Part 18
— Tanto meglio. Non mi scuso con lei d’averle scritto a quel modo, prima perchè l’ho fatto con una buona intenzione, poi perchè ci ho guadagnato una sua visita. E quando lo ha veduto?
— Stamani.
— Hanno parlato?
— Sì, di cose indifferenti. Le dico, non mi è parso peggiorato. Son persuaso che qualche cosa mi nasconde.... Ma che cosa, poi? Chi lo sa? È arrivato anche lui all’età critica; a quell’età, in cui un partito bisogna prenderlo, una passione bisogna averla. Certo non è più il Valmarana di prima, di cinque o sei mesi fa. Non può essere nè ambizione delusa, nè desiderio di agi; ambizioso non è, è ricco.... Potrebbe, capisco, essere innamorato. Eh! se fosse innamorato....
Laura stette per un momento in silenzio: poi, fissando gli occhi in quelli di Mario, domandò;
— E se fosse innamorato?
— Eh! se fosse innamorato, — continuò Mario fissando a sua volta gli occhi in quelli della Contessa, — mi darebbe da pensare. Alberto è fatto in un modo curioso; tutte le volte che ci penso mi vengono in mente i vetri antichi di Murano; se chi li possiede li sa fragilissimi, acquistano ogni giorno di pregio; messi in mano a profani rischiano d’andare in bricioli. Io voglio molto bene ad Alberto....
— Lo so.
— Perchè non faccia la mia fine anche lui bisogna che trovi una donna capace d’intenderlo e di amarlo con quella delicatezza di sentimento che perdona molto perchè intende tutto. La troverà? L’ha trovata?
Gli parve d’aver detto ogni cosa, parlato anzi con un certo garbo e con la maggiore chiarezza che fosse lecita; tacque dunque e aspettò.
Laura sembrò riflettere un momento, poi:
— Non lo so — disse — ma non lo credo.
— Cioè? — domandò Mario guardandola attonito.
— Cioè, caro Loveni, temo che il Valmarana non trovi fra le donne che frequenta quella che lei gli desidera. A buon conto, tra le mie amiche una donna simile non c’è. Non mi accusi di malignità; alcune sono troppo vane, altre troppo contente.
— Sicchè Alberto....?
— Alberto, creda a me, farebbe, bene a venire con lei nella Nuova Zelanda. Si risparmierebbe probabilmente molti dolori, o almeno troverebbe fra gente nuova in paesi nuovi una gran medicina. Lo sa ciò che fu detto di noi altre donne: alle mani che ci fece Iddio, il diavolo aggiunse le unghie.... e non si può mai sapere....
— Ma lei dunque, Contessa, sa qualche cosa?...
— Non mi faccia domande, Loveni, non so nulla, non posso dirle nulla; conosco Alberto come lo conosce lei e... lo compiango. Del rimanente, se trovasse una donna degna di esser amata da lui e che lo amasse con la stessa devozione di cui egli è capace, sarebbero due creature troppo felici. E ora, conchiuse Laura sforzandosi di sorridere, parliamo d’altro; deve avere tante cose da dirmi!... è tanto tempo che non ci siamo veduti!
— Volentieri — rispose distratto Mario.
E si provarono a continuare la conversazione, ma non poterono fare un discorso filato. All’interrogazione dell’uno, l’altro rispondeva con un monosillabo; poi tacevano ambedue, perchè ambedue pensavano a ciò che più loro importava e di che s’erano proposti di non parlare.
Finalmente Mario si congedò ed uscì da casa Alberici con opinioni molto diverse da quelle che professava quando vi entrò; persuaso, cioè, che Laura amava Alberto; Alberto non pensava a Laura nè punto nè poco, ma era innamorato di un’altra donna di cui la Contessa sapeva e voleva tacere il nome; delicatezza squisita che dava credibilità alle previsioni di lei. Bisognava dunque, senza por tempo in mezzo, scongiurare il danno che sovrastava all’amico, e che gli veniva da una donna.... Ma qual era questo pericolo? Qual era questa donna?
Mario si propose di saperlo innanzi sera; e a cominciare le indagini si mise a girare per la città in cerca di chi fosse in grado di dargli qualche notizia utile, qualche indizio importante. Ma anche questa non era facile impresa.
De’ giovani frequentatori del bel mondo, Mario, negli ultimi anni della sua dimora a Firenze, ne avvicinava pochi soltanto. I giovanetti scettici per ozio e briachi di noia, non di altro smaniosi che di dissimulare la istintiva gentilezza de’ modi; signori per nascita e facchini per gusto; prodighi senza generosità, fastosi senza eleganza, viziosi senza piacere; ragazzi decrepiti, che studiano a Doney e pensano alle Cascine, questi urtavano singolarmente i nervi di Mario, che non aveva pazienza per sopportarli. Con loro era brusco sempre, qualche volta, pur non volendo, scortese.
Un giorno uno di loro gli domandò:
— Perchè alla tua età non pigli moglie?
E Mario:
— Per paura di avere un figliolo che ti somigli.
Egli dunque non frequentava che coloro i quali, come lui, tenevano, per dirla col Giusti, una gamba nel mondo del buon tono e un’altra in quella del buon senso; che sapevano a tempo godere la vita e a tempo adoperarla utilmente; degni rampolli di quella stirpe di gentiluomini che fu decoro della Toscana, prima che l’aristocrazia del sangue cedesse il luogo alla più superba aristocrazia del danaro sordida, presuntuosa e dispotica.
Questi giovani co’ quali Mario si compiaceva in altri tempi vivere in qualche dimestichezza erano pochi; inoltre, egli, dimorando in campagna, gli aveva persi di vista. Nulladimeno non si sgomentò. Sapeva che Firenze, sia detto con tutto il rispetto alla madre patria, è una città pettegola alquanto e gli pareva impossibile che nulla fosse trapelato degli amori di Alberto.
Entrò al Caffè di Parigi.
Insieme con lui v’entrò anche Alfredo Ferreri che Mario non conosceva, perchè Alfredo giovanissimo era entrato nel bel mondo appunto quando Mario ne usciva. Alfredo fu salutato con un “finalmente!„ da parecchi giovanotti che stavano seduti attorno ad un tavolino, fra i quali Claudio Piccardi e il Conto Olivares.
— Una bell’ora! — disse Claudio — era fissato per mezzogiorno e son le due fra poco!
— Mi son levato in questo momento — rispose Alfredo — mi pare che, finito il carnevale, a Firenze non si possa far altro che dormire!
— Eh! Dio mio! aspetta a lagnarti; è il terzo giorno di quaresima.
— Ma che importa? Non c’è vita, non c’è brio: un mortorio; guarda le città grandi, le vere città: Parigi, Vienna.... là almeno ci si diverte tutto l’anno.
— Andate a Vienna — disse l’Olivares.
— Andate.... si fa presto a dirlo!... come volete che faccia? Quando i governi invece di abolire i passaporti aboliranno i biglietti delle strade ferrate e il ministero dell’istruzione pubblica pagherà il vitto e l’alloggio ai giovani che viaggiano per istruirsi, anderò; ma per ora il genitore non vuol sentir parlare di viaggi; da un pezzo in qua s’è fatto generoso come uno svizzero.
— Fa’ un debito....
— Son vecchi; la divisione del lavoro non la vogliono intendere. Lo dico sempre io: dividiamoci le occupazioni: i figlioli facciano i debiti e i babbi li paghino. Fiato buttato via....
— Ma se non mette conto, — soggiunse il marchesino Lunati, ragazzo di diciassette anni, già annoiato della vita e a cui non rimaneva oramai da desiderare che una sola cosa: la barba. — Se non mette conto! Parigi, Vienna o Firenze.... sempre le medesime cose....
— Ci sei stato tu?
— No, lui non è stato — rispose Claudio — che ai Bagni di Livorno l’estate scorsa. Ma, povero ragazzo, ha perduto le illusioni tra Empoli e Pontedera.
— Caro mio, — replicò l’altro impermalito, — non c’è bisogno di essere stato a Vienna per sapere che su per giù ci si fa quel che si fa a Firenze! I soliti teatri, i soliti balli....
— E.... le Viennesi?
Il Lunati scrollò le spalle. Claudio continuò:
— Povero vecchio! eh! si capisce.... alla sua età! ha diciassette anni compiti! E pensare che io, che ne ho dieci di più e sono con un piede nella tomba, provo un certo turbamento a vedere le spalle di Giunone o il piede di Cenerentola.
— Là, via, Claudio, finiscila — disse Alfredo — non tormentare il povero Lunati. Lo fai apparir peggiore di quel che è. È vero che disprezza molto le donne quando è con noi; ma se sapeste come le rispetta quand’è a quattr’occhi con loro!
— Sciocco.... dammi un _virginia_ — conchiuse il Marchese. — Sei tu che hai detto per il primo che ti annoi a Firenze.
— Sicuro; mi annoio a Firenze, ma mi sarei divertito, per esempio, a Milano. Hai letto, Claudio, che bel ballo ha dato il Barone Sangiorgi?
— No; chi te lo ha scritto?
— L’ho letto nella _Perseveranza_ di stamani.
— Ce l’hai?
— Eccola.
— Da’ qua.
— No, leggo io.
E lesse: “Il ballo dato ieri sera dal Barone Sangiorgi nel suo magnifico palazzo presso Sant’Eustorgio fu dei più fastosi ed allegri fra quanti se ne sono visti da anni a Milano. Ricchi ed eleganti i costumi, quartiere magnifico, donne bellissime, cena stupenda. La nipote del barone maritata al marchese di Villareale, venuta appositamente da Firenze, faceva gli onori della casa con quella cortesia, quella festività, quella squisitezza di maniere che tutti conoscono. Portava il costume di Caterina Howard con una grazia e una dignità veramente regale.„
— Ah! — interruppe l’Olivares — guardate un po’ che idee! andarsi a vestire da Caterina Howard! ve lo figurate voi Guglielmo Villareale messo a un tratto ne’ panni di Enrico ottavo? Pagherei qualcosa per sentirlo parlare con Tommaso Moro. E Mannoc? C’era un Mannoc al ballo Sangiorgi?
— La _Perseveranza_ tace su questo punto — disse Alfredo: — ma noi sappiamo, non è vero, Claudio? che Mannoc è rimasto a Firenze.
— Come dire? — domandò il Lunati.
— Il Valmarana.
— Che ci ha che far il Valmarana?
Mario, che s’era rannicchiato in un angolo del caffè, ascoltava intanto il dialogo con molta attenzione.
— Alberto è innamorato della Marchesa di Villareale. È una scoperta che ha fatta... qui... il Conte Olivares e di cui il gabinetto di Lisbona dev’esser già informato a quest’ora. Tu non te n’eri accorto, eh? Nemmeno io; ma noi non siamo diplomatici, amico caro.
— Difatti vi mancano due requisiti — soggiunse l’Olivares — necessari agli uomini di Stato: la prudenza e la pertinacia. Voi chiacchierate di tutto e dappertutto e siete molto abili nel canzonare gli avversari; circa a dimostrare che sono dalla parte del torto è un altro paio di maniche. Basta: riderà bene chi riderà l’ultimo.
Queste parole suscitarono un vero baccano; risa, grida, arguzie. Tutti volevano dire la loro e tutti parlavano nello stesso tempo.
Mario, cui premeva di non esser visto dal Piccardi che non lo aveva scorto sino allora, profittò di quella confusione ed uscì dal caffè.
XI.
I Villareale rimasero tutto l’aprile a Milano; nel maggio corsero sul lago di Como già sorridente tra gl’incanti primaverili; vagarono un po’ alla ventura per il Canton Ticino e ai primi di luglio si condussero a Pegli per passarvi la stagione delle bagnature.
Il marchese Guglielmo di Villareale era alto e robusto; capelli biondi e ricciuti, carnagione bianchissima, lineamenti così regolari da apparire perfetti. La natura, per dimostrare forse che non v’ha bellezza senza unità, s’era divertita a fare del corpo di lui uno strano accozzo di bellezze disparatissime; tutto era bello in Guglielmo, ma Guglielmo era brutto. Chi lo vedeva per la prima volta provava una impressione singolare; pareva che quella testa di cherubino fosso stata appiccicata per voglia di contrasti sopra quel corpo d’atleta.
Quand’egli entrò nel salotto, Clara stava leggendo. Le si accostò, le prese la mano e:
— Addio, — disse.
— Dunque te ne vai davvero?
— Sì; a veder sempre la stessa gente mi son seccato. Pegli non è fatto per me. Vo a Torino per un paio di giorni; poi... chi sa? Ho una gran voglia di fare una gita a Courmayeur. Tornerò fra un paio di settimane.
— E io resto sola?
— Sola? Hai qui non so quante conoscenze... qualche amico....
— Sì, ma vedi, Guglielmo, mi dispiace che tu mi lasci così spesso. Non ho il diritto d’importi la mia volontà e d’altra parte ho piacere che tu ti diverta; ma la gente chiacchiera.
— Lasciala chiacchierare. Se c’è al mondo un uomo calunniato, sono io. Oramai, secondo la gente, io sono il peggiore marito che sia mai comparso sotto la cappa del cielo. Se è vero, dillo tu che lo sai. Ma che vuoi farci? Oramai _res judicata pro veritate habetur_, dice l’avvocato Terzolli. È destino; qualunque cosa faccia la interpretano a rovescio....
— Tutti fuori che io.
— Spero bene — esclamò Guglielmo e sorridendo la baciò sui capelli. — Non ci mancherebbe altro! Ma vedi un po’ se non ho ragione.... La gente dice che non mi dovevo ammogliare. E tu sai, e ti domando scusa di tornarci sopra, che quando ti chiesi cedei a un sentimento di generosità. Se la lite andava avanti tu eri rovinata. Ma la gente ha detto che ti ho sposata per speculazione. Sei stata tu che hai voluto passare due anni in campagna; no, signore, ero io che ti rinchiudevo in villa per seguitare a far la vita di prima. Ho giocato qualche partita di picchetto ogni tanto, ho perso mille lire una sera. Poco male. Le mille lire son divenute cinquanta, sessantamila: tu hai dovuto impegnare le tue gioie, come se, dato il caso, io avessi bisogno d’impegnare le gioie di casa per pagare cinquanta o sessantamila lire. Oramai ci sono avvezzo e le chiacchiere non mi fanno più nè caldo nè freddo. Dunque lasciamoli cantare e facciamo quel che ci pare e piace.
— Sta bene; tu puoi sfidare la pubblica opinione, ma io no....
— Tu?
— Già, io; oggi dicono che mi trascuri, domani diranno che mi sono stancata di sopportare con rassegnazione il sacrifizio e....
— E?...
— E.... Certe cose non le ho mai dette e non le so dire; ma mi pare che sia facile indovinarle.
— Oh! non aver paura; nessuno ha osato e nessuno oserà aprir bocca sul conto tuo. Del rimanente, se ti pare che sia fatto male lasciarti sola in un luogo di bagni, resterò.
— No, Guglielmo, no; son curiosa io! non vorrei privar te di un divertimento e nel tempo stesso....
— Perchè non scrivi allo zio Sangiorgi che ti venga a fare una visita?
— Oh figurati! è a Stresa, e non si muove più fino a settembre. No, no, va’ pure; quindici giorni passano presto. Me ne starò in casa....
— Ma no, t’annoieresti.... Oh! aspetta....
— Che c’è?
— Un momento.
Guglielmo sedè innanzi al tavolino e preso un foglio scrisse, mentre Clara seguiva con lo sguardo la mano di lui.
_“Michele Bruni_
“_Via Guicciardini 72 — Firenze._
“Venga subito portando seco perizia, disegni. Subito. Saluto.
“VILLAREALE.„
Il Bruni era l’architetto di casa, il giovinetto che Alberto aveva trovato nel salotto di Clara il giorno avanti la partenza di lei.
Guglielmo suonò il campanello e al cameriere che si presentava: — al telegrafo — disse — consegnandogli il foglio; poi, subito che il cameriere fu uscito, voltosi a Clara, domandò: va bene così?
— Eh! — rispose Clara — è un po’ noiosino quel Bruni ma in tempo di carestia, dice il proverbio....
— Avrai da fare, potrai distrarti; ti do facoltà di buttare all’aria la villa; se il disegno ti va, bene; so no, proponi tu le modificazioni, di’ quel che desideri; per me sono indifferente, fa’ tu quel che vuoi e spendi quanto vuoi; io — conchiuse sorridendo — sono un uomo abile; perdo sessantamila lire in una sera e nonostante fo qualche risparmio. E ora addio perchè è tardi.
— Addio.... a presto.
— A presto — ripetè Guglielmo. — Clara gli porse la fronte, egli vi depose un bacio ed uscì.
La mattina dopo il Bruni, puntualissimo, quasi aspettasse da un pezzo il telegramma del Marchese, arrivò a Pegli.
E Clara, sia che si divertisse molto nell’esaminare i disegni architettonici e nel parlare de’ restauri da farsi alla villa, sia che giudicasse Michele meno _noiosino_ del solito, stette tutto quel giorno chiusa in casa con lui e con lui ne uscì sul far della sera.
E chi fosse stato lungo il mare, mentre passavano, avrebbe udito due conoscenti di Guglielmo e di Clara parlare tra loro così:
— Chi è quel giovinotto?
— Quale?
— Quello che accompagna la Marchesa di Villareale.
— Ah! è l’ingegner Bruni.
— E che è venuto a fare?
— To’! è l’architetto di casa Villareale, è venuto a parlar di affari con la Marchesa.
— Ah! se ne occupa lei?...
— Sfido io; chi vuoi che se occupi? Guglielmo manderebbe in rovina ogni cosa. Ha piantato la moglie qui sola e quella povera donna profitta di questo tempo per rimediare, se può, alle scapataggini del marito.
XII.
Mario per un pezzo non si mosse da Firenze; voleva raccapezzarsi e aspettava il soddisfacimento di questo desiderio dal bisogno che Alberto doveva sentire di sfogarsi con un amico. Si serbò discreto, nonostante una curiosità che era affetto, fino al giorno in cui i ritegni del Valmarana scoppiarono in un’effusione tanto più calda e improvvisa quanto quelli erano stati più lunghi e penosi. E allora Mario incapace d’una ipocrisia o d’una menzogna l’aiutò in quelle confidenze sempre difficili alle anime non volgari. Conosceva l’articolo della _Perseveranza_; aveva udito pronunziare insieme il nome della Marchesa e quello d’Alberto; ma stesse tranquillo, nessuno aveva creduto ciò che importava tenere nascosto. A lui oramai poteva dire ogni cosa.
E Alberto gli raccontò difatti ogni cosa. L’anno passato nel maggio quand’era dall’amico a Campomoro aveva conosciuto la Villareale. Andavano spesso a farle visita la sera e Mario doveva ricordarsene.
— Eh! sicuro che me ne ricordo.
— Abbiamo seguitato a andarvi ogni tanto. Poi tu, stanco la sera dalle tue gite per i monti, diradasti le visite; io vi tornai spesso. La trovavo quasi sempre sola, perchè Guglielmo passava la più gran parte del tempo a Firenze; v’andavo volentieri, parlavamo lungamente; mi sentivo attratto a parlare di me, a manifestare le mie idee più bizzarre, a descrivere i miei sentimenti più intimi. Mi pareva che ascoltasse con tanta benignità.... Prolungai di qualche giorno la mia dimora a Campomoro, non per arrendermi a’ tuoi desideri.... (scusami), ma perchè quelle conversazioni erano divenute un bisogno. Nonostante che partissi di là con un po’ di rammarico, tornai a Firenze tranquillo. Un mese dopo tornò anche lei; Guglielmo mi si mise d’intorno e volle quasi per forza ch’io ripigliassi la consuetudine di quelle visite serali. E io profittai dell’invito; ma a Clara quest’invito di Guglielmo parve forse un’imprudenza.... non lo so di sicuro perchè ella non me lo ha detto mai, ma il fatto è che non istette più in casa la sera; la vidi dunque poche volte prima delle bagnature. Alla metà di luglio partirono per Pegli; io me n’andai a Livorno; mi annoiai, e per scotermi feci una gita a Pegli.... La ritrovai più bella di prima e passai un mese intiero con lei e con suo marito. Chi mi avesse detto a quel tempo che amavo Clara mi avrebbe fatto ridere; vedendola così bella, così simpatica, senza sentir nulla, proprio nulla, io giudicavo che il cuore si fosse messo in pace per sempre. Una sera capitò a Pegli suo cugino Sangiorgi, tenente di cavalleria. Ero così avvezzo a star solo con lei, che quell’arrivo mi seccò; il Sangiorgi mi fu antipatico prima di conoscerlo. Era cosa naturalissima che un parente venisse a trovarla, ma io ci soffrii; quella sera la lasciai prima del solito, non chiusi occhio tutta la notte; mi venne in capo il sospetto (un giorno avanti mi sarebbe parso un oltraggio) che il Sangiorgi....
— Tira avanti, ho capito.
— Sono ragazzate, lo so.
— Va’ là non hai bisogno di scusarti; e chi non è stato ragazzo a cotesto modo? Tira avanti.
— Io m’accorsi insomma d’esser geloso, anche prima di sentirmi innamorato. E da quel momento provai il bisogno continuo di starle vicino; ero tormentato nell’istesso tempo dal desiderio di dirle che le volevo bene e dalla paura di rompere, parlando, quella specie di incantesimo... forse non mi so spiegare.
— Ti spieghi benissimo.
— Per quanto mi studiassi di dissimulare, un po’ il mio contegno col Sangiorgi, un po’ la malinconia che mi s’era cacciata addosso, un po’ qualche mezza parola.... insomma Clara capì, mi si mostrò sostenuta, fredda. Mi pareva, credilo, d’impazzire. Presi il partito d’andarmene. Tornai a Firenze, girai, cercai distrazioni.... Oramai era tutto inutile.
— E la rivedesti.... dove?
— In campagna alla fine d’ottobre. Tu eri già in Sardegna. La ritrovai più gaia, più serena, meno sospettosa verso di me. Guglielmo volle che mi trattenessi in campagna due settimane; lei, così restìa ad accogliere gente in casa sua per lungo tempo, lei stessa me ne pregò. Credimi, Mario, io avevo risoluto di non dirle mai nulla e non le parlai.... Ma una sera.... Insomma mi voleva bene da un pezzo anche lei.... lo disse.... m’impose di partire il giorno dopo, e partii.
— E.... il giorno dopo.... era già troppo tardi?
Alberto fece col capo cenno di sì.
— Da quel giorno — continuò dopo una breve pausa — sono oramai passati cinque mesi; l’ho veduta sola tre volte; ha avuto sempre lo stesso abbandono per me, io sempre la stessa fiducia in lei.... Che hai?
— Come mai, scusa, in cinque mesi non l’hai veduta sola che tre volte?
— Ma non era possibile senza destare sospetti e...
— Va bene, seguita.
Seguitò; dopo la narrazione dei fatti venne la esposizione de’ sentimenti e Mario s’accorse che la malattia era grave e lunga la cura. Il contegno di Clara dava argomento a molti sospetti; ma nell’anima d’Alberto non allignavano; germogliavano e morivano. Era uno di quelli amori terribili, che colgono sulla trentina e fiaccano tutte le forze, vincono tutte le resistenze, sono fonte di dolori ineffabili e grati; e forse l’amore non è se non un dolore grato e null’altro. Consigli, quand’anche i consigli fossero utili in tali casi, Mario non sapeva darne; vagava d’ipotesi in ipotesi, di giudizio in giudizio. Dimenticare, potendo; ma Alberto asseverava che non avrebbe potuto; viaggiare: paesi nuovi, costumi nuovi; un po’ di forza d’animo sul principio, poi le distrazioni aiuterebbero. Nemmeno. — E Mario ammutoliva aspettando aiuti dal tempo.
E il tempo se non spense il fuoco smorzò la fiamma. Ora Alberto insieme con l’amico passava tutte le sere qualche ora in casa Alberici. La Contessa che aveva in altri tempi tollerata paziente la malinconia dell’uno, compativa amorevole la tristezza dell’altro. E questi vicino a lei che gli si dimostrava così serena, si faceva a poco a poco tranquillo; credeva tuttavia che gli sarebbe stato impossibile amare un’altra donna come aveva amato Clara; ma a volte pensava, rassegnato, che dovendo vivere lontano da lei, forse era savio cercare rifugio in un affetto pacato e salvare così per lo meno gli ultimi anni della gioventù. Quel suo proposito ingenuamente egoista era il nascosto disegno di Mario e la vaga speranza di Laura, quando alla metà di luglio questa partì per Livorno dove l’aspettavano il Loveni e il Valmarana.
XIII.
Livorno nell’estate porge, come qualunque altro luogo di bagni, argomento ad un libro intero. Ah! se quel birichino di folletto, che ne’ silenzi della notte s’aggira intorno alla mia scrivania e mi batte colle lievi ali la fronte, quasi a destarvi i fantasmi intorpiditi, volesse ascoltare da me una preghiera, io gli direi: portami, folletto bizzarro, portami il calamaio di Lorenzo Sterne e la penna di Enrico Heine, ed io, pigliando argomento da’ bagni di Livorno, ti detterò le più leggiadre pagine fra quante ne dettarono sin qui gli scrittori acuti ed arguti.