prova in contrario, io credo che qualche cosa tra la Marchesa e il Valmarana ci sia; a che punto abbiano condotto il romanzo non so; ma questo è certo: ch’io l’ho visto a Livorno il signor Alberto, e prima e dopo l’arrivo della Marchesa. L’ho visto, l’ho osservato....

— E avete conchiuso...?

— E ho conchiuso che il Valmarana è innamorato della Marchesa, come io ebbi l’onore di dirvi otto o nove mesi fa. Aggiungo che secondo me non è innamorato solo. Ridete, quanto vi piace; è innamorato della Marchesa di Villareale....

— E non della contessa Alberici? — domandò Claudio sorridendo.

— Di questo non mi faccio garante. Una cosa non guasta l’altra. Io sono di manica larga e credo che si possa essere innamorati di due donne nel medesimo tempo.

. . . . . . .

Mentre tutti guardavano Clara, Clara, pareva attentissima a quanto si faceva sul palco scenico. “Pareva„ perchè in realtà se i cannocchiali erano vôlti verso la scena, gli occhi guardavano furtivamente altrove. Entrata nel palco, aveva scorto in platea appoggiato alla soglia della porta Alberto; e non le era parso l’Alberto di altri tempi che soleva salutarla ogni volta che la vedeva d’un guardo lungo e passionato. Quella sera aveva gli occhi infossati; e nel viso, ove per solito sorrideva malinconicamente l’affetto, la Marchesa lesse lo sprezzo, il sarcasmo, lo sdegno.

Lo vide uscire dalla platea e sperò per un momento che se ne andasse dal teatro; poi ripensando che ella non lo aveva mai veduto con quell’aspetto, conchiuse esserci qualche cosa di nuovo per l’aria, o bisognare armarsi di tutto punto; se Alberto si fosse chiarito nemico, sgomentarlo con l’audacia sin dalle prime avvisaglie.

Di lì a poco infatti Alberto entrò nel palco Villareale; v’erano il Piccardi, il Ferreri e Guglielmo rincantucciato in un angolo.

XVII.

Quando Alberto entrò nel palco Villareale, Claudio Piccardi dichiarava al solito una delle sue tante teorie. Faceva la storia del ballo discorrendo della Cerrito, dell’Essler che gli erano note soltanto per i discorsi de’ più vecchi di lui; dipingeva la danza delle Almèe come se avesse visto l’Egitto, quella degli Assiaoua quasi fosse stato ad Algeri.

— A sentirti, — esclamò Alfredo Ferreri quando Claudio ebbe finito, — e’ parrebbe che tu fossi un Vestris o un Saint-Léon; e dire che, nonostante tutta la tua erudizione, balli tanto male!

— Difatti non mi occupo che della teoria; in pratica detesto il ballo e più anche le ballerine.

— Non ne dica male via, Piccardi — soggiunse la Marchesa, la quale aveva una gran smania di dir qualcosa per togliersi allo sguardo fisso, penetrante di Alberto, che s’era seduto di rimpetto a lei. — Povere donne! che brutto mestiere il loro! Che si fa celia? Tutte le sere il solito sorrisetto, le solite moine anche quando non ne hanno voglia. Deve essere una vita d’inferno!

— E poi quella benedetta nomèa, — aggiunse il Ferreri. — Perchè insomma una ballerina potrebbe essere una santa, per il mondo è sempre una ballerina.

— Una delle solite ingiustizie — mormorò Alberto.

— Sarà un’ingiustizia — replicò il Piccardi — felicissimo di poter far mostra un’altra volta della sua facile erudizione. Fatto sta che in Francia, fino al 1681, le dame di corte salivano sulla scena e ballavano, perchè era proibito alle donne di prender parte ai balli ne’ teatri pubblici; da quando furono inventate le ballerine, le signore non vollero ballare più neanche sul teatro di Corte.

— Bravo — riprese Alberto — per spiegare una ingiustizia tu mi citi un’ipocrisia — Vorrei un po’ che tu mi dicessi perchè una ballerina che si mostra a duemila persone dal palco scenico debba essere più svergognata di una duchessa che si mostra a tre o quattro uomini successivamente nello stesso giorno nella camera propria fra i ritratti degli antenati e magari nell’archivio di famiglia. Qualche volta le ballerine salgono e le duchesse scendono.

— Lasciamo andare, — interruppe il Piccardi desideroso di troncare quel discorso che gli pareva Alberto spingesse innanzi un po’ troppo. — Lasciamo andare; ti dimostrerò più tardi che c’è una bella differenza.

Ma l’altro insistè:

— Sì, differenza di amanti giovani o vecchi, ricchi o poveri, biondi... o bruni; poi signore e ballerine valgono tutte lo stesso.

La ostinazione d’Alberto, il discorso suo parvero insensati a tutti tranne a Clara che dalle allusioni e dai doppi sensi intese il movente di quel contegno. Non si sgomentò; e fredda, altera, fissando gli occhi, quasi minacciosi, in quelli del Valmarana.

— La prego di credere, — disse, — che vi sono delle eccezioni.

— Alle signore non si contradice, — replicò secco Alberto.

La Marchesa lo squadrò e tacque; parve lo volesse fulminare col disprezzo. Guglielmo intanto s’era alzato dal suo cantuccio ed era venuto sul davanti del palco.

Succedè una pausa breve che parve lunghissima, perchè tutti cercavano un argomento per ripigliare la conversazione.

Alla fine il Piccardi:

— Mi pare che quest’anno il corpo di ballo non si distingua per la venustà delle forme.

— C’è la Molucchi che è una bella ragazza, — disse il Ferreri.

— Qual’è? — domandò Guglielmo.

— Quella bionda nel secondo grappo.... Aspetta.... Ecco... guarda la seconda a sinistra.

— Eh! sì, è molto bellina.

— Un mostro! — esclamò Alberto.

E Guglielmo:

— Valmarana, tu sei di cattivo umore da un pezzo in qua e stasera anche più del solito: quando si hanno i nervi non si va per il mondo a seccare la gente coi paradossi e con lo spirito di contradizione.

— C’è della gente che non tollera i paradossi,-rispose Alberto — ce n’è di quella che non tollera le lezioni.

E, salutata a mala pena la Marchesa, uscì.

Sul tardi, all’uscire dal teatro, la gente parlava di un alterco nato fra il Valmarana e il Villareale, di una sfida corsa e di una ballerina che era la cagione di sì brutta contesa.

Inutile dire che in tutti que’ discorsi non c’era l’ombra della verità; ma quella sera tutto le mamme fecero presso a poco alle figliole questo discorso:

— Figliole mie, pensateci bene prima di pigliare marito. Lo vedete! non basta esser buone, pazienti, virtuose come la povera Clara: quando ci s’imbatte in uno di questi uominacci perfidi come il Marchese, che ci pospongono alle ballerine, non si hanno altro che dispiaceri.

XVIII.

Guglielmo andò a casa insieme con Clara; non le fece parola di ciò che era accaduto al teatro, nè ella, tacendone lui, volle essere la prima a parlarne. Licenziata la cameriera, si coricò, ma non le fu possibile chiudere occhio in tutta la notte; tante idee le passarono per la testa, tanti sentimenti e diversi le tumultuarono nell’animo. Temeva di Guglielmo; le pareva naturale ch’egli mostrasse aperto il proprio risentimento ad Alberto e la impauriva lo scandalo, sicuro effetto della contesa. Era convinta oramai che Alberto sapesse gli amori di lei con Michele, ma convinta del pari che, qualunque cosa fosse per accadere, Alberto dopo quel primo impeto tacerebbe a qualunque costo.

Nondimeno si preparò ad ogni evento; sebbene non le riuscisse addormentarsi, la mattina dopo chiamò la cameriera più tardi del solito; e quando, giunta l’ora della colazione, l’avvisarono che il Marchese l’aspettava, ebbe cura di tardare venti buoni minuti ad uscire dalla camera.

Nella stanza da pranzo Guglielmo stava intanto leggendo un giornale. Clara entrandovi,

— Abbi pazienza — disse: — ho dormito tanto; mi sono svegliata tardi e t’ho fatto aspettare....

— No, no; ho anticipato io nel chiedere la colazione. Non m’è stato possibile chiuder occhio in tutta la notte....

— Come mai?

— Il Valmarana m’ha talmente stizzito ieri sera....

— Oh! per carità, Guglielmo.... non mette conto neppure di parlarne.... sai che è tanto strambo quel povero ragazzo....

— Sì, sì; ma quando uno è strambo fino a quel punto deve viver da sè; glielo ho detto e glielo ripeterò.

— Guglielmo, per amor di Dio, non mi dar dispiaceri.

— No, sta’ tranquilla; voglio che Alberto ti domandi scusa.

— Di che?

— Come di che? Di quel che ha detto ieri sera.

— Ma forse, chi sa? non ebbe nemmeno l’intenzione di dire un’impertinenza a me.

— Lo credo anch’io, ma che importa? C’erano in palco il Piccardi e il Ferreri; conosco i miei polli e non voglio chiacchiere.

— Fa’ come credi; non mi accôro, perchè son sicura che il Valmarana farà tutto quello che vuoi. Solamente, o lasciar correre o far la campana tutta d’un pezzo.

— Sarebbe a dire?

— Bisogna pagare il Bruni e servirsi d’un altro architetto.

— Perchè?

— T’è sfaggito forse: il Valmarana parlò d’amanti biondi; poi si fermò un secondo e soggiunse: “o amanti bruni.„ Sarà un’allusione o non sarà....

— Ma nemmeno per idea. Che diavolo ti viene in testa? Non ci mancherebbe altro: ora che deve costruire l’ala nuova del palazzo.... E chi vuoi che dica?...

— Lasciami finire. Non ho mica paura; figurati! nessuno ci crederebbe, e poi mi basterebbe che non ci credessi tu.... Ma io veggo in tutto questo la mano di una mia carissima amica, e siccome la so capace di tutto....

— La mano di chi?

— Di Laura Alberici. Sai che a Pegli ci hanno detto che il Valmarana doveva sposarla; arrivata a Livorno, io, che sono franca e non so capire i sotterfugi perchè non li so fare, domandai ad Alberto, dirimpetto a molta gente, se la notizia era vera. Non mi rispose; Laura se ne impermalì, ed ora per vendicarsi di me, che ho avuto il torto d’immischiarmi nei suoi pasticci, mette su il Valmarana contro di me e fors’anche mi favorisce un amante; e siccome non sa chi scegliere, perchè da mesi e mesi non vediamo nessuno, m’appiccica forse il signor Michele che è stato a Pegli, ti ricordi? quando tu sei andato a Courmayeur. L’architetto, il quale, nota bene, ha cinque anni meno di me! È una supposizione, bada, ma mi pare sia meglio liberarsene e....

— Scusa, mi pare invece che il rimandare il Bruni, il toglierlo da’ lavori ora che sono incominciati, darà più che mai ragione a questa signora di spargere calunnie.

— Oh! no, perchè diremo chiara e tonda, a chi la vorrà sapere, la ragione per la quale, sebbene con molto rammarico, abbiamo dovuto allontanarlo da casa nostra.

— Fa’ tu.

— No, scusa, non è una bella parte e non mi sento punto la voglia di farla io. Stamani quando viene....

— Stamani non lo vedrò, devo uscire; avrò tempo in giornata, mi pare; non c’è fretta. E poi, siccome è capacissimo, non ti nascondo che mi dispiace.

— Ti prego....

— Sì, sta’ tranquilla, te lo prometto — conchiuse Guglielmo.

E stretta la mano alla moglie uscì dalla stanza, scese le scale e s’avviò lentamente verso la casa d’Alberto.

Era caduta molta neve e gli fu forza andarsene a piedi.

Un’ora dopo Giovanni bussava allo porta del gabinetto di Clara.

— Avanti. Che c’è?

— Il signor Bruni ha cercato del padrone. Gli ho detto che è fuori e mi ha mandato a domandare se la signora Marchesa ha bisogno di lui.

— No — rispose risoluta Clara.

Poi, mentre Giovanni stava per oltrepassare la porta:

— Ah! sì... a proposito, ditegli che ho bisogno di parlargli un momento, se non ha nulla da fare, salga subito; se no, più tardi; non è cosa che prema.

Quando di lì a poco Michele entrò nel gabinetto, Clara gli andò incontro, e parlandogli in fretta e a bassa voce:

— Non restar qui — gli disse — fa’ che Guglielmo non ti trovi in tutto il giorno; e se mai per caso ti imbattessi in lui, non ti meravigliare di quello che ti dirà... non rispondere nulla, aspetta: e sta’ tranquillo... ci sono io... che ti voglio bene.... E ora va’..., va....

Michele attonito avrebbe voluto domandare chi sa quante cose; ma Clara, senza aggiungere sillaba, lo spinse con dolcissima violenza fuori dell’uscio.

Appena fu uscito, Clara s’accostò allo specchio, e rialzati i capelli sulle tempie stette immobile guardandosi per un momento; poi sorrise, di un sorriso pieno di sdegno, di scherno, di sprezzo, di compiacimento. Se il marchese di Villareale fosse a caso rientrato in quel momento nel salotto, la faccia di sua moglie gli avrebbe messo paura.

Sui tetti, sulle finestre, per le vie s’era alzato già più d’un palmo di neve. Alberto, levandosi, aveva acceso nel camino un gran fuoco, alimentato poi per cinque ore con carbon fossile e legno di quercia. Il termometro segnava diciassette gradi, e Alberto sentiva un brivido serpeggiargli per le ossa. Se ne stava semisdraiato sopra una poltrona profonda vicino al caminetto, quando Stefano, entrando, gli annunziò il marchese di Villareale.

— Padrone — rispose Alberto, e si alzò.

Guglielmo si fermò sulla soglia; un po’ perchè, dolente della cagione che lo conduceva colà, gli sapeva male andare innanzi; un po’ perchè le vampe di calore che venivano dal salotto gli mozzarono sulle prime il respiro.

S’avanzò, dopo un momento, tenendo in mano il cappotto, verso il Valmarana e con severa tranquillità:

— Non credo che ci sia bisogno di dirti il perchè son venuto.

Alberto immobile non rispose.

— Se non ti conoscessi da un pezzo, avrei mandato due amici a chiederti conto delle tue parole, del tuo contegno; credo che tu non sia persuaso, nemmeno in tesi generale, di quello che dicesti, ma poco importa; credo altresì che non ti sia passato per la testa di offendere me e mia moglie che ti abbiamo accolto sempre, scusa se te lo ricordo, con cortesia. Ma il tono, le parole che dirigesti a Clara ed a me in presenza di testimoni.... Insomma bisogna che tu chieda scusa a mia moglie e subito.

— Non ebbi intenzione di offendere nessuno; risposi un po’ bruscamente a te perchè m’avevi parlato con un po’ troppa alterigia. Non mi pare che ci sia bisogno di scuse.

— Non divaghiamo — riprese il Marchese anche più severo e alzando un tantino la voce — questo nostro colloquio non può molto protrarsi. Se avessi supposto che t’era passato per il capo di fare offesa a me o ad altri, avrei operato diversamente; non domando che mi dichiari il significato delle tue parole; per me non hanno nessun significato. Fatto sta che hai mancato di rispetto ad una signora; se intendi chiederle scusa bene, se no....

S’interruppe; poi:

— Andiamo, via, Alberto, vedi un po’ dove mi trascini.... Stasera Clara sarà al teatro... potrai venire nel palco e con due parole....

— No — rispose subito Alberto.

— No? Sta bene — disse il Marchese.

E si mosse verso la porta.

— Un momento.

Alberto s’accostò al tavolino, prese una penna e un foglio da lettere ornato del suo monogramma e scrisse:

“Le domando scusa, Marchesa; spero che vorrà dimenticare i paradossi che mi uscirono di bocca ieri sera in un momento di cattivo umore.„

“VALMARANA.„

Porse il foglio a Guglielmo; questi lo lesse, e:

— Grazie, Alberto — disse.

E gli prese la mano e la strinse; poi, vedendo che Alberto restava zitto e in piedi,

— Addio dunque — riprese.

— Addio.

Il Marchese uscì; e per le scale pensava:

“Quel povero Alberto m’è sempre parso un po’ bizzarro, ma ora poi mi par diventato matto addirittura.„

Quando il Marchese fu uscito, Alberto si gettò sopra la poltrona; appoggiò i gomiti sui ginocchi e si coprì colle palme la faccia. Così stette lungamente, quando sentì il capo farglisi grave tentò d’alzarsi, ma gli occhi gli s’abbagliarono, gli si piegarono le gambe e ricadde. Gli pareva come d’udire un ronzìo confuso di mille voci sottili; fece un nuovo sforzo; appoggiandosi con una mano al muro, con l’altra alle seggiole sparse per la stanza, s’accostò alla finestra, l’aprì e tuffò la testa nella spessa neve che s’era accumulata sul davanzale. Si sentì sollevato e rimase come sbalordito per più di due ore alla finestra; un vento ghiacciato gli illividiva il volto, e la neve gli copriva co’ suoi fiocchi bianchi i capelli.

Guglielmo non tornò a casa che all’ora di pranzo: e quando mostrò a Clara le poche righe scritte da Alberto.

— Povero Valmarana! — disse quella, — l’ho sempre pensato che non è cattivo, ma ha un benedetto naturale.... oh! meglio così! non ci si pensa più; ha fatto bene a scrivermi.... star lì ad ascoltare uno che fa delle scuse non è punto piacevole per una donna; e, confesso il vero, mi sarei sentita impicciata....

Stette pensosa un momento, accartocciando il foglio con naturale noncuranza, poi:

— Del rimanente — continuò — abbiamo fatto uno sproposito anche noialtri.

— Quale?

— Quello di mandar via il Bruni. È stato quasi un venire a patti colla calunnia. Oramai è fatta....

— Non è fatto nulla, — rispose il Marchese — perchè io ho cercato Michele e non l’ho potuto trovare. Te l’ho detto sin da stamani che era uno sproposito; ora che ne sei finalmente persuasa anche tu io non gli dirò nulla e festa finita.

— No.... aspetta, lasciamici pensare ancora ventiquattr’ore.

— Pensaci, ma che se n’esca dentro domani.

Ventiquattro ore dopo la Marchesa non aveva ancora pensato abbastanza; ma poichè Guglielmo s’impazientiva, ella disse d’accostarsi, per deferenza verso il marito, all’opinione di lui; e così fu conchiuso che il Bruni seguiterebbe a prestare i propri servigi alla famiglia Villareale.

Due giorni dopo arrivava a Campomoro un dispaccio diretto a Mario Loveni dal cameriere d’Alberto e concepito in questi termini:

“Il padrone sta malissimo. Venga subito.„

XIX.

Mario, quando gli portarono il telegramma di Stefano, passeggiava innanzi alla villetta cogitabondo; Reno lo segniva lento colla testa dimessa. L’animale era attristato della mestizia dell’uomo.

Leggere il dispaccio e montare in carrozza fu per Mario l’affare di dieci minuti. Reno voleva montare anch’esso, ma il padrone lo respinse bruscamente e partì. Partì subito pensando che la malattia di Alberto doveva essere molto grave, se Stefano lo chiamava con quella fretta, adoperando quelle parole; e in tale pensiero si confermò quando giunto alla casa del Valmarana vide Stefano medesimo venirgli incontro addoloratissimo e lo udì esclamare:

— Ah! signor Mario, signor Mario! che disgrazia! che disgrazia!

Ma per quanto supponesse grave lo stato di Alberto, provò, entrato che fu nella camera di lui, uno sgomento da non ridirsi. Alberto giaceva supino sul letto con la testa sollevata da tre guanciali sovrapposti l’uno all’altro; livido, aveva gli occhi semichiusi, immobili, come di vetro. Il respiro affannoso e il continuo moversi delle mani che pareva cercassero qualche oggetto erano soli segni che la vita non aveva ancora abbandonato quel corpo.

Mario gli si accostò, lo chiamò più volte per nome; ma Alberto non si mosse, nè rispose. E allora voltosi a Stefano:

— Quando l’ha visto il medico? — domandò Mario.

— Ieri sera a mezzanotte.

— E tornerà?

— A star di molto, fra mezz’ora sarà qui.

— E quant’è?...

— Due giorni.

E Stefano raccontò per filo e per segno a Mario come Alberto tornato dal teatro si fosse gettato vestito sul letto; e alzatosi di buonissima ora la mattina e acceso un gran fuoco, fosse rimasto presso al camino finchè non giunse il Marchese di Villareale; che partito il Marchese, Alberto aveva aperto la finestra e v’era stato affacciato col capo scoperto più di due ore.

— Ah! il Marchese Villareale è venuto qui? — domandò Mario.

— Sì signore.

— Dio santo! quanto sta questo medico?... E si trattenne il Marchese?

— Pochi minuti.

— A che ora suol venire?

— Il medico? Alle nove; sono le otto e tre quarti...

— Di’.... e quando uscì dalla finestra?...

— Si buttò daccapo sul letto; mi chiamò, disse che si sentiva molto male, ma non volle che chiamassi il dottore. Poi nella notte peggiorò tanto e.... Creda, signor Mario, creda che peggiora di minuto in minuto. Ieri sera qualche parola la diceva, e ora....

— Zitto! è sonato....

— No signore; oh! sto attento, non dubiti, e poi c’è Francesco di là in sala....

— Sai per che motivo venisse il Marchese?

— No signore.

— Chi è il dottore?

— Una brava persona, un po’ rotto.... il dottor Ramelli.

— Ah!

— Lo conosce?

— Sì.... questa volta è sonato di certo.

— Sì signore.... questo è lui....

Stefano non s’ingannava; difatti di lì a poco il medico entrò nella stanza.

Mario, che lo conosceva avendolo trovato qualche volta in casa della contessa Alberici, gli si fece incontro come per interrogarlo; il dottore non gli badò e senza pronunziare parola s’accostò al letto del malato.

Dopo un po’ di tempo:

— Dunque? — domandò Mario con ansietà.

Il dottore gli fece cenno di seguirlo nella stanza contigua e:

— Caro signore, — disse, — che vuol che le dica? lo vede da sè: il malato è gravissimo.

— Una polmonite?...

— Eh! magari fosse una polmonite soltanto; ma c’è congestione polmonare e congestione cerebrale.

— Ma c’è speranza?...

— E congestione cerebrale — ripetè il dottore.

— Ha sentito da Stefano?....

— Sì, sì, cause occasionali e non bene accertate; la causa prima è un disturbo di circolazione; la flussione del petto è avvenuta così sollecitamente a cagione di una precedente alterazione del cuore. E questo è confermato dalla complicanza della congestione cerebrale.

— Ma come? Alberto?....

— Ha un vizio cardiaco.

— Un vizio cardiaco?

— Eh! la diagnosi è facile; non c’è neanche da dire posso ingannarmi.

— Ma se non s’è mai lagnato di soffrire di cuore!

— Caro signore, non si sarà lagnato, ma il vizio c’è.

— Può darsi che qualche grave dolore.... qualche commozione violenta?...

— Tutto può darsi.

— Ma si può sperare?

— Io non posso dirle nè di sperare nè di disperare. Io ho fatto tutto quello che sapevo e potevo. A ogni modo nel vedere quel disgraziato uomo spossato, denutrito con un’alterazione al cuore grave, molto, molto grave non mi sgomento dell’ora mi sgomento del poi. Più della malattia temo le conseguenze.... A rivederla, tornerò a mezzogiorno. Se mai ci fosse un peggioramento il cameriere sa dove trovarmi.

Partito il medico, Mario si sedè accanto al capezzale d’Alberto e ripensò i fatti narratigli da Stefano; la visita di Guglielmo, che era pur cosa da non meravigliare, lo aveva posto nel timore che qualche cosa di serio fosse avvenuto tra lui ed Alberto; e soffriva, riflettendo che forse egli, Mario, era causa involontaria di tanto guaio. Per buona sorte il Marchese di Villareale venne a toglierlo da quell’angustia, chiedendo con affettuosa premura notizie del Valmarana.

Mario stava dunque presso al letto, assorto in tali pensieri, quando udì un rumore alla bussola. Stette un momento in orecchio e poichè il rumore durava ed egli non sapeva raccapezzare da che fosse cagionato, si alzò; in punta di piedi andò fino all’uscio e l’aprì.

E Reno entrò dando un lungo sguardo al padrone, come se volesse chieder perdono di aver trasgredito gli ordini seguendolo a Firenze. Ma il padrone non gli badò; gli era parso di udir de’ passi nel salotto e aveva veduto mentre apriva la porta un’ombra dileguarsi; traversò il salotto, entrò in un gabinetto e si trovò a faccia a faccia con la contessa Alberici.

— Lei? — esclamò Mario.

— Io. Di che si meraviglia? Di trovarmi qui? Dovrebbe meravigliarsi se non ci fossi. Da che ho saputo dal dottore lo stato del povero Alberto, sono venuta e non mi sono più mossa. Egli non era in grado di riconoscermi e potevo assisterlo senza che si adirasse della mia presenza. Che le ha detto il medico?

— Nulla di buono.

— Oh! si salverà, Loveni, si salverà. Io lo sento; il cuore mi dice di sperare. Non è vero che stia peggio di ieri sera. Stefano non lo ha visto bene.... Non lo rimproveri Stefano; glielo ho inibito io di dirle che ero qui.... perchè nonostante che le avessi fatto spedire quel telegramma ieri sera, stamani m’è mancata la forza per venirle incontro. Ho temuto di farle paura.