Racconti

Part 19

Chapter 193,921 wordsPublic domain

Pancaldi! Palmeri! che lanterna magica! che mostra di vanità! che semenzaio di bugie! quante antipatie nascoste e quante gentilezze ostentate! E questi va e quegli viene; fra una scorpacciata d’ostriche e una trottata all’Ardenza, nascono le amicizie di un’ora e gli amori d’una settimana. Si balla sulla riva e si canta; e i flutti insonni, come il chiama Eschilo, accompagnano col loro cupo ritornello le melodie dell’orchestra. Poi tutto ad un tratto, l’incanto si rompe; chi fugge di qua, chi di là; l’uno torna al fondaco uggioso, l’altro corre ai campi pieni di luce; questi alle avide cure del commercio, quegli ai faticosi ozii della caccia. Le case, donde per le aperte finestre uscivano le grida de’ bambini e le note della romanza, ammutoliscono; il vento di libeccio sbatte le tamerici, sconvolge le arene della spiaggia e vi cancella le orme impresse durante i rapidi colloqui d’amore! Solo, ogni tanto, ritorna a’ luoghi deserti qualche melanconico pellegrino cui preme sciogliere il voto delle ricordanze, o ricercare il proprio cuore che una bella vagabonda ha portato con sè. Oh! dammi, capriccioso folletto, invocato compagno delle mie notti operose, dammi il calamaio di Lorenzo Sterne e la penna di Enrico Heine, ed io ti detterò in fede mia un bel libro che avrà un sorriso in ogni linea e una lacrima in ogni pagina!

Annottava; il libeccio incominciato sulla metà del giorno era rinforzato dopo il tramonto; le onde si sollevavano in alti cavalloni e spingevano fin di là dalla spiaggia gli spruzzi della schiuma verdastra. La via dell’Ardenza, di solito così rumorosa a quell’ora per le molte carrozze, era deserta; poca gente a Pancaldi; soli sulla terrazza Alberto Valmarana e Laura Alberici.

Alberto guardava fisso e distratto il mare, Laura fissa ed attenta Alberto.

— E ora a che cosa pensa?... — gli domandò, dopo averlo osservato qualche minuto in silenzio.

— Io? — rispose Alberto — a nulla; guardavo il mare; questo povero mare che è tanto bello, e a cui non bada nessuno.

E tacque ancora. Laura dopo un altro po’ di tempo, sorridendo mentre egli si volgeva a lei:

— Sempre al mare?...

Alberto non rispose; ella continuò:

— Mi accorgo che non ha ancora acquistato il coraggio di dire le bugie.

— Non ne ho mai dette, perchè non ho mai avuto una ragione sufficiente per dirne. Non ho nulla da nascondere. Se avessi commesso qualche errore, ne porterei la pena io solo; ma, guardi un po’ che orgoglio! non credo di averne commesso nessuno; forse la gente pensa altrimenti, ma io non muto opinione.

— E perchè mi dice a codesto modo? Mette anche me fra “la gente?„

— No, Contessa, le pare? È un vizio che ho di parlare qualche volta tra me e me....

— Anche in presenza degli altri?...

— Ha ragione; ma lei, che è così buona, non dovrebbe rimproverarmi....

— Buona? Mi crede veramente buona?

— Veramente e profondamente buona; credo anzi che sia capace di tutte le bontà; di quella che viene dall’istinto e di quella, dirò così, di seconda mano, che viene dalla riflessione.

— Non la ringrazio, perchè non credo che mi faccia un grande elogio! ci vuol così poco a esser buoni a questo mondo. Perchè sorride?

— Sorriderei anche se sentissi Rotschild, dire: ci vuol così poco a non morire di fame! Fra tutti i doni che si possono avere nascendo, io credo che la bontà dell’animo sia il più pregevole, e, noti bene, il più utile.

— È un paradosso?

— No, è una verità. L’ingegno? È un gran dono, ne convengo, ma procaccia dolori senza numero e li fa più gravi. Non c’è un uomo d’ingegno potente che (scusi la metafora) non senta sonare dentro sè la nota dell’elegia. La salute? Un altro gran dono; ma è come una strada stupenda che meni a un precipizio; e per la via della salute o per quella dei malanni si procede ad ogni modo verso quell’abisso ignoto che è la morte. La ricchezza? Dio mio! a questo mondo non si comprano se non le cose che non mette conto di comprare. Non si comprano nè la salute nè l’ingegno, a buon conto, non la bellezza, non la speranza, non l’amore.

— La speranza bisogna non perderla mai... e l’amore....

— L’amore? — chiese Alberto.

Laura non rispose.

— L’amore! — riprese Alberto dopo qualche minuto; — l’amore poi.... basta, non ne so nulla; non so nemmeno se abbia veramente amato in vita mia; forse me lo sono figurato; e oramai posso dire anch’io col Petrarca: “La mia favola breve è già compita!„

Dopo una pausa breve Laura riprese.

— Mi ritratto.

— Di che cosa?

— Ho detto poco fa che lei non aveva ancora acquistato il coraggio di dire le bugie. Ho sbagliato. Scusi.

— Perchè? Ne ho detta qualcuna?

— Dunque lei non è sicuro di avere voluto bene?

— Bisogna distinguere.

— Io non le domando se ha voluto bene a suo padre o a sua madre. Parlo d’amore.

— E io ripeto che non lo so: forse. A ogni modo ho fatto punto.

— No — riprese fieramente Laura fissandolo in volto — non lo dica, Alberto. Ha amato una donna non forse, ma di certo, l’ha amata profondamente e lungamente. Non dica di no; l’ha dimenticata? Può dimenticarla? Non lo so. Ma comunque sia, mi par sempre presto per far punto.

— Lo crede?

— Perchè no? Dopo le burrasche bisogna ridursi in porto. Ma per amare un uomo che ha avuto come lei una passione violenta, una passione che cova forse ancora nel profondo del cuore, ci vuole una donna che sia capace di molta annegazione, che voglia fermamente, che sia pronta a sopportare tutto senza rammaricarsi mai.

— E questa donna si può trovare?...

— Chi lo sa? Mi pare bensì che metta conto di cercarla.

Alberto stava per rispondere; quando udendo de’ passi come di persona che salisse la scala, si volse verso quella parte della terrazza. Una donna comparve. Alberto rimase muto a guardarla durante un secondo, che gli parve un secolo; Laura s’era voltata anch’essa e aveva riconosciuto la Marchesa di Villareale.

XIV.

L’arrivo di Clara destò, come è facile intendere, sentimenti diversi nell’animo d’Alberto e di Laura; l’uno appena si fu rinvenuto dal primo stupore, si abbandonò tra le molte supposizioni alla più gradita e si compiacque nel figurarsi che Clara fosse venuta a Livorno apposta per rivederlo. Laura invece se ne sgomentò come d’una sciagura improvvisa. Intendeva che quell’arrivo distruggeva in un attimo gran parte delle sue speranze e che l’edifizio costrutto con tanta cura per tanti mesi, ruinava quel giorno stesso; per giunta sentiva, per istinto, che Clara era partita da Pegli con la determinata intenzione di nuocerle.

Nè Clara ignorava le intenzioni di lei. Alberto a Livorno viveva ritiratissimo; passava gran parte del giorno in mare, il resto in casa; la sera o andava con Mario da Laura, o al _Giardino_ con lei. Questo suo contegno innocentissimo aveva dato nell’occhio e la gente ci aveva almanaccato su; e dopo avere osservato, esaminato, meditato, chiacchierato era venuta a questa conchiusione: che Laura Alberici era innamorata del Valmarana ed egli di lei; e per dare attrattiva e onestà maggiori all’aneddoto aveva anche inventato che si mariterebbero nell’inverno venturo. La notizia da Livorno in pochi giorni arrivò a Pegli e la seppe anche la Marchesa di Villareale. Ella subito, la sera dopo l’arrivo, in un crocchio, ne fece lontano accenno ad Alberto. Questi non rispose, ma più di prima smaniò d’avere un colloquio con Clara; molte cose voleva domandarle, dirgliene una sola: che, cioè, la notizia non aveva ombra di fondamento, che egli non amava altri che lei. Cercando sempre l’occasione di questo colloquio, il quale la Marchesa dal canto suo si studiava con sottile artifizio di evitare, da Laura non andò, non le badò, non le parlò più; ed ella, che vedeva morire le proprie speranze ma non aveva tanta forza da assistere all’agonia loro, anticipò la partenza e alla metà d’agosto ritornò a Firenze.

L’ultimo di quel mese, poche ore avanti che la Marchesa partisse da Livorno per andare col marito in campagna, Alberto potè parlarle per pochi minuti; più proprio sarebbe dire potè ascoltarla, perchè Clara non lo lasciò discorrere; volle invece discorrere lei; si lagnò che l’avesse troppo presto dimenticata, e soggiunse: che sebbene ella non avesse diritto di opporsi alla sua volontà, nondimeno lo consigliava, prima di avventurarsi, a pensarci bene; spesso nella vita d’una donna c’erano dei segreti.... non sapeva nulla di sicuro ma da certe voci.... La scusasse„; ella non poteva dimenticare così presto e voleva dargli ancora una prova, se non d’affetto, che oramai egli non se ne curava più, per lo meno dell’amicizia sua a tutta prova.

Quale effetto producesse nell’animo di Alberto questo discorso è facile imaginarlo. Aveva potuto dubitare di Clara, di Clara che ancora pensava a lui e profanare il proprio amore porgendo orecchio anche per poco allo parole di Laura? E che donna era questa Laura? Tra lei e Clara non c’era da far paragoni, nè egli li aveva mai fatti; ma l’aveva creduta buona e ora.... Dei segreti? Quali segreti?

Questi diversi pensieri confondendosi, cozzandosi nella mente di Alberto, ne cacciarono finalmente l’idea del giusto e del retto. E si propose di penetrare, a qualunque costo, il segreto di Laura; la quale ora gli pareva di odiare come un nemico. Se ne andò a Firenze col fermo proposito di tener d’occhio la Contessa, di conoscere ogni più minuto particolare della sua vita. E seppe questo: che ella una volta la settimana andava con abito dimesso, in carrozza fuori di Porta San Niccolò; scendeva a un certo punto e s’avviava sola per la strada che conduce verso l’Ema, sino a una casa di contadini, e là passava ore intere presso la culla di un bambino di diciotto mesi. I vicinanti e la balia istessa ignoravano il nome della signora, ma la sapevano vedova e affermavano sicuri che era la madre di quel bambino.

Alberto, senza porre tempo in mezzo, raccontò ogni cosa a Mario; tacque soltanto che la prima e vaga accusa era venuta da Clara. Quegli non dette gran peso alle parole dell’amico: non era certo che sapesse il vero, o lo sapesse tutto, e prima di credere a tanta ipocrisia di Laura voleva averne in mano le prove. Inoltre egli era dietro a cercare la soluzione di un problema difficilissimo: a tentare di raccapezzarsi tra le contradizioni di Clara.

“Come mai, pensava Mario, questa donna che vuole franto ogni legame tra sè ed Alberto, capita a rianimare l’incendio quando appunto era sedato, se non spento ancora? Come mai, lei che non gli ha scritto una riga sola da sei mesi, piomba a un tratto a Livorno?... Vuol dunque ricominciare?... E perchè, se è così, scansa lui quando la cerca e si fa cercare quando non la cerca più?„

Tra questo dubbiezze, verso la metà di settembre, lasciato l’amico a Firenze, partì per Campomoro dove erano andati a passare l’autunno i Marchesi di Villareale.

XV.

Alberto tornato a Firenze seguitò a vivere da solitario; di Laura non cercò e non ne seppe più nulla. A Mario scrisse molte volte e ognuna di quelle lettere lo dimostrava più che mai innamorato di Clara, più che mai cullato nei soliti inganni.

Sul finire dell’ottobre Mario capitò inaspettato a Firenze una mattina di bonissima ora; con studiata noncuranza, chiese ad Alberto come mai piuttosto che scrivergli così spesso non andasse da lui a Campomoro; che ci faceva Firenze? D’ottobre non c’è nessuno.

— Vieni stamani con me; passeremo una bella giornata in collina; se ti piace di restare resterai, se no, domattina potrai tornare a Firenze.

Alberto non se lo fece dire due volte; subito partì in carrozza con Mario, il quale lo ringraziò ripetutamente, fingendo di credere che l’amico si movesse pel solo desiderio di far cosa grata a lui.

Per un certo tempo chiacchierarono, ma quando dall’ampia vallata si scorsero le colline che sovrastano a Campomoro e tra le vigne e gli oliveti si disegnò allo sguardo di Alberto la villa di Clara, tacque; chinò la testa sul petto come se la curvasse sotto il peso delle memorie.

Quante cose erano mutate dalla sera beata e funesta in cui là, tra quelle mura, egli reclinava la fronte sulla spalla di Clara! La villa stessa aveva mutato d’aspetto; v’erano stati fatti molti restauri, altri se ne compievano e se ne preparavano tuttavia.

La villa era esposta a mezzogiorno, e dava in un ampio prato; di là dal prato il giardino all’uso inglese; traversava il giardino lo stradone tortuoso, cui fiancheggiavano da cima a fondo antichi cipressi, cioè dal prato di prospetto alla villa sino al cancello che metteva nella via provinciale. Dietro alla villa selve d’olivi. Ai lati estremi della casa le camere dei coniugi Villareale; quella della Marchesa nell’angolo tra mezzogiorno e levante. Da codesta camera per una scaletta segreta si scendeva a terreno nell’archivio; accanto all’archivio la cappella colla facciata a levante; e presso alla cappella lo stanzone dogli agrumi che aveva l’uscita sull’oliveto. Il signor Bruni dalla metà di luglio a’ primi di settembre aveva lavorato quanto più poteva e condotto a termine alcuni dei restauri desiderati dalla Marchesa; ma l’archivio e lo stanzone degli agrumi erano sossopra; così la cappella intorno alla quale i muratori lavoravano ancora; di fatti era spoglia di ogni arredo sacro, le avevano tolto uscio ed imposte; e un assito tenuto ritto da due stanghe orizzontali, le cui estremità erano ficcate nel muro, chiudeva il vano della porta, la quale dalla cappella metteva nelle stanze dell’archivio.

I due amici saliti fino sull’estrema vetta del colle passarono lassù nella silenziosa ombrìa di una gran selva di pini quella breve giornata d’autunno.

La sera dopo il pranzo Mario propose d’uscire; e poichè Alberto gli domandò dove volesse andare a quell’ora:

— In casa Villareale — rispose. — Mi pare che essendo qui, tu abbia il dovere di far una visita a Guglielmo... e... agli altri.

Alberto sorrise e presa la mano all’amico gliela strinse come per ringraziarlo.

Mario aveva ragione; difatti andando verso la villa s’imbatterono nel Marchese, il quale istrutto della presenza di Alberto girava in traccia di lui. Si lagnò Guglielmo; e più la Marchesa, e più apertamente perchè non erano andati a pranzo da lei; disse che la colpa era grave e che una visitina fatta così a sera inoltrata non le pareva pena sufficiente. Per gastigarli dunque voleva che Mario ed Alberto pranzassero in casa sua il giorno dopo. Mario addusse non so quale scusa per rifiutarsi all’invito, e anche Alberto, così per non parere, si preparava a fare altrettanto; ma Guglielmo:

— Oh! per te poi — disse — non ci sono scuse. Mario sta qui e verrà da noi invece di domani un altro giorno. In questa settimana veh! perchè dopo torniamo a Firenze; ma tu te ne vai, ti vogliamo dunque con noi domani. Che diavolo! non ti si vede da un secolo! che cos’è successo? Una delle due: o per imitare Mario ti sei buttato a fare l’anacoreta anche tu, o è vera la notizia che correva a Livorno e tu prendi moglie.

Alberto fece una spallata, la Marchesa sorrise, gli occhi di Mario fiammeggiarono di sdegno.

D’uno in un altro argomento vennero a parlare della caccia; e Mario fu pregato dal Marchese a passare nel gabinetto ove quegli teneva le armi e a dire la sua intorno ad un fucile arrivato allora da Londra. Appena Mario e Guglielmo furono usciti dalla stanza, Alberto corse verso Clara, e sedendosi sul sofà accanto a lei:

— Oh! Clara, Clara, dimmi, per carità, che mi vuoi bene ancora.

— Alberto mio — rispose Clara passando la sua mano bianca e affilata nei capelli di lui — c’è proprio bisogno che te lo dica? Ho sperato dimenticarti, non ho potuto. Che importa? rispettiamo la nostra promessa; viviamo l’uno lontano dall’altra; non ti basta di sapere che ti voglio bene? A fingere, a simulare non ci son buona e alle paure, ai rimorsi d’una volta non voglio tornarci più. Ti-vo-glio-be-ne. Sei contento? Lo spero; e spero anche che sia l’ultima volta che mi fai cotesta domanda; d’ora in poi non ti risponderò più.

Quando il Marchese rientrò nella stanza con Mario, Alberto si licenziò. Voleva conservare immacolata la impressione dolcissima avuta per le parole di Clara; non aveva nè forza di parlare, nè voglia di ascoltare. Prima che partisse, il Marchese gli fece promettere di andare a pranzo da lui il giorno dopo. E Alberto accettò.

Mario e Alberto uscirono insieme e s’avviarono per lo stradone preceduti da un servitore, che aprì loro il cancello. Il cielo era minaccioso; la luna splendeva nel cielo, ma neri nuvoloni rincorrendosi la coprivano di tratto in tratto; lo scirocco sbatacchiava i lauri e piegava le vette ai cipressi del giardino. Quando il servitore si fu allontanato, Mario si volse ad Alberto e gli domandò:

— Dunque?

— Non s’è mai scordata di me; ma è la moglie d’un altro. Le paure, i rimorsi....

Alberto non potè vedere la fisonomia di Mario; udì uno scroscio di risa e rabbrividì.

— Perchè ridi a cotesto modo?...

Mario non rispose; e invece di prendere la strada che menava a casa sua girò lungo il muro della villa dirigendosi verso l’oliveto col quale essa confinava dal lato di settentrione.

— Dove andiamo? — domandò Alberto.

Mario continuò silenzioso a camminare; e Alberto, fatto oramai silenzioso del pari, lo seguì. Quando furono giunti presso al cancello che metteva nello stanzone degli agrumi, Mario vi s’accostò; il cancello era socchiuso. Mario si volse all’amico, e:

— Hai coraggio?

— Perchè...?

— Rispondimi.

— Sicuro.

— E prudenza?

— Oh! insomma spiegati....

— Promettimi che avrai prudenza, che qualunque cosa tu vegga, qualunque parola tu ascolti, saprai contenerti. Promettimelo, perchè un atto, un sospiro potrebbero avere molto tristi conseguenze per te; me lo prometti?

— Te lo prometto.

— Dunque va’; traversa lo stanzone, entra nella cappella. Guarda e giudica. T’ingannano.

— Mario!

— T’ingannano. Non stiamo a discutere. Va’ e vedi.

E partì.

Alberto, rimasto solo, si guardò intorno, come per accertarsi che non usciva da un bruttissimo sogno. Le parole di Clara un quarto d’ora innanzi gli avevano empiuta l’anima di queta dolcezza; quelle di Mario vi gettavano invece una paurosa curiosità, un vago sgomento. Stette per tornare sui propri passi, poi fece cuore, e dopo aver traversato lo stanzone entrò nella cappella.

Era deserta; Alberto dette un gran respiro; sperò di cogliere in fallo l’amico; meglio negar fede a lui che a Clara. A un tratto, orecchiando, gli parve udire un bisbiglio nelle stanze dell’archivio, separate dalla cappella per un intavolato posticcio. S’accostò; a poco a poco in quel sussurrare diverso riconobbe lo voci di Clara e del Bruni.

Sebbene non gli fosse dato intendere le parole loro, desiderò che tacessero; e quando tacquero per un minuto, spasimò di quel silenzio che a lui parve d’un secolo. Rifiutò anche una volta l’occhio alla verità; gli piacque di abbandonarsi ad un ultimo inganno e suppose che nonostante l’ora ed il luogo non fosse in quel convegno colpa veruna. Appoggiando la mano all’impalancato si trovò sotto le dita una fessura e vi posò risolutamente gli occhi; ma in quel punto la luna era coperta dai nuvoli e la stanza involta nella più cupa oscurità. I rumori uditi dapprima giungevano bensì a lui più distinti; col suono fioco di un respiro affannoso si univa quello di uno scricchiolìo monotono e sottile. Fece per moversi e non potè.... a poco a poco il raggio della luna piovendo dall’alta finestra rischiarò il pavimento e Alberto vide il piede breve, elegante di una donna sovrapposto ad un altro piede più largo: il piede d’un uomo.... A un po’ per volta la luce salì e si diffuse. Alberto scôrse sul canapè dell’archivio una massa della quale non potò determinare i contorni; ma dalla spalliera pendeva riversa, inanimata, quasi cadaverica la bella testa di Clara.

Sentì una corrente calda salirgli dai piedi alla testa; gli occhi gli si velarono, non udì, non vide più nulla; uscì sorreggendosi a mala pena dalla cappella e arrivato verso la metà dello stanzone alle cui pareti s’appoggiava con la mano, gli vennero meno le forze e cadde tramortito per terra.

Si riebbe un po’ prima dell’alba; al rumore di passi frettolosi aprì gli occhi e riconobbe il Bruni che si allontanava.

Fece per uscire; Michele, partendo, aveva chiuso il cancello dietro a sè; Alberto dovè, stremo di forze com’era, scavalcarlo; si ferì in quell’ascensione una mano, ma non sentì il dolore della ferita; troppo più dolorosa era quella che gli s’era aperta nel cuore.

Trovò Mario che passeggiava innanzi alla casa. Questi gli si fece incontro e stava per parlare, quando Alberto:

— Hai detto il vero — esclamò. — Ma io non te lo aveva chiesto: dicendo il falso avresti meritato d’essere ucciso; dicendo il vero uccidi me. Addio.

E si avviò verso la strada.

Mario rimase come intontito e non ebbe forza di dire in quel subito una parola; soltanto quando vide l’amico allontanarsi,

— Alberto! — gridò.

L’altro non si voltò neppure.

Mentre Alberto partiva cupo e silenzioso senza sapere nè dove andasse, nè che facesse, una contadina dall’alto di un olmo cantava:

Fiorin d’argento, E per amarvi voi ho pianto tanto, Povero pianto mio gettato al vento!

XVI.

Al tempo nel quale avvennero questi fatti, Firenze era sede del governo e del parlamento; vi calavano da ogni provincia d’Italia cittadini di ogni ceto; artisti e banchieri, scienziati e marchesi, giornalisti e magistrati, uomini gravi e donne leggere. In qualche ora della sera i vecchi fiorentini avvezzi alla quiete della loro città, nel vedere quel movimento, quel viavai di gente diversa sognavano di essere trasportati per non so quale incantesimo a Londra o a Vienna. Via de’ Tornabuoni, nel suo piccolo, ricordava lo _Strand_ o il corso di Porta Carintia. Gente alle Cascine, al Viale dei Colli, al Tivoli, dappertutto. Non si entrava nel Caffè di Parigi senza intoppare una ventina di ministri tra passati e presenti; di ministri futuri poi, uno per cantonata. La sera alla Pergola, come sempre, mostra di donne belle, di donne che passavano per belle e di donne belle che passavano; convegni di diplomatici, e ritrovi di amanti; pettegolezzi sul vestito della signora Tale e dispute sull’ordine del giorno del deputato Talaltro. V’era come un’imagine della Firenze di tutte l’età. Il popolino, Firenze de’ Ciompi, bestemmiava alla porta; la signoria, Firenze de’ Medici, si pavoneggiava ne’ palchi; i vecchi borghesi, Firenze lorenese, sonnecchiavano ne’ posti distinti.

Ma in un dato momento, quasi tutti li spettatori, per diversi che fossero d’indole, d’età, di consuetudini, discorrevano della medesima persona, della marchesa Clara di Villareale.

Quando la Marchesa si mostrava dal suo palco di seconda fila, tutti gli occhi si volgevano verso di lei; perchè non soltanto era stupendamente bella nel volto e nella persona, squisitamente elegante nelle vesti e negli atti, ma sapeva anche il segreto di mostrarsi ogni sera bella ed elegante in aspetto diverso. La si poteva guardare ogni sera, sicuri di trovare in lei qualcosa di nuovo; come si possono leggere i versi di un grande poeta cento e cento volte, sicuri di scoprirvi sempre qualche bellezza riposta, dapprima non scorta o non pregiata abbastanza.

Il bisbiglio ond’era salutato l’arrivo di lei fu, in una sera del novembre 186.., più lungo del solito; perchè la Marchesa era stata otto mesi lontana da Firenze, e la gente si rallegrò nel rivederla anche più bella di quando era partita.

Claudio Piccardi stava in un palco dirimpetto col Conte Olivares. Il ballo era incominciato; il Conte coi cannocchiali fissi verso la scena guardava le forme rachitiche e la pelle variopinta delle alunne di Tersicore, quando Claudio gli dette nel braccio, e:

— Avete visto chi c’è? La Marchesa.

— La Marchesa! — esclamò il Conte; e si volse verso il palco Villareale; poi, dopo una breve pausa, continuò:

— Ah! come rimpiango i tempi del feudalismo!

— Che vorreste fare?