Part 17
— No, non è un capriccio. Il Valmarana ti vuol bene, cara mia, e sul serio. Quello piuttosto che non capisco è come un uomo, che, siamo giusti, non è un uomo comune e non è più un ragazzo, oramai si sia lasciato andare così, per la china... senza nessuna speranza, senza nessun’incoraggiamento... È singolare.
— Lo sai come sono gli uomini, pigliano tutto per moneta contante. Se siamo cortesi con loro, gli accogliamo con affabilità, gli invitiamo un po’ più spesso, subito si montano la testa e si imaginano Dio sa che cosa.
— Sì sì, tutto questo va bene quando si tratta di tanti imbecilli che ci vengono pur troppo ogni giorno fra’ piedi.... ma un uomo come il Valmarana! Via, Clara, non siamo più in conservatorio.
La Marchesa tacque per un momento pensando se le convenisse meglio seguitare o troncare quel dialogo, poi:
— Io non nego che il Valmarana mi sia simpatico più di tanti altri. Forse non ho saputo abbastanza nascondere la mia preferenza; anche questo è possibile; ma siccome non voglio nè coltivare in lui un’illusione, nè dare occasioni di chiacchiericci al rispettabile pubblico, me ne vado. Di più non posso fare. Che ne dici?
Invece di rispondere, Laura domandò:
— E quando parti?
— Domattina col primo treno.
— Ti verrò a salutare alla stazione — soggiunse distratta la Contessa.
— Laura — riprese Clara dopo un silenzio breve — tu pensi qualche cosa che non mi vuoi dire.
— No. Sono io ora che non capisco. Se le cose stanno così, che necessità c’è di questa gita a Milano?...
— Ma ti ho detto che è mio marito....
Laura alzò le spalle; l’altra continuò:
— Ora sicuro m’hai messo mille dubbi in testa....
— Io?
— Sì, tu.... Io credevo e te l’ho detto che il Valmarana avesse una simpatia incipiente e che si sarebbe scordato di me prima che arrivassi a Piacenza: secondo te invece è una cosa grave, un sentimento profondo. Imagina un po’ che tu abbia ragione e che con quella benedetta testa gli venga l’idea di corrermi dietro. Sarebbe peggio il rimedio del male....
— Ma e per questo dico: invece di andar via, mi par tanto semplice che tu gli faccia intendere che batte una falsa strada e che tu lo levi di speranza una volta per sempre. Tanto, credilo, a questo mondo il meglio è essere schietti; da ultimo ci se ne trova sempre bene.
— No, no, cara mia; a questa parte non ci son buona — replicò la Marchesa; poi quasi le balenasse improvvisa un’idea: — Aiutami tu.
— Io? Che cosa posso fare io?
— Oh molto!... Quando sarò partita, tu, come di cosa tua, figurando d’aver indovinato.... Già non si dice bugie perchè hai indovinato difatti; potresti parlargli e persuaderlo a non fare imprudenze, a metter l’animo in pace e a lasciarmi tranquilla. Le ragioni non ti mancano. Hai più esperienza di me....
La Contessa riflettè un momento e riprese grave:
— Senti, Clara, io ho il mio convincimento oramai; credo che il Valmarana non sarebbe al punto che è, se tu per una via o per un’altra non ce l’avessi condotto; cotesti sotterfugi, cotesti scappavia non mi vanno e cotesto tuo disegno mi pare, scusa, che pecchi un po’ d’egoismo.
— Ma che cosa devo fare secondo te? — interrogò la Marchesa alzando la testa con alterigia. — Il mio dovere sì o no? Mi pare che la tua sia una morale curiosa.
— Meno curiosa di quel che pensi, — replicò pacatamente Laura. — E poi curiosa o no è la mia. Il dovere.... eh! ce ne sono tanti dei doveri, io, vedi, son disposta a scusare un bacio e a condannare, come una iniquità, una stretta di mano, secondo i casi e le intenzioni. Compatisco e per questo perdono molto alla passione; nulla al calcolo, alla vanità, all’ipocrisia.
Il tono onde furono pronunziate queste parole scombussolò la Marchesa. S’alzò e sforzandosi di celare il turbamento, soggiunse:
— M’avveggo, cara mia, che il mio disegno, per dire come dici tu, è stupendo; non potevo trovare al Valmarana una confortatrice migliore.
E l’altra più fiera:
— Ah! E cotesta che cos’è? Un’offesa? Una vendetta? Per lo meno è una vigliaccheria.
— Laura!
— Eh! Clara, ci conosciamo. In cotesta anima di ghiaccio un sentimento delicato non c’entra. Hai fatto un uomo disgraziato per colpa tua.... sì, sì, è inutile che tu scota la testa.... per colpa tua e ora lo pianti senza rimorso. Soffra, pianga, muoia, peggio per lui; a te, ai tuoi desiderî, alla tua vanità deve essere sacrificata ogni cosa. Eri così in conservatorio, e dopo quindici anni sei sempre la stessa.
— Peccato, — replicò sogghinando Clara, — che il Valmarana non sia ad ascoltare coteste belle tirate dietro un uscio, come usa nelle commedie; — e senza voltarsi, traversata la stanza, uscì.
Laura immobile le lanciò dietro un’occhiata piena di sdegno.
La Marchesa arrivata a casa prese due de’ suoi biglietti di visita; sopra uno scrisse: “Caro Piccardi, vuole avere la cortesia di passare da me al tocco e mezzo? _Non più tardi_, badi. L’aspetto.„ Sopra l’altro “Caro Valmarana. Ho bisogno di vederla, venga da me al tocco e un quarto _preciso_.„ Li chiuse in due buste e fattaci la soprascritta ordinò a un servitore di recapitarli immediatamente.
VII.
Quando il Valmarana fu dal servitore annunziato alla Marchesa, questa non era sola. Un giovanotto sui venticinque anni, alto, bruno, di capelli nerissimi, stava in piedi davanti a lei. Era l’architetto di casa Villareale. Subito che Alberto entrò, la Marchesa gli fu incontro, gli stese la mano e:
— Buon giorno, Valmarana. Mi permette un momento?...
Alberto s’inchinò; ella, preso un fascio di carte sopra il tavolino, lo consegnò al giovinotto, e, conchiudendo un discorso incominciato da un pezzo:
— Riprenda pure le carte, Bruni; oramai mi sono convinta che il miglior partito è quello proposto da lei. Ne parlerò con Guglielmo più tardi. A rivederla.
L’altro salutò ed uscì.
Alberto, vegliata tutta la notte, era pallido, sfinito; aveva gli occhi rossi, umidi. La Marchesa andò a lui, lo prese per mano e costringendolo a sedersi sopra il sofà accanto a lei:
— Alberto, Alberto.... — disse, — per carità, coraggio.
— Dio ti perdoni, Clara, d’avermi fatto tanto soffrire. Perchè dirmi una bugia?
— Io?
— Sì, Clara. Tu m’hai parlato ieri sera d’un impegno preso anteriormente e dal quale non avevi potuto svincolarti. Ho poi saputo dal Piccardi....
— È vero. Per quanto mi repugnasse, nel vederti ieri sera stralunato, afflitto a quel modo pensai che una bugia era proprio questa volta un’opera di carità. Sì è vero; volli non esser sola con te ieri sera, ma....
— E stamani?... Aspettavo da te una parola affettuosa, e tu, che non mi hai scritto mai, mi scrivi la prima volta sopra una carta di visita dandomi del _lei_.... Oh! dimmi che cos’è accaduto. Da ieri sera in poi io dubito di tutto.
— Anche di me? Spero di no. Alberto mio, voialtri uomini, anche quando siete dotati di una rara squisitezza di sentimento, non arrivate a sapere che battaglie si combattono nel cuore di una povera donna! Ricordati, pensa che una donna, che ha marito e che si rispetta, non si mette nella condizione in cui sono io, senza aver vinto prima una grande resistenza. Certi rammarichi, certi rimorsi — diciamo la parola — gli devi intendere mio Dio!
E fissò gli occhi smorti in quelli del Valmarana.
— Perdonami, Clara; credi che non so dire ciò che penso. Vedi, lontano da te dubito.... qui quando ho le tue mani fra le mie divento un altr’uomo.... Sento che sei incapace di fare il male e ti credo....
— Eh! Alberto.... t’ho creduto anch’io; ecco il guaio....
Tacquero ambedue; Clara a capo basso si gingillava intanto coll’oriolo che aveva tolto dalla cintura; alla fine lo posò sul tavolino innanzi a sè e riprese:
— Tu mi parlavi del tuo amore con una delicatezza quasi femminile; vedevo che mi volevi bene, il tuo ritegno era una prova.... Abbiamo passato di bei giorni.... non te ne scorderai, non è vero?
— Come? Cioè?
— Coraggio, — disse Clara dando una rapida occhiata all’oriolo. — Coraggio, Alberto....
— Oh Dio! che c’è?
— Per amor di Dio sii calmo. Bisogna finire.
— Eh? — urlò Alberto.
— Sss, per carità.
— Ah! ora intendo; hai mentito ieri per venire a questa conchiusione oggi....
— Alberto, soffro troppo in questo momento e ti prego di risparmiarmi un dolore che sarebbe il più forte di tutti; mi raccomando: ch’io non abbia a sospettare mai d’essermi ingannata sul conto tuo. Vedi, Alberto mio, il sacrifizio è necessario. Dio mi aiuterà e mi darà la forza di sostenerlo.... non chiedo che di poter pensare al passato senza rammarico; dimmi dunque che mi credi. No? Non vuoi dirmelo?... Pazienza! Mi fa male pensarlo, ma tu non sai ancora com’io t’abbia voluto bene!...
Alberto guardò fisso Clara poi sentì al tempo stesso parole e singhiozzi fargli gruppo alla gola. Fece per alzarsi, ma Clara lo trattenne e reclinò la testa sulle spalle di lui.
— No, no — riprese Alberto a un tratto — è possibile? Ma che rimorsi puoi aver tu povero angelo a cui nessuno prima di me ha voluto bene? Senti, io consento a tutto, Clara, a tutto; non ti vedrò più sola, non ti ceroherò più, non ti scriverò se occorre; ma che sappia che tu mi vuoi bene, che te lo legga ogni tanto negli occhi.
— Bambino, e credi tu che la manterremmo cotesta promessa? Siamo troppo giovani, ci vogliamo troppo bene, Alberto. No, io parto domani.
— Domani?... Ma perchè?...
— Mi credi? Credi che soffra lasciandoti? Sì? Non mi chiedere il perchè; non te lo posso dire.... Parto domani; tornerò più tardi che sia possibile. Non cercare di me.... pensaci qualche volta....
Fu picchiato alla bussola.
— Avanti, — disse Clara.
— Il signor Piccardi.
— Padrone.... Alberto.... Alberto, per carità....
Claudio entrò; la Marchesa ricompose le labbra al più sereno dei suoi sorrisi.
— Venga, venga, ho un gran bisogno di lei. E, prima di tutto, guardi qui.
Prese un _album_ sul tavolino, glielo dette, e mostrandogli tre o quattro disegni che v’erano contenuti:
— Osservi e risolva.
Poi s’accostò ad Alberto e a voce alta:
— A rivederci dunque, Valmarana, al ritorno. Poi, piano: — Coraggio, Alberto, va’, sei troppo turbato.... ti vorrò bene sempre.
Alberto salutò a mala pena Claudio; e dissimulando meglio che potè la propria commozione, stretta la mano alla Marchesa s’inchinò ed uscì.
La sera stessa il conte Olivares, incontrato al _Club_ Claudio Piccardi, gli battè sulla spalla ed esclamò sorridendo:
— Giusto voi: pare che il signor Valmarana così taciturno ieri sera avesse da dire qualche cosa alla Marchesa e gli seccasse dirgliela in presenza nostra.
— Perchè?
— L’ho visto stamani alle due uscire da casa Villareale.
— Caro Conte, anche questa è sbagliata. Alberto è stato in casa Villareale quando c’era io. A voi; eccovi il biglietto col quale la Marchesa mi ha pregato di passare da lei. Siete persuaso?
— Amico caro, — rispose pacato il Conte, — l’ufficio de’ diplomatici non è quello di persuadersi, è quello di persuadere.
VIII.
Alberto uscì da casa Villareale più sorpreso che afflitto. Clara non si sacrificava anche lei? Avrebbero sofferto insieme, sebbene lontani l’uno dall’altro, patimenti che hanno in sè il sollievo. E poi Clara sarebbe tornata prima o poi e allora.... Erano propriamente irrevocabili i giorni trascorsi?
Si cullava in cotesta speranza, e fu male; perocchè lo spirito, tranquillo rispetto all’avvenire, si volse con la propria operosità a scandagliare il passato. E tornarono alla memoria di Alberto le bugie di Clara che non meritavano scusa e la fretta dell’ultimo colloquio e il _lei_ della lettera, della unica lettera, e la grazia sicura onde ella padrona prontamente di sè aveva accolto il Piccardi. E via di questo passo si condusse alle conchiusioni della sera innanzi. Clara non gli voleva più bene, questo era certo. Glielo aveva voluto mai? Ma come? Tutto finzione? A che fine? I ritegni, gli abbandoni, i baci, le lacrime avrebbero dovuto essere altrettante scene di una commedia turpe! Bisognava che quella donna fosse un demonio. Ma se era un angelo!... Ma!... Eppure!...
E ricominciava daccapo il ragionamento e movendo dallo stesso punto, passando per la stessa via arrivava alla solita conchiusione. Gli succedeva ciò che succede qualche volta nel fare un conto: che incorsi in un errore ci se ne accorge dal risultato; e non si sa dove sia e ci s’incoccia a rifare il calcolo, e quante volte si ricomincia tante si ricade nello sbaglio medesimo.
Passò così parecchie ore agitato, passeggiando su e giù per la stanza, sedendosi, rialzandosi, senza requie. Sull’imbrunire si gettò sopra una poltrona presso la stufa. Alberto non era uno di quei fortunati eroi di romanzo, ai quali madre natura s’è compiaciuta di concedere un organismo apposta, perchè possano stare un mese senza chiuder occhio, o una settimana senza bere una gocciola d’acqua, mantenendosi vegeti e freschi. Alberto era gracile; aveva perduto tre nottate di seguito, quell’agitazione lo aveva perturbato e lo travagliava; s’addormentò.
Sonno breve, non continuo, nè quieto. Si svegliò all’alba infreddolito; nel caminetto il fuoco era quasi spento; da un tizzone usciva a intervalli una fiammella languida; pioveva e le gocce dell’acqua battevano fitte ne’ cristalli.
S’affacciò alla finestra; il cielo era coperto da nuvole; per la strada non un’anima; gli parve in quella solitudine malinconica di respirare più libero. Si sentì sollevato e restò lì per un poco senza pensare a nulla, guardando i cerchi concentrici che le gocce della pioggia facevano, cadendo, nelle pozzanghere della via.
Alberto dimorava in prossimità della stazione. Volgendo gli occhi a caso da quella parte ripensò che quell’istessa mattina alle nove Clara partiva per Milano. Pensarlo e proporsi di andare a salutarla fu un punto solo; poi riflettè che avrebbe dovuto parlare al Marchese, uso a vederlo quotidianamente e che non l’aveva visto da tre giorni, dargli spiegazioni, inventare frottole che non sapeva neppure imaginare. Poi temova di tradirsi; finalmente, poichè era nel periodo buono rispetto a Clara, gli pareva dimostrare meglio a lei la propria forza di abnegazione, lasciandola partire senza cercarla.
Se ne stette alla finestra fino alle nove; vide passare la carrozza di casa Villareale e, quando più tardi udì il fischio della locomotiva che gli portava via la sua Clara, mormorò: — _Addio_.
. . . . . . .
“Addio!„
Avete mai pensato ai tanti e tanto diversi significati che può avere questa parola secondo le occasioni nelle quali si adopera, o il tono di voce con cui si profferisce? “Addio!„ e si scansa un seccatore che vorrebbe fermarci per istrada; “Addio!„ e si saluta il fratello che sfida le ignote venture de’ mari lontani; “Addio!„ e si dà l’ultimo bacio sulla fronte dell’amico che muore.
“Addio!„ alle città non cercate, senz’ombra di memorie, lasciate senza rimpianto; “Addio!„ a’ luoghi dove crebbero i nostri affetti più santi, dove passarono i più lieti giorni della vita, dove ogni pietra è una pagina e gli alberi non stormiscono, non si piegano, sussurrano e ci salutano.
E nel vocabolario d’amore quante cose significa: “Addio?„
— “Addio! Silvia, dice, per esempio, Riccardo. Pigliate per la vostra strada, io seguiterò per la mia; gran sapiente il caso, che ci separa appunto ora che non abbiamo più ragione di vivere insieme. Io già non penso più a voi, domani voi non penserete più a me. Conserverò le vostre lettere come un registro dello stato civile, per sapere soltanto quando il nostro amore nacque, quando morì. Visse poco e male, lo so; ma bisogna ricordarsi che venne al mondo rachitico nel brusìo d’una cena, si consumò nella noia e morì di stanchezza dopo un ballo di carnevale. Addio, Silvia!...„
— “Addio, Bianca, — dice Giorgio. — Tu vai lontana e abbandoni piangendo questa terra che è mia, questo cielo che mi sorride. Che importa? Io ti raggiungerò dovunque tu sia, lascerò per te i campi che mi videro scherzare bambino, la chiesa ove pregai la prima volta; la patria mia, è là dove tu vivi, dove l’eco ripete il suono della tua voce, dove l’aura carezza i tuoi capelli, dove tu m’apri le braccia, dove i tuoi baci m’aspettano. Addio, Bianca!„
— Addio, Clara, — pensava Alberto. — Che solitudine, senza di te! oh! perchè non sei una di quelle modeste ragazze che ho sognato tante volte prima di conoscerti? T’avrei portato con me; saresti stata mia, tutta mia e per sempre. Lontana, nascosta agli occhi di tutti... t’avrei fatto, a forza d’amore, lieta la solitudine e caro il silenzio.... E ora... Quando e quale ti rivedrò? Torna, torna presto, Clara; riportami la mia fede; sei triste? Oh! che non darei per sapere che piangevi nell’andar via? Ah! che sgomento!... addio, Clara... addio!
IX.
Intanto che Alberto pensava a Clara, v’era un’altra persona che pensava a lui: Laura Alberici.
Clara aveva detto a Laura che sarebbe andata via la mattina dopo e questa aveva mandato il servitore a casa Villareale perchè s’informasse se la Marchesa era partita o no. Gli avevano risposto di sì; ma questa notizia non bastava all’Alberici. Clara aveva riveduto Alberto? Che gli aveva detto? E lui?... Laura la quale, vivendo a sè, usciva raramente di casa e non andava nel bel mondo, se non quando glielo imponeva un debito di convenienza, in quegli ultimi giorni di carnevale fece di notte giorno; fu al corso, a’ balli, al teatro, a’ veglioni; cercò d’Alberto, ma inutilmente.
Con quel tatto delicatissimo che hanno certe donne e che non s’impara a nessuna scuola, si adoperò nel far notare l’assenza d’Alberto alle conoscenze comuni, senza pur mostrare di notarla ella medesima; e tanto fece e con tanta arte, che Alfredo Ferreri si offrì d’andare il giorno dopo da Alberto e indagare che cosa fosse stato di lui.
E dopo ventiquattro ore Laura sapeva che Alberto non era uscito da tre giorni; e ad Alfredo aveva fatto chiedere scusa di non poterlo ricevere, a cagione di un forte dolor di testa che lo tormentava.
Alberto era stato presentato alla Contessa da Mario Loveni, che, negli ultimi mesi della sua dimora in città, frequentava casa Alberici, perchè Laura sapeva tollerare quella malinconia che avrebbe annoiato altri e in lei destava un senso di profonda pietà. Sapeva Laura l’affetto fraterno di Mario per Alberto; senza porre tempo in mezzo scrisse dunque questo biglietto:
“_Caro Loveni_,
“Il Valmarana sta da qualche giorno poco bene: credo che Lei non lo sappia; se lo sapesse sarebbe a quest’ora già qui.... Le scrivo perchè mi pare utile che il Valmarana abbia in questo momento presso di sè un amico, un amico _vero_, s’intende; e non ha altri amici veri che lei o me: ma io sono, per mia disgrazia, una donna.... e non ho ancora i capelli bianchi.
“Sua affez. “LAURA ALBERICI.„
La lettera arrivò a Campomoro la sera alle otto, la mattina dopo alle sei Mario, che pare avesse l’uso di viaggiare di notte, giungeva con Reno a Firenze.
Mario partì da Campomoro subito dopo ricevuta la lettera della Contessa, perchè trattandosi d’Alberto non sapeva frapporre ritardi, ma in sostanza dalla lettera intese poco; aveva lasciato pochi giorni innanzi l’amico in ottima salute e gli pareva impossibile che si fosse ammalato così ad un tratto e tanto gravemente, da bisognare della presenza di un amico _vero_; poi se la malattia fosse stata grave Alberto non lo avrebbe fatto chiamare? E non potendo Alberto, non lo avrebbe avvisato il cameriere? E d’altra parte il biglietto diceva “sta poco bene.„ Fra queste dubbiezze arrivò a casa di Alberto.
Stefano venne ad aprirgli.
— Come sta?
— Chi?
— Alberto.
— Bene.
— Come bene?
— Bene per grazia di Dio.
— Ma.... è stato malato?
— No signore.
— Dov’è?
— In camera.
— Dorme?
— Non ha ancora chiamato: e, lo sa, non vuole che s’entri in camera finchè non suona il campanello. Ma quando arriva lei è un altro affare. Ora vado....
— No.... aspetta. A che ora è tornato ieri sera?
— Eh! son tre giorni che non esce di casa.
— Ah!... e.... è venuta gente da lui?
— Il signor Ferreri, ma non ha voluto riceverlo; gli doleva il capo.
— A che ora è andato a letto?
— Eh! tardi, se è andato....
— Come?
— Già, sì signore: a volte non va; trovo il letto la mattina tale quale l’ho lasciato la sera innanzi.
— Va’ a dirgli che ci sono.
Nei pochi minuti che Stefano impiegò per andare nella camera del suo padrone, Mario ebbe campo a riflettere su parecchie cose. Alberto era malato, ma non fisicamente: di quel solito male, dunque, di cui Mario stesso fece la diagnosi, la mattina in cui lo vide tornare dal ballo; le cose erano, al vedere, peggiorate alquanto.
E la Contessa come sapeva tutta questa storia per filo e per segno? Mario entrò nel campo fertilissimo delle supposizioni e di ipotesi in ipotesi arrivò a imaginare che Alberto fosse innamorato di Laura; che tutta la malattia dell’uno e la premura dell’altra venissero da qualche leggero dispetto pel quale fossero crucciati; e che a lui toccasse accomodare le cose e acquetare gli sdegni e spiegare i malintesi. Si fermò su questa idea con molto compiacimento; que’ due gli parevano proprio fatti per stare insieme; e con un moto di letizia quasi infantile presa fra le mani la testa del cane e alzatala verso di sè:
— Buone notizie, caro Reno, — esclamò — buone notizie!
In quel punto Alberto entrò nel salotto.
X.
Il colloquio tra Mario ed Alberto fu lungo. Parlarono di Reno, di Campomoro, della dimora che il Loveni aveva fatto in Sardegna; ma degli amori di Alberto non fu detto parola. Questi non ne discorse, pauroso che Mario gli uscisse fuori con un predicozzo; Mario non volle entrarvi perchè aspettava le confidenze. Inoltre chi guarentiva che egli fosse nel vero? Meglio scansare gli equivoci. Dalla Contessa doveva andarci; là avrebbe messo in chiaro le cose. Così dopo aver fatto colazione con Alberto e annunziato che si sarebbe trattenuto qualche giorno a Firenze, si vestì, lasciò l’amico e prese la strada di casa Alberici.
Quando il Loveni, annunziatole dal servitore, entrò nella stanza, la Contessa arrossì; l’altro se ne accorse e credè trovare in quel rossore subitaneo la conferma della opinione in cui era venuto rispetto a lei e al movente della sua lettera.
— Buon giorno, Contessa.
— Buon giorno, Loveni: bisogna proprio dire con lei “chi non muor si rivede.„
— Lo sa, vado l’inverno a caccia in Sardegna; mi ci son trattenuto quattro mesi; ma lei queste assenze deve condonarmele, i miei gusti e le mie abitudini gli conosce da un pezzo.
— Gusti, me lo lasci dire, un po’ singolari, e abitudini un po’ selvatiche. Dio mio! chi avesse avuto a dire che quel Loveni elegante, pieno di brio che tutti abbiamo conosciuto qualche anno fa, sarebbe andato a fare l’anacoreta a Campomoro e a passare il carnevale in Sardegna? Mi pare un sogno. Ma che cosa ci fa tutto l’anno in campagna?
— Primo punto dimentico la città, e non è poco. Sto solo; è un danno largamente compensato dalla lontananza di tutta la gente noiosa. I pochi amici dei quali mi preme vengo ogni tanto a trovarli spontaneamente o quando hanno la bontà di chiamarmi.
Laura arrossi di nuovo; poi:
— Ma perchè non viaggia piuttosto?
— Perchè non mi pare che ne metta conto; a Parigi, a Berlino troverei costumi ed usanze che conosco. Per vedere qualche cosa di nuovo bisognerebbe star fuori qualche anno; rischierei di trovare Reno morto, al ritorno.
— Oh via! non dica di questo cose. Perchè vuol far credere di essere divenuto così misantropo da non amar più che il suo cane?
— Scherzo, ma è proprio vero che il viaggiare solo non mi divertirebbe. Il disegno di un lungo viaggio l’ho fatto da anni ma credo che non lo effettuerò mai. Vorrei andare nella Nuova Zelanda; se Alfredo si risolvesse a venir con me allora.... Oh! a proposito l’ho veduto, sa?
— Ah!... — disse Laura nascondendo con sufficiente artifizio la propria commozione. — Dunque?
— L’hanno ingannata, fortunatamente, Contessa. Alberto non è malato; ha quella solita malinconia che gli si è cacciata addosso da qualche tempo... e che accenna, è vero, a una malattia morale. Ma se è così, io ci posso far poco o nulla.
— Ma... è tranquillo?
— Mi è parso.